Libera anima

Racconto di un viaggio

Romanzo di Roberto Amico

Ultimo capitolo

 

Quando riaprii gli occhi incontrai quelli di mia madre, gonfi di pianto, che mi assisteva seduta accanto al capezzale. Vidi allargarsi il suo volto di una felicità inaspettata, avendo per tutta la vita sempre pensato al peggio, osservando il lento schiudersi delle mie palpebre e percependo la sensazione che la vita fosse ritornata a pulsare nelle mie vene.

"Alessandro ... Alessandro ... come stai ..." fece con quell'ansia che solo le madri esprimono con tanta passione.

"Bene" pensai di rispondere quasi automaticamente, come spesso facevo anche in presenza di dolori o angosce che mi tormentavano, ma la parola non venne fuori.

Avevo la bocca asciutta e una cannella infilata impediva il movimento delle labbra, pure le narici  erano occupate da bitorzoli che sfalsavano il naturale ritmo respiratorio, e le braccia perforate da due aghi.

Mia madre allora, con l'emozione che le si leggeva in viso, andò a chiamare un'infermiera che arrivò di volata insieme ad un dottore.

"Proviamo a togliergli il boccaglio"  disse quest'ultimo osservando attentamente i movimenti dei miei occhi; e fu una prima liberazione.

Iniziai a muovere leggermente le mandibole, l'infermiera mi alzò il capo e con delicatezza  mi fece bere.

Le mie labbra trovarono sollievo da quella frescura e quando credetti di essere pronto a proferir parola, iniziai lentamente con la più banale delle domande:

"Dove mi trovo?"

"Al Cannizzaro" rispose il dottore "sa di quale struttura si tratta?"

"Sì" risposi "è il nuovo ospedale di Catania".

 Mi è andata bene, dissi fra me e me pensando alle altre strutture obsolete della città 

"E si trova vicino alla scogliera" conclusi con un pizzico di ironia che potevo comprendere solo io.

"Bene, bene ... sembra che si stia riprendendo nel migliore dei modi" fece il medico a mia madre che pendeva dalle sue labbra. "E' logico che ci vorrà del tempo prima di una totale riabilitazione e che dovrà essere tenuto, si vedrà ancora per quanto, sotto stretta osservazione.  Comunque i presupposti per una completa guarigione sono ottimi ...".

"Scusate" feci interrompendo il dottore che pareva fosse partito per la sua tangente "desidererei sapere cosa mi è accaduto ...",

"Lei è stato semplicemente travolto da un pirata della strada che per giunta ha avuto l'ardire di proseguire la sua folle corsa. Fortuna che si trovava sul luogo dell'incidente un vigile urbano che è riuscito a trascrivere il numero della targa e adesso il delinquente è accusato di tentato omicidio colposo e di omissione di soccorso ... Glielo assicuro, ne avrà per un bel pezzo ..." riattaccò come una macchinetta l'esuberante medico che dovetti fermare perché quello che mi premeva  in quel momento non era la sorte capitata al pirata, ma la mia salute.

"Quali sono state le conseguenze da me subite per l'incidente?"

"Le è stato riscontrato un trauma cranico ed è rimasto due giorni in coma. La sua sorte, glielo garantisco,  è stata incerta fino ad ora. In questi casi è sempre difficile stabilire una diagnosi. I meccanismi del cervello sono così delicati e misteriosi che anche noi, specialisti nel settore, spesso brancoliamo nel buio. Credo di poterle dire che nella sfortuna è stato fortunato. A volte la gente non si risveglia ... Non si deve però ancora considerare fuori  pericolo.  Occorre molto riposo e poco stress. Quindi per un paio di giorni, cioè fin tanto  che non saremo sicuri della piena ripresa delle funzioni nervose, non le è dato vedere nessuno, tranne sua madre che le potrà essere di conforto e compagnia. C'è tanta gente in sala d'aspetto che vorrebbe renderle visita, ma deve pazientare un po'. Intanto comunicherò la buona notizia che credo riceveranno con vero sollievo.  Adesso si rimetta disteso sul letto e cerchi di riposare. Ah, un'ultima cosa..." fece prima di andarsene "abbiamo riscontrato una triplice rottura alla tibia sinistra. Siamo stati quindi costretti ad operarla, ma l'ingesseremo solo fra una settimana al fine di poter medicare la ferita. Quindi stia anche attento ai movimenti della gamba, ma nonostante tutto, glielo garantisco, non ha davvero motivo di lamentarsi ..." e uscì dalla stanza con le proprie sicurezze. L'infermiera accomodò allora le flebo, mi fece distendere lentamente sul letto e andò via anch'ella.

"Ho pregato tanto il Signore" fece mia madre che la buttò subito sul religioso "vedi Robertino ... " e strinse le mie mani "mi ha esaudita, ha ascoltato le mie suppliche ...".

Io non avevo né la forza né la voglia di incamminarmi verso questo tipo di dialogo. Oramai erano anni che avevo rinunziato a queste argomentazioni, dove ognuno, come quasi sempre in questi casi, rimane del suo parere. Vedevo mia madre, alla fine diciamo di questi dibattiti, sempre rammaricata perché, non seguendo i dettami del suo Dio cattolico, mi considerava in grave peccato, con conseguente pericolo per l'anima mia di facile intuizione.

"Vedi, l'importante è amarsi come facciamo noi" concludevo "poi stai tranquilla perché dove andrai tu ci sarò pure io ..." e questa forse era l'unica verità che traeva dai miei discorsi.

"Mamma" feci adesso col poco fiato rimastomi, proprio come quando da piccolo ero malato e la chiamavo; lei allora accorreva e mi chiedeva di cosa avessi bisogno ricevendo come risposta un semplice "ti voglio bene".

Così socchiusi gli occhi e la lasciai alla sua fede, immergendomi nei miei pensieri.

Era vero o non era vero quel sogno? Era possibile che il trauma cranico  avesse provocato una sorta di "sospensione" dell'anima che, liberata da ogni vincolo razionale, avesse trovato, almeno per un attimo, la sua vera strada?

E poi, Claudia; l'avevo realmente vista, avevo ricevuto da lontano il suo cenno di saluto, esisteva ... Adesso chissà dove si trovava, se aveva avuto paura, dato anche l'incognita della sua veste, ed era andata via ... Chissà se l'avrei più rivista ...

Mi addormentai di un sonno profondissimo, svegliandomi solo l'indomani dopo credo una diecina d'ore di riposo continuato.

Quando riaprii gli occhi vidi che al fianco di mia madre si trovava Elena.

Fui contento della sua presenza, anche se provai qualche senso di colpa. Mi sentivo meglio, con la testa più sgombra rispetto al giorno precedente, ed ero in grado di sostenere con sufficiente lucidità una conversazione.

"Ti hanno fatto passare?" chiesi a Elena.

"Si, ho insistito, sono stati comprensivi ... Tu come stai?"  fece, col suo accento toscano, guardandomi con una certa aria strana che mi mise in subbuglio. Era come se osservasse il viso e gli  occhi cercando di intuire  i sentimenti dell'anima.

"Il dottore dice che poteva andare peggio ..."  risposi "e a te come  va?"

"Adesso sono più tranquilla. Quando tuo fratello mi chiamò per dirmi dell'incidente però entrai subito nel pallone. Per fortuna non fece cenno al coma, altrimenti davvero non so se avrei potuto compiere il viaggio da sola anche in aereo".

"Mi fai un effetto strano senza barba" continuò, e così intuii il motivo dello sguardo di poc'anzi "sembri un'altra persona, non ti riconosco, devo sforzarmi per capire che si tratta dello stesso Alessandro partito dalla Toscana soltanto una decina di giorni fa."

Chissà, forse aveva davvero la ragione del dubbio... Intanto, automaticamente, portai la  mano destra, il cui braccio non era in quel momento impedito dall'ago della flebo, sulla mia faccia che trovai inesorabilmente liscia. Intuii di avere anche la testa fasciata, ma la domanda che spontaneamente uscì dalle mie labbra ebbe come soggetto la barba, ormai da sempre mio ornamento.

"Perché mi è stata tolta?"

"Per poter fermare meglio i boccagli e la maschera per l'ossigeno"  spiegò mia madre con ardore "altrimenti i cerotti non avrebbero trovato la giusta aderenza. Comunque stai benissimo, sei ritornato giovane. Vero Elena?" fece cercando una complicità che mai avrebbe trovato "Diglielo tu di non farsela più crescere, è tanto bello così il mio bambino ..."

"Questa è una cosa che può decidere solo lui" rispose con diplomazia "ma non mi sembra questo il problema più grave ..." si avvicinò e mi diede un bacio sulla guancia. 

"Per oggi il signore si è già affaticato troppo" fece l'infermiera appena entrata.

"Ma non sono affatto stanco" obiettai "mi sento abbastanza bene, escluso la gamba, e parlare mi stimola, anzi, vorrei vedere anche i miei amici ...".

"Questo, almeno per oggi, non le è permesso tassativamente, potrà ricevere solo la visita dei familiari più stretti, e si deve accontentare, perché neanche questo era in programma".

"Grazie" fece mia madre "possiamo rimanere altri dieci minuti?" fece all'infermiera che diede il suo assenso, poi, rivolta a me "a proposito di amici, chi è quella ragazza bionda che parla con Carlo e che mi pare di riconoscere?".

Credetti di entrare un'altra volta in coma.  Osservai Elena che mi parve non avere nessun tipo di reazione alla domanda, alla quale, naturalmente, risposi nella maniera più banale:

"Non lo so mamma, sarà una sua amica ..." ma anch'io intuii la menzogna.

Non poteva essere che Claudia.  Carlo non mi aveva parlato di alcuna ragazza bionda di sua conoscenza, e fra i due, ai tempi della nostra relazione, era nata una buona amicizia.

Poi, il pomeriggio, venne a trovarmi mio padre che, sfidando la cecità e le sue notevoli difficoltà ambulatorie, si fece accompagnare da mio fratello. Portava con sé l'emozione che solo la fragilità degli anziani mette in maniera così limpida in evidenza.

Fui felice e sorpreso da quella visita, ma la mia mente batteva incessantemente  verso un tasto, e non potei gustare fino in fondo l'amabilità del mio grande vecchio.

Insistetti anche col dottore perché l'indomani mi fosse concesso di ricevere la visita di amici. Egli, constatando il mio repentino miglioramento,  confortato  dal riscontro delle analisi e degli esami a cui ero stato sottoposto, diede il suo consenso.

Speravo per prima cosa di parlare con Carlo, che mi avrebbe chiarito gli ultimi movimenti. Mi risultava difficile e imbarazzante, dato il contesto, pensare di potere dialogare con Claudia. Avevo sperato che almeno i nostri primi contatti avvenissero in luoghi più intimi, dove poterci raccontare storie che appartenevano solo a noi due.

Così la notte passò fra dubbi e interrogativi, pulsioni contrastanti del cuore  e dolori di gamba.

La realtà non è mai come l'immagini e l'immaginazione non è mai come la vedi,   in ogni caso, pensai, il mio amore per la Vita mi ha sempre portato a credere che qualsiasi cosa Ella scegliesse per me fosse quella giusta, dato il nostro limitato occhio incapace di giudicare, perché sempre vaglia le nostre possibilità e sceglie per il nostro bene,  ricambiando l'amore che le abbiamo dato, anche se  la scelta ci appare sul momento quella sbagliata riempiendoci di dolore. 

Quindi, l'incidente stesso, per quanto grave mi potesse sembrare, e doloroso nelle sue conseguenze fisiche e morali, aveva sicuramente una ragione di essere, una ragione che solo la Vita conosceva e alla quale io mi abbandonavo.

Arrivò finalmente la mattina. Forse nella mia testa c'era più confusione del giorno precedente,  ma dentro sentivo una gran pace e una lieve emozione, era come se il giorno che mi apprestavo a vivere fosse uno di quelli speciali, risolutivi ...

Mia madre ed Elena furono le prime ad essere lasciate passare, in sala di aspetto c'erano altre persone che attendevano. Così, quando presero commiato, vidi comparire alla porta prima Carlo e poi Claudia.

"Ciao Carlo, ciao Claudia" feci visibilmente emozionato.

Carlo mi salutò, come pure Claudia, si sincerò delle mie condizioni e poi mi disse:

"Guarda che lei non è Claudia!"

Sembrò che il mondo mi crollasse addosso, che ripiombassi nel caos assoluto, nel brodo caldo primordiale,   nel freddo primigenio ...

"Come non è Claudia ... ?" feci balbettando, e guardai negli occhi quella donna che al contatto col mio sguardo contrasse leggermente il volto con la smorfia tipica dell'inizio di un pianto compassato. Eppure, quegli occhi ...,  quegli occhi avrei giurato che appartenessero proprio  a lei ...

 "E' Sara, sua sorella più piccola ..." 

Dio mio, sussurrò il mio animo, come ha potuto fare questo?

La mia mente invece elaborò velocissimamente l'impressionante somiglianza dei connotati e giustificò il mio errore.

"Comunque" proseguì Carlo "adesso sarà lei stessa a raccontarti la trama che hanno tessuto insieme al marito alle tue spalle, noncuranti nemmeno del doveroso rispetto da portare ai morti, soprattutto se di famiglia ...  Se non fosse stato per l'incidente e la  conseguente paura e  rimorso che ha provocato in lei una crisi quasi isterica, credendoti morto, portandola a confessarmi il tutto, dato che ero l'unica persona che conosceva, oggi forse ti saresti trovato fra le braccia di costei per essere abbindolato come un pivellino ... La ragazza, dice, di avere avuto una crisi di coscienza e che vuole essere lei stessa a scusarsi e raccontarti  lo "scherzetto" da loro ordito".

Così andò via e rimasi solo con Sara. Era poco più di una bimbetta quando ebbi la relazione con, adesso lo potevo dire, la povera Claudia. Non avevo tuttavia notato una somiglianza così strabiliante, che dovette manifestarsi, pensai, con la maturità.

"Non trovo parole per esprimere la mia vergogna ed il mio rincrescimento" iniziò con titubanza cercando di ricomporsi. Anche la voce, notai, era straordinariamente simile a quella della sorella.

"Continua .." la esortai.

"Mi dispiace davvero ... mai avrei pensato di vederti in un letto di ospedale ...  "

"In un'altro magari sì ..." feci di rimando. Ma non accettò la provocazione, arrossì e abbassò gli occhi.

"Meno male che hanno preso quel figlio di puttana" continuò "se non altro l'assicurazione ti pagherà ... eri anche sulle strisce pedonali ... E' stato spaventoso vederti scaraventato in aria da quella macchina furiosa, sono quasi impazzita dal dolore e dal rimorso, credevo fossi morto ....".

"Sì, va bene" la interruppi, quasi infastidito da quella remissività colpevole, volendo subito giungere al dunque "illuminami" ... .

"Ti prego, non badare alle apparenze" disse sempre timidamente "siamo gente senza lavoro, sempre con l'impellente necessità di soldi  per poter vivere e mantenere una famiglia composta anche da due ragazzini bisognosi di tutto ... ma questa non è sicuramente una giustificazione al nostro comportamento ... Tutto iniziò"  adesso il suo timbro vocale acquistò sicurezza "quando, dopo mio padre, morì anche mia madre, e la casa da loro abitata "  la vidi quella casa, vidi anche Claudia uscire dal portone e venirmi incontro sorridendo "dovette essere liberata per riconsegnarla al proprietario. Così, svuotando il garage, dove non entravo quasi mai, notai sotto un telo la vespa, polverosa ma rimessa a nuovo. La riconobbi subito ...  Avevo bene impressa in mente la tua immagine e il mezzo con cui spesso venivi a prendere mia sorella. Provavo una sorta di gelosia per quella storia. Lei aveva te che la scarrozzavi in giro libera e felice ed io non avevo nessuno. Dovevo pure sentirmi raccontare tutte le vostre peripezie! Parlava tanto con me,  si confidava in tutto e mi sembrava di conoscerti forse meglio di lei. Poi però, quando si mise con Mario, il nostro rapporto cambiò. Si fece sempre più taciturna e divenne inquieta e irascibile, tanto che decisi di avere con lei un rapporto, se così si può definire, di doveroso e rispettoso menage familiare. Ma ritorniamo alla nostra storia.

Sgombrando poi casa e la camera di Claudia, in un cassetto, trovai tanti fogli sparpagliati e senza ordine. Vi erano riportati pensieri, poesie, sensazioni e corrispondenze mai spedite. Fra queste pure le lettere che ti ho mandato complete di busta. Poveretta, ha tutto scritto e conservato nella sua camera dove spesso si rifugiava, anche, a detta di mia madre, per conservare un attimo di intimità ed evadere da quell'inferno che doveva essere la vita con Mario ...".

"Ed il nesso di tutto ciò ..." l'interruppi impaziente.

"Ora ci arrivo" e proseguì "Leggendo la prima lettera che poi mandai, fantasticai sui possibili comportamenti che Claudia avrebbe potuto compiere qualora fosse ancora viva, e, ricollegandola con la seconda, ne trassi la trama.

Nonostante l'abitudine di non datare mai nulla, le due epistole dovevano sicuramente essere le ultime composte da mia sorella, supposizione derivata dal fatto di non aver ritrovato più nessuno scritto che potesse rappresentare un seguito logico alle argomentazioni trattate. Le misi quindi in ordine cronologico, ordine intuito dal contenuto, facendomi una precisa idea. Claudia in un primo momento aveva pensato di spedirti la vespa insieme alla lettera, diciamo di accompagnamento, avendo la ferma intenzione di darsi alla vita monastica. Dovette avere però un ripensamento repentino, dovuto dalla pesatezza della scelta e dall'aver compiuto un viaggio in fondo al proprio cuore, dove ritrovò la tua immagine alla quale si aggrappò nella speranza di poter rivivere quell'amore sereno e sincero, lontano dalla vita sciagurata che per costrizione o per colpa, aveva sopportato fino a quel momento.

Così la vespa restò nel garage e la prima lettera nel cassetto. Elaborò quindi la seconda con il fermo proposito di ricondurti a sé, e questo doveva essere il suo ultimo desiderio, mai realizzato a seguito della disgrazia".

Ebbe un momento di intima tristezza, poi continuò . "Questo era quello che avrebbe fatto ... Poi venne in me, quasi per giuoco, l'idea di potermi sostituire a lei, ed il piano iniziò a prendere corpo. Però, prima di avere un programma ben preciso, pensai di scriverti direttamente, spiegarti la situazione e dirti se eri ancora interessato alla vespa. In caso positivo l'avresti potuta riprendere magari dando una piccola somma di denaro corrispondente al valore ...".

"Ma in fondo mi era stata rubata ..." obiettai.

"Si, lo so, se fossimo stati dei veri signori avremmo dovuto rendertela senza pretendere denari. Ma sono sempre i soldi quelli che ci fregano e di cui abbiamo bisogno per il pane quotidiano ... dove siamo arrivati ... " fece confusamente "mi sono persa ...:".

"Al tuo nobile intento di restituzione della vespa ..." la imboccai con un certo sarcasmo "eppure"  continuai  "non mi sembra che siamo ancora arrivati al peggio ...".

"Infatti purtroppo no" proseguì "Quando iniziai ad interessarmi per il tuo nuovo indirizzo, ricevetti informazioni da parte di amici comuni, diciamo sul tuo successo toscano.

Eri proprietario di una bella cascina con relativo terreno circostante, la tua donna faceva la rappresentante e si ipotizzava dovesse essere messa bene finanziariamente, teoria sufflagrata dall'acquisto della casa".

"Non è oro tutto quello che luce ..."  commentati.

"Questa, tuttavia è la voce che ancora gira. Ecco allora che nel mio cervello si faceva largo sempre più l'idea di un "ritorno" di Claudia, confidando sulla tua passione, ora sopita per mia sorella, che avrei ridestato appunto con quelle missive. Il piano si delineava sempre più. Ti avrei spedito la vespa con l'originale integrale della prima lettera. Poi avrei aspettato la tua venuta in Sicilia  dove avresti ricevuto la seconda, priva però  di tutta la spiegazione riguardante il travaglio interiore che l'aveva portata alla determinazione di rinunziare alla vita monastica e al progetto di spedirti il mezzo,  parte necessariamente decurtata, visto il cambiamento di scena da me attuato. Per questo motivo il contenuto a te giunto rimane tanto striminzito. Fortuna che i saluti erano  riportati sull'ultima pagina ...

In seguito, al momento del nostro appuntamento, avrei evidenziato la somiglianza fisica con debiti accorgimenti, rimessaggi e colorazione di capelli  ... Vedi" ed estrasse dalla borsetta una fotografia che vedeva ritratti me e Claudia con un gruppo di amici in spiaggia. Era sicuramente una delle pochissime immaggini su celluloide che aveva fermato nel tempo il nostro rapporto. 

"L'ho trovata insieme ad altre foto, ed era l'unica dove vi trovavate insieme".

"Così, osservandola, decisi di cercare di assumere il più possibile l'aspetto che mia sorella aveva quel giorno"  ed ancora non si era rimessa nei suoi naturali cenci "per ridestare in te antichi ricordi che mi auguravo riattizzassero la sopita passione e la trasformassero in nuovo desiderio ..."

"Posso guardare?"

  Mi passò con sollecitudine quel cartoncino dov'era stato impresso un attimo della mia vita. Un bell'attimo, pensai, e quasi mi commossi al ricordo di quanto avevo vissuto con quella ragazza che adesso non c'era più.

"Ti dispiace se la tengo?" domandai, non essendo più sicuro dell'antica mia teoria sulle foto.

"Certo che no, io poi ne ho tante di mia sorella ...".

"A che scopo tutta questa macabra messinscena ..."  dissi sollecitandola.

"Allo scopo evidente di estorcerti  soldi ...".

"E come avresti fatto ?" domandai adesso curioso di capire fin dove potesse arrivare la mia dabbenaggine.

"Ti avrei raccontato della mia intenzione di lasciare definitivamente il Venezuela per trasferirmi in Sicilia o in Toscana e per questo mi sarebbero occorsi parecchi quattrini.

Poi avrei avuto bisogno di una casa da affittare e nell'attesa di un lavoro, naturalmente introvabile, mi sarebbero occorsi altri soldi per vivere ...".

"E tu credi che sarei caduto nella trappola ?"

"Certo  che sì"  rispose con sicurezza, e forse aveva ragione, chissà ... Fortunatamente non ci sarebbe stata mai la riprova.

"E quanto tempo sarebbe durato questo giuoco?".

"Un mese, due mesi, tre mesi, non lo so ... Sicuramente non troppo perché altrimenti si correva il rischio di venire scoperti. Io poi con la scusa di un repentino ripensamento  sarei andata a prendere i voti vivendo in un monastero sconosciuto o sarei ritornata in Venezuela ... dovevo decidere ...".

"Manca un piccolo particolare" dissi sicuro di poter smontare la sua teoria "Non avrei mai avuto i quattrini richiesti ..."

"Ci sono sempre le banche ... ti avrei convinto a fare un prestito ..." e fu così lei a smontarmi. Ma avevo l'asso nella manica, la causa che avrebbe portato allo smascheramento del sinistro piano.

"Ma l'autotrasportatore è tuo marito?"  dissi intuendo la veridicità della domanda.

"Sì " rispose dopo una breve pausa "a volte gli capita di fare dei viaggi per conto terzi in continente. E' l'unico lavoro che in maniera saltuaria lo tiene occupato. Approfittò appunto di una di queste commissioni per portarti la vespa ...":

"Ed è sempre lui che seguì me e Carlo dall'aeroporto alla scogliera e che incontrammo alla villa?".

"Sì, ha commesso un errore ed è stato abbondantemente rimproverato per queste inutili comparse. Ma non stava più in sé, era convinto che prima o poi avresti detto tutto alla polizia e che saremmo stati scoperti ... A proposito" continuò "non hai mai denunciato nulla, vero ? Né tantomeno hai intenzione di farlo ora ... " mi chiese quasi supplicando.

"Per vostra fortuna ho tenuto tutto dentro di me e ne ho parlato solo ad amici intimi. No, non ho nessuna intenzione di denunciarvi, per il ricordo di tua sorella e perché non voglio contribuire all'aggravamento della vostra già precaria situazione, benché forse qualche lezione la meritereste ...".

"Grazie .. grazie .." fece con un ritorno di pianto, stringendo sul viso e baciando la mia mano libera.

"Che fai" dissi sottraendomi alla presa "mica sono un Papa o un boss ...".

"Piuttosto dimmi" continuai, volendomi togliere adesso tutte le curiosità "come diavolo avete fatto a conoscere il giorno e l'ora del mio arrivo?"

"Ho un'amica  del tuo  stesso paese, che è poi quella che ci ha dato il recapito".

"Ah" feci stupito "si può sapere di chi si tratta ..."

Indicò le sue generalità, ma non riuscii a catalogare l'individuo in questione, ormai mancavo davvero da parecchi anni ...

"E avresti veramente fatto l'amore con me ?" continuai ad interrogarla.

"Sicuro" rispose adesso con entusiasmo e una malignetta luce negli occhi "e con molto piacere, in fondo, da ragazzina, ero innamorata di te come si può essere a quell'età, e invidiavo davvero mia sorella. In sogno fosti anche il mio primo uomo ... capisci... . Decisi allora, qualora il vostro rapporto fosse cessato, che da grande avrei fatto almeno una volta l'amore con te. C'ero quasi riuscita  ..."

"Così avresti unito l'utile al dilettevole ... e il marito"  feci non credendo poi del tutto al suo sogno ... Che tentasse ancora di abbindolarmi ...

"Avrebbe sopportato per il bene della famiglia, dopotutto è un buon uomo ...".

"Si chiamano così adesso ... ?". E ci fu un attimo di pausa.

Nel frattempo entrò l'infermiera che mi tolse la flebo e si rivolse a Sara:

"E' da tanto tempo in conversazione signorina, il nostro paziente ha bisogno di riposo. Ancora non è in grado di sostenere così lunghi sforzi".

"Solo altri dieci minuti, la prego ..." feci con tutta la delicatezza di questo mondo. Mi sorrise con complicità ed andò via.

Presi allora il portafoglio che si trovava nel comodino a fianco del letto, aprii il blocchetto degli assegni e ne staccai uno per la cifra di due milioni, offrendolo a Sara.

"Questo è per la vespa ..." dissi trovandomi nel dubbio se in realtà fosse stata quella la cosa migliore da fare " ... e per i tuoi figli ...":

La  reazione fu di sincero stupore. Lessi nei suoi occhi l'imbarazzo, il dubbio e la gratitudine. Rimase estereffatta in silenzio per qualche minuto, l'unica cosa che accennò fu un timido "questo è troppo ...".

"Tienilo" la incoraggiai "considera solo il fatto di avere venduta la vespa ...".

"Non è il suo prezzo ..." disse ancora sommessamente.

"E' come se fosse nuova  ..." e volli chiudere così il discorso.

Poi prese la penna e scrisse qualcosa su un biglietto.

"Questo è il mio indirizzo e il numero di telefono" disse porgendomelo "sarei davvero felice se ci rivedessimo ...".

Non feci alcun movimento per prendere il pezzettino di carta, dalla bocca mi uscì solo un cattivissimo  ... "è per sdebitarti?":

A volte si ferisce più con la parola che con la spada, e questo fu uno di quei casi.

"Non devi trattarmi così" fece mortificata "anche se sicuramente non sono uno stinco di santo e il mio comportamento è stato quantomeno deprecabile, sono una persona che nonostante tutto ha un'anima e se il nostro agire non è stato consono alla tua etica dipende dalla situazione disperata in cui siamo costretti a vivere. Lo so, neanche questo è giustificabile, ma è, credo, quantomeno comprensibile ... Ti garantisco che è facile sbagliare quando si lotta per la sopravvivenza dei figli, crollano i freni inibitori e si è in grado di commettere qualsiasi sciocchezza, di pensare le cose più astruse e strampalate come questa, solo per raccattare quel sostentamento quotidiano che pure ci sarebbe dovuto. Siamo degli uomini e viviamo in una società chiamata "civile": Ma che società è mai questa se non è in grado di offrire un lavoro ai suoi figli, se inizia a mentire già dall'articolo uno della propria costituzione, se ci sono sempre fratelli fortunati come te che hanno trovato un posto e fratelli figli di nessuno costretti a brancolare nella disperazione e ad aggrapparsi a molte situazioni condannate dai fratelli fortunati. Ma chi è da condannare? Chi è la vittima? Chi è il carnefice? ..." Adesso le lacrime le sgorgavano abbondantemente. Le porsi la mano e accettai il  biglietto per non appesantire ulteriormente il suo stato d'animo.

"Non posso permettermi" disse alla fine "di rifiutare il tuo assegno, come richiederebbe il sano orgoglio dei fratelli fortunati, sarei una sciocca. Si vede che è il mio destino ... Sono costernata per tutto" e mi strinse forte le mani "ma ti ho davvero voluto bene, anche in sogno ...".

Carezzai allora, quasi a giustificare il mio sciocco comportamento, quel viso stravolto che acconsentì al mio gesto con una lieve inclinazione.

Poi si voltò e la vidi scomparire.

I giorni che seguirono furono più sereni.

Non comprendevo, dissi a Carlo , come avessi potuto commettere un errore così banale pensando che Antonio, l'autotrasportatore, e il baffone della villa fossero due persone diverse.

"Probabilmente non ti sei sbagliato" rispose "i due stati d'animo erano sicuramente diversi. Calmo, freddo e sicuro la prima volta, profondamente turbato alla villa ... Tu in effetti li hai recepiti ambedue avendo l'impressione, anche grazie alla grossa confusione in cui ti trovavi in quel periodo, che si trattasse di persone diverse.  secondo me sono valide tutte e due le teorie ...".

Ricevetti una visita a sorpresa: Silvana, la monaca.

 La vidi entrare con la sua bella tonaca colorata che per il tempo della sua presenza diede calore e quasi allegria a quell'insignificante stanza d'ospedale.

"Ho incontrato Carlo alla villa e mi ha raccontato tutto ..." si giustificò col sorriso fra le labbra, che mai cessò di essere durante la conversazione.

"Sono davvero contento" dissi con sincerità "della tua visita. Ma Carlo ti ha detto tutto, proprio tutto, anche della "visione" avuta durante il coma?"

"Siì  fece candidamente.

"Come lo spieghi?" ed ero davvero curioso di sentire la sua risposta.

"Cosa ti dissi quando ci incontrammo alla villa? che l'avresti vista Claudia, e così è stato. Ella ti cercava veramente e aveva bisogno del tuo aiuto per poter passare nel Nirvana, nel Vuoto. Il trauma cranico ha rotto ogni indugio al superconscio, che è il non-ego universale, il quale, finalmente liberato, ha prospettato la realtà. Così, la tua anima, senza più vincoli, è diventata coscienza allo stato puro, energia capace di viaggiare al di là del tempo e dello spazio. E' dato compiere questi viaggi solo agli illuminati i quali possono guidare le anime anche dall'aldilà, proprio come hai fatto tu, anche in una situazione del tutto particolare. Ma quando si inizia a viaggiare l'aldilà non sembra così lontano, gli illuminati ci vivono! Tu hai buone possibilità di ritornarci: una volta fatto il primo viaggio la strada risulta poi più semplice. Occorre prima, naturalmente, incamminarsi sulla via della rettitudine. Perché non provi a venire con noi, potresti prendere i voti, diventare un illuminato, ne hai le qualità ...".

"Ci penserò, ci penserò ..." feci sorridendo,  ben conoscendo la remotissima probabilità della realizzazione di tale avvenimento. Poi, mentre si accingeva ad andarsene, le lanciai una bonaria provocazione.

"L'amore lo fai sempre con l'uomo di sotto ... ".

"Quella era un'altra vita" rispose, sempre sorridendo sicura che avessi capito,  e s'incamminò verso l'uscita lasciando ancora per del tempo nella stanza la gaia tonalità dei colori dell'abito.

Fu anche la volta di Tino, che mi rese le lettere da esaminare.

"Troppo tardi" fece col suo ironico sorriso. Poi scambiammo qualche ricordo sui tempi eroici, e prima di andarsene lanciò l'ormai consueta battuta:

"Ma la scabbia t'interessa ?"

Risposi il solito no, ma stavolta, con mia sorpresa, lo sentii continuare:

"E le donne t'interessano?"

"Si, certo ..." dissi cercando in lui un sorriso complice.

"Ed invece no," riprese serio "non ti devono interessare, guarda come ti hanno ridotto ... " dal suo sorriso capii dove andasse a parare "Cosa sono queste infatuazioni" e fece il gesto teatrale delle tre dita della mano aperte e le rimanenti socchiuse portando la mano stessa, accompagnata dallo sguardo, con un leggero movimento girevole, verso l'alto "questi, innamoramenti, queste tentazioni" le parole venivano seguite sempre dallo stesso movimento "vedi in che condizioni ti trovi. Eri nella tua bella pace in Toscana e sei venuto a cercare l'erba che Dio maledisse. Non ti devono interessare le donne, sono come la scabbia, portano guai e malattie, ad eccezione delle nostre, naturalmente ... Solo a Elena ti devi interessare, disgraziato ..." accompagnò il tutto col tipico gesto della mano aperta con le dita chiuse che vibra velocemente, e così mi lasciò solo, ma divertito sul mio letto.

Alla fine della settimana mi medicarono la ferita della gamba e m'ingessarono. Poi mi dimisero.  Stetti ancora, con Elena, un paio di giorni a casa dei miei genitori. Dato però i suoi ormai non più rimandabili impegni di lavoro, prenotammo l'aereo abbastanza velocemente.

Quando fummo sopra, mi vennero in mente i "canini" maremmani, la terra che avevo coltivato con dedizione e che adesso ancora per chissà quanto tempo doveva attendere le mie cure, la nostra casa che avevamo rimesso su con amore, e i miei sensi di colpa, per aver trascurato anche solo col pensiero, quello che era la mia vita, si ingigantivano in maniera proporzionale all'allontanamento dalla Sicilia.

Presi la mano di Elena, che aveva conosciuto i meccanismi dei fatti, ma forse ignorava il mio grosso coinvolgimento emotivo, o forse l'intuiva e aspettava solamente che fossi il primo a parlarne, e la strinsi forte alla mia, cercando e trovando la sua risposta. Sarei atterrato in Toscana e non avrei trovato nulla di cambiato: era la cosa che più premeva al mio animo; soltanto questo era profondamente mutato, si era allargato, avendo avuto la consapevolezza che solo l'amore salva l'uomo, compie il miracolo, libera le anime per portarle alla coscienza di se stessi e del Tutto.

"Ti voglio bene ... sono felice che tu ci sia ..." feci alla mia compagna che non nascose una leggera emozione. Aprì allora, nell'intento di prendere i fazzolettini, la borsa che le stava accanto. Rovistandola estrasse qualcosa.

"Era attaccata alla camicia che portavi indosso al momento dell'incidente, e prima di lavarla la tolsi, conservandola qui dentro. Poi non me ne sono più ricordata, probabilmente per il caos di quei giorni ..." e mi porse una spilla.

Rappresentava una meravigliosa stella d'argento con incastonati dei piccolissimi brillanti che, al movimento della spilla stessa, lasciavano dietro sé una finissima luce variopinta.  

Fine

 

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