Mamallapuram
Il bus si ferma nel centro della città. Prendiamo un autorisció per raggiungere l’hotel Surya, ma l’autista ci vuole portare in un altro albergo. Insistiamo e giungiamo a destinazione.
Un signore di una certa età, molto affabile, si dichiara proprietario dell’albergo e scultore di grande fama. Fa subito mostra di una serie di foto che lo ritraggono in alcune città italiane e poi ci vende una brochure della città. L’albergo è una specie di residence con le camere dislocate in piccoli edifici bianchi, sparsi nell’ampio giardino, piuttosto decadente. Il proprietario mostra con orgoglio le stanze e ne decanta la pulizia. In realtà le lenzuola sono quelle già usate da altri, ma come al solito giungono in soccorso i nostri lenzuolini di riserva. Appendiamo le zanzariere. La vista sul laghetto sarebbe romantica, se non fosse per l’acqua che, verde di alghe e di immondizia, appare decisamente stagnante. Un martin pescatore si posa su un tronco galleggiate e vola via. L’affabilità del proprietario si tradisce ai nostri occhi per il trattamento che riserva ad una donna che tiene puliti i sentieri del giardino. La tratta con arroganza. Lei, piegata sul suo scopino obbedisce con celerità. Scene d’altri tempi. Scene di oggi.
Raggiungiamo a piedi la spiaggia dello Shore Temple, un suggestivo tempio del VII secolo scolpito nella roccia e dedicato in parte a Shiva ed in parte a Vishnu. All’ingresso della spiaggia, qualche bancarella di ambulanti che vendono conchiglie, qualche cane quasi addormentato ed un grande cartellone che riporta la statistica dei morti affogati negli ultimi dieci anni. E un ottimo deterrente per chi volesse fare il bagno in quelle acque traditrici.
Riki non ci accompagna per una camminata sulla collina. Preferisce fermarsi e riposare sulla spiaggia.
Un’intera collina è disseminata di sculture rupestri. Templi ricavati all’interno di grandi rocce scavate e decorate con maestria. Arte e natura si integrano, si confondono ed è un’esperienza quasi mistica camminare, guardarsi intorno e scoprire ancora un’altra parete di roccia dalla quale fuoriescono elefanti e uomini e dei. Un macigno rotondeggiante, appoggiato su un pendio della collina, sembra quasi rotolare da un momento all’altro, ma non si muove. Dall’alto della collina, la vista è ampia. Una centrale nucleare sullo sfondo quasi si perde all’orizzonte.
Riki non è più sulla spiaggia, al nostro ritorno. Lo ritroviamo in albergo vittima di un forte disturbo e con la febbre che sta salendo. Probabilmente è colpa del cibo dei giorni passati. Un locale, proprio di fronte all’hotel, sembra adatto a preparare qualcosa di semplice. Una fogna a cielo aperto, molo vicina al locale, non è la vista migliore per chi ha lo stomaco rivoltato, ma basta girarsi di là.
Un signore che porta una camicia bianca ed un lunghi (cilindro di stoffa) al posto dei pantaloni ci ferma per strada ed attacca bottone. Non è il primo, né sarà l’ultimo indiano ad agganciarci per semplice curiosità o per chiederci qualcosa. Sono pochi gli europei che si vedono in giro. Ma dopo un primo scambio di battute, il signore risulta diverso dagli altri. La discussione verte su argomenti diversi: l’India, l’Europa, la democrazia, la povertà, la libertà. Il reverendo Bila ci invita per il giorno dopo a visitare l’orfanotrofio di cui è responsabile. I suoi 50 bambini sono gli orfani dello tsunami che colpì duro in quella zona. Ci lascia il suo biglietto da visita e fissiamo per un incontro.
Lo Shore Temple, sotto il sole del mattino e senza nessuno in giro è suggestivo. Merli indiani dal becco giallo fischiano e grattano nell’erba. Due piccole iguane si scaldano al sole in cima alla siepe ben curata. Mucche di pietra sedute in fila indiana proteggono il tempio da più di un millennio. Mucche più grosse presidiano l’ingresso principale. Tutte le sculture sono consumate dagli eventi atmosferici: il vento salmastro, la piogge monsoniche, il sole che di giorno arroventa la roccia scura e l’abbandona la notte. Uno dei due altari, ricavati all’interno del tempio e protetti da sbarre di ferro, mostra ancora un pezzo del lingam di Shiva, in onore alla vita. Alcuni topi sacri si arrampicano tranquillamente sulle pareti degli altari ed approfittano delle offerte dei devoti.
Al di là della recinzione, la vista si apre su un’ampia spiaggia con le barche dei pescatori in secca. Lo tsunami del dicembre 2004 spazzò via i villaggi dei pescatori, ma le loro capanne, ormai ricostruite, si vedono all’orizzonte.
La strada che porta dal centro del paese alla zona archeologica dei cinque Rathas costeggia in parte la collina dalle sculture rupestri. Laboratori di artigiani che scolpiscono la pietra si affacciano lungo tutto il tragitto ed il rumore di trapani e scalpelli è una costante. Statuette di forme e colori diversi sono esposte su tavoli, vetrine, scaffali e direttamente per terra. Si impolverano e vengono spolverate all’infinito ed anche bagnate per vivacizzarne i colori.
I cinque Rathas sono piccoli templi monolitici, capolavori di scultura pallava, che rappresentano la storia di due fratelli, eroi del Mahabarhata, che avevano una moglie in comune. Sono dedicati a varie divinità: la dea Durga, Shiva, Vishnu, Surya e Indra. È possibile giragli intorno, entrare in certi punti tra colonne sottili di forme antropomorfe ed avvicinare grandi animali sacri, come tori ed elefanti, che da secoli sanciscono la sacralità del luogo. I templi furono riscoperti dagli inglesi durante il periodo coloniale, dopo essere stati sepolti per secoli nella sabbia.
Una donna cura il giardino seduta sui piedi. Ci chiede una foto. Guarda lo scatto nel video della macchina digitale, sorride e ci chiede dieci rupie.
Lungo la strada del ritorno, un artigiano pubblicizza le sue ciabatte di cuoio cucite a mano. Ha imparato l’arte da suo padre, a sua volta artigiano. Acquistiamo un piccolo cobra di pietra presso uno dei tanti negozi ed il proprietario ci fa tradurre in italiano una scritta, di cui già aveva la traduzione in altre lingue europee, per appenderla e pubblicizzare i suoi capolavori.
Qui le noci di cocco vengono anche confezionate nella versione da asporto. Il mallo superiore viene rimosso. Dalla parte di mallo che resta vengono sfilate due strisce e legate in alto a formare un manico. Ne portiamo un paio a Riki che cerca di recuperare le forze nella sua stanza, in compagnia del rumorosissimo condizionatore e di molte zanzare che, forse attratte dal sangue caldo della febbre, vorrebbero fare su di lui un banchetto.
L’orfanotrofio Elkanah è nel villaggio dei pescatori, ai margini del paese. Visto da fuori è una piccola costruzione bianca, una casa in mezzo ad altre case. Suoniamo. Ci apre una ragazza e ci fa entrare. Bila non c’è, viene più tardi, ed i bambini sono quasi tutti a scuola. Un piccolo si avvicina e ci saluta. Conosce alcune parole di inglese e riusciamo a parlare un po’ con lui. Due occhioni lucidi e profondi risaltano sulla pelle scura del suo viso. Una signora più anziana e piuttosto grossa accetta con piacere il sacco di caramelle che abbiamo portato e lo ripone in luogo sicuro. La ragazza ci spiega che anche lei è una studentessa. Inizialmente pensiamo che lavori lì, ma più tardi ci rendiamo conto che vive lì.
Decidiamo di uscire a fare due passi per tornare quando tutti saranno rientrati. Il reverendo Bilaventhiran ci accoglie con entusiasmo e ci fa salire al piano di sopra, su un terrazzo dove chiama i bambini. Sono maschi e femmine, piccoli e grandi. Alcuni si avvicinano curiosi e subito socializzano, altri si mantengono in disparte. Quasi tutti, anche i più piccoli conoscono qualche parola di inglese, ma la comunicazione diventa molto efficace quando gli chiedo di disegnare. Sono molto più bravi di me. Disegnamo fiori di loto, corvi, cavalli, elefanti, leoni. Anche la mia mano diventa un foglio da disegno e la stessa ragazza che ci aveva accolti la decora con minuziosi particolari con un pennarello indelebile blu.
Disegnamo ed indoviniamo cos’è. Siamo tutti seduti per terra ed il piccolo che avevamo conosciuto prima, quattro anni ed un pile addosso, nonostante il caldo, si insinua e si siede nell’incavo delle mie gambe incrociate. Che emozione! Cerca le mie mani, il mio calore, forse cerca sua madre. Una bambina un po’ più grande si dimostra molto attenta e comunicativa. Vorrebbe anche lei sedere tra le mie gambe, ma il posto è occupato e mi viene accanto. La accarezzo, li accarezzo tutti, ma ho solo due mani. Si litigano me. Tutti vorrebbero starmi vicini. Ho un nodo alla gola, ma non posso piangere. Mi sforzo di sorridere, ma i miei occhi si fanno lucidi. Respiro profondamente e riprendo a giocare con loro.
Sono le 20, l’ora della cena per loro. Ce ne andiamo a malincuore. Il piccolo ci accompagna fino in fondo alle scale. Ci bacia e se ne va.
Roberta Ferri
3a tappa - il seguito a breve