Giovanni PASCOLI - Il gelsomino notturno

Lettura di Mariano Fresta

 

E s’aprono i fiori notturni,

nell’ora che penso a’ miei cari.

Sono apparsi in mezzo ai viburni

Le farfalle crepuscolari.

 

Da un pezzo si tacquero i gridi:

là sola una casa bisbiglia.

Sotto l’ali dormono i nidi,

come gli occhi sotto le ciglia.

 

Dai calici aperti si esala

L’odore di fragole rosse.

Splende un lume là nella sala.

Nasce l’erba sopra le fosse.

 

Un’ape tardiva sussurra

Trovando già prese le celle.

La Chioccetta per l’aia azzurra

Va col suo pigolìo di stelle.

 

Per tutta la notte s’esala

L’odore che passa col vento.

Passa il lume su per la scala;

brilla al primo piano: s’è spento…

 

E’ l’alba: si chiudono i petali

Un poco gualciti; si cova,

dentro l’urna molle e segreta,

non so che felicità nuova.

 

 

Questa lirica è considerata il capolavoro del simbolismo pascoliano. Secondo i teorici del simbolismo, la natura, oltre a poter essere spiegata con mezzi razionali, come fa la scienza, può essere interpretata mediante la miriade di simboli che essa stessa ci mette a disposizione, come avviene, o dovrebbe avvenire, nella poesia. Ma perché ciò accada, dice il Pascoli, occorre tornare fanciulli e guardare il mondo con lo stupore di chi non ha ancora l’uso della ragione e vederlo come un insieme in cui i collegamenti non sono logici ma, appunto, simbolici.

In questa composizione si parla, come vedremo, di una vicenda di "normale vita quotidiana", ma la mancanza di legami logici e di chiari riferimenti all’accaduto, insieme con l’accostamento continuo di immagini fortemente simboliche, fanno sì che il significato della lirica rimanga oscuro e risultino piuttosto ermetici anche gli stessi simboli usati.

Se volessimo sintetizzare al massimo il significato del brano, potremmo dire che la vita umana è caratterizzata dai due eventi fondamentali della Nascita e della Morte e che questi due eventi non possono essere disgiunti, come afferma l’ultimo verso della terza strofa: Nasce l’erba sopra le fosse. Potremmo ancora dire che la composizione si basa su un’analogia: la fecondazione del gelsomino, che ha luogo di notte, quando i suoi fiori sono aperti, rimanda alla fecondazione della donna nella prima notte di nozze. Tale rimando, proprio perché fortemente reso oscuro dalla simbologia, è fatto senza prurigine, anzi con un grande senso di stupore di fronte ad un così misterioso miracolo della natura.

Per capire bene la composizione occorre rifarsi a due lettere in cui il Pascoli spiega l’origine della ispirazione; qui le sintetizziamo, ricavandone solo la vicenda che sta alla base della composizione, il matrimonio di un amico del Pascoli: in questi versi, il poeta immagina la prima notte di nozze dei due sposi e il momento del concepimento. Ovvio che un’illustrazione di questa vicenda, oltre a rischiare di essere poco dignitosa per la coppia degli sposi, avrebbe toccato argomenti molto delicati e, per quei tempi, considerati immorali ed osceni. Pascoli, pertanto, ricorre al simbolismo più rarefatto per raccontare poeticamente la vicenda. Intanto, come si diceva prima, il concepimento di una nuova vita è accostato all’immagine della morte: E s’aprono i fiori notturni… La prima strofa, infatti, indica un’ora del giorno in cui, con la discesa della notte, si pensa alle persone scomparse, ai morti che, nella poesia, ritornano, con un riferimento alla cultura popolare, come farfalle notturne. Le rime in -urni creano quest’atmosfera buia della notte, mentre l’aggettivo crepuscolari richiama il momento in cui si crede avvenga il ritorno dei cari defunti. Il crepuscolo, in questo caso, non è solo quello del giorno, ma anche quello della vita: il poeta sa di essere giunto quasi al termine della sua esistenza, che è il periodo in cui più spesso si torna indietro nella memoria, pensando alle persone scomparse. Per inciso, i viburni sono dei cespugli dai fiori bianchi, qui richiamati perché rimano con notturni e perché il bianco è anche il colore del lutto.

Il silenzio è profondo: Da un pezzo si tacquero i gridi. Nella fantasia del poeta, la casa dei due sposi diventa così vicina che egli ne può sentire il bisbiglio, che è l’unico suono percepibile nella notte, in cui tutti dormono, dagli uccelli che mettono il capo sotto le ali, agli uomini che abbassano le palpebre sui loro occhi. Il poeta sente anche l’odore che promana dai fiori aperti del gelsomino, quell’odore di fragole mature che attira l’attenzione delle farfalle e degli insetti che ne agevoleranno la fecondazione. E intanto nella casa degli sposi, brilla un lume, simbolo di intimità domestica: anche loro si preparano, come i fiori, al concepimento di una nuova vita. La quale, però, non può essere disgiunta dall’altro grande evento che è la morte: nasce l’erba sopra le fosse. Questo intreccio di Vita-Morte oppure di Eros-Thanatos è un motivo ricorrente nel mondo pascoliano, che egli riprende dall’osservazione attenta della natura. Da notare, in questa parte del componimento, la presenza della sinestesia, cioè di quell’espediente retorico che mette insieme due elementi contrastanti, in questo caso l’olfatto (l’odore) e la vista (le fragole rosse): il profumo che si propaga nell’aria notturna fa ricordare il colore delle fragole mature.

Nella strofa successiva, il Pascoli accenna, sempre simbolicamente, alla propria condizione di scapolo che, non sposandosi, non può provare la gioia della paternità. Dopo la morte del padre e la conseguente dissoluzione della sua famiglia, il poeta non volle ricostituirne una nuova, perché sposandosi avrebbe dovuto accettare la convivenza di una persona "estranea", cioè diversa rispetto alla famiglia originaria. Fu questa una scelta dei cui limiti il poeta era consapevole e difatti egli, sapendo ormai di non poter diventare più padre, si paragona all’ape che ha tardato e non trova più posto nell’alveare. E intanto, nel cielo terso e azzurro la costellazione delle Pleiade manda la sua luce intermittente: La Chioccetta per l’aia azzurra – va col suo pigolìo di stelle. Questi due versi sono piuttosto complessi: nella cultura popolare il gruppo è stato paragonato ad un pollaio (la puddara citata spesso nei Malavoglia del Verga), oppure ad una chioccia (la stella più grande Alcione) con i suoi pulcini. Il Pascoli riprende questa denominazione popolare e la complica con la sua perizia, usando la sinestesia: la luce intermittente delle stelle più lontane gli ricorda il pigolìo dei pulcini; in questo modo, il cielo si trasforma in un’aia azzurra e la costellazione in una chioccia seguita dalle stelle che pigolano come pulcini.

Nella strofa successiva ritorna ancora il motivo dell’odore emesso dai fiori aperti per la riproduzione. Anche nella casa degli sposi ci si prepara a questo atto così importante della vita. E difatti il lume si sposta dalla sala del pianterreno alla camera da letto posta nel piano superiore. Poi si spegne…

Trascorre tutta la notte. I fiori, conclusasi l’opera di impollinazione, si chiudono. Nel loro interno racchiudono i semi che il vento e gli insetti vi hanno deposto e dai quali nasceranno nuove piante. La stessa cosa è avvenuta nel silenzio notturno della casa. L’alba si apre con un grande senso di stupore davanti a quella straordinaria felicità che è la nascita di una nuova vita.

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