Ghost detto Gosto

Valentina, 9 anni, quinta elementare, uscendo da scuola attraversava il parco dell’Ospedale per tornare a casa a piedi. La sua scuola e la sua casa si trovavano esattamente vicine ai due ingressi opposti della struttura ospedaliera. E’ un percorso vietato alle auto, quindi semplice e tranquillo. Era il primo anno che le era stato permesso di tornare a casa da sola e quella concessione la gratificava.

La bambina amava quel tratto e, nonostante le raccomandazioni di sua madre, le piaceva soffermarsi in quel luogo che lei chiamava dentro di sé "il giardino dei gatti".

Ve ne erano alcuni a crogiolarsi negli angoli esposti al sole, nutriti da qualche compiacente addetto alla cucina che portava loro del cibo avanzato nei reparti.

In un giorno di febbraio, Valentina scoprì che uno dei suoi prediletti era in realtà una gatta ed ora aveva partorito una bella cucciolata. Aveva trovato un posto nascosto proprio sul lato delle cucine, sotto una specie di tettoia.

La gatta si era abituata a vedere la bambina, quindi le permetteva di restare ad osservarla mentre allattava i piccoli.

Erano di certo figli di vari padri perché molto diversi l’uno dall’altro. Uno si distingueva perché tutto bianco, tutt’altro che bello, sembrava un topo più che un gatto.

A fine marzo, i micetti erano cresciuti e diventati quasi indipendenti. Mamma gatta li lasciava allontanarsi per il parco e poi già si stava avvicinando la stagione di suoi nuovi amori.

Un’infermiera che passava di là, vide Valentina in contemplazione e le chiese:

- Perché non te prendi uno e lo porti a casa? -

- La mamma non vuole - disse la bambina, con una voce un po’ strozzata.

- Anche mia mamma, quando ero piccola, diceva che non voleva gatti, però io avevo sempre la casa piena di gatti -

La bambina si allontanò, il suo cuore era pieno di tristezza. Ricordava bene quella volta, quando aveva tre anni, di sua sorella Lorenza, di nove anni più grande, che era tornata da scuola con in mano una scatola da scarpe legata da un fiocco grande e rosso come per un pacco regalo.

Rammentava ogni parola.

- Mamma guarda che cosa ho trovato per strada -

La mamma si era dapprima spaventata per quell’imprudenza della figlia, ma poi dalla scatola era uscito un flebile miagolio rivelando il contenuto.

- Ah... c’è un gatto? -. Aveva recitato la bambina, fingendo di sorprendersi e forse soprattutto questo aveva irritato la mamma.

- Oh mamma... era proprio davanti al cancello di casa nostra, lo hanno lasciato come un regalo... -

- Chi te lo ha dato? -. Era stata molto perentoria e col viso dei momenti in cui era impossibile mentirle.

- Me lo ha dato Gianna, mamma, è bellissimo, è grigio ed ha il pelo lungo... - aveva confessato Lorenza.

Gianna abitava in una villetta a dieci metri da casa loro. La mamma irremovibile aveva sentenziato:

- In una casa con bambini piccoli come tua sorella i gatti ci stanno proprio male. E poi mi hai detto una bugia. Vai subito a casa di Gianna e restituiscile il gatto -

Non erano valse le insistenze e nemmeno le lacrime. Il pacco dono era tornato da dove era stato spedito.

C’erano stati dopo momenti di silenzio fra quelle due bambine e la mamma e quasi difficoltà a guardarsi negli occhi. Valentina, così piccola, aveva cercato di consolare la sorella più grande. Le si era strusciata contro, quasi come a voler sostituire il calore di un gatto.

No, Valentina non poteva davvero seguire il suggerimento dell’infermiera.

****

Tornata a scuola dopo una settimana di assenza per una brutta influenza, la bambina non vedeva l’ora di ritrovare i suoi amici del giardino dei gatti.

Ma quel giorno, per quanto cercasse, nemmeno l’ombra di un felino. Era stato molto freddo nei giorni trascorsi, perfino una nevicata. I gatti di sicuro avevano cercato un rifugio più riparato. Delusa, si era già avviata verso l’uscita, quando avvertì il suono flebile di un miagolio. Ne seguì il richiamo e lo trovò. Era uno della cucciolata, il gattino bianco, quello che sembrava un topo, forse unico superstite scampato a qualche brutta esperienza. Ma in che stato, sembrava uno straccetto cincischiato, il pelo a ciuffi e gli occhi velati. Lei aveva scostato i rametti del cespuglio per scovarlo.

La voce di un vecchio alle sua spalle commentò: - Sta per morire. Bisognerebbe finirlo -

Come sarebbe, pensò la bambina. Ma poi intuì e per un attimo le si fermò il cuore.

D’impulso, senza perdere tempo, si chinò, raccolse lo "strofinaccio", se lo mise sotto il giaccone e corse via.

La madre la vide arrivare affannata, pallida e con sguardo spaventato e, nello stesso tempo, irremovibile.

- Che cosa c’è...? - si preoccupò.

- Sta per morire, mamma - balbettò Valentina.

Tolse quel mucchietto di pelo sporco e miserevole da sotto la giacca e glielo porse.

- C’era un uomo, là all’ospedale, che lo voleva finire .....-

Negli occhi della bambina, quella mamma lesse il dolore e la pietà. Era impossibile ignorare quei sentimenti e tantomeno reprimerli. Sarebbe stato un grave errore.

- Ancora non è morto - disse - anche se sembra già il fantasma di un gatto, bianco com’è: è davvero brutto, ma forse, se guarisce, riusciremo in qualche modo a migliorarlo -

Anche la mamma ricordava quel lontano episodio del pacco dono restituito e le era rimasta dentro una punta indefinita di malessere. Ora capiva che non si poteva deludere quanto leggeva nello sguardo di sua figlia.

Il gatto sopravvisse e fu chiamato Ghost, più semplicemente detto Gosto. E’ chiaro che restò bianco e continuò a sembrare un gatto fantasma, ma diventò grande e forte e vi garantisco: perfino bello.

Marzia (Mariella) Plumeri

 

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