I S O G N I

( da Istantanee con Bambina di Mariella Plumeri Caterini alias Marzia Plumeri)

I medici parlano di "pavor nocturnus" quando i bambini, di notte, urlano di paura nel sonno, o si svegliano agitati e vogliono la luce accesa. Qualche volta mi viene il sospetto che i termini in latino siano stati proprio scelti per chi non conosce quella lingua antica e si faccia l’idea di una maggior gravità sia del sintomo che della patologia, o che colleghi un banale disturbo con una grave malattia... Ma sto divagando. Io non urlavo nel sonno e non volevo la luce accesa.

Se mi svegliavo col cuore in tumulto, provavo sollievo d’essere sveglia e cercavo di resistere al sonno, sbarrando gli occhi nel buio. Avevo paura di riaddormentarmi, perché sarebbero ritornati quelli che chiamavo sogni, ma in realtà erano incubi. Forse erano la conseguenza della mia apprensione quotidiana, ma Freud, probabilmente, non sarebbe stato d’accordo. Parlerebbe di desideri inespressi, ma, in tale caso, non so davvero quale spiegazione dare ai miei sogni di bambina.

La mia paura ossessionante era circoscritta a due sogni ricorrenti che mi perseguitarono per qualche anno, alternandosi quasi ogni notte. Non volevo confidarmi né con la mamma, né con la nonna, per una sorta di pudore, o timore che potessero ridere di quanto invece per me era disperazione. Non so quanto il timore di essere fraintesa fosse più o meno rilevante della mia tragica "paura notturna". E non so neanche stabilire, quanto già fosse allora determinante, nei miei conflitti interiori, l’orgoglio.

Il primo sogno riguardava me stessa. Ero inseguita da un leone. Da principio, correvo agilmente, poi le gambe mi si appesantivano, incespicavo. E credo che tutti, in sogno, abbiano vissuto un’esperienza simile, non so se a due anni di età.

Percepivo l’alito del leone sulla nuca, poi c’era il suo gran peso che mi franava addosso. A questo punto mi svegliavo, col cuore che mi doleva contro lo sterno, indolenzita come se il corpo della belva mi fosse ancora sopra. Se, spossata, mi riaddormentavo, il sogno ritornava. Anche più volte in una stessa notte, forse sollecitato dal terrore che ne avevo. Cominciò così una guerra personale e caparbia contro la paura dei brutti sogni, o meglio, soprattutto di "quel" sogno.

Da sveglia, mi ripetevo fino alla monotonia ( e forse, senza saperlo, praticavo già l’autoipnosi ): " E’ solo un sogno. E’ ridicolo aver paura di uno stupido sogno. Se lo sapesse la mamma, riderebbe, lei sa che il leone non esiste. E’ impossibile che mi faccia del male, è soltanto un sogno. Io sono più forte del sogno, io sono più forte del leone. E’ un sogno, un sogno, un sogno...". Così per quasi tutto l’arco di una giornata, dopo che quel sogno era venuto di notte.

E di rimando, l’altra me stessa bambina: " Ma lo sento respirare e sento la pelliccia sul collo e perfino il suo odore e il dolore quando mi salta addosso ed io cado..."

" Ti sembra vero, ma è solo un sogno "

" Forse il leone non sa di essere un sogno e si comporta come un leone vero"

" E tu diglielo al leone"

***

Il leone, come altre notti precedenti, mi aspettava dietro l’angolo di una strada sconosciuta. Lo vidi prima che mi balzasse addosso e cominciai a scappare, come al solito. Il terrore mi mozzava il respiro. Cominciavo già a perdere le forze e le gambe mi si facevano molli, quando avvenne ciò che ritenevo impossibile: un lampo nella mente. La "me stessa adulta" ammoniva: " Il leone è un sogno. E’ ridicolo aver paura. E’ impossibile che ti faccia del male, perché è finto. Sei soltanto un sogno, leone, io lo so che sto sognando".

Miracolosamente mi calmai, la paura era scomparsa. Ora temevo che il sogno svanisse troppo presto, negandomi la possibilità di riscattarmi. Cautamente rallentai la corsa, mi fermai. Attesi che il leone mi raggiungesse. Il leone mi fu sopra e pesava, odorava di selvatico, ma io, fiduciosa, sapevo di averlo vinto. E riuscii perfino a pensare, nel sogno, che, la prossima volta, se si fosse ripresentato, non sarei scappata. Gli avrei gridato sul muso: " Sei soltanto un sogno. Sembri vero, ma sei falso. E’ inutile che ti affatichi a rincorrermi".

Mi fu concessa anche quella soddisfazione, nonostante i primi tempi, mi addormentassi trepidante. La volontà e l’orgoglio furono più forti del leone. Anzi perfezionai la mia vittoria al punto di sollevarmi in volo, un attimo prima che il leone mi balzasse addosso, perché, quel testone, proprio non voleva capire d’essere un sogno. E riuscii a ridere e motteggiarlo: " Dai, prendimi, signor leone. Ancora un salto, coraggio". Con l’intenzione di sfinirlo.

***

Il secondo sogno fu meno facile da sconfiggere, perché riguardava la mamma. Si ripeteva, più o meno uguale, più volte in una notte, mi procurava un dolore profondo che seguitava per tutto il giorno seguente.

Un assassino, dal volto anonimo, voleva uccidere la mamma. Unica variante, nel tempo, fu l’arma del delitto. La prima volta, quando ero piccolissima, si trattò di un orecchino avvelenato. Forse un poco la storia di Biancaneve?

Il dramma era che, pur conoscendo le intenzioni dell’uomo e non so come mai le conoscessi, non riuscivo ad avvertirla del pericolo.

Freud direbbe che nascondevo il desiderio che la mamma morisse? Di sicuro so che quel sogno mi martoriava e mi sfiniva. Tentavo di correre e precedere l’uomo per metterla in guardia, ma né le gambe né la voce mi aiutavano ed io mi sentivo lacerare all’idea di ciò che sarebbe potuto accadere. L’unica via di scampo era il risveglio. Mi svegliavo in un bagno di sudore e col cuore impazzito.

***

Avevo cinque anni, non tanti per impedire ad un vecchio incubo di tornare. Un uomo lavava un grosso coltello da cucina all’acqua della fontana, davanti alla "vecchia scuola" del paese, quella che era diventata la nostra casa. Il coltello era sporco di sangue ed io capii che l’uomo era un assassino.

- Che cosa hai fatto con quel coltello? -

- Ho "sbuzzato" un coniglio - Grande mio sospiro di sollievo.

- E dopo che cosa ci fai? -

- Ci ammazzo una donna -

Una trafitta al cuore. - Quale donna? -

- Una donna -

Insistevo per sapere chi fosse la donna. Cercavo di trattenerlo, ma si liberò di me con uno strattone.

Misteriosamente sapevo che la donna era mia madre e poi, negli anni passati, quell’incubo si era ripetuto in versioni diverse ed era stato inutile dirmi che stavo sognando, col trucco che aveva avuto successo col leone. E, comunque, anche se fossi riuscita, nel sogno, a convincermi che stavo sognando, non sarebbe bastato a farmi soffrire di meno. Al risveglio mi sarebbe rimasto il rimorso di non aver impedito all’assassino di raggiungere la mamma e farle del male.

Seguii l’uomo, insistendo a domandargli spiegazioni. - Se non vuoi dirmi chi è quella donna, dimmi almeno perché vuoi ucciderla -.

Ma egli aveva affrettato il passo ed io stentavo a stargli dietro. Per le scale di casa nostra, dove sapevo esserci la mamma, le gambe mi fecero il solito scherzo, si bloccarono per il terrore.

"Prima di svegliarmi, pensai, devo urlare. Almeno una volta devo riuscire ad urlare".

E, miracolosamente, urlai. Un urlo che mi sorprese. Lo avevo sperato, è vero, ma già rassegnata alla sconfitta.

Quindi gridai, con tutta la voce a mia disposizione.

- Mamma, stai attenta! -.

L’assassino si voltò verso di me con un’espressione di terribile collera sul viso. Alzò la mano e lanciò il coltello. Mi colpì proprio al centro del petto. Avvertii una trafitta lancinante, pensai: " Oh, Dio... muoio".

Mi svegliai. Il sogno era svanito, ma il dolore fisico restava, quasi che il coltello mi stesse ancora conficcato dentro. Dovevo essermi lamentata perché la mamma si era alzata e stava china sul mio letto. Mi controllava la temperatura, toccandomi la fronte con le labbra. - Non ti senti bene? - chiese.

- Mi fa male qui - e mi toccai il petto - E’ come se ci avessi un coltello -. E provavo un irrefrenabile orgoglio per averle salvato la vita, in sogno, a spese della mia. Mi sarebbe piaciuto raccontarle tutto perché capisse quanto le volevo bene.

- Devi aver digerito male -.

- Mi fa male il cuore, non lo stomaco -. E non avevo più voglia di raccontarle il sogno.

- E’ la bocca dello stomaco - sentenziò. - Tienici la mano sopra e vedrai che ti passa. E poi cerca di dormire -. Mi rincalzò le coperte e se ne tornò nel suo letto.

Invece, stranamente, avrei voluto conservare il più a lungo possibile quella sensazione di dolore nel punto dove per me c’era il cuore, visto che là lo avevo collocato in sogno, e per lei era la bocca dello stomaco. Mi sentivo orgogliosa, come per aver vinto una difficile battaglia. Adesso sapevo, misteriosamente, che quel sogno non sarebbe più tornato. E, qualche volta, mi sorse il dubbio che in realtà la vittima predestinata fossi io e non lei, fin dal principio, solo che, nelle esperienze precedenti, mi ero svegliata prima della conclusione. Ma era un dubbio che preferivo allontanare.

 

Diciassettesima istantanea

Marina è stranamente silenziosa, lei che sempre interviene e commenta. L’altra donna, questa volta, prende l’iniziativa.

- Penso che siano fra le ultime pagine che tu hai scritto. In esse, si evidenzia anche il tuo punto di vista: una volta che riesci a raccontare un’esperienza, non c’è più dolore, ma un senso di liberazione-.

- Ho raccontato anche altri episodi successivi, di anni più recenti -.

- Ma hai lasciato "i sogni" per ultimi, con qualche frammento mancante che cercherò di aggiungere io. Forse per l’incapacità di inserire quei frammenti, ti sei fermata, nascondendoti dietro pretesti, sia pure molto plausibili e importanti -.

- Avresti potuto fare la psicologa -.

- Se gli esami non ti avessero sempre tanto spaventata, forse avrei potuto. Non ho trascurato alcuna lettura, in proposito: la mia biblioteca è ricca di testi di psicologia. Ma soprattutto "ho pensato", ho riflettuto molto, ho meditato. Non ho rimpianti. Non è tuttavia così importante studiare i pensieri degli altri, quanto il nostro pensare. Il Pensiero è il soffio che ci mette in comunicazione col Divino -.

- E’ un concetto ambizioso - mormora Marina - quasi irriverente -.

- E’ Pensiero -.

Ad osservarle dal di fuori, si ha la sensazione che le tre figure nella stanza si trovino in un ambiente riservato, dove altri non possono entrare. Ma non si prova offesa per quell’esclusione.

 

I nostri racconti