Grigetta.
Sono le mie ultime ore. Stamattina a sentirli uscire di casa, Immacolata e Roberto, mi sono messa seduta sull’erba umida e li guardavo in silenzio passare davanti al recinto, le orecchie ritte in un muto saluto che sapevo essere l’ultimo: avrei voluto nitrire ancora una volta ma il fiato non è bastato che a creare un’impercettibile nuvoletta bianca che solo io ho intravisto.
Vedo poco, ma l’udito è ancora quello di una puledra: li ho sentiti prima chiamarmi preoccupati, poi ridere, forse di quella che credevano una mia pigrizia di vecchia (a 32 anni un cavallo è pluricentenario), quando mi hanno vista accosciata invece che al pascolo, ma con la testa canuta e le orecchie bene erette come sempre.
Sono andati via senza capire, credo però solo a far colazione in quel bar di Caniga dove ricordo di aver mangiato una pasta alla crema davvero deliziosa, convinti che mi avrebbero trovata a spasso al ritorno. Io non ho sentito l’auto rientrare.
Forse dormivo da un po’ o già la morte aveva la mia valigia in mano quando ho sentito in bocca il sapore che più ho amato al mondo: il dolce di una zolletta di zucchero. Ho provato a masticare come sempre ma la zolletta era già tutta sciolta. Peccato, ho pensato, ché lo scricchiolare tra i denti del delizioso mattoncino è quasi piacevole quanto il suo sapore; ma loro, che non riuscivo a vedere contro il sole, erano lì e come hanno visto che masticavo mi hanno messo una nuova zolletta fra le labbra. Che estasi dei sensi.
Finalmente i miei amici si sono resi conto che manca poco alla fine e adesso Roberto è accoccolato vicino al mio muso e con tenera regolarità introduce le zollette in sequenza tra i miei dentoni ingialliti (qualcuno, anche, manca). Ho la lingua dolcissima e potrei anche fare a meno di questa estrema coccola (io potrei farne a meno, non lui), ma protendo le labbra, unica parte del corpo che mi ubbidisce, a chiedere ancora e ancora queste scaglie di felicità, perché so che per lui è importante questo commiato da un’amica carissima e amata.
Se smettessi di masticare non saprebbe più che fare qui vicino a me e si sentirebbe inutile e triste. Ho visto bene, dopo che si è dovuto allontanare per pochi minuti ad accogliere un camion di sabbia e cemento, che, tornando e vedendomi immobile (trattenevo il respiro) gli si sono gonfiati gli occhi di pianto e ha mormorato il mio nome finché, alla prova della zolletta, le mie labbra alacri hanno ripreso a masticare.
Allora ha sospirato sollevato, il mio amico e con un filo di voce mi ha detto "Ciao, cavallina generosa", come sempre dopo ogni nostra galoppata, anche se ora è tanto che porto solo bambini, e solo al passo. Non chiamatelo "padrone", il mio amico, ché ci resta male: ha un passato di comunista prima che scoprisse noi, il suo "socialismo in un branco solo", dice, parafrasando Stalin e credendo che io non capisca; eppure sa che sono nata nella Jugoslavia di Tito e che di comunismi me ne intendo.
Ci ho vissuto cinque anni, in Montenegro, a lavorare per poca o nulla biada, ma uguale per tutti, prima di emigrare, in sessanta in un carro bestiame, fin qui in Sardegna dove, passata per un paio di mani, fui poi acquistata legalmente dal padre di Immacolata, Tomaso, che mi ribattezzò Grigetta e mi insegnò ad arare le vigne e a portare in groppa i bambini, con la cautela dovuta.
Quel vecchio burbero, ma gentile, l’ho servito per anni, poi il desiderio del genero, Roberto, ha voluto che finissi qui a Molafà, allegra e meritata pensione per me già avanti negli anni. Ho comunque galoppato coi suoi 100 e più chili addosso e parecchi suoi amici hanno imparato da me come si sta a cavallo, compresa Immacolata, che ha dovuto sposare un cittadino per ritrovare le sue vere radici di campagnola e decidere di stare in sella come sua madre e le sue antenate.
Lei, Immacolata è stata qui pochi minuti, poi è scappata via: deve andare a lavorare , dice, ma in realtà non ce la fa a vedermi morire. Non so perché, ma non capisce che morire è la stessa cosa di nascere.
Ieri l’ho vista felice mentre si avvicinava alla puledrina di Rosa, la saura capobranco, nata durante la notte e appena alzatasi in piedi ancora tremolante. L’hanno chiamata "Favola", ma sono certa che se mi sbrigo a lasciare libero il mio nome, il suo diventerà "Grigetta": li conosco.
Perciò siamo soli, io e lui, il buon Roberto, che ogni sera da mesi si fumava tre sigarette in quei quindici minuti che mi erano necessari a masticare la dose extra di mangime, solo a me (solo a me!!!) riservata da quando ho cominciato a dimagrire e a somigliare al Ronzinante di Don Chisciotte; poi mi prendeva per il ciuffo sulla testa e mi trascinava nel recinto dove sono ora e mi faceva largo a urla e pacche tra gli altri cavalli ché non mi calciassero.
Si nasce in due ed è bello morire in due e non da soli.
Da qualche minuto il sole del mezzogiorno ha chiamato il branco ad abbeverarsi: ora sono lì tutti, stalloni, puledri, fattrici e asini che mi osservano con stupore, senza avvicinarsi, con l’aria attenta e attonita di chi solo intuisce che qualcosa d’importante succede ma ignora cosa. Poveri amici, eterni bambini senza coscienza: ma è meglio così, che non l’abbiano, la coscienza ché a capirmi morente si pentirebbero di avermi fatta sempre mangiare per ultima perché sono modesta di fisico per razza, se non per carattere, che morsi e calci ne ho tirati anch’io, nel mio piccolo.
Roberto mi inumidisce la lingua con una spugna imbevuta: finalmente ci ha pensato vedendo gli altri far la fila per bere. Poi riprende con le zollette. Ormai non vedo più nulla, neanche le ombre, e non distinguo bene neanche al tatto: inavvertitamente gli ho anche morsicato un pollice. Che vergogna: giuro, è la prima volta che mi capita, in trentadue anni di vita, di non riconoscere un dito con le labbra. L’ho sentito urlare, ma mi perdonerà.
Ormai sento solo il sapore dolce dello zucchero e la frescura dell’acqua. Sento anche il freddo della terra su cui giaccio e del vento, ma a quello sono abituata. Spero che finisca tutto in fretta: sono stanca davvero, adesso. Sapessi come fare gli chiederei di aiutarmi a dormire: so che per me lo farebbe e se mi sapesse sofferente lo avrebbe già fatto, ma penserà che chi sgranocchia zucchero evidentemente molto non soffre. Vedremo se arriverò al tramonto del sole.
Mi chiedo che fine farà la mia carcassa: sono talmente pelle e ossa che non finirò come Visnù, la puledra sfortunata morta a tre anni, che venne caricata sul camioncino fuoristrada della forestale e portata a far da cibo agli avvoltoi e ai corvi di Punta Cristallo; mi piacerebbe un addio del mio corpo così "ecologico", ma il massimo cui aspiro è un posto nella tomba di famiglia, con Mirko, Naiscona, Fiorello e gli altri, nella vecchia cava di sabbia. Ma deve smettere di piovere per almeno due o tre giorni o il trattore non potrà trainarmi fuori da questo pantano che mi circonda anche se, per fortuna, sono riuscita a cadere su un rialzo erboso per niente scomodo.
Non mi va molto, ma in caso di difficoltà a spostarmi, accetterò la pira di vecchi sacchi e benzina che impedirà al mio corpo di puzzare (sono proprio sotto le loro finestre): le ossa poi si disperderanno come i sassi.
La pigrizia del mio amico è proverbiale: non sognatevi che mi raccolga e mi tumuli, scavare è fatica. Ma a me va bene comunque perdermi tra i sassi; dai sardi ho imparato un detto: "quando son morto cagami addosso" ed ora conta che lui sia qui che continua con le zollette di zucchero come se la mia vita (o meglio, la mia buona morte) dipendesse da questo estremo apporto calorico. Quel che sarà dopo, via, mi è indifferente.
Io ci gioisco a riuscire a masticare e a orientare le labbra avide versi di lui, con la mia proverbiale golosità; gioisco per entrambi, per me perché anche l’amore più inequivocabile vuole continue rassicurazioni, per lui perché so che si chiede ancora se mi ha restituito abbastanza l’amore che io gli ho dato.
Vorrei nitrire per rassicurarlo, ma ancora solo la nuvoletta di vapore esce dalla mia bocca. Credo sia l’ultima: con lei è caduta tra l’erba la zolletta che avevo sulla lingua. Puffetta, la cagnetta nana rompiballe, come sempre è corsa a rubarmela, ma stavolta non sento rabbia. Lui ha visto e ancora infila uno zuccherino fra le mie labbra: ma ora è proprio la morte. La zolletta brucerà, integra sulla mia lingua, con me, su questo prato infangato. Io sono già andata via.
Le cavalline, dicono, non hanno l’anima, privilegio degli uomini, per cui finiscono col loro corpo; a me è stata concessa in deroga una breve frase di commiato al merito dei servizi resi in vita, purché stringata e riassuntiva di queste poche ore di agonia e di incomprensibile gioia: so di ripetermi, ma vi auguro di trovare come me la forza di masticare le ultime zollette perché è l’estremo regalo, non che vi faranno, ma che sarete voi a fare (generose cavalline fino all’ultimo) a chi vi tiene compagnia su quel rialzo erboso dove a tutti cedono infine le zampe.
Roberto Virdis