GIOSAFAT

( ora nella raccolta  "La carne addosso" edizioni Serarcangeli )

 

No, no, sarebbe sciocco, non le pare? Se le dico che questa burocrazia, questa organizzazione, sono d’un’efficienza ammirevole, mi creda, dico solo la verità. Del resto, come potrebbe essere altrimenti? E poi, guardi: io sono già qua, a parlare con lei, quando nessuno è ancora entrato nella mia stanza.

Naturale: una biografia… un’autobiografia…

Parlare di sé dovrebbe essere la cosa più facile del mondo e, magari, anche la più piacevole… se non altro la più appassionante… eppure… Quante volte abbiamo intrattenuto il prossimo con il racconto minuzioso di avvenimenti o di considerazioni che, in fondo, non potevano altro che interessare i protagonisti: noi stessi. E quante volte abbiamo fatto questo esercitando una violenza su di un prossimo annoiato che stava lì ad ascoltarci solo per obbligo e girava gli occhi al cielo, pregando per una conclusione che fosse la più sbrigativa possibile… E adesso che mi trovo qui, con… con lei, e parlare di me è un obbligo, mi sento un poco in imbarazzo. Qui ogni parola deve essere pesata con il bilancino del farmacista, ogni concetto mi rientrerà mediato dalle parole che dico, da come le dico, e costituirà un elemento su cui tutto il castello sarà costruito. So che posso anche mentire e può darsi che lo farò, anche se, freddamente e in anticipo, mi rendo conto della mia ingenuità. Preparato a questo? Ma sì, forse lo ero.

Le dispiace se tralascio la prima parte della mia esistenza? Un’infanzia normale, con una famiglia normale in un ambiente normale. Ah, certo, normale è uno degli aggettivi meno comprensibili da chiunque al di fuori di noi stessi. Normale implica la conoscenza della mia filosofia, di quella che mi è stata tramandata e di quella che mi sono costruita con gli elementi che trovavo di volta in volta, come gli oggetti che Robinson recuperava dalla nave del naufragio; ma lei, sono sicuro, è sufficientemente esperto da non aver bisogno di soverchie spiegazioni. Nella mia accezione, normale è una famiglia della piccola borghesia, senza angustie economiche, senza patologie gravi, senza scheletri nell’armadio. Normale… Sì, sì, sono stato fortunato. Bene, questa famiglia normale mi nutrì e mi pagò gli studi e io li ripagai con un buon profitto. Arrivato alle soglie dell’università, deliziai i miei genitori annunciando che avevo scelto d’iscrivermi a Medicina. Un figlio medico! Dottore, non come mio cugino che faceva il commercialista: dottore di quelli veri! Mio padre, che era cassiere in banca, non stava nella pelle e mia madre tormentava chiunque avesse la sventura d’incrociarla con le gesta presenti e future del figlio, dell’unico figlio, che avrebbe fatto il dottore.

Per capire l’origine e la natura della mia scelta bisogna sapere che fin dalla tarda adolescenza io ero quello che si suole chiamare un Don Giovanni. E’ buffo, vero, con il vestito che mi trovo addosso! Eppure le cose stavano proprio così: io ero un Don Giovanni classico. Non creda, sa, che uno così sia un maschio dalle grandi prestazioni, uno stallone… no, no, tutt’altro. Un Don Giovanni che tale sia ha un solo grande amore cui, tra alti molto alti e bassi poco bassi, resta fedele tutta la vita, e l’oggetto di questo amore è ovviamente lui stesso. A me come a lui - come al personaggio di Tirso o di Molière, dico - non importava nulla della donna, della femmina, che conquistavo: il suo corpo mi era perfettamente indifferente. Magari, chissà, un uomo, un maschio, come preda non mi avrebbe fatto differenza. Allora me lo sono chiesto, sa. E poi… Era il "piacer di porla in lista" che mi… che c’interessava. Ricorda Mozart? Essere l’oggetto del desiderio era il fine di tutto e meglio, molto meglio, se quel desiderio non sfociava in nulla di carnale: di più, ancor di più sarei stato desiderato, ammantato del mistero che l’amore non consumato mi regalava. Desiderio… amore… vede che li uso concettualmente come sinonimi. Ciò che non tolleravo era l’infedeltà. La donna che si era immolata sul mio altare doveva essere mia per l’eternità, e questo senz’altra contropartita che il privilegio non di avermi desiderato ma di desiderarmi. Quella doveva essere una condizione stabile, un voto insolubile. E m’infastidivano, e un po’ mi stupivano, quelle donne che vedevo innamorate di un altro uomo, di un uomo che non ero io. Una condizione assurda, innaturale, irritante, alla quale mi affrettavo a porre rimedio senza pietà per nessuno. Io ero stato bestemmiato e i peccatori e le peccatrici dovevano pagare. Che cosa c’entra questo con la Medicina, si chiederà. Non è difficile. La Medicina non m’interessava di certo: a me interessava il prossimo, il potere sul prossimo. No, no, non la varietà violenta del bullo di periferia, del marito che batte la moglie o del dittatore che opprime il suo popolo. No: quelle sono rozze volgarità. Il giudice. Ecco, forse un’alternativa passabile sarebbe stata essere giudice: tenere tra le mani il destino di un imputato, giocherellarci un po’, distrattamente, soppesare mettendo sulla bilancia nessuno indovina che cosa, valutare se una sentenza ad effetto mi avrebbe dato più piacere di una sentenza cosiddetta giusta. Poter modificare una vita, ci pensa?, una vita, con un mio gesto di un attimo. In una frazione di secondo, magari a capriccio - sì, meglio a capriccio - avrei potuto soffiare contro un delicatissimo castello di carte fatto di fatiche, di dolori, di speranze, di felicità, di speranze di felicità, di amore, di una varietà d’amore forse così diverso dal mio, un castello costruito da tante piccole anime… Avrei potuto fare il giudice e, in un certo senso - lo vede - ci sono poi arrivato. Ma, comunque, scelsi di fare il medico, il dottore, come hanno sempre detto i miei guardando beffardamente mio cugino. Già all’ultimo anno di università cominciai ad assaporare il potere del camice. Ancora studente ripassavo tra i letti dopo la visita del Professore rispondendo con grazia superiore alle domande dei pazienti e, con il cuore che mi scoppiava, rispondevo a quelle dei parenti che mi aspettavano fuori. "Dottore…" e io che ero studente stavo a lungo silenzioso e scuotevo leggermente la testa, allargavo un po’ le braccia, dicevo e non dicevo e quelli avrebbero dato tutto quello che avevano e quello che avrebbero avuto per una mia parola di speranza. E io la speranza la davo, sì, ma centellinavo le dosi e loro aspettavano tutta la notte perché io ricomparissi a "giro" completato e facessi cadere quella gocciolina il cui refrigerio, per fugace che fosse, costituiva il pensiero fisso, l’oggetto delle loro preghiere di cui io facevo a buon diritto parte, e parte da protagonista. Ma no, non sempre la gocciolina cadeva. C’erano giorni in cui non mi ripresentavo. Passavo con il Professore, loro mi vedevano, mi sorridevano ansiosi, vistosamente, volutamente inferiori, e io li vedevo e non li guardavo, assorto nei miei pensieri. Poi me ne andavo con il cuore che mi scoppiava ancor di più, mentre quelli mi desideravano come non avrebbero mai fatto prima. Come non avrebbero mai fatto se mi fossi concesso. Mi desideravano. Desiderio… Amore… Mi capisce, vero? Io ero il tramite tra la loro miseria e lo splendore abbagliante e terribile del Professore, della Scienza con l’iniziale maiuscola, e a Professore e Scienza ero omologato. E così diventai dottore, un bravo dottore, dicevano. Bravo… Ma si rende conto di quanto sia ridicolo l’aggettivo? Lei lo sa come funziona la Medicina? Che cos’è la Medicina nel modo in cui i suoi sacerdoti la celebrano? Magari c’è qualcuno di noi che ci crede, qualcuno che il dottore lo fa in buona fede, che nemmeno si accorge della cialtroneria che fa parte del nostro costume. Guardi, ci pensi un attimo: quando un medico ha un famigliare malato che fa? Giusto!: chiama un altro medico. E perché? Se l’è mai domandato? Chiama un altro medico perché lui, messo alle strette dal coinvolgimento emotivo, non ha altra scelta che guardarsi allo specchio e vederci riflesso un cialtrone. E chi farebbe mettere le mani addosso al proprio figlio, del cui misero amore è schiavo, da un cialtrone? Così quello, non meno ansioso di un qualsiasi amante di paziente, corre a chiamare il collega, non meno cialtrone di lui, ne stia pur certo. Ma perché? Perché? Perché ognuno di noi - e ora torno medico - è convinto in cuor suo, oppure, meglio, spera in cuor suo, che la terribile ignoranza che lo soffoca, la cialtroneria di cui le dicevo, sia unicamente sua, un segreto invisibile, inimmaginabile, sepolto nella parte più inaccessibile del cervello, mimetizzato dall’aria tronfia, e che gli altri, i colleghi, i confratelli, siano per davvero quei dotti dottori che impersonano sul palcoscenico della loro povera vita. Io non ero diverso, no, no, ero né più né meno come i miei simili: stessa scuola, del resto. Ma a me tutto questo non importava. Che vuole che interessasse a me l’origine di una malattia, la farmacodinamica di una molecola, di un filtro da fattucchiera? Crede che non fossi perfettamente cosciente del fatto che tutte quelle bellissime formule, così decorativamente soggioganti, quelle astruse reazioni con tanto di frecce che puntano a destra, che diventano doppie e puntano a destra e a sinistra dove la reazione si mette in equilibrio, che si curvano per introdurci in qualche ciclo biologico, sono, tutto sommato, poco meno che ridicole? Crede che non sapessi come nessuno abbia la più pallida idea di che cosa succeda realmente? di quale sia l’ambiente chimico con il quale andiamo ad interferire come il più sconsiderato degli apprendisti stregoni? Crede che non avessi visto come ogni individuo sia un contenitore nel quale sono mischiati milioni, forse miliardi, di sostanze di cui nessuno conosce nulla, spesso nemmeno la stessa esistenza, e che fanno di ognuno un microcosmo… ma perché micro?: un universo unico che esclude tutti gli altri? Crede che non mi rendessi conto che solo dio… Mi scusi… No, a me di tutto questo non interessava un fico. Io ero diventato un clinico medico ma di tutto questo non m’importava un fico. Non erano i pazienti come disgraziati affetti da malattia: gli uomini io volevo. Io avevo capito che attraverso i loro corpi malati potevo possederli, avevo capito che l’anima è solo un’appendice della carne. E me ne davo anche una dimostrazione: se, mi dicevo, l’anima è un ente a sé, ingabbiato, magari, nel corpo ma da questo indipendente e forse anche a questo superiore - se una graduatoria è lecita - perché quest’anima cambia così radicalmente in parallelo allo stato del corpo? Mi spiego meglio: prenda un ubriaco, qualcuno sotto l’effetto di una droga, o anche solo dell’ira, dell’amore, di una di quelle condizioni, insomma, che inducono in qualche modo una passione, che le scoprono indecentemente le squallide nudità dell’uomo. Bene, l’anima è questa che si manifesta nella circostanza o non è, piuttosto, quella, così differente, dello stesso proprietario, dello stesso corpo in stato d’intossicazione da anestetico, o di tranquilla atarassia, di meditazione, di ventre pieno, di sonno, di sogno? E provi lei a indurre un dolore al corpo, un dolore forte, un dolore che, come si suol dire, faccia impazzire. E veda che succede quando il dolore diventa cronico e il paziente, il sofferente, non speri di uscirne, non trovi qualcuno che fa cadere la gocciolina sulla lingua incartapecorita dalla sete. Qual è l’anima? Qual è la sua faccia? E chi lo sa? Allora io, attraverso il corpo, attraverso il ricatto del corpo, m’impadronivo di quel Proteo inafferrabile, indefinibile, che abbiamo deciso di chiamare anima e di cui ignoriamo la natura quando non dubitiamo della sua esistenza stessa. A che ergastolo d’ignoranza è condannato l’uomo, vero? Anima: una parola vale l’altra. Ciò che contava era il risultato e io ero un pragmatico. Quelli arrivavano e io li trattavo con estrema cortesia. Cortesia, ho detto, non gentilezza. Io li trattavo come fa un sovrano a corte, dall’alto del mio trono dal quale potevo leggere le sentenze. E il cuore mi scoppiava sempre, ogni volta come se fosse quella la prima, esattamente come quando ero studente. Ma il colmo del piacere me lo prendevo non dai pazienti: quelli no, quelli potevano perfino permettersi di essere coraggiosi, di andare incontro alle menomazioni più repellenti, alle patologie più dolorose e più interminabili, alle patologie cui la scienza non concedeva speranza, alla morte più bizzarra. La vita era roba loro, in fondo, e con quella c’era chi faceva ciò che credeva, in maniera sprezzante, stupida, senza il misticismo spesso germogliato dall’essere frustati impietosamente senza limiti d’orario e di decenza, senza lasciarsi domare. Qualcuno faceva l’eroe. Ingenui! Pazzi!… Non i pazienti, le dicevo, ma coloro i quali amavano i pazienti. Quelli no, quelli non potevano permettersi sfide, quelli si buttavano in ginocchio ed erano miei. Miei! Da questi potevo prendere liberamente, capricciosamente, qualsiasi cosa, spilluzzicare la loro dignità, fagocitarli come un plancton qualunque. Da me veniva la speranza, da me la pietosa condanna. Ah, furono anni bellissimi… Non sono romantico, lo so. Non è che con questa furia di dire a tutti i costi la verità, la verità la sto forzando?, distorcendo? Di solito il medico ha mille argomenti per perorare la propria causa e - chi lo sa? - forse ha anche mille ragioni. Forse esistono anche medici in buona fede, forse anche bravi, bravi con l’aggettivo purificato da ogni ironia… Lasciamo da parte le descrizioni crude e facciamo così: io non avevo la vocazione del medico. Può andare? Io della Medicina usavo gli effetti collaterali e questi mi bastavano. Eppure anche per me, come per tutti i viziosi… mi accorgo ora, dicendolo, che involontariamente mi sono assimilato ai viziosi. Sì, sì, lasci pure la parola: la sottoscrivo. Come per tutti i viziosi, dicevo, venne l’assuefazione. Ci doveva essere qualcosa che andava più in là, e che cosa se non ciò che va oltre il corpo e le sue appendici, oltre la vita stessa, oltre le colonne d’Ercole della conoscenza empirica? Sì: è finita in questo modo, lo vede. Eppure non è stato così facile, così immediato. Dal punto di vista pratico non c’erano impedimenti tecnici. A quarant’anni non ero sposato, non avevo prole, non avevo legami carnali né affettivi, almeno non biunivoci, e potevo disporre della mia vita a mio piacere. Ma io ci credevo all’aldilà? E a dio, che ne dovrebbe essere parte integrante, se mai dio può essere parte e non tutto? E’ vero che non avevo mai creduto alla Medicina, quanto meno mai alla sua sacralità, eppure ero un bravo medico. Mi perdoni se sottolineo ancora così quell’aggettivo. Occorre proprio crederci? O non basta, piuttosto, recitare con perfezione tecnica la propria parte? L’importante è che ci credano gli altri, gli spettatori, i clienti, le vittime, quelli per i quali tutta la messinscena è creata. L’importante è che Polonio stramazzi, non che l’attore che l’impersona muoia per davvero. Mi sono parlato a lungo, sa, e mi sono accorto che ero solo, solo di una solitudine inevitabile. Chi avrei mai potuto far partecipe dei miei travagli interiori senza renderlo edotto della geografia, dell’anatomia, delle necessità fisiologiche della mia cosiddetta anima? Chi avrei potuto coinvolgere spiegandogli che l’idea era quella di farmi prete, a quarant’anni, per acuire un piacere personale, per spingerlo a livelli sovrumani nel vero senso del termine? Ha notato che non ho mai usato il verbo confessare? Io ero solo, solo per scelta, solo perché un predatore non può pretendere di socializzare con le prede. Bene, la decisione non fu certo repentina, anche se, ripensandoci, l’origine è attribuibile ad una specie di folgorazione blasfema, eccitante, sulla via di Damasco: un’idea che mi attraversò la mente d’improvviso e che non abbandonò la presa fino a successo conseguito. Non so se manco di rispetto, ma se quella era la mano di dio… No, no, certo, non è questo l’argomento… Dunque, dicevo, la vocazione del sacerdozio, al pari di quella del medico, non c’era, ma la tentazione di poter dominare non più soltanto gli uomini nel corso della vita mi travolgeva. La vita? Un lampo nella padella, per usare un’espressione inglese. Un tempo finito di cui non ci è possibile confrontare la dimensione con l’assoluto come si può fare, per esempio, con una velocità. Qui il confronto è con l’eternità. L’eternità. Era quella, l’eternità, che io volevo. Io volevo amministrare a mio piacere l’eternità del prossimo, ci fosse, ci sia, o no un’eternità. L’importante è che loro lo credessero e me la portassero in dono. Da me in ginocchio con la loro piccola, povera eternità magari fasulla in mano. Questa non è la vita: con questa non si scherza… Insomma, un giorno do l’annuncio urbi et orbi: mi faccio prete. Sissignori. Stupore, applausi, costernazione con tanto di lacrime e, mi dispiace per l’eccesso così antiesteticamente melodrammatico, con tanto di suicidio, lettera disperata sul comodino, e tutte le trivialità da cui le figuranti della mia vita non avevano avuto il buon gusto di sapersi affrancare. I giornali locali non parlarono d’altro per quasi una settimana… facciamo tre giorni. Per farla breve, alla veneranda età di anni quaranta, il dottore entrò in seminario. Non è troppo diversa da quella di fuori la vita in seminario. Anche là per un Don Giovanni come me lavoro ce n’era eccome. Come le ho detto, maschio o femmina non mi faceva grande differenza: no, no, non era certo il corpo che m’interessava. L’unica differenza tra il mondo di fuori e questo così rigorosamente omosessuale era il fatto che le mie prede, sessualmente limitate al maschile, spesso mi fraintendevano nelle intenzioni, non ne comprendevano né scopi né limiti, e se a fraintendere era stata una donna, come in passato, male che andasse… Ma un maschio, beh, la cosa rischiava di sfociare nella volgarità del malinteso da avanspettacolo. Lei non ha idea… non ha idea!: mi scusi, ma i vecchi modi di dire… Insomma, quei ragazzini cadevano nella rete con una facilità irrisoria e s’innamoravano davvero: anima e corpo, voglio dire. Mi scusi ancora, la prego, mi perdoni questo intermezzo così volgare della mia vita, ma se devo raccontare… Non passò troppo tempo e fui ordinato prete. Naturalmente di dentro ero sempre io, ero sempre quell’anima, mutevole sì ma fedele, fedelissima a se stessa. In progresso: l’anima era in progresso. Dio? Non era un problema. Ero un suo rappresentante, suo ministro, è vero, ma la sua esistenza e, nel caso, le sue funzioni, non mi potevano riguardare. Quello di dio è un concetto veramente geniale, adatto per tutti gli usi, adatto ad ogni testa: dall’omone con la barba bianca buono come il cugino di Babbo Natale, allo stesso ma con un caratterino tutt’altro che raccomandabile, alla trascendenza assoluta. Io avevo deciso che eravamo talmente lontani, noi due, da non interagire comunque, io perché non potevo, lui perché non lo interessavo. Una differenza tra dio e Don Giovanni è la disparità tra le vittime. Don Giovanni desidera un’anima che, tutto calcolato, gli è sì inferiore ma non poi troppo. Altrimenti non ci sarebbe gusto. Dio non può permettersi un lusso del genere. Certo, non avevo fatto i conti con il fatto che tra le prerogative ci sta l’onnipotenza - un’idea assurda e incomprensibile - e onnipotenza significa… Ciò che avevo capito è che il concetto di dio è inafferrabile e non c’è modo di avvicinarcisi, così che il dio concepito dallo scemo del villaggio e quello del più grande dei filosofi sono perfettamente equivalenti e ugualmente distanti dalla verità. Comunque io - la cosa era chiara - mi ero fatto prete per scopi miei che nulla avevano a che vedere con il culto della divinità, un culto che mi era sempre parso a dir poco inutile. La mia nuova carriera cominciò tardi, ma recuperai in fretta il tempo perduto. I parrocchiani si aspettavano delle cose. C’erano da lenire i dolori: una malattia inguaribile che tormenta lo spirito, qualche torto subìto della più varia natura, la morte di qualcuno che si ama, le solite ovvietà. E’ facile, sa, trattare queste patologie dell’anima. Il paziente arriva e ha già in testa le cose che vuole sentirsi dire o, se non proprio quelle, basta che lei mostri il campionario delle consolazioni e sarà il cliente a dire "quella," e da lì si procede senza troppo impegno. Le confessioni non mi divertivano: nella maggior parte dei casi si trattava di robetta senza fantasia, specie a sfondo sessuale com’è tradizione per una religione mediterranea. Nessuno discute con il prete le porcherie vere che gl’infettano il cuore. Il bello, ciò che volevo, veniva da chi mi cercava per avere certezze di fede, per trovala la fede, per essere corroborato nella fede vacillante. Cercavano me: si rende conto? Si mettevano in fila con il cappello in mano per cadere nella rete. E io queste certezze le somministravo come facevo con le goccioline quando ero studente, centellinandole, inframmezzandole di silenzi, tormentando e lenendo i tormenti che io stesso avevo scientemente impartito. Questo cercavano. E io stavo in alto, vero tramite tra quelli e quel dio su cui avevo da anni sospeso ogni giudizio, non escluso quello dell’esistenza stessa, quel dio di cui ignoravo – e ignoro, se mi permette – le intenzioni, se mai dio ne avesse. Le mie parole, pronunciate per scopi che nessuno avrebbe sospettato, davano piacere, il piacere perverso e doloroso di farsi ripulire una piaga, soffocavano e concedevano aria a un tempo, modificavano irreversibilmente il metabolismo delle anime e chi si era avventurato in me di me non poteva più fare a meno. La sensazione è inebriante, ma anche a quella si fa in un certo senso l’abitudine e, anzi, se ne diventa sgradevolmente dipendenti. Dico sgradevolmente perché il potere, anche se ciò che affermo sembra paradossale, sottrae libertà a chi l’esercita. Il resto accadde senza che io me ne accorgessi. Meglio, o peggio, se vuole: senza che io ne avessi il controllo. Lei ricorderà certamente mio cugino… Sì, il commercialista. Lui era di sei o sette anni più anziano di me e da ragazzi non ci si frequentava più di tanto. Le rare occasioni erano le riunioni di famiglia, qualche festa, qualche ricorrenza. Invecchiando, la differenza d’età si era fatta assai meno sensibile fino a diventare irrilevante e avevamo preso a vederci a casa sua di tanto in tanto, sempre più spesso. Lui teneva i conti della parrocchia, io gli davo qualche consiglio medico. E si parlava. Lui era un ignorante. Io no. Mi scusi, ma la differenza tra noi era tale… Con lui non avevo intenzioni da Don Giovanni: non mi era mai venuto in mente né mi sarebbe mai interessata la cosa. Ma, probabilmente, il fascino che sprigionavo… oh, mi scusi! Spero proprio vorrà scusare questa seconda ignobile caduta di stile. Che frase ridicola ho detto! Insomma, credo di essermi fatto capire: ormai il mio essere Don Giovanni, il mio agire da Don Giovanni funzionavano automaticamente, senza che io nemmeno mi accorgessi di quanto stava accadendo. Non fu mio cugino a finire in trappola, per involontaria che fosse. No, no, lui non era così raffinato. Fu sua figlia… Sua figlia… Lo so, mi rendo conto, l’argomento si fa scabroso e oggettivamente spiacevole, più di quanto non lo sia stato fino ad ora. Mi trovo veramente a disagio, mi creda. Magari finiamo la storia qui e diamo tutto il resto per scontato. Che ne dice? No? Lei si rende conto del mio stato d’animo, vero? Non vorrei essere scortese, ma anche il fatto di trovarmi a parlare di argomenti così privati con qualcuno di cui… Sì, certo, fa parte anche questo del gioco. E allora, la prego, cancelli questo intermezzo e proseguiamo. La ragazza, dicevo. Sì, figlia di mio cugino. Non una bambina, sa, no, no: venticinque anni. Io? Non lontanissimo dai sessanta. Non nego che mi ero accorto del fascino che esercitavo su di lei, ma la cosa non mi allarmava affatto. In fondo quella parte l’avevo recitata per tutta la vita, pur con qualche incidente di percorso, e piacere lo provavo sempre. Questa volta era diverso, però. Perché? Chissà. Un avvenimento, un incontro, una persona che in mille circostanze ci avrebbero lasciati indifferenti, se inseriti in un contesto particolare, se in presenza di un catalizzatore di cui non sospetteremmo mai l’attività e di cui forse nemmeno abbiamo conoscenza, possono assumere proprietà impensabili. E così accadde. Sa che cosa credo? Che si trattasse anche di comune andropausa. Io ho sempre disprezzato le banalità, ma le banalità sono statisticamente probabilissime e anch’io, in fondo, degli effetti dell’andropausa potevo bene essere vittima. Ci sono al proposito esempi illustri. Bene, la ragazza mi attraeva. Non avevo capito, all’inizio, che forma di attrazione fosse. A dispetto dei miei capelli bianchi e della mia carriera di seduttore, esperienza di amore carnale ne avevo poca, anzi, a rigor di termini non ne avevo per nulla. Desiderio e sesso erano due cose ben disgiunte. Per me i cosiddetti piaceri della carne erano sempre stati una conseguenza anche un po’ fastidiosa a conclusione della cattura vera e propria, del soggiogamento, e a preludio della stucchevole ma indispensabile fase di archiviazione. Così non mi resi conto di quanto stava accadendo veramente, almeno quando la cosa iniziò. Lei? Non saprei dire. Non ebbe paura del mio vestito da prete? No, non mi pare. Dell’incesto? Mah, insomma, figlia di un cugino… Mi trovai a disagio, sa, come mi trovo ora a parlarne. Fu un corteggiamento lungo e fu lei che lo condusse. Oh, no, no: non dico questo per discolparmi, soprattutto in modo così poco cavalleresco. Fu proprio così che andò. Appena la situazione mi fu chiara non feci nulla per fermarla, per fermarmi. Non ci fu nessun tormento interiore. La mia ritrosia, il sottintendere l’impedimento costituito dall’abito talare, erano solo un delizioso rimpiattino e il vedermi desiderato - ho detto vedermi, non sentirmi – desiderato in tutti i sensi da una ragazza di trent’anni più giovane, mi dava un’euforia, un senso di potere, una prova che per me il tempo non passava come per coloro che traghettavo verso la riva dove s’illudevano stesse dio. Non mi ero accorto che quella nuova vanità di così bassa lega minava velocemente la mia forza, che stavo cominciando a scendere una scala che… Un pomeriggio mi prese con la forza… Sì, esagero… Fu allora che capii d’improvviso com’era fatta quella sorta di amore tra esseri umani, quella sorta di amore di cui avevo sentito parlare, di cui avevo sentito piangere tante volte in confessione, di cui avevo approfittato, su cui avevo argomentato, a proposito di cui avevo assolto impartendo penitenze ma di cui non avevo mai avuto conoscenza empirica. L’amore tra esseri umani… Gli esseri umani… Don Giovanni, medico e prete… E chi meglio di me poteva conoscere gli esseri umani, prevederne ogni mossa, rigirarseli a piacimento? Eppure… Dopo quella volta, quella prima ed unica volta, la ragazza diventò di ghiaccio. Subito. Ci ho pensato cento, mille, un milione di volte, sa, e una risposta me la sono data: una prestazione deludente. No, no, non sto parlando dello stallone. Non si può far l’amore con dio. Non con il dio dei cristiani. E nemmeno con la sua interposta persona. La delusione è inevitabile. In altre circostanze io sarei semplicemente sparito dalla vita della ragazza, così come avevo fatto chissà quante altre volte. Ma nel caso specifico non mi era possibile. Per motivi facilmente intuibili: mio cugino, i rapporti di lavoro instaurati con lui… e c’era lei… La mia scomparsa avrebbe potuto dare adito a sospetti. E poi io non potevo stare lontano da lei. Tardi, tardi, vicino ai sessant’anni scoprivo l’amore banale degli uomini, quello dei romanzi rosa, quello di cui beffarsi, l’unico per il quale gli uomini normali – normali, normali… - sono stati progettati. A quasi sessant’anni scoprivo che porsi al di sopra dell’uomo è un gioco di prestigio, di equilibrismo che può durare chissà quanto ma che, prima o poi, l’equilibrista scivola dalla corda su cui danza e il prestigiatore si fa maldestramente scoprire, magari da un bambino. Un bambino come ero io allora. D’improvviso scoprivo un mondo rovesciato, dove la mia inferiorità era aggravata dall’inesperienza. Ma non era finita lì. Di quell’unico momento d’amore naturale, normale, la biologia aveva voluto tenere il ricordo. Sì: la ragazza era incinta. Non mi disse nulla. Non mi parlava che in presenza di suo padre. Non disse nulla a nessuno, finché la cosa diventò grottescamente evidente e allora confessò, seccamente, senza far trasparire emozioni, omettendo testardamente il nome del "mascalzone". E che cosa potevo fare io? Io avrei voluto gridare "sono io! Io sono il mascalzone, il padre!" Io avrei voluto gridare pretendendo la mia sposa, la madre di mio figlio. Io avrei voluto gridare per pretendere quella normalità che fa parte del bagaglio minimo dell’uomo, del suo corredo obbligatorio che dio, onestamente… Io avrei voluto umiliarmi facendomi uomo davanti agli uomini… Ma tutto questo mi era proibito. Furono mesi di tormento durante i quali tentai di parlare con la ragazza, pronto a sfoderare la mia dialettica, il mio fascino. No. L’unica volta in cui riuscii ad averla da sola per un momento il disprezzo muto che mi rovesciava addosso fu tale che la gola mi si strinse e non mi uscirono che quattro parole sconnesse e pigolate. Mi feci più pena che rabbia. Ero impreparato. Alla fine, naturalmente – naturalmente: che avverbio inspiegabile! – naturalmente partorì. Lo vidi subito. Dopo tutto ero un medico. Maschio, meno di tre chili; dalla bocca aperta spuntava una piccola lingua, le orecchie erano attaccate molto basse e le manine, tozze come spatole e flesse in un’unica piega, avevano indice, medio e anulare della stessa lunghezza. Gli occhi non lasciavano speranza. Negli attimi in cui non c’erano altri occhi la ragazza mi mandava lampi di ostilità, di ferocia, dal suo letto. Trisomia 21. Sindrome di Down. Ma che m’importava? Io avrei preso il bambino. Io avrei sposato la figlia di mio cugino gettando quella tonaca e lasciando gl’ipocriti alle loro vesti strappate. Via quella veste che avevo indossato illudendomi di farne il veicolo verso piaceri sovrumani, sovrumani nel senso stretto della parola, gliel’ho detto, e che invece m’imprigionava beffardamente come una camicia di forza, come ceppi di cui io stesso avevo buttato chissà dove la chiave! Via quel bozzolo soffocante, per nascere uomo a quasi sessant’anni! La ragazza, la madre di mio figlio, non mi disse una parola. Non una lacrima. Mio cugino e sua moglie mi chiedevano consiglio, s’interrogavano interrogandomi, "il padre…?" E io? Io ero il padre! Ma non vedete in quella faccina la caricatura che dio ha tracciato di me? Dio… Furono quaranta giorni di agonia. Come da manuale, mio figlio – sì, lasci che mi riferisca a lui come "mio figlio". Dopo tutto la definizione è impeccabile, - mio figlio rivelò un cuore malformato e un’atresia duodenale. Non si fece molto per salvarlo. Salvarlo? E da che? Morì. Lasciò quel corpiciattolo e prese - o riprese, o conservò, o perse, chi lo sa - possesso della sua anima misteriosa. Che cosa potevo fare io? Era bastato il soffio esile, tenero, crudelissimo, di un mongoloide per farmi vedere com’era fatto il castello meraviglioso della mia vita: tutte le carte a terra. Non mi era possibile ripartire, non alla mia età, non con la visione del mondo che mi ero fatta e di cui ero immaginario protagonista, non senza la donna che… Il mio corpo è sul letto e ancora nessuno se n’è accorto.

Ed ora la parte più difficile. Ancora più difficile. Dopo l’esposizione dei fatti bisogna tirare le conclusioni. Siamo qui per questo, no? A mia discolpa posso reclamare il fatto che quella era la mia natura, che il mio cervello era fatto così, che la mia anima era malformata così come lo era il corpo di mio figlio. Chi accuserebbe mio figlio di essere un mostro? Non è stato forse il mio un atto d’eroismo? Non ho forse sacrificato l’immagine di me stesso per accendere – sì, lo ammetto, involontariamente - una vita, una vita tutta mia, nostra, mia e di… una vita che mi è stata tolta? Il destino… dio… insomma, io ho avuto bisogno di sacrifici umani per tutta la mia esistenza terrena e l’ultimo, il più terribile, il solo terribile, ma quanto!, mi ha esposto a me stesso e mi ha ucciso. No, no: non sento alcuna colpa per essermi tolto la vita. Mi sono buttato via come si deve fare con un esperimento fallito. Lo vede anche lei: io non facevo parte della natura…

Io non so esattamente dove mi trovi né chi sia lei. Magari questa incertezza fa parte del gioco… o della pena? La pena? Non ho già scontato la mia pena? E’ una raffinatezza tremenda fare dell’imputato il giudice di se stesso. Chi come lui conosce i fatti in ogni particolare? E qui non valgono solo i fatti, me ne rendo conto: le intenzioni, i pensieri, le pulsioni represse per buona coscienza, per vanità, per eroismo, per convenienza, per viltà, per timidezza… Un campionario infinito… Tutto pesa. Ma non è sleale comminare una pena eterna - eterna, mi capisce? – per avvenimenti, per gesti temporalmente limitati? Non vede la disomogeneità? Scientificamente lei è in errore. Sarebbe meglio che il giudizio venisse da lei, da un estraneo, se mi è consentito definirla in questo modo. Un estraneo potrebbe avere un atto di clemenza, di pietà, di pietà anche dettata dal disprezzo… Anche il disprezzo accetterei se questo servisse ad assolvermi… Vede quanto sono vile? Da un estraneo potrei sperare in un’assoluzione, comunque venga. Ma da me…

Stefano Montanari

 

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