Fabrizia

 

La scuola era terminata da poco. Davanti a me si stendeva, vibrante di promesse, un mese di vacanza al mare. Avevo dodici anni e, con curiosità, avevo accolto la prospettiva di vivere un’esperienza comunitaria nell’Istituto San Vincenzo di Senigallia.

Mi piacque subito l’edificio dalle mura gialline, arabescate d’edera, con le imposte di legno verde e il vasto giardino, dove i raggi del sole penetravano filtrati da pini ad ombrello. Mi attraeva l’atmosfera sonnacchiosa e antica degli ambienti: percepivo la presenza delle ex collegiali, captavo i loro bisbigli lungo i corridoi tremuli nella luce delle lampade votive.

La mattina, dopo colazione, prendisole di cotone azzurro e cappellino bianco con falda rialzata, ci snodavamo, in fila per due, ciabattando lungo un sentierino tra altissime canne. L’aria, a quell’ora, era ancora fresca, il cielo macchiato solo da qualche nuvoletta. Cantavamo a gola spiegata: “ Nel mio cuor, nel mio cuor, nel mio cuore c’è l’amor…”.  La spiaggia, bianchissima, ci accoglieva nel suo seno di velluto. Tende di stoffa rigata, simili a vele, ci proteggevano dalla luce cruda di luglio.

Passavamo tutta la mattina nella solitudine di quel tratto di costa.

Rannicchiate all’ombra, spiavamo le monache che, dopo aver raccolto tra le dita le pieghe della veste, giocavano con le onde. Sguazzavano come ragazzine, sollevando schizzi iridescenti. I nostri occhi si soffermavano sui loro polpacci di pallido avorio.

Dalla battigia, su cui il mare schiumava in lunghi festoni scuri, ci gettavamo nell’acqua con goffe panciate. Lo sciabordio, dolce come una ninnananna, ci cullava. In acqua, meno poeticamente, ci rifugiavamo anche per fare pipì. Proibito farla sulla sabbia! Per bagnarsi, però, bisognava aspettare le undici: tre ore precise dalla colazione.

Il tempo, ritmato dal respiro del mare, pareva dilatarsi, senza confini.

 ***

Una quiete sonnacchiosa grava su di noi; il sole avvampa perfino all’ombra delle tende, nonostante siano solo le dieci e mezza.

 Il mio sguardo è attratto da una bambina: è piccolina, grassottella; la lana rosa del costume si tende sul pancino rotondo. Ha occhi di liquido inchiostro sotto la frangetta castana. Il labbro inferiore trema come per una segreta tensione.

La riconosco: è una delle ”poverelle”, collegiali non paganti cui le suore offrono gratuitamente il soggiorno estivo.

Si muove a scatti, incrocia le gambe, come un burattino guidato da fili invisibili. Bruscamente s’arresta. Il corpo è attraversato da un fremito. Abbassa lo sguardo e rimane muta a fissare il costumino gocciolante e la piccola pozza che si allarga ai suoi piedi.

Un silenzio, incredulo, si tende, per qualche attimo, sul gruppo; poi il coro si leva irridente, graffiando l’aria: “Pisciasotto, pisciasotto!”. Suor Margherita scatta come una molla, il dito minaccioso, verso le bambine; poi arpiona la colpevole e la strattona. “Vergogna, grande come sei!”. Il viso simile a seta spiegazzata, incorniciato dal velo nero, è duro, senza comprensione. Fabrizia resta in piedi. Sola. Immobile. Con le guance rosse e gli occhi bassi. Una piccola statua indifesa ed umiliata.

Rivedo Fabrizia nel pomeriggio, in giardino. Sta rannicchiata in un angolo, le trecce pesanti le sfiorano le ginocchia. E’ un pomeriggio afoso, l’aria satura d’umidità piega le foglie delle piante; migliaia d’insetti vibrano tra gli aghi dei pini.

“Come va?” le chiedo, sedendomi accanto a lei. La bambina alza uno sguardo troppo serio per la sua età. “Insomma…” mormora. Poi aggiunge, tirando su col naso: ”La suora mi… mi ha sgridato!” rimane, un attimo, indecisa "Voglio la mia mamma. Lei non mi strilla come suor Margherita. Non l’ho fatto mica apposta!"

“Non ti devi preoccupare", le dico, "crescendo non ti succederà più”.

“E’ la prima volta!” esclama, e poggia le labbra su due ditini incrociati.

Ha il faccino rotondo chiazzato di moccio e di sabbia. Avverto nel suo dolore echi d’antiche sofferenze. Le circondo le spalle.

“Facciamo che io ero la tua mamma e tu la mia bambina?” le propongo, rispolverando il linguaggio dei giochi infantili. Per tutta risposta si arrampica su di me, raggiante. E’ eccitata, umida di sudore; le grosse trecce sfatte ed arruffate, un piccolo tremito nelle membra. Aspetto che si calmi. “ Ti posso pettinare?” le chiedo incerta, temendo un rifiuto. Mi apre un tenero sorriso sdentato: ”Sono tua figlia, no?”.

***

Fu così che, per un mese, adottai Fabrizia.

Fabrizia, sempre solitaria e silenziosa, manifestò una natura ben diversa. Si aprì, pian piano, come un bocciolo in primavera. Chiacchierava in continuazione con una voce trillante da Campanellino. Spesso si esprimeva nel suo dialetto dalle vocali rotonde. Io, per la prima volta, prendevo coscienza della mia capacità di captare le vibrazioni oltre la superficie.

Appena mi vedeva, la bambina si staccava dalle compagne e mi correva incontro, trotterellando, col grembiule a quadretti che si gonfiava all’aria come un palloncino. Le scioglievo i capelli castani, glieli spazzolavo piano. Inventavo per lei fiabe che ci proiettavano insieme nel mondo delle Fate e dei Principi Azzurri. I suoi occhi si perdevano sognanti in regni di magia, dove streghe e draghi erano sempre sconfitti.

 ***

Un pomeriggio, mentre mi sta accucciata in grembo, alza, d’improvviso, i suoi occhi di scuro smalto, sospira, si mordicchia nervosamente un’unghia, infine si apre. Le frasi prorompono, aggrovigliate, scomposte, come flutti di un mare in tempesta.

“Sai, ti… ti ho raccontato molte bugie. A volte m’invento delle cose. Anche papà dice che sono come Pinocchio. Non è vero quello che ti ho detto della mamma. Non so neanche dove sta... Ho cercato di sapere, ma papà si arrabbia quando faccio domande… Papà mi vuole bene. Una volta mi ha comprato alla fiera un libretto con le figure, sai, quelle con le Fate e i Principi... Mi piacciono tanto le fiabe… Quando papà è nervoso, beve e allora diventa… diventa… proprio come un Orco, e mi dà le botte. Però lui è buono".

 Si asciuga con fastidio una lacrima, sgorgata a tradimento, aspira con forza un po’ d’aria, come per darsi coraggio, e riprende: “Certe volte mi scappa… Hai capito, vero?" Esita, avvampando.  “Sì, la pipì… a letto, mentre dormo. Non di giorno, però. Beh…s olo quando sono molto, molto spaventata… come all’asilo, quando ero più piccola. Mi ero nascosta in giardino, senza gli altri bambini, a raccontarmi le fiabe… Me le racconto, da sola, sai? La maestra si è arrabbiata tantissimo, si è messa a strillare. E’ diventata tutta rossa e mi ha dato una spinta sul petto e io sono caduta. In quel momento…beh mi è scappata. Ero anche più piccola… E’ normale quando una è piccola, no?” Leggo sul visetto teso l’ansia per un “problema” che le strillate e gli scherni hanno ingigantito. Ammiro la determinazione con cui, così piccola, porta alla luce i grovigli del suo animo.

 “Certo, ” la rassicuro”non ti devi preoccupare, sei una bambina molto matura per la tua età”.  Mi rivolge felice il suo sorriso sdentato e strofina con tenerezza una guancia sulla mia maglietta, lasciandovi un’impronta umida. “Peccato che sei troppo piccola per essere una vera mamma!” aggiunge, con un sospiro di rassegnazione. Per confortarla le raccolgo la massa di capelli sulla testa con dei fermaglini colorati.

“Mi chiama la maestra!” dice, ad un tratto, alzandosi a fatica in piedi. Si mette a correre; bruscamente si ferma, si gira e, con aria complice, sussurra: ”Ora sai tutti, ma proprio tutti, i miei segreti! Siamo amiche, per sempre.” E traccia col pollice una croce sul cuore.

***

Per Sant’ Anna, le Suore organizzarono una festa all’ombra dei grandi pini marittimi. Era una luminosa giornata di mezza estate: il profumo degli arbusti selvatici ci avvolgeva, stordendoci. Le cicale, nascoste tra l’erba ingiallita, impazzivano, estenuandosi in un concerto assordante. Ci furono fette di crostata, aranciate e caramelle per tutte. Alla fine la Superiora ci annunciò che avremmo partecipato ad una pesca. Erano poveri oggetti, scarti di “benefattori”, ma per noi avevano lo stesso fascino di costosi giocattoli.

Al mio numero corrispose uno spelacchiato cagnolino bianco con due lucidi bottoncini neri come occhi.

Fabrizia attendeva eccitata il suo regalo. Come era sua costume, saltellava, incontenibile, prima su una gamba, poi sull’altra, il visetto rosso e gl’occhi scuri lucenti.

“Numero nove” annunciò con voce arrochita Suor Giovanna, scrutando, da sopra gli occhialetti a mezzaluna, a chi appartenesse il biglietto.

“Io, io!” Fabrizia si fece largo fra le compagne, con la mano alzata, e, stampato sul volto, il suo sorriso sdentato. Quando ritornò, capii dallo sguardo spento, che era delusa.Mi mostrò una scatola di puzzle. “Non sono stata mai capace di mettere tutti i pezzetti delle figure nel modo giusto!” affermò sconsolata.

“ Sai che facciamo?” le proposi "Scambiamoci i regali! Io adoro i puzzle”.

Trotterellò via felice, stringendosi al petto il cagnolino.

Il pomeriggio seguente non venne in giardino. Mi aspettavo, lo confesso, i suoi ringraziamenti per il mio gesto “generoso”. Dopo un po’ di tempo, mi preoccupai e andai a cercarla nella sua camerata.

 ***

Finalmente la scorgo: un arruffato gomitolo scuro vicino alla porta-finestra.

“Fabrizia, che succede?” le chiedo accucciandomi vicino a lei. Ha gli occhi fissi nel vuoto, asciutti, ma il viso è umido e impiastricciato come se avesse pianto a lungo.

“Piccolina, che c’è?”. La paura si fa largo nel mio animo ad onde scomposte. Ho carpito dalle suore qualche frase: “La madre… malata di nervi… casa di cura.”

Che cosa significa questo sguardo senza espressione? E’ impazzita anche Fabrizia come la sua mamma?

“Fabri, ascoltami!”. Il silenzio profondo è scheggiato dalla mia voce.

La bambina si scuote. Sembra strapparsi da un luogo lontanissimo e gli occhi, fissi su di me, acquistano, poco a poco, vita. Strisciando raggiunge le mie ginocchia e vi appoggia con un sospiro la testa. Rimaniamo a lungo immerse in una liquida atmosfera senza suoni.

E’ Fabrizia a sciogliersi per prima dall’incantesimo. L’amarezza singhiozza in ogni sua frase. “ Mi ha detto: è sporco… non si può tenere in dormitorio… L’ha buttato nella spazzatura!” Mi trovo, forse per la prima volta, ad accogliere una disperazione in cui confluiscono, concentrati, tutti i dolori di una piccola vita.

Non l’avranno vinta, “quelle”! Il collegio perde per me qualsiasi fascino: è solo un luogo dove le regole schiacciano i sentimenti.

“Su, alzati. Andiamo a cercarlo”. Fabrizia si aggrappa alla mia mano con fiducia.

E’ nel cassonetto dietro la cucina, sotto i residui del pranzo. Grumi scuri di formiche si affannano attorno ai rifiuti. Cercando di reprimere il ribrezzo, tiro su il cagnolino. E’ un po’ macchiato d’unto, ma ci guarda fiero con i suoi bottoncini brillanti.

La bambina lo stringe al petto. “ Stai bene, vero, cucciolino?” gli chiede con la tenerezza di una madre. Mi rivolge poi un sorriso pieno di gratitudine.

Arriva il giorno della partenza. Il cielo ha perso la sua smaltata luce di cobalto, basse nuvole annunciano un temporale.

Sono pronta col mio borsone e lo zaino rosso. Salgo sull’autobus e mi accomodo vicino al finestrino. M’affaccio ansiosa: dov’è Fabrizia? L’ho salutata la sera prima. Ci siamo baciate, legnose come burattini. Uno strano imbarazzo era calato fra noi. I nostri mondi erano, di nuovo, rigidamente separati.

La vedo, finalmente. Tiene alto, sulla testa, il cagnolino spelacchiato e dolcemente mi saluta, agitando una zampina.

Lia

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