Fantasia, erotismo, poesia…
(edito su periodico alcuni anni fa)
Capitano quei giorni di malinconia senza ragione, non sai capirne l’origine, ti sembra di essere solo fra la gente. Ero uscito di casa, dicendo semplicemente. " Vado a fare jogging".
Mia moglie aveva alzato gli occhi dal libro che stava leggendo: - Che gusto ci provi a correre e sudare con questo caldo afoso, non riesco a capirlo -
- C’è chi spende soldi per fare la sauna... E poi dopo, spero, non mi dirai che manca l’acqua per farmi una doccia - ironizzai.
Marisa non capiva che, stando seduto tutto il giorno in ufficio davanti ad un computer, avevo bisogno di sgranchirmi le gambe e scaricare energia repressa. Infatti abbastanza spesso, la sera dopo cena, andavo a correre. Ma i motivi dei nostri battibecchi erano fasulli. La verità è che non avevamo il coraggio di ammettere quanto il nostro matrimonio fosse diventato piatto ed avvilente senza alcun argomento di conversazione.
Uscendo dall’appartamento, mi investì l’aria calda delle scale. Preferii evitare di scendere in ascensore. Per strada, invece, mi sorprese un venticello abbastanza fresco e per lo meno naturale rispetto al raffreddamento del condizionatore in casa.
Il viale era alberato e c’erano panchine, era lungo un paio di chilometri, mi avviai con passo di corsa moderato, con l’intenzione di arrivare in fondo, aumentando man mano il ritmo. Incrociai qualche passante, per lo più coppie di anziani, la nostra cittadina è ancora a misura d’uomo, si può circolare la sera senza troppa apprensione. Marisa era solita dire che neanche morta sarebbe andata a correre da sola, nel viale, dopo cena: lei vedeva pericoli ed agguati dappertutto. Eravamo sposati da dieci anni, niente figli perché si era rifiutata di averne, già stanchi l’uno dell’altra, ma troppo vigliacchi per prendere una decisione definitiva
Le panchine erano quasi tutte occupate da coppie di ragazzi giovani. Io avevo affrettato la corsa, ma il ritmo cardiaco si era un po’ troppo accelerato, ebbi un accenno di capogiro e un senso di nausea. Vidi una panchina libera e mi fermai a sedere. Appena il tempo di riprendere fiato e fui colpito da qualcosa di chiaro che mi stava accanto. Era una cartella di cartone, di quelle che si usano come raccoglitore di fogli, senza pretese.
Sull’etichetta c’era scritto "BOZZE". Nessuno intorno, aprii. Per curiosità, ma anche per verificare se il contenuto fosse stato qualcosa di personale.
Dentro c’era una busta con un indirizzo, con una lettera di contenuto banale. Poche parole per confermare il ricevimento di un articolo. A parte, separati dalla busta, dei fogli scritti al computer e poi stampati.
Mi misi a leggere, pensando che, se si fosse trattato di contenuto importante, avrei cercato di rintracciare la persona dell’indirizzo sulla busta, altrimenti l’avrei lasciato la cartella, là dove stava, o strappato il tutto e buttato nel cassonetto delle immondizie. Di sicuro, l’interessata, probabilmente una scrittrice, aveva tutte le copie che voleva nel suo computer..
Leggendo, andai in subbuglio su alcune pagine centrali.
***
....................
"Ci guardiamo, ci studiamo, c’è imbarazzo, gli sguardi un po’ si sfuggono, un po’ si cercano. Ci sono parole: " finalmente, come stai, hai fatto un buon viaggio...". Le parole sono banali, non le sentiamo, ci basta riconoscere il suono della nostra voce, così familiare, così riascoltato nella memoria più volte. Vibrazioni fra noi. Partono dai polpastrelli, quasi dolorosamente: desiderio di contatto.
I pensieri sono più sinceri della parole: "Posso toccarti? Lasciati toccare, amore mio..."
Prima il contorno del viso, le labbra, le dita si intrecciano, estremo tentativo di fermarsi. - Quanti bottoni ha la tua camicia...-.
Poi c’è lo scudo del reggiseno: non mi ero mai accorta che stringesse tanto, il seno si è inturgidito, già è teso alla ricerca di carezze.
- Posso sbottonarti la camicia? - L’ho pensato o l’ho detto? -Slacciami il reggiseno, amore mio' -.
Ogni particella, ogni piccolo poro, ogni cellula si protende a cercare quanto le corrisponde. Le mani sono impazienti, non si può aspettare di più.
Quante dita ha una mano? Sono cento, sono mille, impazzite, curiose, esigenti. Sfiorano corde di uno strumento, esce musica proibita.
Via la camicia, via il reggiseno, le mani sono coppe. La tua pelle, il tuo odore: finalmente, finalmente... Brividi caldi. Le mani hanno pensieri? Certo sono curiose, esplorano, cercano, si soffermano, accarezzano, stuzzicano, scoprono: scolpisco la superficie del tuo corpo.
Come bruci, amor mio... E come sto tremando.
Mi hai tolto il vestito indiano... Le tue mani ci inceppano nell’elastico dello slip, cercano, sanno dove andare, come muoversi, fermati un attimo...
Adesso anche i pensieri sono impazziti, senza senso. Ora so che le mani hanno pensieri. Via la cintura, togli i pantaloni... Mi fermo, ma che cosa sto per fare? La mente ha un estremo tentativo di pensiero.
Non bastano più le mani, voglio le tue labbra, la tua bocca. E’ un’unica cosa con la mia, stiamo assaporandoci, ci stacchiamo a fatica. Ora le labbra seguono il percorso tracciato dalle mani. Le labbra, la bocca: fuoco sulla mia pelle, fiamme che lambiscono e guizzano. Anch’io, anch’io, voglio gustare il sapore della tua pelle.
La tua bocca sul mio seno, capezzoli protesi, duri come olive: tu sai come estrarre l’olio del mio piacere.
Stai scendendo... l’addome, l’inguine.. Ah! La tua bocca sa dove andare, dove soffermarsi....
Sì, sì, siìì... ancora ancora... Sono un fiume che scorre e tu mi bevi.
Adesso sono folle. Ti cerco anch’io. Il desiderio ti ha moltiplicato... Ti lambisce la fiamma che esce dalle mie labbra, dapprima lenta e voluttuosa, poi rapida e saettante, e la mia bocca non riesce a contenerti. Ti abbandoni all’indietro. Stai gemendo e mi vuoi, mi afferri per i fianchi, cerchi di sollevarmi, di farmi combaciare, di girarmi sul dorso. Non ancora. Preferisco cavalcarti. Ti aderisco, mi appiattisco, striscio come un serpente, ti percorro, segno il tuo corpo, bagnandoti d’ambrosia. Risalgo. La tua bocca è di fuoco.
La fiamma sa dove bruciare, mi soffermo lascio che mi incendi. Il tuo viso è bagnato di me, amore mio. Ho brividi lungo la schiena e contrazioni.
Il mio percorso è più rapido in discesa. Mi stai aspettando. Sto sulle ginocchia, che ansia nella nostre mani che suggeriscono l’entrata e l’accoglienza.
Mi dilato per favorirti, sono una guaina cosparsa di miele di acacia. Ora ci sei. Mi muovo lentamente: la mia è una danza, musica orientale. Il battito cardiaco segna il tempo, strumenti a percussione accelerano il ritmo, accompagnano lo scorrere del mio fiume che diventa il tuo: ecco il salto che si fa cascata. Mi inonda un’esplosione di fuochi di artificio che si intrecciano, accolto dal nostro grido di esultanza. E’ pura energia, siamo pura energia, amore mio."
.........................................................
***
Ero in un bagno di sudore ed avevo freddo: la corsa , il caldo, il malessere.. .O che altro. Alla lettura di quelle due pagine, mi si era prosciugata la gola. Avevo sete, di acqua o dell’autrice dello scritto? C’era un indirizzo, pensai. Domani avrei cercato anche un eventuale numero di telefono, avrei telefonato, ascoltato la sua voce: le avrei detto del ritrovamento, offrendomi di restituirle il tutto a casa.
Questo pensavo e mi prese il tremito, di nuovo quel malessere così fastidioso. Feci qualche respiro profondo per ossigenarmi e mi incamminai lentamente verso casa: avevo lasciato sulla panchina la cartella vuota e messo in tasca il contenuto, piegando i due fogli in quattro. Avevo il fuoco dentro e non ero solo per il caldo dell’estate.
Poi tutto sarebbe stato molto nebuloso nella mia memoria, fino al giorno dopo in ufficio al momento della telefonata.
Chiesi della signora dal cognome scritto sulla busta.
La sua voce rispose: - Sono io -
Dall’emozione che mi era presa al semplice "pronto" io già sapevo che era lei, come se ne avessi riconosciuto il timbro della voce. Era una voce calda e, nello stesso tempo intensa, forse sul momento un po’ assonnata. O forse l’avevo sorpresa intenta a scrivere, dopo ore di silenzio e concentrazione sulla tastiera del computer e quindi leggermente roca. Infatti si schiarì la gola ed il tono si sarebbe fatto più limpido nelle parole successive.
- Sono Leonardo Grimaldi, lei non mi conosce. Mi sono permesso ti telefonarle, perché ieri sera, casualmente, ho ritrovato qualcosa che le appartiene. Sono un po’ sorpreso perché io abito a Lucca e lei invece è di Firenze...-
Ero impacciato. Non sapevo spiegarmi: ero sorpreso che una persona della provincia di Firenze avesse lasciato su di una panchina a Lucca, uno scritto così personale.
Cercai di spiegarle e raccontarle il fatto.
- Credevo di averlo dimenticato in treno...- precisò - O forse qualcuno l’ha trovato, portato con sé e poi abbandonato su di una panchina a Lucca -
- Vorrei venire da lei per restituirle...-
Mi interruppe. Non importava che mi disturbassi ad andare, bastava spedire, o meglio ancora strappare il tutto, lei tanto ne aveva l’originale sul computer e poi una copia in un floppy disk: anzi...il racconto era stato completato e spedito alle redazione. Pareva ci tenesse ad informarmi che nessuno avrebbe potuto utilizzare per scopi reconditi quel suo scritto.
Nessun impaccio nella voce, non tradiva emozione, non immaginava quanta ne avesse provocata in me.
Mi trovai a balbettare: - Mi sarebbe piaciuto conoscere una scrittrice, quelle due pagine sono stupende, lei è molto brava...-
Capii che stava sorridendo: - Niente di trascendentale - disse - ho solo fermato un ricordo lontano -
Fui costretto a salutarla. Mi sentivo come se mi fosse mancato l’essenziale. Però avevo il suo indirizzo e non mi sarei arreso. Sarei andato da lei, alla fine non poteva mettermi alla porta. Io volevo incontrarla, leggerle l’anima attraverso gli occhi e forse incendiarmi al fuoco che aveva dentro di sé.
Presi un giorno di ferie, due giorni dopo, e andai. Uscii ad un’uscita prima di Firenze, mi diressi verso un paese sulle colline del Chianti. Non fu difficile.
La casa era alla periferia, una bella villa circondata da un grande giardino recintato. C'era un cancello nero in ferro battuto, sulla targa dorata il suo nome " Dafne Rovelli". Mi tremava la mano mentre suonavo il campanello. Mi aprì una donna semplice che capii essere una domestica.
Chiesi della signora e feci il mio nome.
- Ha un appuntamento? - mi chiese.
Mentii: - Sì, mi aspetta -
Allora mi fece entrare in casa, avvertendomi che la signora era in giardino.
- Non si sente molto bene, sarà meglio che la raggiunga direttamente lei -.
Nel frattempo attraversammo una sala molto spaziosa, con mobile ottocenteschi. C’era un quadro sopra il camino, rappresentava una donna molto bella. Provai una grande emozione: era di sicuro la protagonista del brano che avevo letto, lo sentivo, lo sapevo: così l’avevo immaginata.
La donna alle mie spalle, spiegò: - E’ la signora da giovane, era molto bella, vero? -
Capii e improvvisamente riconobbi la malinconia che mi prendeva a volte all’improvviso: era la stessa che provavo ora.
Sulla porta a vetri che si apriva dal retro della casa sul giardino, la donna mi indicò una figura semi sdraiata sopra una sedia sdraio.
- Se è aspettato, può andare da solo - mi disse.
Camminai, nascondendomi alla vista della figura femminile sulla sdraio, in modo che il sole non le proiettasse la mia ombra addosso.
Teneva gli occhi chiusi, forse era addormentata. Provavo una grande inspiegabile commozione. Indossava una abito color oro dalla foggia indiana.
I lineamenti erano quelli della donna dipinta nel quadro, con qualche ruga in più intorno agli occhi, sulla fronte e agli angoli della bocca, più pallida, più stanca: un’età che non corrispondeva alle parole che mi avevano infuocato. Una scrittrice mette se stessa nei suoi personaggi immaginari? Domanda stupida, per difendermi dall’emozione. Ecco, non era delusione, ma commozione, trovarmi davanti alla maturità di Dafne. Le sue parole scritte le avevo riconosciute dentro di me, le avevo sentite mie, come per un’esperienza già vissuta.. E sentivo la donna che mi stava davanti come compagna della mia esperienza.
Pensieri folli. Di nuovo ebbi quella sensazione di svenimento. Mi accovacciai davanti a lei, poi letteralmente mi inginocchiai e poggiai, forse per sostenermi, la fronte alle sue ginocchia. Realizzai realisticamente: "Ora mi prenderà a calci: é il minimo ".
Respirai il suo profumo: sapeva di muschio e di resina, o forse erano le piante intorno.
Posò la sua mano sopra la mia testa e mi venne da piangere.
Non parlava, ma io sentivo i suoi pensieri. I suoi con i miei.
" Eccoti, ragazzo mio, ti stavo aspettando "
" Fammi capire, fammi capire..."
Allora cominciò a parlare, mi sembrò di avere sempre avuto quella voce nel mio cuore.
- Ti racconterò una leggenda - disse.
" Un tempo un uomo ed una donna erano amanti ed erano talmente presi l’uno dall’altra che esclusero tutti gli altri dalla loro vita: si rinchiusero nel loro egoismo. Visnù volle punirli: nella vita successiva, li fece tornare in tempi diversi. Prima lei, vent’anni dopo, lui. Si sarebbero rivisti molto tardi, solo per un breve saluto.
Ma poi Parvati, la moglie di Virnù, si sarebbe impietosita, riconoscendo l’amore ancora vivo di quei due e la loro malinconia nel breve incontro finale. E per ricompensarli della loro sofferenza nel distacco, promise che, ad un ritorno successivo, dopo molti ritorni, sarebbero di nuovo stati insieme, nello stesso tempo, sempre amanti appassionati e, imparata la lezione, senza egoismo".
Mentre lei raccontava, io capivo che, appena ritrovata, stavo perdendola. E non volevo, non volevo....
***
Che cosa ci facevo in quel letto di ospedale? Vidi Marisa china su di me: io non l’amavo, il mio cuore era pieno di amore per un’altra, non c’era posto per lei. Questo pensai, svegliandomi dallo stato di incoscienza.
Rimasi in ospedale ancora per un’altra settimana, dopo quella già trascorsa in uno stato semi comatoso.
Mi avevano trovato privo di conoscenza su di una panchina del viale dove era andato a fare jogging. Nei giorni seguenti avevo avuto febbre alta e delirato con discorsi senza senso e nomi sconosciuti.
Capii che, per uscirne, dovevo mostrami il più "normale" possibile. Ma dentro avevo l’inferno. Rientrai al lavoro, una settimana dopo le dimissioni dall’ospedale. Una delle prime cose che feci fu quella di comporre quel numero telefonico che avevo impresso nella memoria. Nessuna risposta.
Il giorno dopo, inventai una scusa e presi alcune ore di permesso. Tornai a quell’indirizzo che non avevo dimenticato e mi pareva impossibile averlo sognato.
Trovai la villa, così come l’avevo vista nel mio delirio. Non riuscivo a capire. Suonai il campanello, nessuno rispondeva e poi vidi che tutte le finestre erano sprangate. Seguitai a suonare e scossi il cancello con un’ansia inspiegabile. Si affacciò qualcuno nella villa accanto.
- Guardi che non c’è nessuno! Se le interessa la casa, posso darle il numero di telefono degli eredi..- spiegò.
Gli eredi, ma quali eredi...
- La signora Dafne...- accennai
- Ah, non lo sa... Poveretta, è morta, circa venti giorni fa... soffriva di cuore da qualche anno -
Ringraziai come un automa e dissi che non mi interessava il numero degli eredi. Salii in auto e tornai a Lucca.
***
Sono passati vent’anni da allora. Marisa è sempre mia moglie, abbiamo un figlio di diciotto anni, alla fine avevamo capito che, per salvare il nostro matrimonio, un figlio sarebbe stato giusto. In fondo le ho voluto bene, ci siamo voluti bene e siamo ancora una famiglia unita e serena.
Non so darmi spiegazione del mio sogno di allora, della mia malinconia, della passione e della sofferenza.
Sono stato in analisi per anni. Il mio analista allora disse che probabilmente io ero andato in quella casa da bambino ed avevo allora conosciuto Dafne, amica dei miei genitori. Lei era stata una donna bellissima, tale da incantare anche un piccolo bambino che aveva conservato la sua immagine dentro di sé, idealizzandola, fino a considerarla l’unica donna degna di essere amata.
Tutto il resto era stata conseguenza. E la morte di lei proprio nel momento del mio malore sulla panchina? Come se avesse voluto darmi il suo estremo saluto o dirmi "arrivederci"? Coincidenza, solo coincidenza.
Inoltre, andando a cercare fra i libri dei miei genitori, ne avevo trovato uno di Dafne Rovelli, con dedica sulla prima pagina. E mia madre mi aveva detto che sì, una volta eravamo stati a casa sua.
E’ possibile trovare una spiegazione logica, ma lasciatemi sognare. Forse in un futuro ritorno, i nostri tempi, il mio e quello di Dafne, combaceranno e saremo di nuovo insieme. E’ un sogno che mi aiuta a vivere sereno. Non toglietemelo.
Marzia Plumeri