Chennai

L’atterraggio della Kingfisher a Chennai è decisamente più dolce di quello dell’Alitalia a Mumbai dove, forse per la forte pioggia, l’aereo aveva preso due forti sbandate, una a destra e una a sinistra e sembrava non riuscire a fermarsi prima della fine della pista.

È sera quando arriviamo all’hotel, in taxi direttamente dall’aeroporto. Una strada lunghissima e molto trafficata, quasi tutta diritta, ci porta nella zona di Triplicane: Triplicane High Road. Grandi insegne pubblicitarie illuminate segnano il percorso. La strada dell’albergo è affollata di gente ed i marciapiedi sono già pieni di persone sedute o sdraiate che si accingono a trascorrere la notte. Beviamo delle ottime spremute di papaia in un locale di fronte all’albergo. Ha la struttura di quello che da noi sarebbe un garage, esattamente un parallelepipedo con un lato completamene aperto sulla strada. All’interno, tre file di tavoli occupati solo da indiani. Ci sediamo e per un po’ siamo l’attrazione del locale, io l’unica donna.

L’arredamento delle stanze dell’Hotel Himalaya è veramente essenziale: un letto, una paio di poltrone di vilpelle con un tavolino basso, una mensola. Per fortuna c’è l’aria condizionata, perché il caldo è quasi insopportabile. Purtroppo le stanze si affacciano sulla strada e di notte non si riesce a chiudere occhio per il traffico ed i clacson che strombazzano ininterrottamente. Il giorno seguente chiediamo una stanza sul retro.

A bordo di un autorisciò, raggiungiamo il Fort St. George, costruito verso il 1650 dalla Compagnia Britannica delle Indie Orientali. Il complesso di palazzi e viuzze, sicuramente diverso da una classica costruzione militare, ospita il segretariato dell’assemblea legislativa e brulica di gente. All’ingresso, militari con metal detector controllano per sicurezza tutti quelli che entrano. La St Mary’s Church, con la sua facciata di calce bianca ed il suo giardino sul retro, molto curato, è la prima chiesa inglese che fu costruita a Madras ed una signora molto gentile, scalza, ci racconta di come la domenica si riempia di gente. Il Fort Museum ospita alcune collezioni di oggetti militari e porcellane di varia fattura. Un plastico di legno rappresenta il Forte con la sua cinta muraria e le sue postazioni di difesa. Da una finestra del piano superiore si vede il pennone della bandiera, un albero di una nave naufragata nel XVII secolo di fronte alla città. All’uscita del museo, seduti su un muretto, destiamo la curiosità di un uomo che gentilmente ci mostra sulla mappa le città con i templi più importanti del Tamil Nadu.

Il Kapaleeshwarar è il primo tempio indù che visitiamo. Un autorisciò ci lascia proprio davanti all’ingresso, ma non è l’orario di apertura, così ci dirigiamo a piedi verso il mare, attraverso le strade strette della città. Un venditore di noci di cocco si trova ad un angolo dove la strada si allarga in uno spiazzo. Il succo delizioso allevia temporaneamente la forte sensazione di caldo. Un bufalo si riposa stravaccato dall’altro lato della strada, mentre una mucca si ripara all’ombra di un bus parcheggiato.

La via di accesso al mare non è facile da trovare. Difficile riuscire a chiedere informazioni. Un ragazzo in motorino, davanti ad un chiosco, ci fa cenno di andare sempre a diritto. Siamo vicini al mare. Ci divide dalla spiaggia una grande baraccopoli. Ci addentriamo per qualche decina di metri lungo una strada che separa le baracche da un canale, ma dopo i primi sguardi degli abitanti il coraggio ci tradisce e torniamo indietro. Non abbiamo paura di loro, ma ci imbarazza passare in mezzo a tanta povertà con gli zainetti in spalla e le macchine fotografiche in mano. Seguiamo una strada parallela al mare e attraversiamo un altro canale su un ponte. Uno spettacolo simile al precedente, ma questa volta la posizione dall’alto del ponte ci consente di osservare. L’odore forte e acre della fogna a cielo aperto esalta le sensazioni. Un ragazzo si allontana da un gruppetto di amici, si avvicina a noi e ci chiede di fotografarlo. Siamo tanto sconcertati che non ci viene neppure in mente di chiedergli l’indirizzo per mandargli la foto e camminiamo in parallelo sui due lati della strada per un lungo tratto. Poi il ragazzo svolta a sinistra e scompare in un vicolo.

Finalmente raggiungiamo l’incrocio che porta al mare. Sull’angolo, un negozio di elettrodomestici e davanti, sul marciapiede, un carretto. Una donna che a noi sembra anziana, ma che forse tanto anziana non è, vende noci di cocco. Chiediamo il prezzo e ne acquistiamo tre, una per uno. La donna toglie il mallo e fora le noci con uno stile completamente diverso da quello dei venditori di Mumbai. Usa una roncola che ogni volta pulisce su uno straccio nero appoggiato alla sponda del carretto. Beviamo il succo. Poi le chiedo se posso farmi una foto con lei. Sul suo volto un sorriso e lacrime che le scendono dagli occhi. Le metto una mano sulla spalla e lo scatto fissa un momento intenso. Forse mai nessuno aveva chiesto a quella donna di essere fotografato con lei. Passa un ragazzo, uno studente. Gli chiediamo che ci faccia da interprete e ci scriva su un foglietto l’indirizzo della donna per mandarle la foto. Il recapito è proprio il negozio di elettrodomestici. Un posto dove la posta arriva di sicuro, forse non altrettanto certo sarebbe stato l’indirizzo della sua baracca.

La spiaggia è enorme. La sabbia è dorata ed una fila di giostrine e giochi per bambini procede perpendicolare al mare. Il luna park, deserto sotto il sole a picco. Il mare è giallastro. Il fango ed i residui trascinati dalle forti piogge monsoniche si riversano nel Golfo del Bengala. Le correnti marine causano onde forti e lunghe. È pericoloso entrare in acqua, ma sulla riva due ragazze vestite di bianco e azzurro si lasciano bagnare dalle onde ed i loro abiti leggeri svolazzano nel vento, dove non sono bagnati.

Il sole è forte. Beviamo e sudiamo. Le forze a volte sembrano mancarci e ci rinfreschiamo in un ristorante lungo la spiaggia, all’ombra di due grandi alberi e di ombrelloni. Due gattini magrissimi si uniscono a noi. Un cane dorme in una buchetta cercando un po’ di refrigerio nella sabbia più umida.

Torniamo a piedi verso il tempio. È l’ora dell’uscita dei bambini dalle scuole. Ne incontriamo molti nelle loro divise celesti, tutti rigorosamente scalzi. Molti di loro ci chiedono insistentemente delle foto e fanno a gara ad essere i primi davanti all’obiettivo. Sono simpatici, hanno occhi meravigliosi e sorrisi dai denti bianchissimi. Poco più avanti, vicino alla cattedrale di San Thome, incrociamo ragazze più grandi, nelle loro divise rosa e bianche ed i capelli ordinatamente raccolti in due trecce. Un tassista ci assilla durante tutta la nostra passeggiata. Ci vuole offrire una visita della città ed è veramente dura convincerlo che vogliamo camminare.

La torre principale del tempio dedicato a Shiva si staglia davanti a noi in fondo ad una strada in cui sono parcheggiate decine e decine di moto. Davanti al tempio, sedute per terra, alcune donne anziane chiedono l’elemosina. Ci vedono e si alzano venendoci incontro. Non ci sono altri stranieri e per loro rappresentiamo un introito sicuro. Ci guardiamo intorno chiedendoci se possiamo entrare. Le centinaia di statue colorate che coprono tutta la superficie della torre ci guardano dall’alto. Sono i personaggi dei poemi epici indiani e gli dei antropomorfi che tanto fanno parte della vita degli indù. Un uomo giovane ci avvicina rapidamente e, con la scusa di farci lasciare le scarpe ad un deposito decide di guidarci nel tempio. Insistiamo di non averne bisogno, ma non ci lascia per niente al mondo. La visita all’interno delle mura, attorno al tempio principale dove solo gli indù possono entrare, è disturbata da questa presenza che parla velocemente in inglese, intercalando con molte parole di italiano. Vuole decidere lui quello che dobbiamo o non dobbiamo vedere, dove e quanto soffermarci. Due pavoni di pietra, colorati di blu e arancione, si stagliano contro l’azzurro del cielo, ma già ci troviamo davanti alla porta del tempio dove un bramino benedice i fedeli. Il ragazzo chiede con insistenza un’offerta per i poveri che la gente del tempio aiuta, ma solo lui può portare l’offerta all’interno...Un albero antico, sacro, dal tronco scuro e inclinato, ha appese centinaia di piccole culle di legno che i fedeli desiderosi di figli offrono chiedendo una grazia. -Dieci euro- chiede l’uomo. Dieci euro? Ma qui sono una fortuna, una cosa spropositata. Ci accordiamo per sei e come era apparso, scompare. L’India è anche questo!". Facciamo di nuovo un giro nel tempio, da soli, apprezzando in santa pace la bellezza e la sacralità del luogo. Recuperate le scarpe, camminiamo lungo una strada delimitata dalle mura del tempio. Bancarelle vendono frutta, fiori e offerte in un arcobaleno di colori vicino ad un cancello che consente la vista della cisterna del tempio, un’enorme vasca quadrata, quasi un lago.

Cerchiamo un autorisciò per andare a visitare il Ramakrishna Mutt Temple dove fedeli di ogni religione sono benvenuti e tutti accolti in un’unica stanza per la meditazione. Il silenzio e la pace che circondano questo tempio, illuminato dalla luce del tramonto, si apprezzano appena varcato il cancello del giardino. Saliamo la scalinata che conduce all’ingresso ed un’anziana che esce ci indica che le donne si devono sedere a destra e gli uomini a sinistra. Chinese e Riki si siedono vicini, io dalla parte opposta. Restiamo qualche minuto in silenzio a gambe incrociate. Cerchiamo di ascoltare il silenzio del luogo, ma siamo troppo attratti da ciò che ci sta intorno per riuscire a rilassare la mente.

L’ultima tappa della giornata è la visita al museo Vivekananda. È una costruzione a base rotonda, una volta usata come sito di conservazione del ghiaccio. Il celebre predicatore vi soggiornò nel 1897 divulgando la sua filosofia ascetica. Oggi la costruzione conserva una collezione di fotografie che lo ritraggono, in diverse nazioni, durante molti dei suoi discorsi alle folle. È già buio ed il palazzo è illuminato dall’esterno. Un grande ritratto di Vivekananda scende lungo la parete.

Torniamo a piedi verso l’albergo. La spiaggia è buia, mentre la strada che le corre parallela è trafficatissima. Attraversiamo una parte della città. Grossi topi cercano il cibo lungo i marciapiedi dissestati a fianco di gente che, seduta per terra, mangia pasti frugali su piatti di alluminio.

Anche per noi è ora di cena. Torniamo nello stesso ristorante dove la sera prima avevamo bevuto le spremute di frutta. "Niente acqua per favore!", ribadiamo al cameriere nel timore che ci allunghi i succhi con l’acqua del rubinetto. Ordiniamo dei piatti di cui non abbiamo idea di che cosa siano. Ci facciamo solo spiegare alcune parole che spesso ricorrono nei menù dei ristoranti. Come la sera precedente, siamo l’attrazione del villaggio, ma anche noi ci divertiamo a vedere come i clienti mangiano in fretta le loro pietanze, rigorosamente con la mano destra, e poi si lavano mani e bocca in un lavandino comune, lungo una parete a metà tra l’ingresso ed il fondo della sala. Il cibo è molto speziato. Quasi non si sentono i sapori. Il migliore è sempre il "roti", un pane a forma di piadina cotto sulle pareti roventi di un forno di terra.

L’indomani raggiungiamo la fermata degli autobus in taxi. Koyambedu si trova 7 km fuori dalla città. Anche questa volta una manovra poco chiara intercorre tra l’autista del taxi e la signora dell’albergo. Dicono che è sciopero dei taxi e che per portarci la tariffa raddoppia. Non abbiamo molte alternative, ma durante il tragitto vediamo molti taxi in giro, il che ci fa pensare che lo sciopero sia stato solo per noi.

Il terminal dei bus è grande, una costruzione moderna con lunghi marciapiedi da cui partono i vari autobus. Chiediamo qual è quello per Mamallapuram, ma probabilmente la nostra pronuncia di quel nome è incomprensibile per loro. Qualcuno ci capisce, ci indica il bus e saliamo. Occupiamo sei posti in tre persone. I nostri zaini sono grossi e pagano il biglietto come dei normali passeggeri. Per fortuna il bus non è affollato. Ha solo delle sbarre al posto dei finestrini e due ore di strada ci stordiscono per il vento ed i rumori. Ha un fascino viaggiare come viaggiano gli indiani, con la polvere tra i capelli, il sudore che intride le magliette, la pelle arsa dal sole, le immagini di miseria e di ricchezza che si susseguono rapidamente come in un film su uno schermo. Un camion, con il vano di carico pieno di donne, le accompagna a lavoro nei campi. Si reggono alle sbarre. I loro shari coloratissimi svolazzano velocemente per la velocità.

Roberta Ferri

2a tappa - il seguito a breve

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Le foto di Roberta Ferri in  "Fermare l'attimo"