IL RE DEL CARNEVALE
Il carro del carnevale, il carro del Re del carnevale, avanzava allegro e spedito per le strade, seguito da odori, rumori e colori di festa. Sebbene esistesse un contrasto stridente tra il puzzo, il silenzio e il grigiore delle strade e delle cose tutt’attorno, e i festeggianti, sebbene vi sia differenza tra la Morte e la Vita, questa non appariva affatto evidente a colui che era sul carro e a quelli, una folla di persone mascherate e mascheranti, che lo seguivano. La festa esige distacco. Tutti urlavano e gridavano e uno solo urlava e gridava più degli altri: era colui che ne aveva il contingente diritto, sosia e antagonista di papi, re e mendicanti, eletto per comandare i carri e i colori con il nome di Re del Carnevale. Solo, al di sopra di un carro che lo elevava al di sopra della strada, era il centro vitale e attivo del corteo, come un oratore in una chiesa: senza di lui non esisterebbero né la cerimonia, né il distacco stesso, e tutta l’attenzione è rivolta verso di lui. Solo, vestito regalmente, con un ampio mantello colorato e rigonfio, con scarpe e corona di stagno, con scettro e rubino – un rubino vero, rosso e splendente, screziato e luminoso, dono di un prete che aveva rivolto gli occhi al cantato creatore prima del tempo. Solo, da tutti seguito, era guida e oratore. E gridò sopra gli altri, che lo seguivano: "Bestie da fiera, cittadini del paese di Cuccagna, carogne e principi, vi auguro una buona morte nei vostri letti e buona vita al vostro stomaco rigonfio di vino! Divertitevi e non badate alla vostra bruttezza, le maschere ricoprono i vostri visi che sono storpi e butterati! Ah, ah!" Acchiappò con una mano grossa e rugosa una manciata enorme di riso da una coppa smisurata posta al centro del carro stesso, sulla quale era seduto come fosse una latrina; facendone cadere numerosi chicchi a terra la ingoiò in un solo boccone, masticando voracemente ancora prima di aver ritirato la mano. Finito il lauto pasto emise un rutto breve e profondo, rise e gli altri risero con lui e di lui, e subito, vedendo questo, egli additò un uomo che lo seguiva da presso.
Questi indossava una veste anonima, una sorta di abito rappezzato, scuro e tristo, che solamente grazie a una maschera demoniaca faceva pensare a un diavolo, seppur un povero diavolo. Ma quando la maschera aveva attirato l’attenzione di uno spettatore, il suo particolare aspetto conferiva un’immagine forte all’intera figura, incutendo timore, angoscia e paura, quasi che un demone dell'Inferno si fosse risvegliato e vagasse in terra. Anche il buffone sobbalzò di fronte a una maschera così rappresentativa, quindi ghignò nell’animo e sul viso, mostrando due file di denti cariati e sporchi delle briciole di cibo che aveva ingurgitato. Continuando a puntare il dito sull’uomo e alzandolo e abbassandolo a causa dei sobbalzi del carro sulla strada accidentata, disse: "Osi ridere del tuo grande signore e padrone, osi schernire il tuo re e sovrano, tu servo, tu schiavo, tu essere ignobile e abbietto?! Come osi offendere l’onore di chi ti comanda e guida?"
Lo sciagurato, che aveva colto la follia nelle parole dell’uomo che lo minacciava, aveva cominciato a temere per la propria vita e a tremare, conscio di essere in grave pericolo; ugualmente, anche il corteo intero si era fermato in un tragico silenzio e così avevano fatto gli uomini che tiravano il carro. In un teatro immobile, lercio e bagnato, il re pronunciò la sua sentenza, gridando a forte voce e rompendo le file del silenzio: "Anche la tua maschera di demone ride e mi schernisce; per grave reato di lesa… lesa e maestà ti condanno all morte sulla terra alla rinascita all’Inferno". Così dicendo digrignò i denti lasciando cadere una bava lungo il mento, estrasse un piccolo pugnale, con pochi rapidi passi raggiunge il bordo del carro e conficcò l’arma nel petto dello sventurato, senza che questi potesse fare nulla. Quindi lo estrasse, lo alzò grondante di sangue al cielo e gridò: "Giustizia è fatta! Come Gesù ho liberato quest’uomo dal diavolo che lo dimorava e guardate ora come scappa via in fretta!" E per dimostrare ciò, gettò via la maschera dell’uomo e indicò il sangue che scorreva copioso.
Poi il buffone volse lo sguardo al corteo, scrutando i visi sorpresi e leggermente spaventati dei poveracci di tutta la città e puntò davanti a sé il pugnale ancora sporco di plasma. A un tratto si mise a ridere, dapprincipio lentamente, per poi sfociare il suo gorgoglio in un’aperta risata e il suo popolo, più spaventato della pazzia certa del proprio capo che della vendetta incerta si rimisero in marcia, tutti tranne il demone, il quale rimase con il petto squarciato in mezzo alla strada, maciullato e devastato dal passaggio di tutta la processione.
L’umore allegro della gente, anche dopo questi fatti che non erano poi così sorprendenti, l’umore e il comportamento del piccolo popolo, soprattutto di quelli più lontani dal carro, non mutarono sensibilmente, e l’aria di festa, di allegria, di abbondanza rimase praticamente inalterata. Il carro avanzava tra la sporcizia e gli stracci di coloro stessi che li calpestavano, stracci intrisi di morte; morte che avvolgeva e ammorbava l’aria malata con molti nomi e pochi volti, o forse sempre lo stesso volto. Che i poveracci la chiamassero Signora con la falce, re Peste, Vecchio dell’Inverno, Morte Rossa o più semplicemente Morte, la fine colpiva molti e in molti modi e portava immensi dolori prima del buio, che per quei poveracci forse era preferibile a una vita di uguali stenti e uguali sofferenze. Disse il re: "Vita ai morti e morte alla Morte! Dio onnipotente, l’Altissimo, nella sua infinità generosità ci richiama numerosi al seno della sua Madonna, tutt’altro che vergine, visto che ha milioni di figli! Ah, ah!" Indicò con le braccia i cumuli di stracci abbandonati lungo i ciglio della strada, agli angoli dei vicoli, vicino all’immondizia, loro stessi immondizia. "Così ci parlano i preti e così faceva anche il padrone di questo gioiellino; dicono di pregare e che la povertà , la castità, e la carità sono belle cose e portano in paradiso!" Il popolo ascoltava attento. "E dicono beati voi che siete poveri, perché avrete il regno dei cieli! Ecco la beatitudine dei poveri…" indicò i moribondi a alzò al cielo lo scettro "…e la povertà dei preti. Questo qui, frate Gianni, non voleva più esserlo, ma noi siamo stati più caritatevoli di lui e gli abbiamo dato il paradiso!" Proruppe in una risata cattiva che fu presto seguita dal coro delle sue anime, pronte a seguirlo ovunque. E per finire il suo discorso: "... alla castità, viva le donne e i loro attributi, più grossi sono e meglio è! Viva i letti, i divani, i pavimenti, i carri e anche le strade, viva il sesso e l’amore1"
Le maschere costruite in modi fantasiosi, poco realistici, ma soprattutto poco costosi, maschere di uomini, per lo più, ma anche di donne, risero e applaudirono a questa esclamazione, con grida di approvazione e di enfasi, gloriando le virtù dell’altrui sesso e quelle del re, che spesso coincidevano. Tra palpeggiamenti, bestemmie, eclissarsi di qualche coppia che si appartava nei vicoli, discorsi analoghi e diversi, la processione proseguì fino ad arrivare in una piazza, dopo la quale la strada si restringeva visibilmente.
Anche se giorno di carnevale, anche se –e forse proprio per questo- il corteo sarebbe passato proprio di lì, il tanto decantato clero nell’amata rappresentanza della santa Inquisizione, aveva ugualmente allestito un accogliente spettacolo, con l’unica preoccupazione di finire il lavoro, quindi di allontanarsi, prima dell'arrivo della folla. Avendo il sole percorso, come il corteo, quasi tutto il suo quotidiano tragitto, la luce del giorno era di molto diminuita e si avvicinava il momento del tramonto. Così, entrando nella piazzetta, ciò che attirò l’attenzione dei festeggianti, se prima erano stati piccoli fuochi o la luce dell’astro solare, furono ora luci terrene di condanna, espiazione, monito. A mo’ di gigantesche torce, tre pali di legno erano stati montati sui ciottoli, rivestiti di carne e foglie, accessi con le foglie per bruciare le carni. Ciò che tutti videro fu il loro disfacimento in piaghe, simile a quelle portate dalla peste, in brandelli, pezzi, liquame, ossa, cenere. Ciò che tutti udirono non furono le grida dei tre, ma il crepitio delle fiamme. Non monito, non insegnamento, ma spettacolo e gratificazione per quei corpi soffocati dal lavoro e dalla religione, dalla famiglia e dalla natura. Il corteo si fermò nella piazza, di fronte alle pire sacrificali. Mentre il fuoco compiva la sua missione, in silenzio il popolo osservava e, sempre nel silenzio, il tempo passava. Il re del Carnevale colse il silenzio, lo sfruttò facendolo crescere e apprestandosi a romperlo; poco prima che il sole fosse tramontato esclamò: "Chi è tanto stolto da combattere un potere come quello dei caritatevoli servitori di Dio, non può che meritare la morte, una morte che serve agli scopi di quello stesso potere che combattono, serve a spaventarci e fornirci uno spettacolo, qualcosa da guardare e temere, perché un giorno potrebbe esserci uno di voi là sopra. Questi perdenti credevano di poter cambiare qualcosa…" e aprendo la bocca in un ghigno malvagio "e hanno cambiato soltanto la legna in cenere! Ah, ah". Così ridendo raccolse un grumo di saliva in bocca e sputò nel rogo di mezzo. In quel preciso istante l’ultimo spiraglio di luce solare scomparve e dalla folla si levò una voce che disse: "Guardate, il sole è tramontato. Il carnevale è finito". A queste parole la folla si scosse dalla contemplazione delle fiamme e tutti si voltarono verso il carro. Mille voci in una gridarono: "Levategli i calzoni!" Mille mani in una si diressero voraci sull’uomo che stava ancora ritto sul carro, mille brandelli di vesti si sparsero nell’aria, mille gocce di sangue macchiarono il legno. Scomparvero lo scettro, la corona, le scarpe. Lentamente scomparve anche la folla, sciolta in ciascuno dei suoi membri che si dirigeva verso casa. Accanto al carro, un re senza regno giaceva contratto, sporco e dilaniato. Sul carro l’enorme coppa di riso giaceva vuota, ricca soltanto di rare briciole fortunate. Sotto il carro la strada si mosse spostandosi di ciottolo in ciottolo. Chissà, forse verso un muro, o forse verso il mare.
Michele Dorigatti
Note: Scritto nel maggio/giugno 1998 per la giornata della creatività medievale promossa dalla professoressa Daniela Buratti alla 3° D del Liceo G. Galilei.
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