Immagini 

(pubblicato nell'antologia "In versi e in Prosa" - Premio Levico 1996)

Io la vedevo. Seduta davanti a me, con le mani un po' contratte sopra i braccioli della poltrona a tradire l'ansia e la diffidenza. Lei portava occhiali scuri come inutile difesa. Le chiesi il nome.

Esitò come se le pesasse rispondere. Deglutì, poi mormorò: - Lorenza -

- Hai un nome importante -

Perché in certi casi escono solo banalità?

- Soltanto il nome - puntualizzò. Sembrava avere sabbia sulle corde vocali a raschiarle la voce.

- Esistere è già motivo di importanza - commentai.

- Non sono sicura di esistere: la psicologa mi dice che non comunico con gli altri perché non permetto agli altri di comunicare con me -

Era un avvertimento o una sfida?

- Mi chiamo Lucia e sto cercando di comunicare con te -

Il suo sorriso di commiserazione mi frenò. Chi le aveva insegnato a sorridere? Io vedevo il suo sorriso. D'istinto posai la mia mano sulla sua, dapprima si irrigidì poi si abbandonò: avevo percepito, dietro la rabbia e l'ansia, tutta la sua fragilità.

- Hai una mano molto calda - osservò.

E' " prana". Sorrisi di me stessa e della mia presunzione. Lorenza non vedeva il mio sorriso.

- Che cosa vuole dire prana? -

- Energia vitale. Il calore potrebbe avere questa spiegazione: c'è chi possiede più prana degli altri e sa trasmettere energia vitale -

- Le mie mani sono sempre fredde -

Le presi anche l'altra mano, le tenni entrambe fra le mie. Mi lasciò fare. Ci furono fra noi vibrazioni di tenerezza e dolore.

- Posso toccarti il viso? - mi chiese. Accettai.

Mentre sfiorava i contorni del mio viso, pensavo che io la vedevo, lei non mi vedeva. Chiusi gli occhi tentando di vivere per qualche attimo il suo buio, mi scoppiò dentro la sua infelicità priva di immagini e colori.

Quando l'Istituto me l'aveva proposta in affidamento, avevo chiesto di incontrarla e di parlarle, prima di prendere un decisione.

- E' giusto. È un caso molto difficile - aveva acconsentito la direttrice.

- Pensavo che avessi delle rughe, invece hai un viso liscio come se fossi giovane - stava dicendomi Lorenza.

- Ho quarant'anni: sono giovane - scherzai. E sorrisi di nuovo sotto il tocco del sue dita.

Sorrise anche Lorenza: io vedevo il suo sorriso, lei toccava il mio.

- Hai un bel sorriso e ti si forma una fossetta sulla gota - . Mi sorprese.

A volte le immagini non servono. Presi la sua mano, quella che stava sfiorandomi le labbra e me la portai sul cuore dove la tenni ferma per qualche secondo, poi la riportai sul suo. Attraverso le nostre mani, percepivo i suoi battiti. Immaginavo il suo cuore che stava pulsando perché so, per averlo visto in qualche illustrazione o filmato televisivo, com'è fatto un cuore. E conoscevo il colore del sangue. Lorenza no. Capivo la sua rabbia, la sua incomunicabilità perché mi ero immedesimata nel suo buio e, con quel mio gesto istintivo, misteriosamente, avevo comunicato con lei, creando un contatto, attraverso le mani, fra i nostri cuori.

Mi avevano detto che una volta aveva tentato il suicidio: Lorenza, bambina di dodici anni che mai aveva visto sorrisi e lacrime, ma sapeva riconoscerli col tocco delle mani. Lei aveva vissuto molte più lacrime che sorrisi. Percepii il suo profondo e disperato bisogno di amore, un abisso incolmabile; tremai per la mia incapacità e inadeguatezza. Mi vergognai del mio sentirmi impotente, sapevo di essere spaventata e pronta alla fuga. Attraverso le mani il mio cuore le trasmise incontrollabili emozioni.

- So che non vorrai prendermi con te, neanche io lo vorrei, se fossi al tuo posto. Però ho capito che sei buona e ti dispiacerà - mi aiutò Lorenza.

Avrei voluto dirle che si sbagliava, ma non ebbi quel coraggio. Più tardi, in auto, rientrando a casa, piansi sulla mia vigliaccheria.

Marzia Plumeri

 

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