Mariano Fresta

SCENE DI VITA CONTADINA NELLA POESIA DEL PASCOLI

Davanti alla travolgente evoluzione di fine Ottocento, con cui il capitalismo scardinava dalle profondità il mondo contadino per trasformarlo in società industriale e di massa, il Pascoli non sapeva opporre che una resistenza passiva, quella cioè di rinchiudersi in se stesso, di difendere quel che gli restava della famiglia e di identificarsi con la figura del piccolo proprietario terriero, quale ultimo difensore di una cultura e di un mondo in via di estinzione. Da qui la teoria estetica del "fanciullino", da qui una produzione poetica ispirata in prevalenza dal mondo agrario, quello della piccola proprietà contadina della Garfagnana, in cui il Pascoli visse per diverso tempo.

Tutto ciò, a livello ideologico è visibile, oltre che nelle pagine del "fanciullino", anche in alcune poesie come "Nebbia" e soprattutto "La Siepe", nella quale la visione del mondo e della vita è quella di chi nei misteri piccoli e grandi della natura scopre l’essenza e il significato dell’esistenza. In specie nella Siepe si configura l’idea che il poeta ha dell’uomo e dei rapporti sociali: il contadino, che parla e con cui il Pascoli si identifica, rivolgendosi alla siepe che circonda e difende dagli estranei il suo campetto, è il rappresentante tipico di una società patriarcale in cui il campo, la moglie, la famiglia e gli animali costituiscono l’esclusiva proprietà dell’uomo, che è capo, marito, padrone.

Siepe del mio campetto, utile e pia,

che al campo sei come l'anello al dito,

che dice mia la donna che fu mia.

Ovvio, quindi, che la natura e la vita contadina gli dessero i temi ed anche gli stilemi (come si sa il Pascoli è il poeta dell’onomatopea) della sua poesia. Ne "I Poemetti" e ne "I nuovi poemetti", addirittura il poeta si fa cantore della vita di una famiglia contadina, delle loro vicende legate ai lavori della terra, dei loro amori e dei loro lutti; ma anche in Myricae e nei Canti di Castelvecchio si rintracciano molti motivi e molti argomenti proprio di quel mondo ancora patriarcale.

Così è in

GALLINE

Al cader delle foglie, alla massaia
non piange il vecchio cor, come a noi grami:
che d'arguti galletti ha piena l'aia;

e spessi nella pace del mattino
delle utili galline ode i richiami:
zeppo, il granaio; il vin canta nel tino.

Cantano a sera intorno a lei stornelli
le fiorenti ragazze occhi pensosi,
mentre il granturco sfogliano, e i monelli
ruzzano nei cartocci strepitosi.

 

Qui la scena è ambientata in autunno (Al cader delle foglie), quando coloro che non sono contadini vivono da miseri (grami), mentre la massaia, la donna dei campi, ha l’aia piena di galletti, che le forniscono la carne, e di galline, che le danno le uova; e in più, il grano e il vino sono ben conservati nei loro posti consueti. L’esistenza, quindi, è assicurata e si può essere contenti. Ed infatti, a sera, mentre spannocchiano il mais, le giovani cantano e i ragazzi saltellano sulle foglie secche, dimostrando di possedere quella serenità che altrove non è possibile trovare.

La scena è tratta dalla vita reale contadina: in autunno, infatti, al posto della veglia serale, tutta la famiglia si riuniva sull’aia per ripulire le pannocchie e ricavarne il granturco che sarebbe servito sia per l’alimentazione umana (se ne ricavava farina per la polenta), sia per quella animale (pollame e maiali). La spannocchiatura era un’occasione di festa e veniva celebrata con i canti degli stornelli da parte delle ragazze e con i giochi dei ragazzini e dei bambini che si rincorrevano e saltellavano sulle rumorose foglie secche.

Da notare l’aggettivazione piuttosto aulica, se consideriamo l’argomento così quotidiano e rustico: grami, galletti arguti, strepitosi (riferito alle foglie secche del mais). Infine va sottolineata la costruzione aggettivale "occhi pensosi" riferito alle ragazze che non dimenticano, pur nel momento dell’allegria, la serietà della vita. "Occhi pensosi" è un cosiddetto accusativo alla greca, che il Pascoli riprende dalla poesia omerica.

Nel componimento successivo si parla di un vecchio contadino, ormai incapace, per età, di lavorare; egli se ne sta così al sole nella buona stagione, o accanto al focolare in quella invernale.

 

IL VECCHIO DEI CAMPI

Al sole, al fuoco, sue novelle ha pronte

il bianco vecchio dalla faccia austera,

che si ricorda, solo ormai, del ponte,

quando non c’era.

Racconta al sole (i buoi fumidi stanno,

fissando immoti la sua lenta fola)

come far sacca si dové, quell’anno,

delle lenzuola.

Racconta al fuoco (sfrigola bel bello

un ciocco d’olmo in tanto che ragiona),

come a far erba uscisse con Rondello

Buovo d’Antona.

 

C’è nella Raccolta di Giuseppe Giusti un proverbio che recita: "Al vecchio non mancò mai di raccontare / né al sole, né al focolare".

Sembra che il Pascoli si sia ispirato ad esso per comporre queste strofe saffiche, ma certamente non gli mancarono scene siffatte di vita quotidiana. Il vecchio sia d’estate che d’inverno ha sempre pronte delle novelle da raccontare; egli è il solo che ricordi il tempo in cui il fiume si guadava a piedi, perché il ponte non c’era ancora. D’estate racconta dell’anno in cui il raccolto fu molto abbondante, tanto che dovettero usare le lenzuola per insaccare il grano (i buoi lo fissano immobili, fumando dalle nari, mentre ascoltano il suo lento racconto). D’inverno, mentre nel focolare scoppietta un ciocco d’olmo, racconta ai nipoti l’episodio di Buovo d’Antona che, durante l’assedio, se ne va a mietere l’erba per il suo cavallo. Anche qui termini aulici e termini giornalieri si mescolano per darci questo quadro che nell’immaginario pascoliano assurge a toni epici, come certe vicende dei poemi omerici.

Notiamo ancora l’aggettivazione: il bianco vecchio ricorda il vecchierello canuto e stanco del Petrarca e del Leopardi, i buoi immoti ricordano il pio bove del Carducci. La fola (la fiaba, il racconto) è lenta nella parlata del vecchio, come lenti sono i buoi nel lavoro. Nell’ultima strofa, il Pascoli riprende un pezzo della cultura popolare, tratta dai Reali di Francia di Andrea da Barberino, un libro che, insieme con la Bibbia, costituiva la biblioteca dei contadini. Buovo d’Antona era uno dei protagonisti di questo libro e Rondello era il suo cavallo. I personaggi dei Reali di Francia, oltre ad essere gli eroi dei racconti serali, fatti a veglia, sono diventati anche i protagonisti di molte rappresentazioni teatrali popolari come i Maggi ed i Bruscelli.

L’ultimo componimento che leggiamo è certamente uno dei capolavori del Pascoli.

 

         Lavandare

 

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero

Resta un aratro, senza buoi, che pare

Dimenticato, tra il vapor leggero.

 

E cadenzato dalla gora viene

Lo sciabordare delle lavandare

Con tonfi spessi e lunghe cantilene:

 

Il vento soffia e nevica la frasca

E tu non torni ancora al tuo paese!

Quando partisti come son rimasta!

Come l’aratro in mezzo alla maggese.

Il Pascoli è colpito da due immagini, una visiva, l’altra sonora. Nella prima strofa troviamo un campo mezzo dissodato (di color nero per la terra rimossa) e mezzo non ancora lavorato (il grigio è il colore della terra non rivoltata dall’aratro). A dividere questi due campi, questi due colori, un aratro, che sembra essere stato abbandonato, perché lì intorno non ci sono buoi né uomini. L’unica cosa in movimento è una leggera nebbiolina (il vapor leggero) che si alza dal terreno umido. Nella seconda strofa c’è l’immagine sonora: lungo il canale d’acqua (la gora) ci sono le lavandaie che lavano il bucato; esse non si vedono ma si sente il rumore dell’acqua che scorre e dello sciacquio dei panni nell’acqua (lo sciabordare) e soprattutto si sente il tonfo, cadenzato, ad intervalli regolari, del bucato immerso con forza nell’acqua e battuto sul fondo dell’alveo. E mentre lavorano, le lavandaie, come le ragazze occhi pensosi della scartocciatura del mais, cantano uno stornello triste, quasi una lunga nenia.

Nell’ultima strofa, l’immagine visiva e quella sonora si fondono insieme. Il Pascoli, prendendo spunto da uno stornello popolare marchigiano, traduce la lunga cantilena delle lavandaie in uno stornello "di lontananza", di quelli cioè in cui si narra delle donne abbandonate dal marito o dal fidanzato, costretto ad emigrare e magari rimasto per sempre nel nuovo luogo di lavoro. "Quando sei partito, come sono rimasta… sola e abbandonata come l’aratro in mezzo alla maggese"; e qui, l’aratro abbandonato nel campo, diventa simbolo e contemporaneamente esempio reale di un fenomeno abbastanza frequente nelle campagne dell’Ottocento, come l’emigrazione stagionale, o addirittura definitiva, dei contadini di montagna.

Anche qui termini quotidiani si sposano con quelli aulici: la "gora", il canale d’acqua, sta accanto al termine molto letterario "sciabordare", il verbo "nevicare", impersonale, ha qui un soggetto esplicito (la frasca); "maggese" è il campo lasciato a riposare, termine che nell’italiano comune è di genere maschile e nei dialetti toscani di genere femminile. Qui il Pascoli lo usa al femminile, ma non più come un dialettismo, ma come un recupero della parlata arcaica e quindi come termine nobile.

Mariano Fresta

 

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