Il viatico
(pubblicato da Silarus n.265)
Don Eugenio stava dormendo profondamente quando fu svegliato dallo squillo del telefono. Erano le 2,15. Dalla sua esperienza di ormai quarant'anni di sacerdozio, parroco di un paesino montano, sapeva che soltanto chi sta andandosene da questo mondo terreno lo poteva chiamare ad un'ora così balorda. Le nascite e le morti non hanno obblighi di orario. Solo che, chi nasce, chiama il medico o l'ostetrica, non il parroco.
La voce che rispose era roca come accade a chi parla poco e di rado, irruvidita dal silenzio. Le voci dei suoi parrocchiani le conosceva quasi tutte, tranne questa, ma subito immaginò chi fosse proprio per la scarsa familiarità: la nipote di Antonia.
- La nonna sta male - disse - ti vuole. Vuole l'ultimo sacramento -
Era solito andare a trovare l'anziana donna due o tre volte al mese, quando qualcuno di paese lo accompagnava in auto, di solito il medico condotto, anche lui a compiere quel giro di controllo fra i pazienti in età avanzata che abitavano isolati.
Il dottor Sastri però risiedeva a 30 chilometri di distanza, nel comune confinante più a valle e, di notte, interveniva la guarda medica, altrettanto distante. Salvo, rare volte, quando il medico si fermava in casa di Rosa, una donna di paese che per pochi soldi affittava una stanza.
- Hai chiamato il dottore? - tuttavia il parroco chiese.
Dava a tutti del tu e molti facevano altrettanto con lui, specialmente quelli che lo conoscevano da quando era arrivato in quella remota località, ancora trentenne. Anche Antonia gli aveva dato subito del tu. La ricordava molto giovane, nell'angolo in fondo a sinistra della chiesa, non perdeva una funzione a costo di scendere dal monte, a piedi. Sposata, quasi bambina, ad un uomo molto più anziano e spesso ubriaco, era rimasta vedova a venticinque anni con una figlia di otto anni da tirare su.
- Sì, l'ho chiamato. Ma il dottore ha detto che non può venire fino a domattina -
Stava mentendo. Il dottor Sastri sarebbe in ogni caso andato da Antonia anche se fuori orario: alla donna volevano tutti bene in paese perché si era prodigata per tanti, prima di restare inferma. Ma don Eugenio sapeva che il medico era partito il giorno prima per una settimana di ferie e aveva lasciato l'incarico a un sostituto e questi di certo, la notte, s'affidava alla guardia medica, come del resto è giusta prassi.
- Ho visto Antonia sei giorni fa… M'era sembrata in buona salute -
- Se ti dico che sta male, vuol dire che sta male. E poi ha chiesto di te -
C'era rabbia soffocata in quella voce.
- Va bene, vedo se sveglio qualcuno che mi accompagni in macchina -
- No, lascia stare, vengo a prenderti io -
La nonna stava morendo e chiedeva il viatico e lei la lasciava sola per venire a prenderlo. Il pensiero gli passò fastidioso per la mente e subito se ne vergognò, come fosse stato un sintomo di negligenza. Alla sua età, con i relativi acciacchi, la prospettiva di salire al casolare sperduto fra la neve, non era poi così invitante.
- Va bene - disse. Nemmeno le chiese se lo avrebbe poi riaccompagnato al ritorno. Ci pensò subito dopo, appena interrotta la comunicazione. Allora decise di svegliare, sia pure a malincuore, Riccardo, il giovane sacrestano: lui e la moglie erano i suoi angeli custodi, così li definiva, pronti ad accorrere in caso di necessità.
Gli spiegò. E quello subito: - Mi vesto e l'accompagno -
- No, ormai la ragazza sarà partita per venire giù. Non so nemmeno perché ti ho svegliato. Solo mi è venuto il dubbio per il ritorno, specialmente con la nonna che sta male è giusto che le resti accanto -
- Allora facciamo così: intanto vai. Io mi vesto, mi faccio un caffè, poi salgo su. Fra dieci minuti parto, così arrivo mentre sei ancora lì. Ma il medico lo ha chiamato? -
- Già… mi sa che non lo ha chiamato, prova a vedere tu… se puoi metterti in contatto col sostituto o con la guardia medica -
Intanto suonavano alla porta di casa. La ragazza era davvero scesa a precipizio per arrivare così presto. O forse si trovava già in paese quando lo aveva chiamato. Aprì e la invitò ad entrare, ma quella scosse la testa e lo aspettò sulla soglia.
Il parroco indossò la giacca a vento, berretto, guanti e sciarpa di lana e la seguì. La osservò davanti a sé mentre andava verso la jeep sgangherata, vecchia di molti anni, la stessa che aveva usata Antonia fino a quando l'incidente non l'aveva paralizzata.
Era piccola, ma con spalle larghe come un uomo e vista da dietro davvero sembrava un uomo, uno dei tanti montanari della zona, di quelli abituati a lavori pesanti. E non era bella, povera anima. Non come lo era stata la sua nonna Antonia, bellissima a 25 anni.
Nemmeno era una parrocchiana assidua, difficilmente l'aveva vista in chiesa: era una ragazza con molti problemi, introversa e pronta ad aggredire nel timore di venire aggredita. E poi una ribelle, di quelle che fanno sempre il contrario di tutto.
Lui ne aveva parlato con Antonia, più volte, in passato, ma lei aveva sempre un po' tergiversato, s'era rovinata la salute per quella ragazza, fin da quando la figlia se ne era andata abbandonandola a lei, ma aveva ottenuto ben poco. Clara, la bambina, era cresciuta come una selvaggia nonostante le attenzioni e i tentativi di istruirla. Già la madre… era stata un caso abbastanza particolare.
C'era un tara che le aveva segnate, Clara e prima sua madre Giovanna, la figlia di Antonia e Giuseppe, lui alcolizzato, violento e brutale, una specie di animale. Ma relativamente ricco. Anche avaro. Però, alla sua morte, la casa e il podere era passati, per eredità, alla moglie e a Giovanna bambina, ora donna, ma chissà dove e chissà se viva. Chi in realtà aveva portato avanti tutto il lavoro al podere era stata sempre Antonia, che non si era mai tirata indietro in presenza di un ostacolo e disposta a qualsiasi sacrificio per dare un futuro decoroso a quella figlia che l'aveva così mal ripagata. Antonia, da giovane insicura e inesperta, si era trasformata in una donna rude e forte, forse dura, come lo era stata la vita con lei.
Dove fosse finita sua figlia ormai nessuno in paese se lo chiedeva né si poteva risalire al vero padre di Clara, nemmeno Giovanna, la madre, ci sarebbe riuscita, vista la propria consuetudine disinvolta nel frequentare qualche scapestrato di cui nemmeno conosceva il nome.
Aveva abbandonato la figlia e se n'era andata con un venditore ambulante, che s'era fermato una settimana in paese a proporre la sua mercanzia. Sparita nel nulla, non aveva più dato notizie, nonostante le ricerche.
Da quando Antonia era rimasta paralizzata due anni prima, Clara, ragazzina, aveva preso le redini di casa, adesso aveva diciannove anni, anche se, a guardarla era difficile darle un'età precisa .
- Cos' è successo a tua nonna? Cos'ha di nuovo? -
- Respira male e non riesce a parlare -
- Sarebbe stato il caso di chiamare un'autoambulanza e portarla in ospedale - azzardò il sacerdote
- Ma tanto che importa, già ridotta com'è che ci sta a fare? - esplose la ragazza
- Ah, certo, sembra che tu le voglia un gran bene - ironizzò il prete.
- Don Eugenio le ipocrisie le lasci ai suoi parrocchiani che vengono a confessarsi -
- Anche se non vieni in Chiesa… anche tu sei una mia parrocchiana -
- In Chiesa, le volte che ci sono venuta… sempre obbligata dalla nonna. Non sono nemmeno cresimata, lei lo sa -
Sì, lui lo sapeva. E aveva sconsigliato Antonia di forzare più di tanto la nipote, convinto che la ragazza crescendo si sarebbe ravveduta.
Ma la donna era solita rispondergli. - Non sono tanto discorsi da prete, di certo frequentare la parrocchia male non le fa -
C'era stata quella fiducia affettuosa fra loro, grande amicizia fraterna, lei gli si rivolgeva sempre per consigli e, sacramento della confessione a parte, gli si confidava.
Per questo forse, la settimana prima, Antonia gli aveva consegnato quella busta, una lettera per lui, aveva detto, da aprire solo dopo la sua morte. Lui temeva una qualche confessione, per certi pensieri che gli era sembrato di leggerle negli occhi ai tempi della loro gioventù, quando molto spesso aveva evitato di guardarla in viso per non sentirsi in difficoltà. Oppure aveva rifiutato di prenderla più tardi come aiuto in casa quando lei glielo aveva proposto. Già se ne sentono tante di parroco e perpetua, s'era detto.
Adesso don Eugenio rifletteva che la donna doveva essere stata piuttosto male e aver previsto il peggio già nei giorni precedenti. Forse in quella lettera semplicemente dava disposizioni e raccomandava la nipote, oppure destinava il denaro per coprire le spese del funerale. Era tipico di Antonia cercare di risparmiare le incombenze agli altri, soprattutto a Clara verso la quale provava sensi di colpa per non essere riuscita a indirizzarla nel modo giusto, del resto come le era accaduto con la figlia
- La custodisca e non ne parli con nessuno - gli si era raccomandata consegnandogli la busta.
L'auto stava entrando nell'aia, dalla casa uscì una figura alta e scura. Era l' uomo che Antonia aveva accolto in casa due anni prima e poi era diventato un aiuto indispensabile per il lavoro al podere. Solo che in seguito s'era forse pentita, gliene aveva anche accennato, l'ultima volta, ma subito s'era zittita all'arrivo della nipote.
Qualcosa era riuscito a intuire: che Salvatore, così si chiamava, e Clara fossero diventati intimi e Antonia, nelle sue condizioni, avesse perso ogni possibilità di controllo o di intervento.
***
Nella stanza c'era un odore non proprio gradevole, di rinchiuso e poco igiene. Già un poco la settimana prima, ma ora molto peggio. Clara doveva limitarsi al minimo nell'accudire la nonna. Don Eugenio, prima di salire, aveva notato la sedia a rotelle, in fondo alla scala, di certo molto distante dalla camera da letto dove sarebbe stata più necessaria.
Si avvicinò.
- Antonia, come stai? Cosa ti senti? -
Incontrò lo sguardo atterrito negli occhi sbarrati della donna. Gli era capitato alcune volte di vedere la paura nello sguardo di chi si sente vicino a morire, ma da lei non se lo sarebbe aspettato. Una donna di fede, un'anima bella.
Lei non gli rispose, le labbra strette e suggellate.
- Gliel'ho detto, non parla da ieri - ribatté seccata la nipote.
- Nonna, ti ho portato don Eugenio perché so che ci tieni all'ultima comunione. L'ho fatto per te, sai che io a queste cose non ci credo -
La mano della donna ebbe una contrazione sul lenzuolo macchiato di giallastro. Il prete la prese fra le sue, pronunciando parole di consolazione per tranquillizzarla. Il dito indice di lei si mosse in modo strano sul palmo della mano di lui, pareva quasi…
Lei tracciava segni, ma quali? Era difficile capire.
Dopo averla comunicata, Don Eugenio si accomiatò: non era riuscito a toglierle l'orrore dallo sguardo.
Clara, stranamente gentile, si offrì di preparargli un caffè, ma precisò.
- Lei capisce, non posso accompagnarla. E' meglio che prenda qualcosa di caldo prima di scendere nella neve -
Già, tre chilometri a piedi nella neve, nel freddo pungente, due ore prima dell'alba, non sono certo un esercizio salutare.
- Sì, grazie - rispose - Se hai del latte e del caffè…-
In cuor suo pensava di dare tempo a Riccardo di arrivare.
- L'ho vista proprio trasformata, dall'ultima volta..- mormorò sorseggiando il liquido nella tazza fumante.
- Gli altri moribondi sono belli da vedere? -
Era provocatrice e sarcastica.
- La diagnosi l'hai fatta tu al posto del medico… - le rispose.
- Sa, don Eugenio, lei è un prete poco prete -
- Me lo hanno già detto -
- Prima di tutti glielo avrà detto la nonna, via lo sanno tutti che fra voi c'è stato qualcosa…-
Al sacerdote salì il sangue alla testa, il viso gli si fece paonazzo, la sua pressione era molto labile negli ultimi tempi.
- Non ti permetto… -
- Non se la prenda, io dico quello che penso… la falsità è peccato, no? -
- False sono certe dicerie, tua nonna è un santa donna che si è solo sacrificata per gli altri. E non mi sembra che tu la ricambi. E mi sono meravigliato che tu, che non sei credente, ti sia preoccupata di chiamarmi per darle il viatico -
- Proprio perché so che mia nonna ci tiene a seguire certe regole e precetti. Ma guardi che mia nonna di sacrifici per me ne ha fatti pochi, anzi mi ha sfruttato nel lavoro dei campi fin da bambina: la sacrificata sono stata io -
Inutile ricordarle che, quando da piccola veniva accompagnata alla porta della scuola, si nascondeva fuori in qualche anfratto del cortile fino all'ora di uscita. O scappava in qualche angolo di vicolo in paese.
Don Eugenio ebbe un'idea istintiva: - Quando arriva Riccardo, carichiamo Antonia sull'auto e la portiamo all'ospedale. Tanto… morire per morire, meglio levarti il disturbo qui -
La ragazza s'immobilizzò: - … Riccardo? -
- Ho immaginato che tu non potessi riaccompagnarmi e infatti… -
Proprio in quel momento si sentì il rumore del motore dell'auto in arrivo.
Clara gridò: - Salvatore, vai ad aprire la porta -. Voce troppo alta e troppo agitata.
- Posso aprire io - disse il prete.
- Non è compito tuo - lo bloccò la ragazza.
Salvatore apparve sul pianerottolo di sopra, ma che ci stava a fare là, visto che lo aveva lasciato prima al piano terreno dove era anche la sua stanza?
I due si scambiarono un'occhiata.
- Accompagna don Eugenio e non fare entrare nessuno. Non ci voglio estranei in casa mia -
Però il campanello stava giù suonando e la porta fu aperta.
Riccardo era in compagnia di un altro uomo.
- Ho portato il sostituto del dottor Sastri - disse - Una fortuna: alloggia in casa di Rosa, questa settimana che il dottor Sastri non c'è -
- Non abbiamo bisogno di dottore - protestò Clara e il suo era un comportamento alquanto strano.
Don Eugenio prese l'iniziativa e si avviò verso la scala per far strada al medico, c'era forte tensione nell'aria.
- Non potete salire - disse Salvatore, mettendosi di mezzo.
Riccardo, che aveva i riflessi molto pronti, aveva già composto un numero al cellulare.
La ragazza glielo tolse di mano al secondo squillo e lo spense.
- Non c'è bisogno di fare telefonate - disse - Se volete salire, salite, ma davvero non ne vale la pena -
***
Nella stanza la donna stava riversa di traverso nel letto, le lenzuola sconvolte, il cuscino, invece che sotto la testa, le stava sul petto, con le unghie ne aveva lacerato la stoffa.
Clara gridò. - Cosa le hai fatto, don Eugenio?… Io mi sono fidata a lasciarvi soli -. In un tentativo estremo di deviare i sospetti.
Antonia rantolava, ma era ancora viva. Il tentativo di omicidio era stato bloccato dalla voce agitata della nipote che aveva segnalato a Salvatore l'arrivo di Riccardo.
Il medico si precipitò a soccorrere la vittima. Le fece un'iniezione e perfino il massaggio cardiaco. Ci fu un gran trambusto intorno a quel letto per rianimare l'anziana donna.
- La nonna minacciava di raccontare tutto, della loro tresca… e lui… So tutto perché lei me lo aveva confidato fin da bambina… -
La ragazza aveva ripreso vigore e lanciava accuse e veleno, additando don Eugenio impietrito.
Ma Antonia miracolosamente si riprese e ritrovò un filo di voce, appena un sussurro.
- Non bestemmiare - disse - E' stato Salvatore d'accordo con te. Volevate uccidermi e dare la colpa a don Eugenio -
- Allora puoi parlare… - balbettò il parroco
- Non potevo prima… ma ti ho scritto "aiuto" sulla mano… Non hai capito. Mi avevano detto che se parlavo avrebbero ucciso anche te -
- Ma… perché lei mi ha chiesto di venire qui e portarti la Comunione… -
Ancora pover'uomo non capiva… nonostante la ragazza gli avesse prima spiegato.
Forse s'era illusa di scaricarsi in parte la coscienza, oppure, meno atea di quanto affermava, nella propria follia, non aveva voluto negare alla nonna quell'estremo sollievo, pur avendo l'intenzione di ucciderla. Oppure… semplicemente era necessaria quella messa in scena per rendere verosimile la morte per soffocamento e crearsi alibi e testimone, oppure… aveva cercato un capro espiatorio, un omicida su misura che adesso infatti tentava ancora di accusare.
Queste le supposizioni che giravano per la testa a don Eugenio.
Nel frattempo Riccardo era riuscito a richiamare al telefono il Maresciallo dei Carabinieri, anch'egli amico suo: erano tutti amici in quel piccolo paese. Il maresciallo era già pronto per partire. Dopo i due squilli ricevuti poco prima, aveva richiamato il numero visibile sul display, ma il cellulare era risultato spento. Allora aveva chiamato il numero di casa dell'amico, parlando con la moglie di Riccardo e le informazioni ricevute lo avevano insospettito.
Infatti con poche parole Riccardo confermò i suoi sospetti che qualcosa di grave che poteva essere accaduto.
Salvatore nel frattempo era scomparso e anche Clara era scesa di sotto. S'era sentito il motore della jeep che si allontanava, ma non ci avevano fatto troppo caso, tanto quei due non potevano andare poi così lontano.
***
Antonia morì la settimana dopo, nonostante il ricovero in ospedale, le cure e la solidarietà dei paesani. Difficile stabilire se fosse per conseguenza del trauma subito o per legge naturale.
Don Eugenio aprì la busta che lei gli aveva consegnata prima del fattaccio.
Con la sua scrittura elementare, ma chiara, lei aveva scritto:
"Don Eugenio,
ti scrivo questa lettera prima di cambiare idea, anche se mi sento infame ad accusare mia nipote.
Sospettavo che Salvatore salisse a dormire in camera di Clara da qualche tempo. L'altra notte mi sono alzata, mi vergogno a dirlo, per sorprenderli. Ma davanti la porta li ho sentiti parlare. Dicevano che vogliono aiutarmi a morire, così sono liberi di vivere insieme senza incomodi. Nel mio stato gli do solo fastidio. Io adesso vorrei lasciare i miei risparmi a te, per darli in beneficenza. Vedi tu come e quando e quale persona
ti sembra più bisognosa. Di te, don Eugenio, mi fido.Io non credo che arriveranno a uccidermi, come dicono. Però quando mi sono mossa, dietro la porta della camera di Clara,, la sedia a sorelle ha fatto troppo rumore. Mia nipote è uscita fuori e le parole che mi ha urlate non posso ripeterle, credo che la ragazza non sia più in sé, quell'uomo, che per età potrebbe esserle padre, le ha cambiato la testa. Mi ha perfino minacciata di togliermi la sedia a rotelle e di bloccarmi a letto. Per fortuna che prima ho potuto scriverti.
Ho paura che vogliano invischiare anche te, don Eugenio. Stacci attento. Soprattutto per questo io scrivo, per fare chiarezza. Grazie di tutto. Antonia"
***
Clara, per la sua partecipazione al tentativo di omicidio, venne riconosciuta temporaneamente incapace di intendere e di volere e affidata ad una comunità. Salvatore, al processo, negò con quanto fiato aveva in gola, seguitando ad accusare don Eugenio. Nessuno prese in considerazione quell'accusa. Poi c'era la lettera di Atonia che accusava. A Salvatore diedero tre anni di casa di cura psichiatrica , riconoscendo la seminfermità mentale.
Don Eugenio versò il denaro affidatogli da Antonia in un libretto al portatore che sarebbe servito per aiutare Clara, una volta uscita dalla comunità, a rifarsi una vita: chi più di lei, sola e senza lavoro, poteva averne bisogno? Tante ne aveva raccontate al processo sulla nonna… forse non tutte false. Delle pretese e dei soprusi, delle scenate e delle botte se la bambina disubbidiva.
Dopo quegli ultimi avvenimenti il parroco si sentiva talmente stanco… Non vedeva l'ora che la parrocchia venisse rilevata da un sacerdote giovane. E lui, finalmente, riposarsi.
Marzia Plumeri