Kochi

L’autobus percorre a gran velocità la strada per Ernakulam, la parte della città che si trova sulla terraferma. Le altre zone che costituiscono Cochin sono situate su isole e penisole collegate tra loro da ponti e traghetti. Ernakulam è la parte più viva e commerciale, mentre Fort Kochi e Mattancherry sono le due isole sulla penisola meridionale. L’attracco del ferryboat per Fort Kochi è all’estremità di un grande piazzale sterrato, battuto dal sole. I passeggeri in attesa dell’imbarco aspettando sotto una tettoia di lamiera lungo un corridoio delimitato da una ringhiera. È l’unico riparo dal sole in tutto il piazzale. Riki aspetta che si smaltisca la lunga fila per acquistare i biglietti. Un uomo ci avvicina dicendo che è cattolico. Restiamo un po’ dubbiosi, perché non ci aspettiamo una tale affermazione. Il colonialismo portoghese ha lasciato un segno indelebile convincendo molti che le usanze ed i costumi cattolici siano meglio di quelli indù. Il traghetto è una grande chiatta con file di sedie all’interno. Donne e uomini siedono in zone separate e ci adeguiamo ai costumi locali. Il mezzo è pieno e molti uomini sono in pedi. Si siede vicino a me un giovane studente universitario che, ignorando le tradizioni, mi rivolge la parola ed intavola una conversazione su Kochi, i suoi studi, suo padre, l’India, l’America ed il suo sogno di andare negli Stati Uniti per un master. Il tragitto è breve.

Kapithan Inn è una guest house in una zona tranquilla, in una via vicino al centro e nello stesso tempo fuori mano. Una stretta strada sterrata separa una serie di casette basse da un campo da gioco dove due squadre di ragazzi scalzi giocano a pallone. Corrono, ridono e si divertono e, con i loro passi, sollevano nuvole di polvere.

Un signore alto ci apre la porta e sua moglie registra i nostri dati. Un’immagine di Gesù con il cuore in mano è appesa alla parete dietro il banco delle accettazioni, nell’ingresso della guest house. "Siamo cattolici" afferma con orgoglio l’uomo, una volta appreso che siamo italiani. Esalta la superiorità dei cattolici, evidenzia le diverse usanze, la più ampia cultura e le norme igieniche. L’80% degli abitanti di Fort Kochi è cattolico.

Un ristorante si trova al primo piano di una casa del centro. Dall’alto si vedono i negozi sottostanti ed i passanti che entrano ed escono. Un grande albero fa ombra a tutto l’incrocio. Poco distante l’imponente chiesa di Santa Cruz con il suo grande cortile e vicino un edificio religioso, dimora di suore e di ragazzi senza famiglia. I dipinti murali ed i colori all’interno della chiesa sono vivaci. Un uomo alto e magro ci dà qualche spiegazione sulla storia dell’edificio e di quando, una volta, suore italiane giungevano in India. Oggi il flusso è al contrario. L’uomo aveva chiamato Virginia, sua figlia, in onore della suora che lo aveva allevato nell’orfanotrofio. Ci offre una candela da accendere. L’accendiamo.

La lunga passeggiata lungomare offre scorci suggestivi con il sole al tramonto, al di là di una serie di reti da pesca di origine cinese. Sostenute da alberi alti oltre 20 metri, le reti vengono calate durante l’alta marea per mezzo di un sistema di contrappesi. Quattro uomini sono necessari alla manovra. Grossi massi penzolano legati ad una fune e lentamente salgono o scendono in base alla posizione della rete.

Il pesce appena pescato viene venduto sul posto dai pescatori che mostrano con insistenza ai passanti enormi granchi e pesci. È usanza comperare il pesce fresco, andare in un ristorante e farselo cucinare. Il suo odore si spande su buona parte della riva tra reti e bancarelle.

Il sentiero termina su una cala di sabbia scura dove alcuni ragazzi si dilettano bagnandosi in mare.

La passeggiata in notturna non ci mostra solo lo sfondo nero di Ernakulam e tante piccole luci oltre le reti. Gli odori cittadini lungo la strada spesso tolgono il fiato.

La coda del monsone estivo tarda ad estinguersi ed un’acqua ininterrotta indirizza la nostra visita verso il Dutch Palace. Fu costruito dai portoghesi alla metà del 1500 e donato al Raja di Kochi per amicizia o in cambio di favori. Restaurato dagli olandesi, ospita una collezione di ritratti dei maraja e suggestivi dipinti murali con scene tratte dai grandi poemi epici indiani. L’architettura delle costruzioni, che quasi nasconde lo stile indiano, fa capire quanto sia stato forte il periodo coloniale. "Caza Maria" è un ristorante al primo piano di un palazzo con grandi finestre che danno sulla strada. Dagli interni colorati di bianco e azzurro, con mobili di legno ed imbottiture di velluto rosso, sembra riportarci nella vecchia Europa di qualche secolo fa. La musica fa la sua parte.

Anche l’antica sinagoga si trova nella stessa zona del Dutch Palace, in una strada stretta del quartiere ebraico. Negozi e laboratori di vario tipo, ma soprattutto l’odore delle spezie che irrompe nella strada dai vetri aperti delle bottega, evidenziano la vivacità di questo centro di commercio. Anche l’odore delle capre libere per strada si fa notare.

Non siamo a nostro agio all’interno della sinagoga. Calpestiamo scalzi le preziose mattonelle di ceramica cinese finemente dipinte di bianco e celeste. Appariscenti lampadari di vetro pendono dal soffitto e due uomini controllano con attenzione i nostri movimenti.

Lo spettacoli di danze di Kathakali si tiene in un teatro dal tetto di foglie di palma e poltroncine di plastica. I dipinti appesi alle pareti, coloratissimi, rendono l’ambiente suggestivo. Un gattino bianco si addormenta sulle nostre gambe. Gli attori si truccano in pubblico, sul palco, con movimenti lenti e rituali. Il lume di alcune candele gli illumina il viso e lentamente la loro espressione si trasforma da uomini a donne, a eroi, a demoni e dei. Sono tutti uomini e rappresentano una scena tratta dal Mahabharata. Raffigurano gli aspetti della natura umana, il bene e il male, la forza e la fragilità. Finita la fase del trucco, uno degli attori mostra lentamente e spiega il senso dei gesti delle mani e del viso. Non si pronunciano parole, ma solo dalle espressioni si intuiscono gli stati d’animo dei protagonisti ed il senso della storia. Il rumore dei tamburi è forte. Tamburi, cembali e cavigliere. Suoni e silenzio. Urla, risa e pianti. Il trionfo del bene sul male chiude la storia in bellezza.

Il concerto di musica classica indiana è di tabla e flauto. Tre musicisti, uno molto giovane e due un po’ più anziani, siedono a gambe incrociate sul palcoscenico. Si esibiscono due ai tamburi ed uno al flauto. Il presentatore, che era stato la voce narrante nello spettacolo del kathakali, illustra al pubblico le caratteristiche di ogni pezzo e le esecuzioni sono perfette. Le mani degli artisti battono con decisione e leggerezza sui due diversi tamburi, ciascuno con le proprie caratteristiche costruttive e musicali. Il suono dolce del flauto amalgama i rintocchi rapidi dei tabla e l’atmosfera è coinvolgente. Dopo ogni pezzo i musicisti tirano o allentando le corde che tendono la pelle dei tamburi regolando la risposta ai colpi delle mani.

Nel Kerala non tutti i ristoranti hanno la licenza per vendere alcolici. Spesso la birra viene servita in teiere camuffata da tè. Il concerto è finito tardi, ma il ristorante accanto al teatro serve ancora la cena ai clienti dell’ultima ora. Quanta gente che pasteggia a tè!

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Mumbai

L’autista guida il suo taxi con prudenza verso l’aeroporto di Kochi. La strada per il ponte che collega l’isola alla terraferma è lunga e trafficata ed anche dopo la situazione non cambia. Si attraversa una buona parte della città e lo spettacolo dall’alto del ponte offre una vista su piattaforme e barche commerciali. Lungo le rive, catapecchie. Lungo la strada, enormi cartelloni pubblicitari con donne indiane bellissime, ricoperte di gioielli e shari di seta. Indiane dalla pelle bianca.

L’aereo della Kingfisher è nuovo ed il volo a Mumbai confortevole. In omaggio cuffiette per ascoltare la musica, una penna ed un astuccino di plastica.

Di giorno, il viaggio in taxi dall’aeroporto al centro di Bombai mostra senza filtri la città. Grandi palazzi ingrigiti e ammuffiti nella stagione delle piogge, squallidi sotto-cavalcavia di cemento super affollati da miserabili in cerca di un tetto, capanne di nylon azzurro sui marciapiedi, che stanno letteralmente in piedi con i fili, famiglie intere di inquilini che sugli stessi marciapiedi vivono, commerciano, lavorano, riciclano i rifiuti, puliscono montagne di verdure scartate dai mercati dei ricchi. Si costeggia zona di Dharavi, dove migliaia di persone vivono senza fogne né acqua in misere baracche.

Il traffico si fa sempre più intenso, avvicinandosi al centro. La suite dell’albergo è molto bella: pavimenti di marmo, due bagni e tre letti, TV e aria condizionata. La vista è sulla strada in perenne brulichio di gente.

Il mercato dei libri è sempre un’esperienza. Cataste di libri impilati uno sull’altro in verticale e disposti in colonne molto vicine. Sono divisi per argomenti, e soprattutto sembrano bancarelle tematiche: tutti i libri di medicina, tutti i libri di matematica, di chimica e fisica, di letteratura, storia, i dizionari. Teli di nylon sono pronti ad essere distesi a riparo dei libri dalla pioggia.

Il tramonto sul lungomare di Mumbai, su Marina Drive, rende rosso il cielo sui grattacieli al di là del golfo. C’è molta gente che passeggia e molta che siede sulla grande massicciata. In molti chiedono l’elemosina: vecchi e bambini. La dolcezza del volto di una vecchia rannicchiata su un marciapiede, i capelli bianchissimi, le mani giunte in segno di saluto e devozione. Queste sono le immagini dell’India che, come flash, colpiscono la pellicola della memoria in modo indelebile.

La pizza "italiana" è decisamente resa indiana dalla grande quantità di spezie e peperoncino nel sugo di pomodoro. Difficile da buttare giù e difficile da digerire, soprattutto per Riki che, proprio sulla bella massicciata del ungo mare è colto da una colica addominale e non riesce a muoversi. Momenti difficili, di impotenza per non sapere cosa fare e cosa decidere. Si fanno le ipotesi più diverse, si pensa a chiamare un’ambulanza, o un taxi per tornare all’albero, o ad andare in farmacia per acquistare qualche calmante. Buscopan è la parola magica, ma resta l’incertezza per il viaggio di ritorno del giorno dopo.

Teniamo la camera d’albergo fino alla sera. È l’ultimo giorno in India e Riki ha bisogno di riposarsi.

La città è vivace come al solito. È il giorno degli acquisti e ci soffermiamo con più attenzione del solito davanti alle numerose bancarelle sotto i portici. Al minimo cenno di interesse o sguardo su un qualunque oggetto per più di due secondi, i commercianti mostrano tutto ciò che hanno. Insistono, quasi ci fanno scappare. Un’ultima passeggiata al Gateway of India e poi dentro al negozio governativo. È un mondo diverso. I commessi, discreti, non si fanno quasi vedere e, solo se interpellati, danno consigli o risposte. I prezzi sono imposti ed è bello poter guardare con calma oggetti d’artigianato locale, senza un venditore che assilla. Gli ultimi acquisti, un flauto di legno ed un tamburo, sono sul marciapiede. Il venditore di flauti porta in spalla un mazzo di strumenti molto colorati, disposti a raggiera come ad uscire da un unico centro. Ne suona uno mentre cammina. Una melodia opaca esce da quel cilindro di legno forato, suoni d’altri tempi. Il venditore di tamburi, poco più avanti, percuote lo strumento con vigore e mostra le tecniche di tirare o allentare le corde. Il tabla dei musicisti di Kochi. Ci sembra di poter diventare musicisti anche solo tenendo in mano il tamburo. Ma solo ci sembra.

È ormai buio quando il taxi ci porta all’aeroporto. Addio India, anzi arrivederci.

Roberta Ferri

9a-10a tappa (ultima tappa)

Le foto di Roberta Ferri in  "Fermare l'attimo"

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