I nemici di Diego

Diego farfugliava le sue strane parole camminando lungo il bordo della strada statale che unisce Usini a Caniga. Quasi tutti i pochi automobilisti in transito conoscevano quell’uomo dalla mente mai cresciuta che ogni giorno andava dal suo paese alla frazioncina di Caniga "a prendere un buon caffè", come lui stesso diceva.

Molti lo avevano visto entrare al bar Merella e col sorriso sempre uguale chiedere "un caffè da 2000", mentre il vero prezzo era 1500 lire: un gioco che era diventato negli anni un rito di riconoscimento per la specialità che doveva avere il prodotto a lui destinato.

Al bere seguiva un suo complesso discorso sull’importanza del caffè mattutino, su come fosse vantaggioso andare da Usini fin lì per consumarlo e pagare col giusto sovrapprezzo. Frasi spezzate e confuse, tipiche del suo dialogare, comunicavano agli astanti l’unica vera gioia da lui sperimentata. Poi Diego metteva 1500 lire sul bancone e prendeva la via del ritorno. La vicenda cardine della sua giornata si era consumata.

Il passo del ritorno era meno baldanzoso mentre anche gli occhi ora vuoti dicevano la pena dell’uomo-bambino per la sua vita che aveva come unico senso quel caffè mattutino. Né lavoro né accudimenti di alcun genere gli riempivano la giornata. Nessuno aveva mai pensato possibile insegnargli un mestiere, come nessuno si offriva di dare un passaggio in auto a quell’uomo (peraltro pulito e ben vestito, ché aveva ancora genitori attenti a curarsi di lui): si sapeva bene che Diego avrebbe rifiutato nettamente e forse qualcuno capiva che quel camminare era per lui un modo di protrarre quel rito senza segreto.

Solo Vindice non demordeva. Il pastore venticinquenne da poco sposato e padre di un bambino continuava imperterrito a fermarsi accanto a lui e ad invitarlo a salire sul suo camioncino: ogni giorno. Erano dello stesso paese e Diego aveva una decina d’anni più di Vindice. Vagamente amici da sempre, come lo si è tutti in una piccola comunità, non avevano vissuto nessuna esperienza insieme pur abitando nello stesso posto, in parte per la differenza d’età, in parte per la naturale selvatichezza di Diego.

Qualcosa però li univa o, almeno, univa Vindice all’uomo-bambino: il fascino dell’affabulazione apparentemente insensata di questi, quasi sempre dolce e musicale e solo a tratti aspra e dura, aveva sedotto Vindice che lo ascoltava camminandogli appresso in un tratto di strada che univa le loro case vicine al bar del riposo.

Il borbottio insensato di Diego a tratti si modulava in suoni intelligibili e netti, non comprensibili però, come d’altra lingua, mentre il viso abitualmente inespressivo si ravvivava e rideva della sua stessa voce. Vindice rubava sulla strada quella magia con uguale sorriso sul volto benché non comprendesse affatto suoni e parole: era come udisse suonare una cetra o un violino e si riempisse di quella melodia.

"Sali, dai, ti accompagno", diceva ogni giorno a Diego sporgendosi dal finestrino del camioncino del latte. Inutilmente, perché l’uomo bambino sbuffava e imprecava ché gli si guastava l’ultimo residuo di gioia dopo il caffè mattutino.

Vindice ora ha anticipato Diego. E’ al bar e lo aspetta.

"Anche a me un caffè da 2000", recita appena Diego ha ordinato il suo. Questi lo guarda interdetto mentre Vindice si sbraccia a decantare la convenienza di andare da Usini a Caniga per un buon caffè che vale il sovrapprezzo. Poi dice "Offro io, se permetti" e getta sul banco 3000 lire ammiccando all’altro che sorride silenzioso ma complice. L’esca è lanciata. All’uscita Vindice invita Diego sul sedile accanto a sé. Vittoria! Finalmente l’uomo sale e Vindice sente di averlo finalmente catturato. Non resiste alla tentazione:

"Raccontami una storia delle tue" dice.

"Quali storie? Io non ho storie".

"Ma sì, dai, quelle che racconti mentre cammini per strada".

"Quelle non le so, devono venire: non posso chiamarle".

Vindice non è deluso: aver catturato il leprotto sempre fuggente lo rassicura. Le storie verranno.

Ora invita Diego ad andare con lui in campagna, ma il rifiuto è netto:

"Non ci vengo"

"E perché?" chiede Vindice sorridendo incuriosito dall’improvvisa animosità nel rifiuto.

"Perché temo. Ho paura delle bestie: sono pericolose. Solo dei cani mi fido"

"E delle pecore?"

"No, delle pecore no, né dei cavalli"

"Ti hanno fatto del male?"

"No, ma dentro si nascondono i nemici"

Sono ormai alle porte del paese e nessuna ulteriore insistenza di Vindice ottiene risultato.

I due si separano con un saluto che allude al caffè da 2000 dell’indomani che prelude, forse, ad un approfondimento di quella dispari amicizia.

Vindice è pronto al bancone all’ingresso di Diego:

"Due caffè da 2500" ordina.

Diego lo guarda meravigliato, poi si perde nel sorriso aperto del barista che aspetta una sua reazione che non viene.

Bevono in silenzio con aria da intenditori. Diego sorride soddisfatto e sornione:

"Accidenti: il caffè da 2500 è ancora migliore!"

Poi getta tre monete da 1000 sul bancone e si avvia spontaneamente con Vindice verso il camioncino.

Partono e, mentre Vindice sta per chiedere qualcosa, Diego inizia a declamare con voce accorata una storia incomprensibile melodiosamente composta. Agita le braccia a tratti; a tratti la voce si fa flebile e sinuosa. Vindice lo ascolta affascinato mentre l’amico sembra assente a se stesso e immerso in un modo lontanissimo.

"Ecco perché non mi fido di pecore e cavalli" dice infine Diego riacquistando la sua solita voce un po’ sputazzante. Vindice non sa che dire. Della storia non ha capito niente. Ha paura di chiedere perché sa la ritrosia dell’altro, ma infine si decide.

"Cosa era quella storia?" domanda.

"Ma tu non ci sei andato a scuola?" controbatte Diego.

"Si certo e che c’entra?"

"E non sai quella del cavallo coi nemici dentro che poi escono e vincono?"

"La storia di Ulisse, vuoi dire?"

"Sì, di quello che parla a voce bassa"

"Ma dai! Quello era un grande cavallo di legno, non un cavallo vero"

"Sbagli, Vindice, era un cavallo vero e i nemici stanno anche dentro la pancia delle pecore, ma sono più piccoli"

Vindice ride e chiede se anche nei conigli vi siano i nemici, piccolissimi.

"Certo" risponde Diego" Ogni animale, escluso il cane, ha i nemici nella pancia, piccoli o grandi a secondo della sua grossezza"

"Senti Diego; facciamo una cosa, anzi due: domani ti porto il libro del cavallo di legno, così te lo leggi che era di legno, e poi andiamo in campagna ché devo ammazzare una pecora. Le aprirò la pancia davanti a te, così vedrai che non ci sono nemici dentro"

"Il libro non serve perché non so leggere" dice Diego "e se quando apri la pancia della pecora invece escono dei nemici come facciamo?"

"Beh, tanto saranno nemici piccoli: uccidiamo anche loro"

Lo spirito vigliacco, ma in fondo anche guerresco di Diego, lo convince che, data la dimensione dei nemici, il rischio può essere corso. Si danno appuntamento per l’indomani per il caffè, ora da 2500.

Alla mattina, sul sedile, Diego trova un vecchio libro stazzonato che non riconosce finché Vindice non gli legge i primi passi: è lo stesso libro che gli leggeva la sua insegnante di sostegno ai tempi ormai lontani della scuola media. Ella aveva scoperto che il suo selvatico alunno, sempre ombroso e pronto alla fuga, trovava in quelle pagine una sorta di pace intima che ne trasfigurava l’aspetto di solito inespressivo e quasi ebete. Diego non era mai stato capace di imparare a leggere da solo, ma il continuo ripetersi di quelle pagine aveva tracciato un solco indelebile nella sua fantasia.

"Vedi che il cavallo era di legno" dice Vindice.

"Sembrava, ma era vivo e pieno di nemici" ribatte Diego.

"Ma dalla pecora ci vieni?"

"Sì, certo, se mi darai un bastone per difendermi"

L’azienda di Vindice è vicina e le pecore, munte prima del caffè, sgranocchiano le ultime briciole di mangime nelle mangiatoie.

Vindice sa quale deve prendere e, mentre Diego, armato di bastone, se ne sta a distanza più che di sicurezza, affonda il coltello nella gola di lei mentre lo scampanellio ridente delle altre in fuga sembra contraddire la gravità della morte.

Ora sono solo loro due col corpo caldo della pecora. Diego si avvicina timoroso mentre Vindice scuoia l’animale appeso ad un gancio fissato ad una trave. Pochi minuti e il corpo rosso e venato di bianco dell’animale mostra il ventre prominente e sproporzionato. Diego accenna alla fuga. E’ per lui evidente la natura maligna del contenuto di quella pancia enorme. Vindice non lo canzona, ma con gesto deciso affonda il coltello all’altezza dello sterno dell’animale e taglia. Le interiora fumanti cadono come srotolandosi sul pavimento. Per Diego il momento è decisivo. Di lontano stringe tremante il bastone d’olivastro che l’amico gli ha dato, mentre quei serpenti vivi che escono dalla pecora non sembrano trovare una stabilità. Poi la scena si blocca. Un colpo netto di coltello di Vindice recide i legamenti e le interiora giacciono inerti al suolo.

"Avvicinati, dai! Non vedi che sono solo frattaglie?"

Con sospetto di un’eventuale sorpresa Diego si avvicina. Tocca intimidito col bastone quella massa multicolore. Poi con lo scarpone e infine con la mano.

"Non ci sono nemici", ammette. Poi, come preso da un impulso irrefrenabile, prende il coltello dalla mano di Vindice, taglia un pezzetto di quella carne e lo getta tra le braci del fuoco ancora acceso lì accanto. Poi solleva le braccia al cielo e canta con una voce non sua poche strofe armoniose.

"E’ un’offerta agli dei" spiega all’attonito Vindice che ribatte:

"Ma, Diego!? nel libro non c’è la musica!"

"Beh, quella me la sono inventata!"

Ora è passato molto tempo. Diego munge, ha delle pecore sue e non ha più nemici. Recita in buon italiano lunghi e accorati passi dell’Iliade che Vindice lo ha aiutato ad imparare. Al bar di Merella, oramai, credo che ordinino ammiccando due caffè da 6000.

Roberto Virdis

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