Il ragno: sogno e realtà.
Mirta, bambina, a volte si svegliava di notte per l’intensità di un sogno. Aveva appena due anni, i suoi genitori erano molto presi dalla nascita di due gemelli maschi: improvvisamente era stata assunta al ruolo di sorella maggiore. Non aveva dato segni di gelosia o sofferenza, era sempre stata una bambina tranquilla, molto assennata. Una sola volta di notte si era svegliata urlando ed erano accorsi al suo capezzale, era in un bagno di sudore e aveva il terrore negli occhi. Non aveva saputo spiegare l’incubo né descrivere l’origine della sua paura, qualcosa di sconosciuto nelle realtà quotidiana. Solo qualche anno dopo lo avrebbe identificato in un aracnide schifoso, un grosso ragno, sembrava una vedova nera. Ma come poteva lei averlo sognato a due anni senza averne mai supposto l’esistenza?
Nel sogno, il ragno velenoso le si avvicinava, lei aveva i piedi nudi sopra un tappeto, le zampe pelose le sfioravano le dita. Lei sapeva che il suo morso sarebbe stato mortale, altri ragni e scorpioni si muovevano lungo le pareti e sul pavimento, prima o poi l'avrebbero raggiunta. Tale l'incubo fino all’età più adulta.
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Magda era stata condannata e legata con catene nella stanza dei ragni. Era poco più che adolescente, ma già sposa di un uomo molto potente che per età poteva esserle abbondantemente padre. Ogni volta che lui le si era avvicinato e le mani pelose l'avevano toccata la giovane donna aveva pensato che avrebbe preferito su di sé le zampe di una vedova nera, nonostante la sua grande paura di ragni e scorpioni.
Adesso lo sposo l’aveva condannata a morire proprio per morsi di ragni e punture di scorpioni. Magda però pensava che ne era valsa la pena.
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La bambina una notte sognò di trovarsi in una stanza con tappeti a terra e molti cuscini con fantasie arabescate. Nel sogno c’era la consapevolezza di essere sul punto di addormentarsi, nel dormiveglia ricordava il fremito avvertito incontrando uno sguardo, ma tutto era molto sfumato. Il suo sonno era troppo profondo per poter ricordare i particolari del sogno al risveglio. Quel sogno le si ripeté più volte e quel luogo assunse familiarità.
Una notte, avvertì una sensazione fisica tale da sorprenderla e sconvolgerla, le attraversò il corpo e la mente, le corse nelle vene, le infiammò l’addome, le si soffermò fra le pieghe delle tenere carni innocenti in un susseguirsi di sussulti e violente contrazioni: nel cuore e nella mente la certezza del sublime. Avrebbe voluto trattenerla, strinse gli occhi per evitare il risveglio e restare nel sogno, ma fu impossibile.
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Era il nipote del signore del castello, aveva appena diciotto anni. Era stato educato per diventare un uomo di comando. Nell’arte della guerra aveva avuto per maestro un condottiero distintosi in battaglia, nell’arte di amare, per maestre, alcune delle prime mogli dello zio, quelle che non erano più in grado né di generare né suscitare desiderio nello sposo ormai disinteressatosi di loro. Le donne avevano adempiuto con molta dedizione al privilegio di insegnare al giovane principe l'arte di dare e ricevere piacere, ma non avevano saputo insegnargli il sentimento dell’amore.
Un giorno il giovane si era trovato di fronte all’ultima moglie dello zio, un incontro casuale fra i vari anfratti del castello. La giovanissima donna teneva lo sguardo basso, ma ad un tratto lo aveva sollevato. Il giovane, nello sguardo di Magda, aveva letto la disperazione del condannato e scoperto in se stesso il sentimento della compassione.
Nei giorni seguenti germogliarono altri sentimenti che, insieme, si tradussero in amore. E fu facile per lui, che era giovane e bello, trasmetterli a Magda: bastarono sguardi e sospiri passandole accanto. Entrambi conoscevano il rischio, ma il desiderio fu più forte, l’amore irriducibile.
Gli arabeschi dei cuscini e dei tappeti, con la complicità di un'ancella, accolsero il grido esaltante di chi per la prima volta si fonde nell’altro abbandonandosi all'intensità di un autentico amore.
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La bambina non avrebbe saputo, nella sua innocenza, capire né spiegare il sogno.
Da sveglia avrebbe cercato di ricostruirlo col ricordo, assumendo la posizione del corpo in quel momento, nella ricerca di quel piacere sconosciuto e intenso che era stato gioia ed era già rimpianto. Anche in seguito, verso i dieci anni di età, sempre più sfumato, a volte, sarebbe affiorato il ricordo e avrebbe voluto ravvivarlo senza sapere come. Sua madre un pomeriggio l’avrebbe sorpresa davanti allo specchio in un tentativo di capire il perché di quel momento ormai perduto e irraggiungibile.
Sua madre sarebbe stata molto severa:
- Sei una bambina cattiva, andrai all’inferno. Queste cose non si fanno, ti consumano il cervello e ti fanno morire. E poi troverai i diavoli che ti stanno aspettando -
Da adolescente s’era detta che forse era stato il diavolo, a cercare di attirarla con l’inganno nella stanza arabescata e poi a mandarle il ragno col suo morso mortale.
Tornarono gli incubi di notte.
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I ragni le camminavano sul corpo nudo lei sapeva che un respiro appena più profondo le sarebbe stato fatale. Ma poi pensò a lui impalato sulla cima della torre e le sembrò dolce morire.
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Il tempo lava le ferite e spazza via i ricordi, di sogni e realtà.
Mirta era molto bella e desiderata e qualche volta si infatuò anche lei, ma quando sentì su di sé mani che la frugavano le sembrarono ragni che volessero violarla. Fu difficile amare e poi sposarsi e avere figli: riconoscere l’amore. Quando le accadde seppe dare un nome a quella sensazione del suo sogno, riconoscibile , ma mai così intensa e sublime come lo era stata quel lontano giorno della sua prima infanzia. La inseguì ancora per anni nel ricordo, fino alla maturità, poi la relegò nella mente come una fantasia che non le apparteneva.
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La voce al telefono era profonda e con un leggero accento straniero. Chiese di parlare con l’Azienda Agrituristica Millefiori.
E gli diede il numero esatto.
L’uomo la ringraziò e poi si presentò: - Alan Green . Sono inglese - precisò.
E poi volle spiegarle di come da ragazzino fosse stato in Toscana e desiderasse ritornarvi, per questo stava cercando di prenotare un soggiorno in quella zona.
- In autunno è abbastanza facile, l’affluenza massima è dalla Pasqua in su, fino a tutto agosto -
- Lei per caso affitta a villeggianti? -
- No, io no -
- Mi può dire il suo nome? -.
- Mi chiamo Mirta. Lo so, è un nome strano -
. Mi piace molto - commentò lui. Aveva la voce un po’ commossa, stranamente turbata. Ed anche Mirta sentiva vibrazioni che partivano dai polpastrelli e salivano lungo le braccia. Strana sensazione.
L'uomo ritelefonò la sera.
- Sono Alan - disse.
- Ha sbagliato di nuovo… -. Glielo disse in inglese, dopo un’occhiata al marito che aveva seguitato a dormire davanti al televisore, nonostante lo squillo del telefono.
- Wonderful, conosci l’inglese? -. Le spiegò che aveva proprio voluto risentirla e dirle che aveva prenotato dal dieci di settembre fino al 30: lei era stata così gentile che gli era sembrato giusto informarla. E chissà forse poteva anche capitare di incontrarsi nel periodo in cui si sarebbe trovato così vicino alla sua casa.
Poche altre parole, poi la richiesta di ritelefonarle.
- Meglio la mattina, quando i ragazzi sono a scuola e mio marito al lavoro -.
Perché quella precisazione?
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Le mani del ragazzo erano dolci e delicate e sapevano come muoversi. Aveva avuto chi gli avevo svelato tutti i segreti del piacere. Ora lui viveva l’erotismo molto più che la sessualità: con amore e poesia. Voleva che Magda fosse felice, s’inebriava del piacere di lei contemplando lo stupore dei suoi occhi nella scoperta della gioia di amare: soltanto dopo, le si abbandonava. Magda voleva ricambiarlo e chiedeva di suggerirle. L’orrore che aveva conosciuto alle richieste del marito, si trasformò in incanto. Si sentiva scultore che plasma la creta, musicista sulle corde di un’arpa. Era felice. Anche adesso, mentre il veleno di ragni e scorpioni le scorreva nel sangue, lei ricordava e si ripeteva che ne era valsa la pena.
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Le telefonate si erano susseguite. Prima amichevoli, poi sempre più confidenziali. Erano arrivate all’intimità. Si può con le parole? Le voci danzavano insieme e si accarezzavano: erano la musica dell’anima che si espandeva, annullava la distanza, i confini, la ragione. Non si erano mai visti, ma si amavano.
- Io ti amo da sempre - le diceva Alan
Lei sentiva di ricambiarlo oltre ogni misura.
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Il ciclista percorse la salita senza troppa fatica. Era allenato e faceva uso della bicicletta per recarsi al College dove insegnava. Ma adesso, arrivato al cancello della casa in collina, gli tremavano le gambe. Avrebbe dovuto telefonare prima, si disse. Ma contava sulla sorpresa. Aveva anticipato di un giorno la partenza.
La voce femminile al citofono era inespressiva.
- Sono Alan - le disse
Un singulto dall’altra parte.
Mirta, riprendendosi: - Ti aspettavo per domani -
- Ho preferito anticipare la partenza -
Un'occhiata allo specchio dietro la mensola del telefono, l'ansia nelle mani fra i capelli nell'illusorio tentativo di un ritocco. Poi accettò la sensazione di inevitabilità. Quando furono l'uno di fronte all'altra sulla porta, gli sguardi si incontrarono senza alcun suono di parole. Senza il gioco delle voci, nessuna complicità o familiarità. Ma quando Alan alzò una mano al viso di lei, nella carezza, Mirta vi pose sopra la sua e si riconobbero.
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Si trovavano ogni giorno, scendendo a valle da versanti diversi, mezz'ora di discesa quasi correndo. Venti giorni passano in fretta: c'era l'ansia di viverli più intensamente possibile e trattenerli a lungo dilatando la misura del tempo.
C'era un posto, ai margini del bosco, dove i rami delle acacie si intrecciavano fra loro e formavano una stanza, dal soffitto di foglie si intravedeva il cielo.
La prima volta, Alan aveva letto lo stupore negli occhi di Mirta, come chi scopre sensazioni mai provate, o improvvisamente le riconosce per averle vissute e poi relegate nei ricordi. Lei gli aveva raccontato il sogno sconvolgente per come la sensazione si era rivelata nella mente innocente della bambina. Lui aveva semplicemente annuito, come se, di quel lontano sogno, sentisse di far parte.
Mirta aveva scoperto la gioia di abbandonarsi, vuota di ogni pensiero, ma ancora più intenso era stato prendersi l'abbandono di Alan e guardarlo osservare fra le palpebre socchiuse la danza d'amore che la esaltava nell'armonia dei movimenti sopra di lui. C'erano il ritmo e la melodia e il tempo era scandito dal battito dei cuori. E, nella fusione totale, s'accendevano fuochi di artificio: esplosione di pura energia. Mirta si trasfigurava, diventava bellissima.
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Il ragazzo era uscito per la caccia col cane, senza troppe aspettative. La caccia era cominciata da alcuni giorni ma era sempre tornato a casa senza aver sparato un colpo. I fratelli più grandi lo prendevano in giro, cacciatori da generazioni, avevano per anni esibito le povere prede distendendole sul tavolo di cucina.
Ora non si trovava più selvaggina, andando a caccia. Alcuni attribuivano la colpa ai cacciatori, questi invece accusavano gli agricoltori che con gli antiparassitari avevano fatto strage di pennuti.
Il ragazzo aveva caricato il fucile a pallettoni, senza dirlo ai familiari. C'erano molti cinghiali nella zona, la notte rivoltavano il terreno perfino nell'orto della loro casa colonica, suo padre e i suoi fratelli avevano progettato di appostarsi di notte per ammazzare almeno uno dei responsabili.
Il cane Razzo improvvisamente si mise a puntare verso una specie di chiosco fatto di rami e cespugli. Infatti dentro ci fu un fruscio di foglie come di un grosso animale in movimento. Il ragazzo pensò: "Ecco il cinghiale". Emozione e panico nello stesso tempo. Si mosse senza nemmeno pensare. Alla prima fucilata rispose un suono che sembrava quasi umano, la seconda gli partì automaticamente per una contrazione involontaria della mano.
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Furono trovati ancora stretti nell'abbraccio, lei bocconi su di lui. Le pallottole casualmente avevano trapassato il cuore di entrambi. Al primo sparo, Alan si era sollevato sugli avambracci senza ben capire: atterrito e disperato col sangue di lei che gli colava addosso. Al secondo sparo, il suo sangue sì era confuso con quello di Mirta. Aveva avuto appena il tempo di pensare che dopotutto ne era valsa la pena.
Chi li trovò restò molto colpito dal ragno che s'era fermato sulle spalle della donna poco sotto la nuca, sembrava ancora più nero sulla pelle chiara, aveva il corpo e le zampe pelose, sembrava quasi una vedova nera.
Marzia Plumeri
I nostri racconti