Il Gioco del gatto
(dal romanzo "Istantanee con Bambina" capitolo intitolato PROIEZIONE DI SE')
Accadde in prima media, all'età di 11 anni. Incontrò Nicoletta nel corridoio, durante la ricreazione: non era in classe con lei, ma in quella accanto, con altri insegnanti. Marinella la osservava con una sorta di stupore estatico, non aveva mai visto colori simili. Nicoletta era biondissima e aveva gli occhi di un azzurro quasi turchino. Si sentì troppo bruna e ricciuta, immiserita nel grembiule nero, mentre il biondo dell’altra bambina, sul nero, risaltava.
Nicoletta le si avvicinò e le chiese semplicemente: - Come ti chiami? -.
Dire che si conobbero è improprio, si dovrebbe dire che "si riconobbero".
- Dove ci siamo già viste? - chiese la bambina bionda.
- Non credo che ci siamo viste prima. Due anni fa ci siamo trasferiti a Bologna dalla Sicilia e poi adesso, da due mesi qui -
- Sei siciliana? -.
Ed alla conferma, Nicoletta la sorprese: - Anch’io sono nata in Sicilia -
- Ma tu non sembri siciliana… -
- Mio padre è siciliano, ma mia madre è veneta. E poi, forse, discendo dai Normanni -
Le sembrava incredibile, una bambina così bionda... E poi che strano, prima Alessandro ed ora Nicoletta, quel punto di contatto, quel riferimento...
Fu l’inizio della loro amicizia. Marinella fino a quel momento aveva pensato che non sarebbe mai riuscita ad avere un’amica coetanea.
***
Passavano quasi tutti i pomeriggi insieme. Alcune volte era Marinella, che aveva una bicicletta e ci sapeva andare, a raggiungere l’altra fino a casa sua a tre chilometri di distanza, altre volte, l’amica preferiva venire lei, a piedi.
Stavano sempre fuori casa, a chiacchierare sedute sopra una grossa pietra dietro casa di Nicoletta, o sugli scalini esterni del palazzo dove abitava Marinella.
- Non mi piace stare in casa - aveva detto Nicoletta.
- Neanche a me -.
In quel modo, studiavano poco. Non soltanto perché in classi diverse. Un pomeriggio Nicoletta la sollecitò.
- Ti insegno un gioco che di solito faccio da sola -
La condusse ai margini di una strada provinciale, dove c’era abbastanza traffico, soprattutto in certe ore, anche se all’epoca di auto ce n'erano poche.
- Come sarebbe il gioco del gatto, non l’ho mai sentito -
- Hai mai visto i gatti come attraversano la strada? Noi siamo gatti ed attraversiamo la strada -.
Si trovavano dietro una curva.
- Ma da qui non si vede se arriva una macchina...- osservò Marinella.
- E’ proprio questo il bello: i gatti non guardano se arriva una macchina. Attraversano e basta. Adesso, vieni -.
E la tirò per un braccio, con tanta energia che Marinella dovette correre se non voleva restare in mezzo alla strada. L’auto in arrivo passò alle loro spalle: Nicoletta aveva aspettato di sentirne il motore dietro la curva, prima di scattare.
- E’ un gioco pericoloso (avrebbe voluto dire cretino), se ne vedono tanti, di gatti, spiaccicati per la strada -
- Non tanti, solo i più lenti -.
- Beh, è un gioco che a me non piace, non voglio farlo. E noi non siamo gatti . -
Le era venuto in mente il padre di Alessandro: anche lui non era stato un gatto. Scacciò quel pensiero che le sembrava irriverente.
- Vuol dire che hai paura di morire - infierì Nicoletta.
- Non proprio -.
Come spiegare all’amica quante volte aveva desiderato di morire, del gioco che fin da piccolissima faceva, prima di addormentarsi, per addormentarsi. E del tentativo di pochi mesi prima, quando aveva bevuto il miscuglio di medicinali ?
Invece fu facile raccontarglielo con l’altra che l’ascoltava attenta e, con cenni della testa, approvava.
- Che cosa pensi che farai da grande? -
- La scrittrice -
- Sto scrivendo un romanzo, ho scritto delle poesie e le ho anche pubblicate...-.
- Che bello... Io ho scritto soltanto un diario, però sembra un romanzo, se vuoi te lo faccio leggere.
Ma... è molto segreto, devi giurarmi che non ne parlerai con nessuno -.
Le sembrò una dimostrazione di estrema fiducia, una prova di grande amicizia.
***
Lo lesse di notte. Quando gli altri di casa avevano già chiuso la porta di camera per andare a letto e non avrebbero notato la luce accesa nella stanza accanto.
Lesse per tre ore filate. Quando ebbe finito, aveva un nodo in gola. Fino a quel momento non si era mai fermata a pensare che altri bambini, oltre lei, avessero tanta sofferenza dentro il cuore. Nicoletta rammentava episodi che risalivano ai due anni, ce ne erano alcuni di terribili. Ma il diario - romanzo sembrava scritto da un’adulta. Anche la bambina Nicoletta nascondeva un’adulta nel corpo di bambina.
In lei Marinella si riconosceva.
La mattina dopo, nel corridoio della scuola, durante la ricreazione, le restituì il grosso quaderno dalla copertina nera.
La bambina si meravigliò che lo avesse letto così in fretta.
- L’ho letto di notte, tutto d’un fiato. Mi ha ricordato tante storie mie -
- Per questo te l’ho fatto leggere. Anche perché, se un giorno diventerai scrittrice, tu scriva di me -
- Perché io, puoi farlo tu: sei molto brava a scrivere -
Sorrise sibillina: - Prima, o poi, lo brucerò questo diario, c’è mia madre che va sempre a frugare fra le mie cose, anche se di me non gliene importa niente -.
***
Entrando a scuola, non l’aveva vista fra gli altri allievi, per le scale che portavano alle classi del primo piano. La cercò nell’intervallo delle undici.
- Non è venuta a scuola la Ramalli? -.
La ragazzina interpellata la guardò ammutolita. Fu l’insegnante, che stava sulla porta della classe per controllare, a chiamarla.
- Hai chiesto della Ramalli? La conosci? -
- Siamo amiche -
- Mi dispiace, devo darti un dolore. Abbiamo saputo stamattina che la Ramalli, ieri, è stata investita da una macchina, mentre attraversava la strada. Purtroppo non c’è stato niente da fare -.
Marinella la guardava senza vederla, aveva nebbia davanti agli occhi. E nella mente, assordante, l'eco della frenata tardiva di un'auto appena uscita dalla curva.
Marzia Plumeri