Il Ciuco di Palindoro (Aprile, 1953) di Pietro Ducci

Dilin-don ... dilin-don............dilin-don................................... era il suono del campanello attaccato sotto la gola del ciuco che tirava una carretta semi sgangherata, trascinandola tutti i giorni, per le viottole di montagna. La carretta, ad ogni passo della bestia, cigolava e sobbalzava sul selciato della strada fatto di pietre più o meno smussate, ma sporgenti e moleste.

Palindoro teneva la bestia per una cinghia attaccata al morso e guardava quella ed il carretto pieno di verdure con uno sguardo appassionato e benevolo: era tutta la sua ricchezza!

Palindoro, tutti i giorni, dal piano, saliva alla borgata della montagna con il suo asino ed il carretto e smerciava ai casolari le belle verdure fresche nate nella pianura, in basso, su fertili terre. Vita quanto mai faticosa per lui e per la bestia che dovevano così arrampicarsi per aspri pendii. Sovente il gruppo si fermava per un breve riposo e Palindoro, con il dorso della mano, si asciugava la fronte gocciolante di sudore e dava una manciata di biada alla bestia. Dopo riprendevano il cammino. L’asino, di tanto in tanto, volgeva il suo sguardo rassegnato, sull’uomo e questi guardava la bestia; era uno sguardo amoroso, pieno di rassegnazione il primo, tutto gratitudine il secondo. Mai Palindoro adoperava la frusta, mai si udiva un richiamo od un comando rabbioso.

- Va bestia mia, va ! diceva Palindoro; e la bestia andava, trascinandosi dietro il pesante fardello, felice dell’invito fatto così dolcemente. Erano tutt’uno, l’asino ed il padrone!

Alle borgate sostavano e la verdura veniva venduta; Palindoro era felice e la bestia pure.

- Va bestia mia, va ! ancora un chilometro di strada e poi saremo all’ultima borgata! ultimeremo vendita della verdura e, poi, faremo ritorno a casa!

La bestia pareva annuire con la testa; dava un profondo respiro per riempire i suoi polmoni dell’aria pura ed imbalsamata della montagna; guardava in alto il cielo azzurro , purissimo, abbassava poi il capo e, via di nuovo, trascinandosi dietro la carretta cigolante e sobbalzante sulle pietre del selciato.

Palindoro accarezzava, col palmo della mano callosa, la testa ed il collo della bestia: era una carezza morbida, affettuosa!

Giungevano all’ultima borgata sull’ora del tramonto; di poi, il ritorno.

Palindoro saliva sulla carretta e cominciava a cantare, felice del buon incasso della giornata; lieto al pensiero del meritato riposo che lo attendeva, nella stalla, giù nella pianura fertile; l’asino camminava più spedito e più frequente era lo squillare del suo campanello: dilin-don.. dilin-don..dilin-don... dilin-don.....

I fiori di monte volgevano il capo verso questo gruppo felice e qualche uccello di bosco, passando, si fermava a curiosare. Era una festa! La carretta sobbalzava sul selciato pietroso; il campanello mandava il suo suono più svelto, più festoso ; l’asino sognava la stalla, il letto di strame ed il buon fieno che lo attendevano giù nella valle; Palindoro era felice: sognava anch’egli la "cuccia" ed il solito pezzo di pane nero con il formaggio pecorino annaffiati da un bicchiere di vinello frizzante.

Quanta felicità in questo gruppo canoro, chiassoso, sobbalzante ! che tutti i giorni saliva al monte dalla fertile pianura; al monte ove trovava la vita, il sostentamento!

Poi la discesa finiva; il gruppo arrivava alla pianura, tutta ammantata di verde e di fiori di campo. L’asino si tuffava nella viottola che porta alla stalla, trotterellando, ora; dilatando le narici per respirare il profumo dei fiori di campo, dell’erba, del fieno.

Palindoro diceva : va bestia mia, va ! siamo a casa nostra; ci attendono il cibo ed il riposo!

Il campanello accelerava ancora il suo squillare : dilin-don..dilin-don..dilin-don...dilin-don...

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( Il senso di un passato perduto nel racconto di Pietro, grazie Michele per averlo proposto, ricordando tuo padre)

 

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