FU GELOSIA

Tratto dal romanzo "Istantanee con Bambina" di Mariella Plumeri ed. Baroni

 

Di Giuliana, mia sorella, nell’infanzia, ho pochi ricordi. Non fummo amiche mai, nonostante l’affetto. Mancò fra noi la confidenza, mancarono le amicizie comuni. Forse qualche volta l’affetto fu guastato dall’incomprensione, fu turbato dalla gelosia. Dico "forse", perché non sono del tutto sicura. L’ipotesi della mia gelosia contrasta troppo con il sentimento di protezione che mi spingeva a difenderla.

Può essere più comprensibile, se ci fu, la gelosia di mia sorella che, qualche volta negli anni, fu dispetto, mai, spero, invidia.

Del resto, ciò che distinse Giuliana, nel tempo, fu l’eccessiva generosità, spesso irragionevole e sconsiderata, fatta di testarda credulità, o desiderio di accattivarsi lodi e simpatia. Di me forse fu gelosa perché la mamma mi prediligeva, senza nasconderlo. Perché ero la "più grande", anche se la differenza di età era minima, gli adulti di casa mi trattavano alla pari, consentendomi quelli che a Giuliana potevano sembrare privilegi ed erano invece malinconie.

***

Ci insultavamo con vocaboli di uso comune. Aveva cominciato Giuliana ed io mi divertivo molto ad assecondarla ed a provocarla.

- Armadio -

- Sgabello -

- Tavolo -

- Lampada -

Io logicamente più padrona del vocabolario, la precedevo, soffocandole le parole in bocca, prima che riuscisse a formularle. Però, ad un tratto, riuscì a precedermi e mi superò nell’enfasi. Paonazza per la stizza e per lo sforzo di concentrazione, mi gridò:

- Marinella vasetto, pipì, cacca!! -

Ne fui sbalordita, percepii il desiderio di offendermi nel peggiore dei modi, ma non mi offesi. Quando la mamma raccontò quell’episodio alle amiche, lei che era solita rammaricarsi di Giuliana, io fui soddisfatta come per un successo mio: per questo dubito della mia gelosia.

Ma una notte ebbi un incubo terribile: sognai che la nonna e Giuliana erano entrate, non so come, dentro la stufa a legna accesa. Dallo sportello trasparente le vedevo dimenarsi, contorcersi e tendere le mani, invocando aiuto, mentre il fuoco le avvolgeva. Non avendo mai vissuto un’esperienza simile nella realtà, non so come potessi sognarla in modo tanto realistico.

Impotente e sconvolta, le vedevo accartocciarsi e sparire: soffrii molto per quel sogno. Al risveglio, piansi. Sempre di nascosto, come ho sempre fatto. Mi rimase, dopo il sogno, il senso di colpa e di rimorso per non essere riuscita a salvarle e, nello stesso tempo, il sospetto di un’inconfessabile gelosia. Freud insegna. Desideravo forse vendicarmi dell’affetto della nonna per Giuliana?

***

Giuliana, piccolissima, era scomparsa. Molte voci la chiamavano intorno casa, nei giardini vicini e nei campi, pensando che si fosse allontanata e perduta, forse peggio. Io, sola in casa, pregavo a modo mio e concludevo molto drammaticamente: "Fai che non sia morta, mio buon Gesù" già convinta che lo fosse.

Tuttavia, seguitavo a perlustrare gli angoli più reconditi della casa, dove gli adulti avevano già cercato. Tentavo di intuirne dei nuovi, i meno prevedibili, spinta da un’ansia incontrollabile.

E la trovai. Dormiva dentro la cesta dei panni da stirare, nel sottoscala. M’ero ricordata che, in quella cesta, pochi giorni prima, c’ero entrata io e da lì l’avevo chiamata, ridendo perché lei non riusciva a capire da dove provenisse la mia voce e ne ero saltata fuori come un pupazzo da una scatola a sorpresa: Giuliana si era molto divertita a quello scherzo.

Nessuno mi lodò per averla ritrovata.

- Ma come hai fatto a capire che stava là ? - chiese la mamma.

M’era parso divertente spiegare e raccontare, ma la risposta mi raggelò.

- Allora è stata tutta colpa tua, se siamo diventati pazzi per tutte queste ore -.

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Rebecca, la secondogenita della vicina di casa, amica della mamma, assalì Giuliana e le graffiò il viso a sangue. Pare che Giuliana avesse toccato, forse un po’ sbatacchiato, una bambola di Rebecca, rimasta incustodita nel cortile.

Ci fu un gran correre e grida concitate.

- Poteva levarle gli occhi, poteva - diceva mia madre.

La mamma, prese in braccio Giuliana e la portò in casa per disinfettare le ferite sanguinanti. Io rimasi in cortile, non so se di proposito. Era estate e le finestre erano aperte. Così sentii la signora Frani riferire al marito che, alle grida, non s’era nemmeno mosso di casa.

- Tu vedessi in che stato, tutto il visino rovinato. Poteva veramente levarle gli occhi -.

- Quegli occhi bovini, sai che danno - rispose odiosamente l’uomo.

Mi sentii ribollire dallo sdegno, forse l’odiai. Se la mia sorellina aveva gli occhi bovini, la sua Rebecca era né più né meno che la brutta copia di una scimmia, piccola e pelosa.

Non ebbi il coraggio di raccontare alla mamma il commento del signor Frani, ma non fui comunque capace di ignorarlo.

La signora Irma pacificò l’incidente con: - Che vuoi, sono cose da bambini. Non vorrai sciupare l’amicizia per una bambinata! -.

Fra loro due, pace fu fatta, ma io non perdonai così facilmente: l’offesa a mia sorella, le parole più che i graffi, mi bruciò talmente che meditai di vendicarmi.

Ma la coscienza mi impediva di infierire su Rebecca coetanea di Giuliana, sarebbe stato uno scontro impari. Dovevo vedermela con Isabella, se volevo pareggiare i conti. Isabella aveva la mia età e, manco a dirlo, non mi era simpatica. Per essere esatta, nonostante l’amicizia delle nostre madri, ci detestavamo e ce lo dimostravamo, il più delle volte, ignorandoci. Le cause dell’antipatia erano infinite, alcune banali, altre più nascoste ed importanti. Una causa erano...i capelli.

I miei capelli, nati misteriosamente biondi, tendevano inevitabilmente a scurirsi, nonostante la mamma li nutrisse a camomilla ed una volta mi avesse anche ustionato per decolorarmeli. Che la mamma tenesse tanto a mantenere biondi i miei capelli, mi mortificava perché ero costretta a deluderla. I capelli di Isabella erano invece discretamente biondi e mia madre li lodava spesso in mia presenza. Inoltre la signora Irma, spesso modificava il nome della figlia chiamandola affettuosamente "Bionda".

Però, io pensavo, i miei capelli erano morbidi e ricciuti e quelli della mia rivale, lisci e ispidi, come inamidati. Sua madre se ne rammaricava con la mia. Io, invece, glieli invidiavo da impazzire e, non è detto che Isabella non invidiasse i miei.

Altra causa di antipatia: Isabella possedeva una bicicletta, a me sarebbe piaciuto moltissimo averne una, e la ostentava, pedalandomi sotto gli occhi e domandandomi, ogni volta come fosse stata la prima: - Tu non ce l’hai, la bicicletta, vero? - con la voce cantilenante.

In una successiva occasione, fu Isabella a provocarmi: la mia aggressività era più mentale che fisica. E ciò vale per tutti i timidi, penso.

Le avevano regalato una piccola scopa: venne a spazzare nella "mia" parte di cortile, sollevando la polvere.

- Perché spazzi qui, va vicino alla tua porta - protestai.

- Io spazzo dove mi pare -.

Poteva essere una sufficiente provocazione, ma non bastò, nonostante che il desiderio di reagire fosse forte. Arrivò perfino a spazzarmi i piedi di proposito, ma ancora non mi mossi.

- Stai attenta - minacciai.

- Non l’ho fatto apposta - si giustificò, ma le ridevano gli occhi maliziosamente. Doveva proprio considerarmi una succube nata, una che avrebbe tollerato, per il divertimento altrui, qualsiasi prepotenza. Con questa convinzione, sempre di proposito, mi urtò energicamente col manico della scopa. Le saltai addosso. Le afferrai saldamente gli steccoluti capelli e tirai, anzi mi ci attaccai con tutto il peso del corpo, piegandomi sulle gambe con l’idea di spenzolarmi. Cadde ed io finii a sedere per terra, con lei addosso. Non fu del tutto piacevole, ma ormai due grosse ciocche di capelli m’erano rimaste dentro i pugni stretti. L’avevo parzialmente scotennata.

Volli prendermi la soddisfazione di rammentarle: - Te l’avevo detto di stare attenta -.

Non vi dico i suoi urli, terribili. Appunto quelli di una scotennata. Corse sua madre, corse anche la mia. E la nonna e le nostre sorelline ci guardavano allibite. Giuliana aveva ancora il viso straziato dai segni dei graffi di pochi giorni prima. Ostentando disgusto, lasciai cadere di mano le ciocche di capelli.

- Ma guarda che cosa le ha fatto, è una pazza scatenata, tua figlia! - gridò la signora Irma.

Gli occhi di mia madre andarono inevitabilmente al visetto di Giuliana, in silenzioso confronto. Però mi chiese: - Che cosa ti è saltato in mente? -.

- Mi ha spazzato i piedi e picchiato col manico della scopa -

- Non l’ho fatto apposta - singhiozzò Isabella.

Sua madre aspettava soddisfazione e, in qualche modo, anch’io mi sarei aspettata una delle solite ingiuste punizioni.

- Non vorrai sciupare l’amicizia per una bambinata - disse invece la mamma. Dentro di me esultai, avrei voluto dare la stessa risposta.

L’altra dovette arrendersi.

Giuliana intanto si era accoccolata per terra a raccogliere i capelli di Isabella, come fossero stati fili d’erba. Ne fece un mazzetto e lo porse, conciliante ad Isabella, come per restituirglieli.

 

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