Indocina 2008

Gli europei chiamarono Indocina quella terra a est dell’India e a sud della Cina che comprendeva Laos, Cambogia, Vietnam del Nord e del Sud. Cambogia e Vietnam, mete del nostro viaggio, sono ora paesi emergenti, dopo anni di guerre nel passato recente e secoli di invasioni e libertà riconquistate, nel passato più lontano.

 

Cambogia

 

Phnom Penh

È notte. L’aereo sorvola Phnom Penh prima di atterrare e dall’alto si vedono pochissime luci. Si intravede il fiume punteggiato dal lume fioco di qualche barca, ma la città sembra al buio. Arrivando da Shanghai, il contrasto è fortissimo. La sensazione è la stessa anche da terra mentre il taxi ci porta verso l’albergo nel centro città. Le strade sono ampie, quasi buie, spesso delimitate da grandi alberi. Tutta la città sembra dormire da molte ore ed anche all’albergo, apre il cancello un ragazzo che dorme dentro la guardiola. Fa tutto lui, telefona al proprietario, ci assegna la camera, torna a dormire in guardiola. Il caldo è soffocante e l’umidità molto elevata. Le piante del giardino sembrano rigogliose, lungo il sentiero che conduce alla stanza, ed un forte odore di fiori entra dalla finestra. L’arredamento è essenziale: un letto di legno a baldacchino allestito con zanzariera, un tavolo, una cassapanca, cassaforte, TV e condizionatore. Ci vuole un po’ ad abituarsi all’odore di fiori misto all’odore di muffa.

È la sera dell’inizio delle olimpiadi in Cina, l’ 8 Agosto 2008. Alla TV trasmettono la registrazione della cerimonia d’apertura svoltasi proprio mentre stavamo volando. È tutto così suggestivo: poche ore prima eravamo in Cina ed ora la vediamo in televisione dalla Cambogia. La stanchezza ci sopraffà.

Il Kabiki e il Pavillon sono due alberghi gestiti da una coppia di francesi. Entrambi mostrano un cartello all’ingresso su cui è scritto: "No turismo sessuale". Fa pensare. Il personale è molto gentile, giovani cambogiani si danno un gran da fare come inservienti e camerieri ed il succo fresco del frutto della passione è particolarmente delizioso, la mattina a colazione nel giardino vicino alla piscina. Pare che i clienti siano esclusivamente europei. Due coppie di tedeschi si rilassano in piscina con i loro piccolissimi bambini adottivi cambogiani.

Nell’attesa di trasferirci dal Kabiki al Pavillon, cominciamo ad orientarci nella città. La strada dell’albergo è chiusa da una sbarra, si trova nella zona delle ambasciate, ed un poliziotto in una guardiola controlla chi entra e chi esce. La temperatura è già molto alta. Prendiamo la direzione del fiume Tonlé Sap e non sempre è possibile camminare sui marciapiedi. Spesso sono occupati da bancarelle o carrettini di ambulanti che vendono frutta e altri generi alimentari; c’è anche un gommista che, mentre vende grossi agrumi verdi, ripara le gomme bucate di motorini e biciclette. A volte l’odore di urina è quasi insopportabile.

Il monumento all’Indipendenza fu costruito nel 1958 in seguito all’indipendenza dalla Francia ottenuta nel 1953, ma funge anche da monumento ai caduti della guerra civile. Si trova su una grande rotonda e si ispira alla torre centrale di Angkor Wat con naga giganti (serpenti sacri) che ne proteggono gli accessi nelle quattro direzioni cardinali.

Il fiume è poco distante, ma non si riesce a raggiungerlo. Una lunga e continua staccionata impedisce il passaggio e la visuale. La strada senza sfondo conduce ad una zona isolata dove le poche persone presenti si riposano per terra all’ombra di alcune piante.

Si vedono i tetti in stile khmer del palazzo reale, alti e sottili, colorati di rosso e d’oro, al di là del muro di recinzione che delimita la strada a sinistra. Il fiume, a destra, è piuttosto distante e non si vede. Un bambino con un berretto blu e la tesa vende bottigliette d’acqua. Un uomo con una gamba sola e due stampelle chiede l’elemosina all’uscita del palazzo reale. L’autista di un tuk-tuk, motocicletta con carrozzella, si ferma e cerca con ostinata insistenza di convincerci a salire per fare il un giro turistico in città. Poi propone una visita ai campi di sterminio di Choeung Ek, a 15 km di distanza da Phnom Penn. È talmente insistente che ottiene l’effetto contrario ed imbocchiamo la strada che porta al museo archeologico, chiusa al traffico e fortunatamente ombreggiata.

Un lunghissimo naga di pietra fa da sponda ai giardini antistanti il museo e tra le fronde degli alberi appaiono le guglie khmer del tetto, alte e sottili, di color rosso scuro.

L’ingresso al Pavillon è attraverso un rigoglioso giardino intorno ad una piscina. L’arredamento della stanza è nello stile di quello del Kabiki e alcune foto in bianco e nero alle pareti ritraggono esploratori europei del 1800 con gente afgana, quando ancora le donne potevano andare a volto scoperto.

Il ristorante al bordo della piscina serve piatti europei ed anche della cucina Khmer. Tavolini e sedie di legno sono a disposizione tra le piante del giardino con panchine e baldacchini semichiusi da drappi grigi, con tappeti e cuscini all’interno. L’acqua della piscina è calda e stranamente salata e, nonostante l’affollamento, offre un notevole refrigerio. Sono quasi tutti turisti occidentali.

La Sisowath Quay è una strada larga che costeggia il fiume. Il traffico di motorini è inimmaginabile. Sfrecciano da destra, da sinistra, con due, tre, quattro e a volte anche cinque passeggeri. Sono capaci di trasportare di tutto. Il casco lo indossa solo il conducente. I bambini stanno generalmente in mezzo ai genitori, i più piccoli spesso dormono o addirittura prendono il latte dalla mamma. I clacson suonano in continuazione. Attraversare la strada è un’avventura. Lo smog è pesante. Si accede al fiume passando ai margini di uno dei molti cantieri di lavoro lungo la strada. Il terreno è un po’ fangoso per la pioggia, ma il muretto che fa da argine costeggia un percorso pedonale asfaltato, gremito di gente. Alcuni affittano per pochi Riel dei seggiolini piegabili, altri siedono sul muretto o al di là di esso, dove la banchina del fiume è più lunga e meno scoscesa. Alcuni mangiano qualche snack comprato lungo la strada dalla stessa famiglia di ambulanti che affitta i seggiolini. Arrostiscono sulla brace delle conchiglie di fiume e le vendono come fossero semi di zucca. Per terra si vedono e si calpestano i gusci. Il Tonlé Sap è un grande fiume che, collegato al Mekong poco a valle di Phnom Penh, risente delle sue escursioni di livello tra la stagione secca e quella delle piogge e alimenta con flusso contro corrente il lago Tonlé Sap, circa 150 km a monte. L’acqua appare limacciosa e grossi barconi trasportano passeggeri in escursioni locali. Il lato della strada, opposto al fiume, ha un marciapiede largo dove si trovano molti tavolini e una fila interminabile di locali, bar e ristoranti, gremiti di turisti che tra un bicchiere e l’altro si rilassano e respirano gas di scarico.

Il mercato Psar Chaa è un insieme di bancarelle disposte lungo quattro file con un ampio spazio tra le due centrali. Vendono oggetti di artigianato locale, capi di abbigliamento, cibi e bevande. All’estremo opposto del mercato, rispetto a Sisowath Quai, distesi per terra si trovano numerosi tappeti colorati con sopra oliere, saliere e tovaglioli di carta. Sono le tavole imbandite per i clienti che consumano i loro pasti al mercato, seduti per terra in tranquillità. Numerosi cestini a forma di tripode con tanto di manici e coperchio, sono fatti di vecchi pneumatici e consentono di tenere l’ambiente piuttosto pulito. Al di sotto del marciapiede, una fila ordinata di motorini parcheggiati.

Camminando tra le vie di Phnom Penh, al di fuori delle zone più commerciali, ci si rende conto un po’ meglio delle condizioni della gente nella città. Bambini scalzi, commercianti con carretti esageratamente carichi di merci, montagne di spazzatura puzzolente, venditori di benzina di contrabbando in bottiglie di plastica di varie dimensioni, impilate su baldacchini di ferro.

La pagoda Wat Phnom, simbolo di Phnom Penh, si trova in cima ad una collinetta e l’ampia scalinata di accesso è protetta da leoni e due enormi naga di pietra che scortano il visitatore fino alla pagoda. Il tempio fu costruito verso il 1370 e poi diverse volte nei secoli successivi. La leggenda dice che dovesse ospitare quattro statue del Buddha, trasportate dalla corrente del Mekong e ritrovate da una donna. Si accede all’interno della pagoda salendo alcuni gradini da una terrazza che la circonda su tutti i lati. Allo stesso livello della pagoda si trova uno stupa bianco, tomba di un re del 1400. Subito dopo l’ingresso, enormi ceri gialli, di lunghezze diverse, si sciolgono lentamente sotto fiammelle accese e la cera che cola emana un odore gradevole. Camminando all’interno, lungo il perimetro dell’edificio, si osservano le offerte dei devoti: banane, noci di cocco, corone di profumatissimi gelsomini bianchi. All’esterno, fedeli devoti si inginocchiano davanti ad altari colorati, popolati di statue di Buddha e di santi. Lunghi bastoncini di incenso ardono infilati nella sabbia di tabernacoli bianchi scolpiti nel marmo. Il parco sottostante ospita molti venditori ambulanti, bambini e mendicanti. Un uomo ha una gabbia piena di uccellini, senza neppure un vasetto d’acqua e di becchime. È il tramonto e la luce diminuisce rapidamente. Da una panchina ai piedi di una costruzione con alte colonne e tetti dalle punte arrotondate, si vede un albero con centinaia di enormi pipistrelli appesi. Aspettano la notte.

A piedi fino a Sisowath Quai in cerca di un ristorante. I locali sulla strada principale sono pieni di turisti occidentali, ma le traverse sono meno popolate e molte ragazze fanno a gara ad attrarre i passanti. Entriamo e ci accomodiamo ad un tavolo con delle pesanti sedie di legno. Non c’è quasi nessuno e le cameriere sono tutte per noi. Si avvicinano, vorrebbero parlare, ma conoscono solo poche parole di inglese. Sorridono e ridono, sembrano molto divertite. Anche noi ci sentiamo a nostro agio. Arriva la cuoca in persona a prendere le ordinazioni per essere sicure di non sbagliare.

La notte sogno la mia nipotina. Sogno che nasce e che somiglia al suo primo fratellino. La stessa notte nasce Maddalena.

All’interno del muro di recinzione del palazzo reale si apre un grande giardino e tutta una serie di costruzioni e padiglioni. L’armonia dell’ambiente è disturbata soltanto dalle decine di visitatori che si spostano rapidamente da un parte e dall’altra, dentro e fuori dai padiglioni. All’ingresso del giardino, un albero enorme attira l’attenzione di tutti. Ha una pianta parassita attaccata al tronco fino ai suoi rami più bassi. I lunghi tralci sono ricoperti di fiori meravigliosi. Molte piante del giardino sono potate in modo per noi assurdo: dischi concentrici sovrapposti danno alla pianta una forma conica. Rappresentano gli stadi del buddismo che portano all’illuminazione. Niente sembra lasciato al caso. Alte palme dalle foglie a ventaglio si elevano al cielo insieme alle punte colorate dei tetti che sembrano estremità di navi in miniatura. Un casa di ferro, con colonne lavorate in stile neoclassico, fu un regalo di Napoleone III al re Norodom. Molti degli edifici sono ricostruiti, in quanto distrutti o gravemente danneggiati durante il regime di Pol Pot. Uno di questi è la sala del trono a cui si accede tramite una scalinata protetta da enormi naga. La pagoda d’argento è forse il più importante tra gli edifici aperti al pubblico. Il pavimento è piastrellato con mattonelle d’argento ed all’interno è conservata una collezione di oggetti d’arte khmer. Statuette del Buddha d’oro e d’argento riempiono intere vetrine. Una rappresentazione a grandezza naturale del Buddha in piedi, in oro e diamanti, termina la fila dei Buddha esposti lungo l’asse principale della pagoda. La temperatura esterna è molto alta e le zone d’ombra sono limitate. Un porticato, lungo il muro perimetrale della pagoda, offre un riparo ai visitatori che possono apprezzare alcuni affreschi in restauro, raffiguranti l’epopea del Ramayana, sopravvissuti alla distruzione dei Khmer rossi. Si osserva un uno stupa in marmo bianco finemente scolpito, seduti su un muretto sotto una grande pianta sperando che un po’ di brezza ci asciughi il sudore.

Il museo nazionale della Cambogia è un edificio in mattoni rossi con tetti in stile tradizionale. Piante rigogliose lo circondano ed un elefante di pietra fuoriesce da un grosso cespuglio. All’interno, un giardino quadrato fa da punto d’incontro tra i padiglioni del museo. Vasche con pesci e piante acquatiche, enormi bouganville, alberi dalle foglie orlate che sembrano di plastica, guardiani attenti a chi fa fotografie senza aver pagato il dovuto biglietto. Le collezioni di oggetti nel museo provengono in gran parte dagli scavi di Angkor. Ci sono statue di antichi re, statue di dei e di animali, statue di Buddha e collezioni di lingam in onore alla vita. Vicino a molte delle statue del Buddha ci sono donne che vendono corone di gelsomini profumati e bastoncini d’incenso da offrire. Anche quello è un modo per sbarcare il lunario.

Abbiamo la sensazione di essere stati imbrogliati e la conferma arriva il giorno dopo, al momento della partenza per Siem Reap. Il conducente di tuk-tuk ci scarica agli uffici della Mekong Express per acquistare i biglietti del pullman. Ci accompagna dentro l’agenzia e parla rapidamente con una delle impiegate. Tutte le scritte sono nell’alfabeto khmer e riusciamo ad intendere solo l’ora di partenza. Lo stesso tuk-tuk ci accompagna al museo Tuol Sleng ed il conducente insiste per attenderci e portarci indietro alla fine della visita.

L’ S-21, oggi trasformato in museo, fu un terribile carcere di sicurezza durante il regime dei khmer rossi. Era stata la scuola superiore di Tuol Svay Prey che, requisita da Pol Pot nel 1975, divenne il più grande centro di detenzione e tortura del paese. L’emozione per la visita a quel luogo e le immagini del luogo stesso ci lasciano allibiti. Le stanze dove furono ritrovati dall’esercito vietnamita gli ultimi quattordici prigionieri torturati a morte, le fotografie dei loro corpi putrefatti incatenati ai letti di ferro, le loro tombe di fronte alle celle, il filo spinato che ingabbia tutto l’edificio, alcuni cartelli dove si mostrano le torture più frequenti. L’angoscia si fa via via più acuta fino all’insopportabile. I khmer rossi, come i nazisti, avevano documentato con foto e registri tutti i loro crimini. Le foto di migliaia di prigionieri sono esposte, prima e dopo le torture, schedati con un numero appeso al petto: uomini, donne e bambini. Aule e aule piene di foto, interi piani della scuola. Alle pareti, cartelloni con dipinti di torture ed esecuzioni, foto delle fosse comuni riscavate negli anni recenti. I dettami del regime in un lungo elenco che si conclude con morte. Ai piani superiori le celle. Minuscole celle di mattoni per contenere al massimo una persona, ciascuna con un finestrino che dà su un corridoio centrale. Celle di legno marrone, simili a quelle di mattoni. Si sente l’odore della morte in quel luogo oscuro. Sembra quasi di sentire ancora i lamenti dei prigionieri. Sembra quasi di non poter uscire da quel carcere maledetto. La nausea si fa fortissima, le lacrime agli occhi. Usciamo rapidamente sul lungo terrazzo esterno in cerca d’aria, e l’aria attraversa il filo spinato e ci riempie i polmoni. È difficile proseguire la visita e ci soffermiamo appena sui teschi impilati nelle ultime stanze. Non si riesce a pronunciare parola e l’unica necessità è quella di allontanarci da lì. Vorremmo andare a piedi per scaricare tutta quella negatività, ma il conducente di tuk tuk è talmente insistete che non troviamo la forza di rifiutare.

Ci accompagna al Sisowath Quay dove intendiamo fare una passeggiata lungo il fiume. È domenica ed il luogo è gremito di gente. Bambini che giocano con gli aquiloni, ambulanti che vendono dolcetti e frutta, innamorati che camminano e gente seduta nel prato. Un uomo con una gabbia piena di uccellini ci avvicina e ci spiega che per un dollaro ne possiamo liberare due. Ancora siamo sconvolti dalla visita alla prigione e solo l’idea di poter liberare un prigioniero ci dà come la sensazione di riscatto. Paghiamo un dollaro e l’uomo tira fuori dalla gabbia due uccellini. Li lanciamo per aria, ma sono esausti. Si posano sulla pianta più vicina. Istantaneamente alcuni ragazzi con delle canne ed un laccio li catturano. Reagisco in modo quasi violento. Gli corro incontro urlando e questi, colti alla sprovvista per una reazione inaspettata, liberano di nuovo gli uccelli. Provo un fortissimo senso di inadeguatezza. Non riesco a calmare la mia mente. Vorrei scappare. Non sono in grado di guardare la vita dal punto di vista di chi per vivere è costretto a catturare e liberare degli uccelli.

Camminiamo a lungo e finalmente ci sediamo a mangiare una pizza in un locale dal nome un po’ambiguo "happy herb". Di notte, a piedi verso l’albergo, incontriamo poca gente. La piscina del Pavillon è tutta per noi. Il bagno sotto le stelle, con le foglie delle palme in controluce alla luna, è una catarsi.

 

Siem Reap

Il tuk-tuk si ferma davanti al Mekong Express, ma non è lo stesso posto dove il giorno prima avevamo acquistato i biglietti per Siem Reap. Li mostriamo al conducente che ci riporta 200 m indietro all’Angkor Express. È chiarita la sensazione di fregatura che avevamo avuto al momento dell’acquisto, ma alla fine, per noi non fa differenza. Il pullman arriva in orario. I passeggeri si accomodano nei posti numerati. Sono grandi sedili con braccioli, tavolinetti e posto per tenere in piedi le bottiglie. Le tendine ai finestrini hanno una trina bianca e la tappezzeria ha grandi fiori colorati. Un televisore trasmette video musicali per tutta la durata del viaggio. Attraversiamo lentamente Phnom Penn nel traffico cittadino, poi fuori dalla città, percorriamo una strada quasi tutta diritta tra distese di risaie. A volte, in corrispondenza di qualche centro abitato, si vedono nei campi allagati, case sospese su pali: palafitte. Le immagini si susseguono alla velocità del pullman e si alternano campi di riso, campi di fiori di loto, fornaci per mattoni, capanne di legno ai margini della strada, bancarelle di frutta e altri generi alimentari della campagna. A metà del viaggio, una sosta presso una specie di stazione di servizio. Ci sono i bagni, molte bancarelle, veri e propri negozi. Ma ciò che colpisce di più è il numero di bambini che cercano di vendere in tutti i modi sacchetti di frutta sbucciata a chi scende dagli autobus. Ci circondano, sono cinque o sei per ogni passeggero. Insistono in ogni modo pronunciando qualche parola in inglese. E non si può comperare solo da uno, gli altri si dimostrano offesi. Uno di loro ha in mano una grossa cavalletta. Alla fine saliamo sul pullman con cinque sacchetti di ananas ed uno di mango.

A Siem Reap scendiamo in una zona abbastanza periferica della città. È un ampio spazio sterrato lungo la strada principale, una specie di mercato con bancarelle ed insegne pubblicitarie. Aspettiamo i nostri bagagli ed un tuk-tuk che ci porti all’albergo. L’hotel Clearmont si trova in una strada secondaria vicino al fiume Stung Siem Riap, abbastanza vicino al centro. È una costruzione moderna, pavimenti lucidi, ampie stanze pulite. Le finestre, su due lati, danno sul fiume e sulla strada. Molti operai, per lo più donne, lavorano in un cantiere edile per la costruzione di un palazzo che, una volta finito, toglierà al Clearmont la vista sul fiume. A fianco del cantiere ci sono delle baracche dove gli operai alloggiano di notte e dove si riparano quando il cielo decide di scaricare sulla terra acqua a fiumi.

Le piogge sono frequenti ed improvvise. Giorno e notte si susseguono temporali e sprazzi di sereno. Ci avviamo per una camminata in città. Gli argini del fiume sono ampi giardini con qualche panchina per chi osa sfidare la pioggia. L’acqua limacciosa scorre lenta ed un fiore di loto rosa si allunga verso la corrente. Il traffico è intenso e attraversare i ponti sul fiume diventa un’impresa. Le vie del centro sono piene di negozi. Il turismo a Siem Reap è legato ai templi di Angkor e la città è la base per chi voglia visitare le rovine. Lo Psar Chaa è il mercato Vecchio. La pioggia battente, l’elevata temperatura e la molta gente che brulica tra le bancarelle rendono l’aria quasi irrespirabile al di sotto delle lamiere di copertura. Il reparto alimentari offre carne e pesce freschi, verdure, frutta, uova. Grossi coltelli tagliano pezzi di fegato sanguinolenti e rosse parti di muscolo su ampi piani di marmo. Mucchi di conchiglie di fiume, granchi, pesci grossi e piccoli sono esposti nel ghiaccio tritato. L’odore è quasi insopportabile. Qualche cane bagnato si riposa sotto le bancarelle. La visita al reparto dei non alimentari è molto più semplice. Stretti corridoi tra bancarelle di abbigliamento, biancheria ricamata, bigiotterie, sculture di pietra e di legno, orologi e bracciali. Oggetti di artigianato cambogiano che i commercianti cercano di vendere con insistenza. In certi punti la copertura del mercato ha una falla e l’acqua si schianta al suolo con fragore schizzando tutto intorno. All’uscita, un rapido orientamento e l’ingresso veloce nel ristorante Khmer al di là della strada. Camerieri giovanissimi prendono le ordinazioni e servono ai tavoli. La base dei nostri piatti è il riso con funghi e uova per me, con pesce per Chinese. Le mantelline da montagna ci riparano dalla pioggia durante il ritorno all’albergo, ma spesso attraversiamo pozze larghe e profonde illuminate a tratti dai fari delle macchine. Rifiutiamo l’offerta di un massaggio in camera che ci propongono alla reception.

 

I templi di Angkor

Due mountain bike a noleggio e via verso il complesso di templi più grande del mondo. Percorriamo una strada sterrata che costeggia il fiume e già, appena fuori da Siem Reap, la gente vive in capanne di legno e di lamiera. Al di là del fiume ci portiamo su una strada trafficata verso l’antica Angkor. Il caldo si fa sentire già molto presto la mattina e sudore e polvere cominciano a prendere il sopravvento. Circa otto chilometri di strada diritta, un lungo viale alberato dove ci superano moto, tuk-tuk, pullman di turisti, taxi ed anche biciclette con ragazze locali che ci sorridono e vanno. La biglietteria somiglia ad un grande casello autostradale. Il biglietto per tre giorni riporta le date di emissione e di scadenza e la nostra foto fatta al momento con una webcam. Tutti coloro che vogliono entrare nei templi si reimmettono nella strada principale passando dal controllo biglietti, dove incaricati fermano chiunque e poi lasciano proseguire. Corrono parallele alla strada strisce di terra battuta e di foresta diradata. Decine e decine di persone con machete in mano si danno il cambio a tagliare le piante. Oltre quelle strisce non si può andare. Il terreno è ancora contaminato dalle mine antiuomo disseminate durante la guerra e la foresta è molto fitta e scura. Raggiungiamo un lato del fossato che circonda l’Angkor Wat, il complesso più famoso costruito durante in regno di Suryavarman II tra il 1113 e il 1150. Largo più di cento metri e lungo qualche chilometro, il fossato riflette nell’acqua le fronde verdi degli alberi, le nuvole e l’azzurro del cielo. Al di là, alberi e mura ed in lontananza le punte delle torri del tempio. Si accede all’ingresso ovest dell’Angkor Wat su un largo percorso di pietra che attraversa il fossato. Al primo tentativo di parcheggiare le bici, decine di bambini ci circondano per venderci acqua, cartoline, libri, sciarpe di seta e di cotone, braccialetti di giunco e di perline e magliette. Alcuni conoscono qualche parola di inglese e sanno bene come insistere. Una donna si fa avanti e si offre di custodirci le bici vicino alla sua bancarella in cambio dell’acquisto di acqua alla fine della visita. Affare fatto. Anche i bambini si allontanano, sapendo che saremmo sicuramente tornati più tardi. Naga e leoni di pietra presidiano il ponte. Al di là, ripidi scalini ed è come entrare in un’altra dimensione: una statua di Vishnu accoglie i visitatori, adornata di colorate sciarpe giallo e arancio e profumati incensi. Bassorilievi di Apsara, le danzatrici celesti, ricoprono le pareti dei corridoi e dei muri che danno sull’ampio parco interno. Le costruzioni di roccia, di un colore grigio scuro, mostrano striature più chiare e una forte corrosione dovuta all’incessante alternarsi di piogge e sole rovente. Il caldo è quasi insopportabile e l’aria umida diffonde una luce forte e quasi uniforme. A sinistra del percorso, un laghetto pieno di piante di loto con larghe foglie e grossi fiori rosa. Il tempio è una rappresentazione del cosmo indù: l’oceano da cui emerge la terra, le montagne ed al centro il Monte Meru dove abitano gli dei. La terra è rappresentata da gallerie concentriche le cui pareti sono ricoperte da finissimi bassorilievi: inferni e paradisi, battaglie tra demoni e dei, il mescolamento dell’oceano di latte primordiale, in gran parte racconti epici del Ramayana e del Mahabharata. Gallerie concentriche che conducono al Monte Meru attraverso un percorso simbolico fino alle irte gradinate della torre centrale che simboleggia proprio la scalata di una montagna. La torre centrale è chiusa per restauro, ma anche salire e scendere i gradini tra una galleria e l’altra e percorrere i lunghi corridoi, non è facile per la temperatura. I porticati stretti consentono di fermarsi solo in pochi punti e riprendiamo fiato seduti sui gradoni d’accesso al lato sud. L’acqua bevuta sembra uscire istantaneamente dai nostri pori. Le magliette sono bagnate e l’umidità dell’aria impedisce che si asciughino. Si vede l’antica biblioteca, una costruzione rialzata come se fuoriuscisse dal prato. Serpenti a più teste marcano l’inizio di un’antica strada. Le chiome degli alberi e palme altissime si ergono al di là delle mura ed il canto degli uccelli rende il luogo particolarmente affascinante.

Raggiungiamo l’uscita attraverso un percorso laterale tra gli alberi. Il prato è troppo assolato ed anche le talpe si rintanano in fondo a centinaia di buche scavate nella terra.

Recuperiamo le biciclette ed acquistiamo acqua come promesso. E non solo. I bambini non mollano ed una di loro mi regala una cartolina scritta in inglese, un’altra un braccialetto di giunco.

Ci allontaniamo in cerca di un posto dove mangiare qualcosa. Più avanti, sotto una lunga tettoia di foglie di palma, una fila di tavolini con tovaglie di plastica e sedie. Bancarelle che preparano e vendono cibo. Un ragazzo ci fa segno di andare e cerchiamo di capire cosa potremmo mangiare. Al di là dei tavoli, la cucina all’aperto: un piano di lavoro, un fornello a legna con qualche tegame d’acqua bollente, uno spago con pesci e fette di carne secca fissati con le mollette dei panni. Il ragazzo, in un inglese stentato, ci dice che sono disponibili palline di carne e insalata di papaia. Ci sediamo ed osserviamo attentamente la cuoca che prepara i nostri pranzi. Ho ben specificato che l’insalata di papaia deve essere vegetariana ed il Chinese, che riconosce la bistecca appesa solo dopo aver ordinato le palline di carne, comincia a porsi delle domande sulla commestibilità delle pietanze. Non cucinano riso, ma il ragazzo se lo procura andando in motorino da qualche bancarella più avanti. La cuoca è la sorella maggiore mentre su una branda è seduta una ragazzina, la sorella minore, che gioca con la nipotina di circa un anno. Si intravede un sentiero che conduce alla loro casa, poco dentro la foresta. Il ragazzo si siede di fronte a noi e porta il suo quaderno di inglese. Ci dice che tutte le mattine, molto presto, va in città per un corso di inglese e poi ritorna a lavorare al "ristorante". Arrivano i nostri piatti. Le palline sono molto calde, appena estratte dall’acqua bollente. La papaia è verde, tagliata a striscioline e condita con limone, semi di piante aromatiche e un pezzo di un grosso granchio in cima al cucuzzolo. Ribadisco che volevo un piatto vegetariano, e così la cuoca rimuove il granchio. Assaggio. Sa di pesce. Penso che dipenda dal granchio, ma al secondo boccone capisco che il sapore di pesce dipende da dei pezzettini rossi che classifico come gamberetti secchi tritati. Ritorno a ribadire che volevo un piatto vegetariano, no carne, né pesce ed il ragazzo sostiene che i gamberetti non sono né carne né pesce. Non c’è possibilità di ordinare altro, o meglio di farsi capire, così mi rassegno e mangio il riso bollito. Neanche Chinese riesce a finire le sue palline di carne, ma almeno ci siamo riposati prima di procedere nella visita, lungo il piccolo circuito di 17 chilometri.

Lungo la strada che dall’Angkor Wat porta verso la città fortificata di Angkor Thome incontriamo bufali d’acqua ed elefanti cavalcati da guide locali e turisti in cerca d’emozioni. Ci troviamo davanti alla porta sud della città che conduce al Bayon. La porta è imponente e si trova al di là di un largo fossato che circonda le mura sui quattro lati della città. Si dice che un tempo vivessero nel fossato coccodrilli molto pericolosi. Si raggiunge la porta su una strada rialzata ai cui lati sono allineate enormi statue di pietra raffiguranti dei da una parte e demoni dall’altra. Tutti sorreggono il serpente fino alla porta. Proboscidi di elefante decorano l’ingresso insieme con quattro enormi volti del Bodhisattva Avalokiteshvara che guardano nelle quattro direzioni cardinali.

La strada è all’ombra di enormi alberi e ai lati, una striscia di terra ricoperta da erba verde corta e ordinata. Porta al Bayon e solo quando gli siamo davanti ci rendiamo conto della maestosità del tempio. Una grande terrazza conduce all’ingresso est ed è protetta da leoni e serpenti di pietra. Da lontano il tempio appare come una serie di torri che si alzano dai lati verso il centro e solo avvicinandosi cominciano a prendere forma le numerose ed enigmatiche facce scolpite sui lati delle torri stessa. Il tempio è collocato proprio al centro della antica città fortificata di Angkor Thom e fu il tempio-stato del sovrano Jayavarman VII che ne iniziò la costruzione alla fine del XII secolo. La sezione dei due livelli inferiori del tempio è quadrata, mentre il terzo livello ha sezione circolare. Le modifiche nei secoli successivi alla costruzione hanno fatto sì che i porticati, le gallerie, le cappelle e le torri si accavallassero ed intrecciassero come in un labirinto. Si accede al primo livello arrampicandosi su alcuni gradini irti e consumati e da lì in molte gallerie. All’interno si passa da un corridoio all’altro quasi senza rendersi conto della direzione, incontrando spesso percorsi stretti con scorci su ambienti ricoperti di muschio verde dall’odore acre. Montagne di pietre ben impilate in attesa di restauro dai tempi del regime, durante il quale tutti i documenti necessari alla ricostruzione del tempio in restauro furono distrutti. Le molte cappelle situate lungo i lati dei livelli inferiori ospitavano, un tempo, statue del Buddha e le gallerie mostrano finissimi bassorilievi con scene di vita rurale e di corte. È al terzo livello che il tempio si mostra in tutta la sua suggestività. Dovunque ci si trovi, enormi facce del sovrano Jayavarman VII si mostrano da davanti e di profilo come a controllare gli angoli più remoti del regno. Sullo sfondo, le chiome maestose degli alberi ed il blu del cielo. Dall’esterno del lato ovest, le torri si stagliano oltre una zona acquitrinosa da cui fuoriescono tronchi di piante alte e diritte. Dall’altro lato della strada, un moderno tempio buddista in cui i monaci richiamano alla preghiera con forti tocchi di tamburo. Il fumo odoroso degli incensi si spande nella foresta e l’atmosfera è magica.

 

A nord del Bayon si apre un’enorme area rettangolare che un tempo fu la piazza reale. Il lato ovest è delimitato dalla terrazza degli elefanti e successivamente dalla terrazza del re lebbroso. Parate di elefanti, Garuda (mitologico uomo uccello) e leoni a grandezza naturale sono scolpiti lungo tutto il muraglione che fa da sponda alla terrazza. Da lì, un tempo, i re assistevano alle cerimonie pubbliche, quando lo sfarzo del regno Khmer era al culmine. Sul lato opposto della piazza, con la foresta e grosse nuvole bianche sullo sfondo, si trovano due complessi architettonici con davanti una serie di torri dove i funamboli di corte eseguivano i loro giochi. Operai a lavoro sotto il sole che non ha pietà, tagliano l’erba del prato di fronte alla terrazza. L’ammucchiano e poi riempiono dei sacchi per trasportarla con i loro carretti trainati da biciclette. Sulla terrazza, il tronco reciso alla base di un albero enorme testimonia di come, nei secoli, la giungla abbia tentato di riappropriarsi di ciò che era suo. Cinque contrafforti consentono l’accesso alla terrazza. Dopo l’ultimo contrafforte, una via d’accesso verso il palazzo reale e quindi la terrazza del re lebbroso. Molto meno imponente di quella degli elefanti, regala la vista di una serie di bassorilievi ben conservati su una facciata rimasta nascosta da una doppia parete. In cima, fiori impollinati da grosse farfalle colorate e la statua di un uomo asessuato, forse appunto il re lebbroso, o addirittura della morte, lasciando supporre che la terrazza fosse il crematorio dei reali. Percorriamo in bici un breve tratto del sentiero che era una via di accesso al palazzo celeste. Una donna con il suo carrettino di ambulante ci fa segno di comperare un’ananas e delle banane. Il caldo è soffocante e qualche minuto di riposo all’ombra degli alberi è un toccasana. La frutta è dolcissima e succosa e permette di reintegrare un po’ di sali. Una bambina sbuca dalle piante e ci si avvicina. Si siede vicino a noi, ci osserva, raccoglie un fiore e me lo regala. Ha una grossa ferita infetta su una gamba, ma sembra non curarsene. I suoi grandi occhi marroni sono lucidi e mesti. Avrà sette o otto anni.

Procediamo a piedi verso i resti del Phimeanakas, il palazzo celeste, che fu la residenza reale di alcuni sovrani. Di forma piramidale con tre diversi livelli e le stanze regali alla sommità, era costruito in mattoni con rivestimento di pietra. La struttura è mal conservata. Il muschio e le felci che vi crescono sopra per l’umidità fanno apparire scivolose le ripide e consunte scale ai quattro lati e non invitano a salire. Le enormi vasche d’acqua, dove un tempo si bagnavano i reali, si offrono oggi come piscine per i bambini che vivono nella zona. Alcuni di loro si tuffano dai rami degli alberi ai bordi della vasca più grande con grida di gioia e schiamazzi. Non si vedono fino a che riaffiorano, tanto l’acqua è verde, ma il refrigerio supera di gran lunga questo aspetto per loro del tutto irrilevante.

Nella piazza, sotto grandi alberi con le chiome ad ombrello, sostano gli autisti dei tuk-tuk che ogni giorno portano i turisti a visitare i templi. L’ombra è contesa tra gli autisti e molti ambulanti che, con i loro carrettini, vendono bevande fresche e cibo. Sono quasi tutte donne e come adocchiano un turista gli urlano "wooootaaaar!" con il loro tipico accento che cantilena le parole inglesi.

Di fronte e perpendicolare alla terrazza degli elefanti, il viale della vittoria attraversa la piazza e porta verso il Ta Prohm. Nonostante la stanchezza, è forte il desiderio di vedere quello che è forse il più impressionante luogo di Angkor: i templi ingoiati dalla giungla che ormai si reggono in piedi solo grazie ad essa, in una sorta di simbiosi. La strada sembra non finire mai. Usciamo dalle mura dell’Angkor Thom attraverso la porta della vittoria. Anch’essa spettacolare con le sue facce di pietra dagli sguardi sereni. Un grosso pezzo di frutta al lato della strada è ricoperto da uno strato di piccole formiche, tra loro un’unica grande formica.

Come davanti a tutti i templi principali, anche nei pressi del Ta Prohm si trovano decine di bancarelle e veri e propri negozi di souvenir, cibi e bevande. Mentre cerchiamo di parcheggiare le bici, una donna ci avvicina per invitarci al suo ristorante, la bancarella N. 14, ma siamo di fretta. Il cielo si è fatto scuro e sembra che piova da un momento all’altro, la luce del giorno sta lentamente scemando. Una faccia-torre consente di oltrepassare il muro di recinzione. Poi una strada nel bosco conduce alle rovine. Quasi tutti stanno uscendo e camminiamo contro corrente. Un bivio nel sentiero, prediamo a sinistra e, attraversato un ponticello, ci troviamo davanti ad uno spettacolo inimmaginabile: alberi colossali dai tronchi a stella fuoriescono da muri pericolanti di edifici diroccati. Sembra che qui non valga più la legge della gravità e che il verso degli alberi e dei muri non sia più perpendicolare al terreno. Piante e pietre si sostengono a vicenda. L’aria umida della giungla, l’inizio di una pioggerella finissima, qualche macchia di luce che ancora per poco si insinua tra le foglie degli alberi ci indicano che è l’ora di uscire e a tornare verso Siem Reap.

La pioggia si fa più forte e pedaliamo dentro le mantelline da montagna, con gli zaini in spalla. Il sudore si mescola alla pioggia ed entrambi agli schizzi che le ruote sollevano entrando nelle pozze lungo la strada. Non si distinguono più l’uno dall’altro. Dodici chilometri di strada diritta dove, chi di giorno ha lavorato in città, ritorna verso casa. Sono centinaia e centinai di motorini, biciclette, qualcuno a piedi. Un grosso fosso corre parallelo alla strada. Al di là, case e baracche con animali, palme e fiori di loto. Le forze cominciano a mancare e pedaliamo quasi in automatico, senza riuscire a pensare, con la speranza che l’incrocio con la nazionale che entra a Siem Reap da nord, arrivi prima possibile. Attraversiamo i quartieri settentrionali ed il mercato principale Psar Leu. C’è ancora un gran movimento nella zona, nonostante che sia quasi buio. Arriviamo stremati a riconsegnare le biciclette e saliamo in albergo con il miraggio di una doccia bollente.

La pioggia è fortissima e ceniamo al ristorante dell’albergo, all’ultimo piano. Un’atmosfera accogliente con le cameriere che indossano tipici abiti orientali ed un sottofondo di musica classica indiana. È un ristorante indiano, ma conoscendo i gusti degli occidentali, il cuoco si limita nell’aggiunta delle spezie. Purtroppo abbonda solo con il coriandolo fresco che Chinese riesce a separare con difficoltà dal suo stufato. La mia zuppa di spinaci è ottima.

 

Il secondo giorno di visita ai templi si fa in tuk-tuk. Alcuni conducenti di tuk-tuk e moto sono in attesa di turisti subito fuori dall’ingresso dell’albergo. Ci informiamo sul prezzo e decidiamo che Pokun ci faccia da guida. Ha una faccia un po’ triste e parla qualche parola di inglese. Ha l’aria di una persona remissiva .

La strada verso l’antica Angkor, fatta in tuk-tuk, sembra più breve che in bicicletta e si apprezzano molti di più i dettagli del panorama. Lungo la strada, una donna ed una bambina con un pigiamino rosso con gli orsetti colorati. La donna vende la benzina di contrabbando. La piccolina, di circa un anno, si allontana dalla strada impaurita, quando le sorridiamo e le facciamo ciao con la mano. Due litri di benzina vengono travasati da una bottiglia di plastica al serbatoio della moto di Pokun e procediamo per percorrere il grande circuito, di 26 km, che raggiunge i templi più lontani. In senso antiorario, iniziamo dal Ta Prohm. Entriamo dall’ingresso opposto a quello dove eravamo entrati il giorno prima e Pokun ci aspetterà proprio lì. Un percorso ritagliato nella giungla e tanta gente che lo percorre in direzione delle rovine. Una musica di flauti e tamburi si fa più forte via via che procediamo fino a che siamo davanti ad un gruppo di musicisti che vendono CD e cassette in sostegno dei mutilati delle mine anti-uomo. Sono monchi, ciechi, senza piedi e senza gambe. Suonano strumenti diversi a seconda di quello che il corpo gli consente. Musica popolare cambogiana nella giungla, musica allegra suonata da persone che, vittime di un’assurda guerra, si riorganizzano per vivere, nonostante tutto.

Il Ta Phrom era un tempio buddista dedicato alla madre di Jayavarman VII. Un grande complesso di edifici, colonnati e gallerie sopraffatti dalla giungla. Alberi enormi che fuoriescono e sovrastano le strutture ricoperte di muschi verdi e cespugli. Un albero colossale spunta dal tetto di un rudere. Le pietre squadrate dell’edificio sono spostate dalla loro posizione originale per far posto alle radici della pianta ed ora è la pianta stessa che le tiene insieme. Oltre la chioma, il cielo azzurro ed il sole che proietta i suoi raggi tra le foglie a formare tante macchie luminose sul terreno. Molte delle antiche colonne sono crollate portando con sé intere gallerie, ma in certi punti sono ancora ben visibili eccellenti bassorilievi con episodi della vita del Budda, scene di lavoro nel tempio, dee e animali mitologici. Non è facile mantenere l’orientamento all’interno del complesso. A base quadrata, comprende cortili, torri e passaggi da un anello all’altro fino alla zona centrale dove il santuario principale è avvolto da un’atmosfera densa di umidità e l’odore del bosco pervade ogni angolo. Le radici a contrafforte dell’albero della seta e cotone, fanno da sostegno ai muri del santuario, mentre enormi radici cilindriche di una specie di ficus corrono sui tetti e lungo le pareti per decine di metri. Talvolta si interrano tra le macerie, altre volte finiscono improvvisamente per un taglio netto di chi mantiene l’area ed impedisce che la foresta si riappropri definitivamente di ciò che era suo. Alberi secolari sovrastano il tempio e da un ramo molto alto pende un gran favo di cera d’api. La distanza non permette di vedere se lo sciame abiti ancora la colonia. L’area è in continua manutenzione. Squadre di operai cambogiani e sovrintendenti indiani e giapponesi ricostruiscono lentamente alcune delle parti crollate e puliscono l’area limitando le piante a quelle più caratteristiche e fondamentali perché gli edifici stiano in piedi. Molti sono i turisti presenti nel luogo, alcuni vestiti con abiti variopinti e cappelli sgargianti, altri che si alternano per una fotografia alla base di qualche albero gigante, altri ancora che chiedono di essere fotografati mentre escono da qualche porta con l’architrave in bilico. Ritroviamo l’albero inclinato della sera prima. Colossale, affascinante guardiano del varco d’ingresso.

Pokun ci aspetta all’ombra seduto sul suo tuk-tuk. Ci vede per primo e subito mette in moto per proseguire il giro.

Il Baray orientale, costruito intorno al 900 da Yasovarman I, fu uno dei due grandi bacini idrici di Angkor. Dalle dimensioni di 7 x 1,8 km, riceveva l’acqua dallo Stung Siem Reap tramite una serie di canali, fino al livello di cinque o sei metri. Al centro, su un’isola che poco si ergeva dalle acque, fu costruito il Mebon orientale, un tempio induista su tre livelli, di mattoni e pietra, con torri ai piani superiori a guardare le quattro direzioni cardinali. La torre principale è aperta su un lato ed all’interno una statua di Vishnu, sotto un grande ombrello giallo, guarda ardere bastoncini d’incenso ed indossa una lunga sciarpa di seta dello stesso colore dell’ombrello. Quattro elefanti monolitici si trovano agli spigoli del secondo livello e, camminando sul primo, si stagliano contro il cielo. L’antico bacino, oggi secco, rappresenta una pianura intorno al tempio, in parte coltivata a riso. Dall’alto, lo sguardo si porta lontano verso verdi macchie di vegetazione.

Proseguendo sul grande circuito, ci fermiamo al Ta Som, un piccolo tempio buddista con alcune facce-torri. Ci sono molti bambini lungo il sentiero, alcuni piccolissimi che neppure camminano. Giocano con la terra. Altri, un po’ più grandicelli, vendono libri e cartoline. Recitano a memoria delle cantilene pronunciando i numeri da uno a dieci in molte lingue europee. Chiedono soldi ai turisti e, non conoscendo la loro nazionalità, gli si rivolgono con tutte le parole straniere che sanno. Sono una decina e, chi si ferma per acquistare qualcosa da uno, immediatamente viene circondato da tutti gli altri che mostrano le loro cartoline dicendo: "different!". Uno degli ingressi del Ta Som è completamente divorato da un albero colossale. Lunghe radici tentacolari di un ficus si nutrono e nello stesso tempo tengono insieme un portale con colonne e frontespizio finemente scolpiti.

Camminando lungo una strada verso il Neak Pean, si ode una musica simile a quelle che riempiva il sentiero del Ta Phrom. Sono altri musicisti vittime delle mine antiuomo. Le loro gambe di legno sono appoggiate a fianco ed i monconi lisci e rotondi dei loro arti ci fanno immaginare per qualche attimo il momento in cui la mina esplose sotto i loro piedi: stordimento, sangue e dolore. Vite spezzate e vite che proseguono. Il complesso è costituito da cinque vasche quadrate, una grande centrale e quattro più piccole situate ai lati, nelle direzioni cardinali. Neak Pean significa serpente intrecciato ed infatti, due serpenti dalle code intrecciate circondano l’isoletta in mezzo alla vasca principale. Le teste dei serpenti guardano una statua dal corpo di cavallo e gambe umane che rappresenta un cavallo alato nell’atto di salvare un gruppo di uomini da un’isola infestata di demoni. La vasca centrale è collegata a quelle laterali per mezzo di condotti che terminano in teste di elefante, cavallo, uomo e leone. Un tempo, l’acqua fuoriusciva dalle bocche e rappresentava un luogo di purificazione, prima induista e successivamente buddista. Tutt’intorno vegetazione fitta, ma una volta era un grande bacino idrico che riforniva Preah Khan. Una farfalla marrone succhia con la sua proboscide una ciliegia caduta sul sentiero.

Come il Ta Phrom, che era dedicato alla madre di Jayavarman VII, il Preah Khan fu dedicato a suo padre. Il tempio della Spada Sacra è un enorme complesso che nel momento di maggior splendore vedeva ogni anno tenersi cerimonie sacre e processioni attraverso i suoi viali di accesso e templi interni. I due accessi principali sono orientati est-ovest e vi si giunge percorrendo una strada delimitata da grosse pietre scolpite e issate in posizione verticale. Segue una rappresentazione dell’oceano di latte con statue di divinità e demoni che sostengono il serpente fino all’ingresso della seconda cinta muraria, sovrastato da torri. Scendiamo dal tuk-tuk all’accesso est, dove una volta si attraversava la cinta più esterna. Un gruppo di bambine e alcune ragazze più grandi vendono braccialetti di perline, cartoline e magliette. Insistono all’infinito nonostante i nostri rifiuti ed una di loro ci segue per una buona parte del percorso, fino a che non finalizziamo un acquisto. Le pietre di confine ai lati della strada sono steli ricoperte di bassorilievi, mentre gli dei e i demoni che reggono il serpente sono quasi tutti decapitati. Entriamo. Passiamo attraverso una porta di pietra molto larga e più avanti, sulla destra, intravediamo una costruzione che sembra una cappella. In controluce i raggi del sole che filtrano tra le foglie si rendono visibili per la polvere in sospensione, l’odore del muschio che ricopre la costruzione, tutto prelude ad una visita interessante. Entriamo da un lato ed usciamo dall’altro. All’interno, un corridoio diritto e scuro. Il rumore di una motosega attira la nostra attenzione. Stanno abbattendo un enorme albero che rischia di cadere e travolgere le costruzioni. Una squadra di operai ha costruito un’impalcatura intorno al tronco e, partendo dall’alto, rimuove un pezzo per volta del colosso. Sebbene anche qui la giungla si sia impossessata di molti edifici, il complesso si trova in uno stato migliore del Ta Phrom ed è in una continua fase di manutenzione e restauro. Percorsi paralleli, corridoi che si intersecano a novanta gradi, gallerie in parte crollate ed in parte restaurate con i loro bassorilivi, edifici di epoche successiva costruiti senza un ordine prestabilito attorno al santuario principale, il tutto rende il Preah Khan affascinante. Camminando senza una meta precisa tra angusti percorsi, si incontrano apsara, enormi Garuda, bassorilievi di Vishnu adagiato sul serpente, divinità maschili e femminili, un linga sul suo simbolico piedistallo yoni. Non ci sono teorie sull’uso di un edificio a due piani, in stile greco, con enormi colonne rotonde, a destra del percorso principale. Ai tempi del maggiore splendore, oltre ad essere un centro religioso, il complesso era anche un centro culturale e migliaia di persone gli gravitavano attorno. Incrociamo i visitatori entrati dalla porta ovest e, simmetricamente all’ingresso, superiamo il tratto dell’oceano di latte e le pietre di confine. All’esterno, una donna vende banane e ananas. Saranno il nostro pranzo e ne portiamo qualcuna a Pokun che ci aspetta sul tuk-tuk. Il succo fresco di una noce di cocco reintegra in parte i liquidi persi col sudore.

Il caldo è estenuante e le energie cominciano a diminuire. Non si può però rinunciare alla vista dell’Angkor Wat dall’alto della collina Phnom Bakheng, vicino all’ora del tramonto. La strada in salita è poco più di un sentiero all’ombra del bosco. All’inizio, un altro gruppo di musicisti mutilati suona musica cambogiana. Il passo è lento per il caldo soffocante e non si incontra quasi nessuno lungo la via. Prima di arrivare alla sommità, un punto più aperto tra la vegetazione permette di guardare in direzione del Barai occidentale e più in là del lago Tonlé Sap, sul quale si riflette il sole. Una bambina chiede l’elemosina seduta per terra in assoluta solitudine. Un tempio-montagna occupa la parte alta della collina. Costruito da Yasovarman I tra la fine del 800 e l’inizio del 900, il tempio ha una struttura profondamente simbolica fondata sui numeri ed il numero dei livelli si lega a quello delle torri. Alla sommità il santuario principale. Si sale con mani e piedi da una scalinata molto ripida. Alla base, Nandi, il toro sacro veicolo di Shiva, è oggetto di devozione da parte di fedeli. Un uomo con i sui due bambini accende bastoncini d’incenso profumati, si inginocchia e prega. In cima alla collina, a guardia del tempio, un militare ed un ragazzo dal viso triste. Vende incenso per la divinità. Accendere un bastoncino non è poi così facile quando, essendo una cosa così insolita per un turista, tutti si fermano a guardare e qualcuno fa di tutto per dare una mano. Le torri dell’Angkor Wat si vedono in lontananza fuoriuscire dalla giungla una dietro l’altra. La discesa dalla scalinata è più difficile della salita per gli alti gradini stretti e consumati dai secoli. Attira la nostra attenzione un cartello triangolare di pericolo elefanti. Ci mettiamo a ridere e, proprio in quel momento, cominciano ad arrivare elefanti che scaricano turisti su una specie di torretta di legno e ripartono per un altro giro. Nonostante le dimensioni, i movimenti li fanno sembrare animali leggeri e corrono più veloci di quanto si potesse immaginare. Sono molto obbedenti al gancio di ferro del loro padrone. Girando intorno al tempio troviamo una statua del Budda con una sciarpa bianca. Sembra quasi una statua di cemento, forse una copia. Le torri e le gradinate del tempio si ergono verso l’alto ed il cielo azzurro e le nuvole bianche fanno da cornice. Teste di serpente e leoni di pietra fanno la guardia.

Sulla via del ritorno, ci soffermiamo davanti all’Angkor Wat le cui torri risaltano alla luce rosata del tramonto.

 

Due bici da noleggio sono esposte davanti ad un minuscolo negozio che ha un paio di computer con internet e fa anche da lavanderia. Le bici hanno il cestino e sono decisamente più comode delle mountain bike del primo giorno.

La porta ovest dell’Angkor Thom è famosa non tanto per essere diversa dalle altre, quanto perché vi fu girato il film Tomb Rider. Una strada sterrata che parte dal Bayon attraversa un lungo tratto di giungla e non rientra tra le piste più battute dai turisti. L’odore della terra umida, qualche raggio di sole che passa oltre le foglie e raggiunge il terreno, qualche abitante locale che cammina spingendo un carretto stracarico di roba, due farfalle che si inseguono, una foto per fissare il momento. La porta ovest non è restaurata come la porta sud ed il cammino rialzato che attraversa il fossato non ha più le statue degli dei e dei demoni. Alberi formano un tunnel e pietre squadrate affiorano dal sottobosco lasciando solo immaginare l’antica maestosità. Un uomo è immerso fino al collo nelle acque melmose del fossato. Pesca sistemando delle nasse sott’acqua. Proseguiamo lungo la strada verso il Baray occidentale. La giungla non è più fitta come dentro le mura. Gli alberi sono stati abbattuti per coltivare la terra e per costruire capanne. Il sole è verticale sulla strada polverosa ed il caldo quasi insopportabile. Piante di banano e di cocco costeggiano la strada soprelevata come su un argine o un terrapieno di confine. Non incontriamo anima viva fino ad un crocevia. Ci sono alcune capanne e qualche bancarella. Un mercato in mezzo al niente, ma forse è un punto di passaggio in altre ore del giorno. Un po’ d’ombra ed un po’ di refrigerio. Acquistiamo acqua e banane e ci fermiamo su un ponticello di un canale che porta l’acqua al Baray. Nonostante che ci troviamo sul confine, non riusciamo però vedere il bacino, perché in parte secco. I bambini sono incuriositi e si avvicinano. Ci guardano e ci guarda la donna della bancarella dove sono esposte le banane insieme a pochi altri oggetti. Proseguire ci sembra azzardato e decidiamo di tornare indietro.

Dedichiamo la giornata alla visita di alcuni templi minori e ripercorriamo le tappe principali dei due giorni precedenti. Ad est del Bayon, una lunga fila di bancarelle dove si vendono souvenir e cibo. Un piccolo carrettino bianco espone, in una spoglia vetrina, tre panini di forma allungata, dei pezzetti di carne cotta ed una scatola di formaggini. Panino e formaggino, una delizia da gustare guardano il Bayon, seduti sui sassi all’ombra degli alberi. Una bambina passa a raccogliere le bottiglie di plastica vuote. Sono tanti quelli che fanno questo mestiere e non ci sono limiti di età.

Il tempo cambia rapidamente, il sole si oscura ed una fitta pioggia si riversa sulla terra. Una costruzione di legno che pubblicizza i contributi giapponesi alla ricostruzione di Angkor, dà riparo a molti turisti. Per fortuna, la pioggia passa rapidamente e torniamo a visitare le terrazze degli elefanti e del re lebbroso. Un ragazzo di poco più di dieci anni chiede l’elemosina. Recita a memoria un lungo discorso in inglese in cui racconta la storia della sua vita, dei suoi genitori morti di AIDS, di come si guadagna i soldi per vivere e andare a scuola. La domanda che sorge spontanea è su chi stia dietro a questi bambini e li sfrutti per impressionare e far commuovere i turisti. Il dubbio che resta è se invece quel ragazzo dica la verità.

Proseguendo verso il Ta Phrom, troviamo sulla sinistra della strada il Thommanon, un piccolo ed elegante tempio costruito nello stesso periodo dell’Angkor Wat. Ha un’unica torre centrale ed il resto del complesso è rialzato su gradoni che adducono a brevi corridoi anticamere del santuario. Intorno, resta poco delle antiche mura di cinta, ma le fini sculture di dee ed i bassorilievi con scene del Ramayana sono ben conservati. La luce del sole filtra tra le foglie degli alberi alti che lentamente riconquistano il loro terreno. Ci fermiamo ad osservare il complesso da un’angolazione adeguata per scattare qualche foto. Gli zainetti sono appoggiati per terra. Trascorrono pochi minuti ed uno sciame di termiti decide per l’assalto ad uno dei due. La parte che era a contatto col terreno è ricoperta da uno strato di piccoli insetti marroncini, tozzi con la testa grossa quasi quanto tutto il resto del corpo e delle forti chele. Scuoterli non serve a niente. Pur di non mollare la presa preferiscono la decapitazione.

Il Ta Keo è un tempio-montagna con alla sommità cinque torri che rappresentano il Monte Meru. A base quadrata, si erge come una piramide a vari livelli. La scalinata ha gradini molto alti, stretti e consumati dal tempo che rendono la salita poco agevole. In cima, il passaggio da una torre all’altra, avviene attraverso un corridoio cruciforme con copertura conica alta e stretta. Lo spettacolo dalle finestre è magnifico, peccato che si debba cedere rapidamente il posto di osservazione ai numerosi turisti stipati tra corridoio e finestre delle torri.

La scalinata è troppo irta per un bambino di pochi anni, figlio di turisti stranieri, così il padre aspetta con lui alla base, mentre la madre si avventura nella salita. Alcuni bambini cambogiani, più o meno della stessa età, gli si avvicinano e comincia un vivace dialogo tra loro, ciascuno nella propria lingua. Per qualche minuto si trovano in quattro, seduti nell’incavo di una finestra a lato del varco di accesso ed un raggio di sole li illumina passando tra i rami degli alberi ed il profilo del tempio. Tratti e colori diversi, ma uguale curiosità.

Wooootaaaar! Le proprietarie delle bancarelle al di là della strada richiamano l’attenzione dei turisti. Ci fermiamo a bere il succo di una noce di cocco e ce lo servono su un tavolo nel mezzo ad un’esposizione di magliette. Bambini arrivano a vendere braccialetti di perline e cartoline. La noce, accuratamente conservata in una borsa frigo con ghiaccio, è fredda e la sorseggiamo lentamente vicino ad altri due turisti seduti allo stesso tavolo.

Ancora una pedalata verso il Ta Phrom. Mentre leghiamo le biciclette, la donna che il primo giorno ci aveva invitati a mangiare nella sua bancarella ci riconosce e rinnova l’invito. Una visita veloce tra le rovine come a fissare per l’ultima volta nella memoria qualche scorcio di quell’amalgama di giungla e templi. Ogni volta un’emozione.

Così come erano iniziati, i nostri tre giorni di visita ai templi si concludono con la vista dell’Angkor Wat. Al tramonto, la luce rosata del sole ormai basso illumina le torri e l’acqua del fossato. Una donna siede col suo bambino sul muro vicino all’acqua. Un’immagine senza tempo.

Vicino all’albergo, subito dietro l’angolo, c’è un ristornate che sembra tranquillo. Siamo molto stanchi e non è il caso di andare in centro per cenare. Tavolini di vimini bassi, proprio sulla strada, e tavoli normali all’interno. Fanno sia cucina khmer che cucina internazionale e giovani camerieri estremamente gentili fanno a gara a rispondere alle richieste dei clienti. Sarà il nostro ristorante durante il resto della permanenza a Siem Reap.

Pokun ci aspetta alle 8 in punto sotto l’albergo con il suo tuk-tuk per portarci a Chong Kneas. Da lì avremmo dovuto prendere una barca e raggiunger il villaggio galleggiante Kompon Phluck sul lago Tonlé Sap. Siem Reap è già in fermento e uscendo dalla città percorriamo una strada che costeggia il fiume. Un susseguirsi di case e capanne, spesso costruite su pali, ciascuna con la sua attività commerciale alla porta: il gommista, il benzinaio, il venditore di polli e uova, la lavanderia, il fabbro, il meccanico. Ad un certo punto la strada non è più accessibile ai tuk-tuk e sulla destra si trova la biglietteria per i tour organizzati verso il villaggio su palafitte. Cento dollari in due sono uno sproposito. Un uomo con dei grossi baffi neri fa di tutto per affibbiarci il tour, ma il costo è troppo alto, soprattutto se confrontato con gli standard di vita cambogiani. Quando vede che ce ne stiamo andando vorrebbe contrattare il prezzo del biglietto, ma ormai abbiamo deciso che ci sta antipatico e chiediamo a Pokun per una soluzione alternativa. Proviamo ad andare direttamente a Kompon Phluck con il tuk-tuk, passando da un’altra parte che non sia controllata da questa specie di monopolista. Percorriamo a ritroso la strada dell’andata e durante il viaggio, un giovane in motocicletta affianca il tuk-tuk e parla con Pokun. Fa il barcaiolo e ci propone una visita al villaggio galleggiante sulla sua barca. Fuori dalla strada asfaltata, percorriamo diversi chilometri di strada sterrata le cui condizioni si fanno sempre più brutte. Ad un certo punto il tuk-tuk non può più procedere e l’unica soluzione resta quella di salire in tre sulla motocicletta del ragazzo e percorrere il resto del sentiero fino alla barca. Un motorino di cilindrata 100 cc, tre passeggeri e due zainetti. Un sentiero stretto tra buche profonde e fangose. Il casco solo al conducente. Ogni tanto le ruote della moto scivolano nel fango, ma il ragazzo è bravo a non cadere. La nostra consolazione è che, in caso di caduta, la velocità è talmente bassa che il peggio che possa succedere è di ritrovarsi in mezzo ad una pozza di fango.

Al capolinea il sentiero finisce nell’acqua ed una serie di piccole barche a motore è ormeggiata lungo la striscia di terra tra un cespuglio e l’altro. Paghiamo 55 dollari ad un uomo che affida il suo mezzo al ragazzo che ci conduce verso il villaggio di palafitte. Pochi metri di percorso e gli schiamazzi di alcuni bambini richiamano la nostra attenzione. Nell’acqua fino alla vita, sono molto sorridenti e con soddisfazione ci mostrano dei grossi topi morti sventolandoli per la coda. Altri topi già spellati sono appesi ad un bastone orizzontale. Prelibatezze locali. Percorriamo canali d’acqua tra una striscia di terra ed un’altra, mentre grossi uccelli ogni tanto si levano in volo spaventati dal rumore del motore. L’acqua è limacciosa, di colore giallastro e odore di stagno. Non ci sembra vero vedere le prime palafitte. Alte sei o sette metri sopra il livello dell’acqua, si susseguono una dietro l’altra verso il centro del paese. Per lo più di legno, sono a due piani, ma il piano inferiore può essere usato solo nella stagione secca, quando l’acqua è sufficientemente bassa. Il piano alto ha addirittura dei balconi con vasi di fiori e zone di cottura dove le donne accendono il fuoco e cucinano. Le scale di accesso, lato fiume, sono scale di legno a pioli dalle quali i bambini si buttano in acqua e risalgono in continuazione. L’attracco è proprio tra i pali di una palafitta. Scendiamo per visitare a piedi il paese e percorriamo l’unica strada verso il tempio. Ricorda quasi un paese del far west: case di legno ai due lati di una strada lunga e diritta con il sole a picco. Il tempio buddista si trova in posizione un po’ rialzata rispetto alla strada. Subito, cinque o sei bambine con dei quaderni in mano si avvicinano ed insistentemente chiedono soldi per poter comperare i libri di scuola. Già lungo il tragitto in barca, una canoa di legno ci aveva affiancati ed una ragazzina ci aveva chiesto dei soldi per i libri. Al tempio, la stessa ragazzina fa parte del gruppo, ci riconosce e ci saluta.

Giunti di nuovo alla barca, chiedo al ragazzo di indicarmi dove posso trovare una toilette. Panico! Non ci sono toilette nel paese. Le funzioni corporali, vengono direttamente espletate nel fiume. Non è chiaro però se questo avvenga all’aperto o in appositi luoghi chiusi. Il ragazzo si consulta col padre uscito dalla palafitta sotto cui abbiamo attraccato e decidono di accompagnarci ad una palafitta in cemento, 100 m d’acqua più avanti, che ha il bagno in casa. Deve essere la casa di una persona importante del villaggio o almeno benestante. In cima a due rampe di scale in cemento, la casa è sguarnita. La porta è spalancata ed il ragazzo ci guida fino al bagno. Ovviamente, il buco dà direttamente sull’acqua.

Raggiungiamo la foresta alluvionale su una piccola barca di legno a remi ed il padre del ragazzo, pescatore all’occorrenza riconvertito al turismo, ci porta in un mondo inaspettato. La remata è lenta ed il sole a picco. Una mantide verde vorrebbe scendere dalla barca, ma intorno c’è solo acqua. La appoggiamo su un cespuglio galleggiate, un giacinto d’acqua spinto dal vento. Via via che procediamo, prendiamo sempre più confidenza con il luogo e riusciamo a vedere particolari che all’inizio erano sfuggiti. Gabbie di legno galleggianti rinchiudono maiali di piccola taglia; altre gabbie trattengono coccodrilli dall’aspetto poco soddisfatto; zone d’acqua chiuse da reti, fissate al terreno con pali di legno, costituiscono enormi nasse per la cattura di pesci; uomini immersi a controllare che non ci siano fessure; bambini che si spostano in barca da soli nella più assoluta naturalezza. Il pescatore non parla inglese e non proferisce parola. Conduce la sua barca in stretti percorsi tra gli alberi che fuoriescono dall’acqua poco al di sopradi dove il tronco si dirama. Non si sentono più le urla dei bambini, ma solo il remo che entra ed esce dall’acqua. Il canto degli uccelli, il colore verdastro del lago sotto le chiome delle mangrovie, qualche macchia di luce del sole che trapassa le foglie degli alberi; tutto sembra appartenere ad un’altra dimensione: l’uomo in simbiosi con l’acqua. Il fascino di un mondo d’acqua, deve però essere decisamente diverso per chi per nascita e condizione sociale, si trova a viverci. Famiglie intere rintanate all’ultimo piano delle palafitte nella stagione delle piogge e delle piene del lago, gente che impara a nuotare a due anni, gente che lentamente si sposta verso la terraferma per coltivare la terra nella stagione secca; gente con il viso solcato dal sole, dal tempo e dalla povertà e che ora scopre le opportunità del turismo come fonte alternativa di sostentamento.

Con la barca a motore percorriamo tutto il canale ed entriamo nel lago per vedere la foresta dall’esterno, dopodiché rientriamo al villaggio, lo attraversiamo e prendiamo la via del ritorno. Alcuni uomini piantano pali sul fondo del canale per costruire nuove palafitte. Lasciamo la barca nello stesso punto dove eravamo saliti. Incrociamo sul sentiero fangoso del ritorno un paio di turisti in bicicletta. Pokun ci aspetta seduto ad una bancarella, a chiacchiera con un vecchietto del luogo. Torniamo all’albergo.

 

Sembrano due inglesi, un po’ rossicci di capelli, chiari di pelle con le lentiggini, sulla settantina. Ogni mattina escono in calzoncini dalla piccola palestra dell’albergo, allo stesso piano della terrazza dove si fa colazione e dopo poco si accomodano ai tavoli. Quello più bassetto fa sempre colazione con una ragazza cambogiana di meno di vent’anni. La cameriera porta la roba e lei gliela serve con dedizione, spesso accarezzandolo sul braccio e tenendogli la mano con sguardo languido. Quello più alto è più spudorato: ogni mattina ha al tavolo tre o quattro ragazzine che vanno più o meno dai dodici ai sedici anni. Ogni mattina sono diverse e sono tutte per lui. Già dal primo giorno la faccenda sembra sospetta e comincia l’osservazione. Hanno le camere al nostro stesso piano, dalla parte opposta del corridoio, ma essendo quella parte vicina all’ascensore, ogni volta ci passiamo davanti. Le ragazze alloggiano ufficialmente in una camera, ma nella realtà vanno aventi e indietro dalle stanze dei due. Una mattina, una donna cambogiana adulta, forse la madre, accompagna una bambina dal vecchietto. Il senso di repulsione si fa sempre più forte al vedere quanto, nonostante l’inasprimento delle leggi europee sul turismo sessuale, tale reato sia praticato alla luce del giorno, con la compiacenza degli albergatori. Così finalmente è chiaro il senso dei cartelli appesi all’ingresso dei due alberghi di Phnom Penh, gestiti da francesi, che a grosse lettere scrivevano: "No turismo sessuale".

 

Il museo nazionale di Siem Reap, di recente apertura, si trova in una costruzione moderna a due piani che ospita collezioni importanti dei reperti angkoriani e ricostruisce la storia della Cambogia a partire dal suo antico e glorioso passato. La sala dei mille Buddha espone statue del Buddha di ogni dimensione ed in posizioni diverse. Ciascuna statua è datata ed inquadrata nel proprio tempo. Le statue grandi si trovano al centro della sala, vicino ad un basamento nero, quadrato, rialzato dal pavimento, che ospita quelle di media dimensione. L’illuminazione è curata nei minimi dettagli ed una musica soffusa in sottofondo rende l’atmosfera particolarmente suggestiva. Centinaia di piccole statue del Buddha sono alloggiate in nicchie illuminate lungo le pareti laterali della sala. Ciascuna è illuminata dall’interno con piccoli faretti, come a dare l’idea di un cielo stellato.

Il passaggio da una sala all’altra del museo avviene attraversando gli atri principali dell’edificio, uno dei quali contiene una grande piscina rettangolare, contornata da un porticato sullo stile dell’impluvium romano. Una sala-cinema dove viene proiettato in continuazione un filmato sull’antica Angkor, poi altre sale dove i reperti archeologici sono illuminati in coordinazione con film-documentari che riproducono le atmosfere di tempi passati. Una voce spiega la simbologia dell’Angkor Wat, illuminando a zone un enorme plastico del tempio. Grandi sculture di teste di serpente, Apsara che danzano nei loro leggeri abiti di pietra, Vishnu, Garuda, Nandi, Linga sui loro piedistalli Yoni e dee, tutti portano il visitatore in una dimensione diversa dal reale, in un mondo fantastico in cui la mitologia prende forma. Le teste scolpite degli antichi re si trovano nella galleria dei grandi re khmer e le parole scolpite su una stele vengono lette da una voce cupa e suggestiva che rievoca transazioni e lasciti.

Siem Reap, nella sua parte più commerciale, è un po’una trappola per turisti: il mercato coperto, le bancarelle lungo le strade, i negozi di souvenir, di oggetti di artigianato locale, di gioielli e di abbigliamento, con prezzi spesso molto al di sopra degli standard locali.

L’indomani mattina Pokun ci accompagna all’aeroporto ed insieme a lui salutiamo la Cambogia. Un ultimo sguardo dall’aereo sugli antichi bacini d’acqua di Angkor ed il fiume Tonlé Sap nella sua gialla maestosità.

 

Vietnam

 

Ho Chi Mihn City - Saigon

Piove. Il biglietto del taxi si acquista direttamente all’aeroporto ed una gentile signorina con un lungo abitino viola ed una stola gialla ci accompagna nei pressi del taxi e parla direttamente al conducente. Il tragitto dall’aeroporto al centro di Saigon è sempre più gremito di motorini via via che ci si avvicina al centro. Sono migliaia ed i motociclisti indossano tutti delle mantelline di plastica antipioggia che li coprono interamente. Alcuni hanno addirittura delle mantelline bi-posto per coprire il passeggero. Semaforo rosso: due o tre macchine e duecento motorini pronti allo scatto. Si muove velocemente quel fiume di gente tra un rosso e l’altro, nonostante la pioggia torrenziale. L’albergo si trova nel distretto 3, in Hai Ba Trung, una strada lunga e diritta che porta direttamente al fiume Saigon. Dal balcone si vede la chioma di un enorme albero che, verde scuro, metter in risalto le grosse e fitte gocce di pioggia. Sotto l’albero, una stazione di servizio con varie pompe di benzina ed un gommista per motocicli che non è mai a corto di lavoro.

Il ristorante dell’albergo serve cucina locale e internazionale, almeno così è scritto. Una pizza sarebbe invitante, ma la realtà è peggio della foto sul menu. Al posto del pomodoro c’è il ketch-up, decisamente poco digeribile.

Comincia l’avventura sotto la pioggia del Vietnam. L’acqua arriva da tutte le parti: da sopra, da sotto, di lato. Ripararsi con l’ombrello è impossibile e sotto le mantelline il sudore non evapora. Il primo grosso scroscio avviene proprio mentre siamo davanti alla cattedrale che in pochi attimi si riempie di gente. Una chiesa bianca con due alti campanili ai lati della facciata anteriore. All’interno, una serie di affreschi lungo le pareti e sopra l’altare maggiore. L’ambiente è scuro e da fuori entra poca luce. Vicinio alla cattedrale si trova l’edificio delle poste centrali, in stile coloniale.

Una donna vende cartoline nella piazza della chiesa, proprio sotto la statua della madonna col cuore in mano. Il cuore è trafitto da una croce, ma l’insieme della composizione dà l’idea di una bomba a mano.

Non c’è molta gente lungo la strada che va al fiume. Sono soprattutto motorini e macchine. Il marciapiede è largo ed un po’ dissestato, interrotto da frequenti aiuole quadrate da cui escono grossi e alti alberi. Un uccellino completamente bagnato è mimetizzato con la terra ai piedi di un albero. Non ce la fa più a volare.

Il fiume Saigon è molto largo e molto alto di livello. Ci sono delle barche pubbliche che trasportano la gente da una sponda all’altra ed il parcheggio dei motorini è pieno. L’acqua fa fatica a drenare da molti punti delle strade dove si accumula in grosse pozze che vanno necessariamente guadate. Alcuni bambini fanno il bagno in una grande fontana rotonda che per dimensioni e livello somiglia ad una piscina.

L’architettura della città, per il momento, non sembra avere tratti particolarmente caratteristici. Grossi palazzi che delimitano le vie e, forse per la pioggia, il grigio è il colore predominate.

Ci fermiamo ad un bar per bere un succo di frutta e riposarci un po’. Una ragazza prende le ordinazioni ai tavolini e, resasi conto che siamo stranieri, comincia un lungo discorso in un inglese un po’ stentato. È il primo contatto vietnamita al di là del personale dell’albergo. Visto che siamo italiani, l’argomento del dialogo diventa il papa. La ragazza era particolarmente devota a Giovanni Paolo II che tanto aveva fatto per i giovani ed entra in dettagli in cui non siamo molto ferrati. Poi ci racconta della sua famiglia, cristiani cattolici convinti, che abita in un paese a qualche centinaio di chilometri da Saigon. Huí, così si chiama, lavora al bar e torna a casa ogni tanto. Ha un fidanzato straniero, ma la famiglia si oppone, perché testimone di Geova Quindi prosegue con in particolari e ad un certo punto ci chiede se crediamo alla madonna. Domanda imbarazzate. Huí ha visto la madonna che appare regolarmente tutte le mattine e tutte le sere al suo paese. Entra nei dettagli della figura, raggiante al mattino e triste la sera, con molti devoti che fanno migliaia di chilometri per andare a vederla da tutto il Vietnam. A questo punto ci chiediamo se sia vero tutto ciò che ha detto. Le chiediamo comunque alcune informazioni pratiche su dove si comprano i biglietti per i tour sul delta del Mekong e ci dà delle buone indicazioni. Finiamo di bere il succo ed usciamo. La pioggia è lì che ci aspetta. L’obiettivo è raggiungere l’albergo per una doccia calda e aspettare domani sperando in un tempo più clemente.

 

Piove, ma ogni tanto si alternano pioggia e qualche schiarita andando verso il museo dei residuati bellici. La guerra del Vietnam raccontata con fotografie, mezzi militari, strumenti di tortura e disegni di bambini che si augurano un mondo migliore. Si entra in un grande piazzale dove aerei e carri armati sono esposti all’ombra di alberi colossali. Un chiosco vende souvenir "bellici": portachiavi con stemmi militari, modellini di aerei e carri armati, cartoline, ombrelli e bottigliette di liquore con un serpente arrotolato all’interno ed un coreografico scorpione sotto spirito. Le sale espositve sono spoglie: serie di fotografie, cartine, piani di attacco appesi alle pareti con lunghe spiegazioni che aiutano a capire la storia della guerra vista dalla parte dei vietnamiti. Una sala espone le foto dei fotografi e dei giornalisti che l’avevano documentata, spesso senza fare ritorno a casa. C’è molta gente nel museo e spesso risulta difficile riuscire a leggere tutti i fogli illustrativi, ma è solo un vantaggio: è un modo per allentare la tensione emotiva che cresce via via che ci si inoltra nella ricostruzione di un periodo storico recente che vede milioni di morti in nome della libertà contro il comunismo. Le foto più grandi, alcune anche a colori, sono esposte in una grande sala che dà direttamente sul cortile. Ruotando in senso antiorario, si vedono i bambini bruciati dal napalm che scappano dalla foresta, si vedono cadaveri bruciati ammucchiati, si vedono corpi immersi nel fango fino alla testa, uomini in gabbia, uomini appesi per i piedi, bambini nati deformi in conseguenza degli agenti chimici usati per distruggere il nemico, terra bruciata. Sembra quasi di sentire l’odore acre del cherosene, del fumo e dei corpi, ma è solo autosuggestione. Esco fuori e mi siedo sui gradini dell’edificio per respirare. L’aria è calda e umida, ma almeno sembra non avere odore. La visita prosegue verso la zona delle gabbie delle tigri: piccole celle di cemento con un’unica a apertura dall’alto chiusa da una grata, dove i prigionieri venivano rinchiusi con i piedi incatenati a dei ferri piantati nel cemento. Infine, qualche foto del dopo guerra, con i presidenti di paesi stranieri che riprendono le relazioni diplomatiche con il Vietnam. È la via verso la rinascita, verso la libertà, verso il boom economico che il paese sta vivendo in questi ultimi anni.

Il caldo e l’umidità rendono l’aria quasi irrespirabile all’interno del mercato di Ben Thanh. Fu costruito nel 1914 dai francesi con una grande cupola centrale ed un campanile con orologio all’ingresso. È situato nel distretto 1, in una delle zone più vivaci della città e vi si trova di tutto: generi alimentari, oggetti d’uso comune, oggetti di artigianato, ferramenta, souvenir per turisti, gioiellerie. All’esterno, bancarelle di frutta ordinata a forma di cono come in sculture dall’equilibrio instabile.

Cerchiamo un posto per magiare seduti. Ci accolgono gentilmente in un ristorante che, se fossimo in Italia, definiremmo "ristorante cinese". Solita questione: spiegare che sono vegetariana. Il cameriere, che parla pochissimo inglese, chiama il cuoco in persona e, non conoscendo noi i piatti locali, decide lui di portarci un bel piatto di noodles con le verdure. Intanto sorseggiamo il succo di una noce di cocco, opportunamente sbucciata e sagomata a forma di prisma per stare in piedi da sola. Delizioso. Siamo gli unici clienti stranieri. Ad un tavolo vicino, è seduto un gruppetto di uomini che festeggiano qualcosa sorseggiando alcolici e cantando con grande soddisfazione. Alla fine chiediamo una caffè. Arriva, ma non sappiamo bene come funziona. È servito in un ciottolino di alluminio a due piani con l’acqua bollente nella parte superiore che lentamente filtra attraverso la polvere e scende nella parte inferiore. Quando è passata tutta, il caffè è pronto. Sembra che il diluvio universale abbia deciso di abbattersi di nuovo sulla terra.

La Pagoda dell’Imperatore di Giada è nascosta tra alti palazzi in cemento armato lungo una strada larga e trafficata in una zona chiamata Da Kao. A piedi, dentro le nostre mantelline antipioggia, con le macchine ed i motorini che schizzano dal basso, con le grondaie dei palazzi che riversano per terra l’acqua dei tetti, con i tendoni dei negozi che fanno cadere goccioloni su chi cammina sui marciapiedi, non riusciamo a trovare la pagoda. Giungiamo su un ponte che si affaccia su una parte della città molto devastata. Costruzioni fatiscenti che portano ancora le ferite della guerra, una strada sterrata che si avvia verso il fiume, bancarelle e qualche bar. Ad una fermata dell’autobus chiediamo indicazioni ed un signore molto gentile, letto sulla guida il nome di ciò che stiamo cercando, ci indica il punto della pagoda. Da un cortile ombroso, con le fronde degli alberi che sembrano ancora più scure per la pioggia, si intravede il tetto colorato dell’ingresso della pagoda. Il rosso predomina all’esterno, mentre l’interno è generalmente annerito dal fumo degli incensi che negli anni ha formato una patina su pareti, dipinti, sculture e statue di eroi della tradizione buddhista e taoista. La pagoda fu costruita nel 1909 dalla comunità cinese di Canton ed è dedicata all’Imperatore di Giada, la divinità suprema della religione taoista. Alcune grosse statue sono realizzate in cartapesta rinforzata e spesso hanno un aspetto inquietante. I fedeli portano doni ed accendono incensi. L’aria è quasi irrespirabile. All’uscita, la pioggia sembra aver allentato la morsa e, mentre approfittiamo di una panchina per sostituire la pellicola della macchina fotografica, un signore si avvicina e ci si rivolge in francese. Di sicuro lui l’ha vissuto il periodo coloniale francese. Ci offre un giro in cyclo. Vista l’età e la sua minuta statura fisica, rifiutiamo pensando che non ce la farebbe a fare cento metri, ma l’uomo insiste dicendo che non ha lavorato negli ultimi giorni e che deve guadagnare qualcosa per vivere. Alla fine, accettiamo di farci accompagnare nella zona del museo di storia naturale, non molto distante. Arriva il cyclo: una bicicletta dove il conducente sta dietro ed il passeggero davanti su una specie di poltroncina. L’uomo parte in contromano, ma dato il peso di due persone, la velocità è quasi nulla. In un attimo vediamo decine di macchine che ci vengono incontro e chi schivano all’ultimo momento, ma l’uomo sembra non curarsene e prosegue la marcia fino a quando trova un passaggio nello spartitraffico per prendere una via laterale. L’emozione non è poca. La velocità continua ad essere molto bassa anche nel giusto senso di marcia e, quando il semaforo diventa verde, i motorini ci suonano e ci superano lanciando qualche imprecazione. Dopo poche centinai di metri decidiamo che l’uomo abbia già lavorato abbastanza. Paghiamo la corsa e scendiamo nei pressi di un incrocio.

Una musica degli anni ’20 o ‘30 ci fa pensare al periodo coloniale. Musica nostalgica e un po’ triste, mentre i giovani camerieri del "La cave" prendono le ordinazioni e servono i clienti. La grande sala del ristorante è sotto il livello della strada. Gli arredi sono in stile europeo del secolo passato con stucchi dorati e qualche grande quadro. Le pareti dipinte di un colore salmone scuro, luci soffuse e candele accese su ogni tavolo.

 

Il Palazzo della Riunificazione, prima del 1975 era noto come Palazzo dell’Indipendenza o Palazzo Presidenziale. Il 30 aprile del 1975 fu il primo obiettivo dei carri armati comunisti che, sfondati i cancelli esterni, posero fine alla Repubblica del Vietnam in nome della quale erano morte centinaia di migliaia di persone tra vietnamiti e americani. È un edificio arioso, in stile europeo degli anni ’60, ricostruito sulle rovine del precedente Palazzo Norodom, originariamente residenza di un governatore francese e successivamente dell’odiato presidente sudvietnamita Ngo Dinh Diem, per uccidere il quale venne bombardato. Ricostruito, successivamente fu residenza del presidente sudvietnamita Nguyen Van Thiu fino al 1975. Le sale di rappresentanza sono ampie e arredate con raffinati oggetti di artigianato vietnamita. Sul retro, una terrazza fungeva da eliporto, mentre una rete di sotterranei antiaereo costituiva un centro militare e strategico per le telecomunicazioni. In una sala, con l’aria condizionata tarata per far star bene i pinguini, viene proiettato un video sulla storia del Vietnam che si conclude con l’inno nazionale.

 

Hué

È abbastanza veloce la fila per il check-in all’aeroporto nazionale di Saigon, poi l’attesa per l’imbarco in una sala grande e comune per tutti i voli. Non c’è quasi niente all’interno, ad eccezione di alcune file di sedie di formica, una grande televisione ed un negozio di generi alimentari tipici del Vietnam: frutta, biscotti, caramelle, acqua. Ciascuno può scegliere di cambiare i canali televisivi a piacimento e così un documentario sui templi di Angkor viene soppiantato da una puntata di una telenovela vietnamita con due donne antagoniste, di cui, la cattiva non ha scrupoli per raggiungere i suoi scopi. Comico e tragico nello stesso tempo, anche se incomprensibile per la lingua. Acquistiamo alcuni biscotti al sesamo al banchetto dei viveri e la commessa sembra quasi scocciata per il sovraccarico di lavoro.

In poco più di un’ora siamo a Hué, nel Vietnam centrale, in una città che fu la capitale degli imperatori Nguyen e che conserva molti tesori artistici ancora intatti, nonostante i bombardamenti. All’uscita dell’aeroporto, una fila di autisti di taxi richiama a gran voce i possibili clienti. Ne scegliamo uno che resta molto male vedendo che abbiamo già acquistato un biglietto prepagato. Ci porta in città con una macchina abbastanza sconquassata e ci scarica proprio davanti all’Hotel Thanh Noi, situato al di là del fiume rispetto alle mura e al cuore storico della città. Dall’aeroporto al centro cittadino ci sono circa 12 km di strada quasi diritta, costeggiata da case e fabbriche. Il tenore di vita, però, almeno apparentemente, sembra inferiore a quello di Saigon. L’albergo è una struttura a piano terreno le cui stanze si affacciano su lungo porticato che dà su un grande giardino. Anche il ristorante si affaccia sullo stesso giardino, pur essendo in una struttura distaccata. L’unica nota stonata è un certo odore che risale dal sifone del bagno. Appena arrivati prenotiamo un giro organizzato nei dintorni di Hué, per il giorno dopo, dove si trovano molte delle attrazioni artistiche e storiche della città, poi mangiamo al ristorante dell’albergo prima di incamminarci verso il centro. I vetri delle finestre del ristorante sono decorati con dei disegni ed essendo poco regolari, distorcono le immagini di ciò che si vede al di là. La struttura è di legno scuro con un grande tavolo al centro, dove la mattina si trovano le vivande per la colazione self-service. I tavoli sono disposti su tre file ed hanno delle tovaglie d’incerato a fiori. I camerieri sono giovanissimi e molto sorridenti. Dicono sempre: "Yes" anche se non hanno capito niente. Anche a Hué piove, ma decisamente meno che a Saigon. Qui, un ombrello è sufficiente per riparasi e a volte lo si può anche chiudere.

Il ponte sul fiume dei profumi è lungo e molto trafficato. Si cammina su uno stretto marciapiede ed in lontananza, oltre il fiume, una nebbia densa ricalca il profilo delle colline. Sulla sponda nord si trova la cittadella con le sue spesse mura, i suoi bastioni ed il suo largo fossato. Un ponte permette di attraversare il fossato in corrispondenza di ciascuna delle dieci porte. Due porte consentono l’accesso nella zona centrale delle mura, sul lato che dà verso il fiume. Il ponte sul fossato è stretto e si cammina in fila indiana. Auto e motorini sfrecciano rumorosamente, ma una volta nello spiazzo della torre della bandiera, tutto sembra più tranquillo. Il cielo è grigio. Si intravede qualche sprazzo di azzurro e qualche nuvola ben definita in lontananza, orlata di rosa dalla luce del sole al tramonto. Il pennone che porta la bandiera è una torre di 37 m che, stagliandosi da un grosso e massiccio basamento, dà l’idea di essere altissima. Nonostante la luce rosata e il pavimento di pietra lucido per la pioggia, l’aspetto militare della costruzione la rende austera. La bandiera del Vietnam sventola alla sommità.

Il fossato della cittadella segue a zig-zag il profilo delle mura. L’acqua è stagnante, di colore scuro, ma grossi fiori di loto nascono dal fondo melmoso e danno all’ambiente un senso di leggerezza. Sono bianchi e rosa e le grosse foglie ricoprono la superficie dell’acqua scricchiolando al soffio del vento. Qualcuno attraversa il canale su una canoa di legno, qualcuno vi si immerge per recuperare una nassa, dei ragazzi schermiscono un uomo che offeso si allontana.

Nei giardini che costeggiano tutte le mura, fuori dal fossato, un albero lascia cadere i suoi fiori gialli fradici di pioggia.

L’acqua della piscina è stranamente calda anche se ormai il sole è tramontato da tante ore. Dall’acqua, il cielo stellato con le fronde degli alberi in controluce rende l’atmosfera quasi magica. Si sente l’odore di fiori ed il vento, ogni tanto, porta in acqua i fiori di un ibisco. Alcuni gechi danzano sulle pareti illuminate del porticato a caccia di insetti.

 

Si parte presto la mattina per il tour organizzato nei dintorni di Hué. Un pulmino ci recupera direttamente all’albergo, poi più pulmini si riuniscono davanti alla cittadella e si forma il gruppo. Fa da guida un ragazzo con un cappello in stile messicano che parla inglese agli stranieri e vietnamita ai turisti locali. Nel gruppo sono quasi tutti vietnamiti, tranne sei stranieri: una coppia di australiani, una francese, un inglese e noi. Il sole è già alto quando entriamo nel recinto imperiale, una fortezza all’interno della cittadella che fu la residenza imperiale. Massicce mura alte sei metri circondano palazzi e giardini e la porta principale Ngo Mon, o Porta di Mezzogiorno, consentiva l’accesso esclusivo all’imperatore, mentre i membri della corte passavano da entrate laterali. Un fossato circonda le mura ed il ponte di accesso alla porta si affaccia sullo stagno delle foglie di loto. Dalla sommità, l’imperatore faceva le apparizioni pubbliche e da quella stessa posizione l’ultimo imperatore Bao Dai abdicò nel 1945, di fronte ad una delegazione del governo rivoluzionario provvisorio di Ho Chi Minh, terminando così la dinastia Nguyen. La vista sul fossato e sui giardini interni, da dove parlava l’imperatore, è molto suggestiva. Una grande campana di bronzo è appesa al tetto restaurato dell’edificio ed è oggetto di foto in continuazione. La guida accelera i tempi della visita e tiene unito il gruppo. Ripete rapidamente le sue spiegazioni in due lingue e cerca di rispettare i tempi del programma. I tetti dei palazzi imperiali hanno la tipica forma dei tetti delle pagode cinesi. Draghi colorati su strutture rosso cupo si snodano verso il cielo azzurro, mentre il verde dell’acqua dei laghetti interni contrasta con il lilla dei giacinti galleggianti raggruppati a formare figure ben definite. Un cestino dei rifiuti è mimetizzato all’interno di un leone di pietra. La maggior parte del recinto imperiale fu distrutta durante le guerre francese ed americane ed attualmente sono stati restaurati solo gli edifici meno danneggiati. Alcune parti verranno ricostruite integralmente ed è possibile vedere squadre di operai a lavoro tra macerie accatastate e travi intagliate di recente fattura. Si visitano rapidamente gli edifici principali: il Palazzo dell’armonia suprema, con alte colonne di legno, dove l’imperatore, seduto su un trono rialzato, partecipava a ricevimenti e cerimonie di corte; la Sala di mandarini, dove i mandarini si preparavano per le cerimonie ufficiali; la Città Purpurea Proibita, dove solo l’imperatore, le sue concubine e gli eunuchi potevano accedere; il Tempio di To Mieu, dove tutti gli imperatori sono ricordati in una lunga fila di santuari, ognuno con un ritratto o una foto; le Nove Urne Dinastiche, bronzee, sul lato opposto del cortile del tempio di To Mieu, a simboleggiare la stabilità del regno Nguyen con i loro due metri di altezza e duemila chili di peso, sorrette su robuste zampe nello stile dei tripodi greci. Cosa ci fa un drago cinese chiuso in una cabina telefonica inglese? Credo che sia la domanda che tutti i turisti occidentali si fanno quando, camminando verso le Urne, si trovano di fronte un parallelepipedo di vetro con cornici rosse che ingabbia la statua di un drago. Camminando rapidamente verso l’uscita, sull’interno delle mura, si vedono uomini che raccolgono i frutti degli alberi lungo i viali. Grappoli di longan, palline dolciastre con un guscio marroncino ed un grosso nocciolo all’interno, vengono legati in grossi fastelli e caricati su carretti trainati da biciclette. Molti dei grappoli ancora sulle piante sono foderati con sacchi di iuta per proteggerli dalle incursioni notturne dei pipistrelli.

 

Una breve tappa al "House garden", un piccolo e antico tempio taoista nascosto tra la vegetazione. Dalle sbarre del cancello d’entrata, nell’oscurità del luogo, si intravede un drago scolpito nel legno. Vicino al tempio si trova una palestra di arti marziali all’aperto dove in passato gli allievi si allenavano e si esibivano di fronte ai maestri.

 

La pagoda di Thien Mu, prende il nome da una fata che avrebbe predetto agli abitanti di Hué fortuna e prosperità in seguito alla costruzione della pagoda da parte di un uomo. In seguito alla profezia, l’allora governatore della regione, Nguyen Hoang, la edificò nel 1601. Distrutta e ricostruita nei secoli, oggi è il simbolo di Huè, con la sua torre ottagonale di sette piani, ciascuno dedicato ad un Buddha in sembianze umane. Si affaccia su un’ansa del fiume dei profumi, con dolci e suggestive colline sullo sfondo. Una tartaruga di marmo sostiene un’antica stele, mentre una campana di bronzo fa riecheggiare il suo suono fino a 10 km di distanza. Dal giardino della torre si entra nel santuario principale e poi in un altro grande giardino molto curato. Sulla sinistra, in una specie di autorimessa, un’Austin celeste un po’ arrugginita e la foto a colori di una torcia umana tengono viva la memoria del monaco Thich Quang Duc che nel 1963 si dette fuoco a Saigon per protestare contro la politica repressiva nei confronti dei monaci buddisti da parte del presidente del regime sudvietnamita Ngo Dinh Diem. Immagini raccapriccianti.

Il pranzo tipico vietnamita è incluso nel prezzo del tour. I tavoli al ristorante sembrano casualmente suddivisi tra vietnamiti e stranieri e ci ritroviamo in sei a cercare di riconoscere gli ingredienti delle pietanze. È tutto vegetariano, ben condito di aglio, uova strapazzate e verdure di contorno.

Raggiungiamo a piedi la tomba di Minh Mang, per qualche centinaio di metri lungo una strada sterrata tra la vegetazione. Oltrepassato un muro di cinta con un gran portale si incontra una corte di mandarini, cavalli ed elefanti di pietra, nello stile tradizionale delle tombe degli imperatori vietnamiti. Il complesso è ben integrato nell’ambiente e, secondo lo stile delle tombe cinesi, si susseguono tre porte, che sono vere e proprie costruzioni con scalinate di salita e discesa e tetti a pagoda. Conducono ad un ponticello di pietra su un ramo di un laghetto e, dopo il ponte, la tomba dell’imperatore. Una collinetta rotondeggiante ombreggiata da alti pini è la dimora eterna dell’imperatore. Le fronde degli alberi si piegano leggermente al vento, oltre il lago, e tutto l’ambiente sembra godere di una pace surreale.

Un’irta scalinata in pietra grigia conduce alla tomba di Khai Dinh, l’imperatore sotto il cui dominio fu più evidente il declino della cultura vietnamita, durante il periodo coloniale francese. Ringhiere e corrimani di pietra, scolpiti con draghi dai grandi occhi rotondi, conducono ad un livello superiore dove si trova la corte dei mandarini di pietra, cavalli ed elefanti, poi, ancora più in alto, una costruzione ricca di affreschi, marmi, mosaici di tessere di ceramica e preziosi vetri europei, mattonelle cinesi dai colori delicati, un baldacchino dorato e una stanza con la statua ed alcune suppellettili dell’imperatore. Il viso un po’effeminato e la vita stretta da un cinturone su un vestito di lustrini lo ridicolizzano agli o occhi occidentali, oltretutto sapendo di quanto fosse sensibile alle lusinghe del governo francese con i suoi regali parigini. Lo stile della tomba è diverso da quello di tutte le altre, ma la sequenza di costruzioni si chiude comunque con la collina alberata che custodisce il corpo dell’imperatore in un luogo sconosciuto.

L’imperatore Tu Duc regnó nella seconda metà del diciannovesimo secolo e, per la sua vita terrena ed ultraterrena, si fece costruire un armonioso complesso sulle sponde di un laghetto. Un sentiero ombreggiato conduce verso l’ingresso del complesso e sulla destra, su un’isoletta al centro del lago, una raffinata costruzione su palafitte era la base di partenza per le battute di caccia e per i momenti di piacere con le concubine. Nella tradizione Nguyen, l’erede al trono elogiava le gesta del predecessore immortalandole su steli di pietra. Tu Duc non ebbe figli e scrisse esso stesso la sua stele, enorme, conservata alla sommità della scalinata d’accesso. La luce è molto forte nei cortili ed il sole arroventa la tomba di pietra dell’imperatore, vuota. In realtà, fu sepolto in un luogo segreto e tutti i servitori che avrebbero potuto rivelarlo, furono decapitati.

Il Fiume dei Profumi scorre lentamente tra sponde coperte di vegetazione lussureggiante. La barca che ci riporta a Hué è larga e piatta e numerose sedie di plastica sono disposte su più file nella parte anteriore chiusa da vetri. Il percorso è piuttosto breve, ma è suggestivo viaggiare su una barca con un grosso drago colorato a prua ed incontrare altri draghi galleggiati. Un’altra barca ci affianca ed una ragazza passa al di qua. Si siede vicino al capitano e per un po’ prende il comando dell’imbarcazione. Sulle sponde del fiume, misere abitazioni, uomini che pescano e bambini che fanno il bagno.

La giornata è stata molto calda e stancante. Ceniamo al ristorante dell’albergo insieme con Julie e Mike, i due australiani del tour. È veramente interessante vedere alcuni stranieri che, seppur così lontani, conoscono le vicende politiche italiane. Ci perdiamo in considerazioni generali sul Vietnam, sui paesi che hanno e che abbiamo visitato, sul mondo in generale. Chiudiamo la giornata con un bagno in notturna nella piscina dell’albergo, calda come se ancora il sole fosse a mezzogiorno.

 

Il recinto imperiale, visto senza la fretta di dover seguire un gruppo, ha tutto un altro fascino. Vie alberate portano da un tempio all’altro e alle residenze degli imperatori, con un reticolo a maglia rettangolare, spesso costeggiando le mura di recinzione degli edifici. Cortili deserti, ricchi di vasi con alberi bonsai e piante dai fiori colorati offrono un po’ d’ombra e qualche gradino per sedersi e riposare. Il sole alto non dà tregua e la temperatura è elevata. In pochi raggiungono gli angoli più remoti del sito, limitandosi ai monumenti principali e alla zona vicina all’ingresso, ma sebbene non ancora restaurate, alcune zone riecheggiano i momenti in cui gli sfarzi della vita di corte erano al massimo. Uno spettacolo teatrale di musica, danze e luci nel teatro dell’università delle belle arti. Storie di draghi e di uomini; colori, fiori di loto, luci e melodie antiche; la riscoperta di un passato importante.

L’aeroporto di Hué è molto spoglio e l’attesa del volo per Saigon un po’ noiosa. Ci sono alcuni tavolini di un bar-ristorante dove alcune cameriere prendono ordinazioni per pranzi pre-confezionati, mostrati in foto su un grosso tabellone attaccato in alto ad una parete. Le stesse ragazze sono anche responsabili di un banco di biscotti e souvenir dalla vetrina disadorna.

 

Saigon e Delta del Mekong

Di nuovo a Saigon, ma in un’altra zona della città: la centralissima e viva Pham Ngu Lao. Il Great Giant Hotel si trova sulla via principale dove locali, negozi e bancarelle di tutti i tipi si susseguono ininterrottamente. Anche nelle vie traverse c’è la stessa vita e per il brulichio di gente, sembra che i turisti di Saigon si siano concentrati tutti in questa zona. Un ristorantino a qualche decina di metri dall’albergo offre tutta una serie di piatti vegetariani, della cucina cinese e vietnamita. La ragazza è gentilissima ed il servizio molto veloce. Ci torniamo più volte e pare che il locale abbia dei clienti fissi che si ritrovano per bere boccali di birra e lasciarsi andare in lunghi discorsi e grandi risate. Stranieri che si trovano in Vietnam da mesi, per lavoro, per studio o semplicemente per turismo, sembrano ben integrati con gli abitanti che da parte loro offrono sempre sorrisi.

Il traffico di motorini di Ho Chi Mihn City è qualcosa che la rende unica. Due, tre e anche quattro persone sullo stesso mezzo, seguono il flusso che sembra non terminare mai. I rossi ed i verdi dei semafori comandano gli arresti e le ripartenze ed anche i passaggi pedonali. Quando il fiume di moto è in movimento sembra impenetrabile ed osservarlo seduti sul muretto di una rotonda, se non fosse per l’odore dei gas di scarico, potrebbe far pensare ad uno stormo d’uccelli in volo a spirale verso una preda. Sono tanti, tantissimi. Qualcuno saluta ridendo, qualcuno aggancia quello vicino e cadono entrambi. Il parco verde che costeggia tutta Pham Ngu Lao è un luogo ideale per chi vuole fare un po’ di attività fisica ed in molti camminano o corrono lungo un viale alberato. Altri praticano giochi di squadra nei numerosi campi presenti nell’area. Poi, bambini e ragazzi in cerchio si divertono a lanciarsi con i piedi un oggetto cilindrico dai colori sgargianti, la cui caduta è rallentata da una corona di penne infilate nella parte superiore.

Il tour organizzato sul Delta del Mekong parte direttamente dall’agenzia di viaggi subito sotto l’albergo. Un ragazzo sulla ventina è la guida ufficiale e, in un buon inglese, intrattiene i partecipanti durante il viaggio in pullman da Saigon a Vinh Long. Allontanandosi dalla città, si vede come il tenore di vita della gente diminuisca e come l’economia passi da industriale a rurale. Enormi paludi con coltivazioni di loto e distese interminabili coltivate a riso, ma anche frutteti.

Vinh Long è il punto di partenza per le visite alle isole fluviali. In barca a motore si raggiunge il grande mercato galleggiante di Cai Be dove le merci più varie, soprattutto frutta e verdura, sono esposte su grosse barche e piattaforme galleggianti. Le barche dipinte con grandi occhi e prue colorate, sono sia abitazioni che punti vendita. Addirittura portano vasi con i fiori, tegami di alluminio e panni stesi su una sorta di balconcino soprelevato. Alcuni riposano distesi all’ombra di coperture posticce, in attesa delle contrattazioni. Un carico di zucche arancioni impilate con ordine, una chiatta di rambutan dal colore rosso acceso e la buccia pelosa, caschi di banane verdi e ananas, barche di cesti di vimini, e tante canoe di legno che si muovono con agilità tra i barconi fermi, tutte condotte da rematori con il tipico cappello vietnamita, di vimini e a forma conica. Si notano le centinaia di antenne sui tetti delle case che costeggiano i lati dei canali in cui il fiume è si dirama all’interno della cittadina.

La barca si lascia alle spalle Vinh Long in direzione di My Tho ed il fiume si fa largo tanto che a malapena si riesce a vedere l’altra sponda. Il sole è alto e la luce è forte sull’acqua limacciosa dove galleggiano ciuffi di giacinti d’acqua e piante strappate dalle rive, trasportati dalla corrente. Grossi tronchi d’albero sono piantati nel fondale a gruppi di tre, in una zona dove draghe colossali scavano per creare terrapieni, forse per costruire un porto o nuovi punti di attracco per le barche.

Un assaggio di artigianato locale in un villaggio galleggiante, o meglio un villaggio costruito su palafitte, dove gli abitanti si sono organizzati nella produzione di carta di riso, caramelle al cocco, cappelli di paglia, sculture in legno e souvenir vari per i turisti. Una nuvola di vapore si sprigiona da un pentolone sul quale una donna, bagnata di sudore, fa delle sfoglie sottilissime di carta di riso, cuocendole a bagnomaria su una piastra metallica. Ogni volta versa sulla piastra una mestolata di una poltiglia liquida bianca di riso sciolto nell’acqua e la toglie rapidamente dal calore al momento che si è rappresa. Le sfoglie sottilissime vengono messe a seccare al sole su dei vassoi rotondi di vimini che spesso si vedono lungo i sentieri del villaggio. La carta di riso con altri dolcetti al sesamo e riso soffiato vengono venduti in confezioni sigillate in una bancarella vicina. La polpa del cocco viene triturata e spremuta e successivamente il latte cotto fino a raggiungere la consistenza giusta per fare delle sfoglie, tagliarle in strisce e poi in quadratini, rivestirli uno ad uno nella carta di riso e quindi confezionare dei pacchetti di caramelle. Mangiate sul luogo sono gustosissime. La produzione del riso soffiato è altrettanto artigianale. Un braciere di gusci di longan scalda una grossa padella di ferro annerita dal fumo, dove un uomo in calzoncini riversa manciate di riso e sabbia e continua a mescolare con un lungo cucchiaio di legno. Il riso scoppietta e si gonfia e viene separato dalla sabbia con un setaccio. Una montagna di sacchi di iuta contiene il riso soffiato, pronto per essere usato in dolci croccanti al miele e per mangimi animali.

La barca si addentra in canali che si fanno sempre più stretti nella vegetazione rigogliosa fino a che si ferma ed avviene il trasbordo dei passeggeri su canoe di legno da quattro posti, ciascuna guidata da una persona in piedi che manovra due lunghi remi appoggiati a scalmi rialzati. Sono quasi tutte donne con in testa il cappello conico dalla tesa larga per proteggersi dal sole. Uguali cappelli vengono forniti a tutti i passeggeri e le canoe in fila indiana si avviano verso una delle isole fluviali dove un ristorante all’aperto serve un pranzo tipico a base di pesce e verdure. Dopo pranzo, un’escursione in bicicletta per le stradine dell’isola, tra banani e palme, fino a raggiungere un ponte sul canale principale, lungo il quale si concentra la maggior parte delle abitazioni ed anche una grossa chiesa. Alcuni dei partecipanti all’escursione si fanno fotografare con al collo un colossale pitone che un abitante del villaggio ha portato per l’occasione. Lungo più di due metri, con un diametro di una quindicina di centimetri, il pitone non sembra granché interessato alla vita sociale e subisce passivamente i trasferimenti da un collo all’altro. Un giorno, insieme ad altri simili tenuti in gabbie come animali da compagnia, finirà come prelibatezza in qualche piatto della cucina tradizionale vietnamita. Le canoe ci accompagnano alla barca a motore che, in contro corrente rispetto alla marea, percorre il canale per raggiungere il fiume aperto e ritornare a Vinh Long. È molto evidente l’escursione di livello provocata dalla marea. L’acqua si sta ritirando velocemente e piante che erano sommerse, si ritrovano presto all’asciutto, almeno fino al giorno successivo. La velocità della barca, in senso opposto a quella dell’acqua, rende l’effetto ancora più evidente prendendo a riferimento un qualunque punto della riva.

Il mercato della frutta e degli animali a Vinh Long è ancora aperto verso le cinque del pomeriggio. In una striscia di terra tra il fiume e la strada è concentrata una serie di bancarelle. Molte si trovano all’aperto, mentre altre sono riparate da lunghi tendoni. I rossi rambutan, in grosse ceste o cumuli direttamente per terra, balzano all’occhio, insieme con gli altri frutti più o meno noti agli stranieri. Si vende anche la frutta secca. Le verdure sono fresche e secche e, nella zona dei funghi, l’odore si fa più forte. Via via che ci si addentra nell’oscurità dei corridoi, tra le bancarelle al di sotto dei teli di copertura, l’odore acre della carne cruda, del pesce, e degli animali vivi stoccati in minuscole gabbie, si fa quasi insopportabile. Intere tinozze di zampe di gallina conservate tra pezzi di ghiaccio, cosce di pollo, fegati ed interiora di animali vari. Carne e pesce secchi esposti tra nuvole di mosche. Polli e anatre con le zampe legate a mazzi in attesa di esecuzione. Maiali che urlano sotto il coltello del boia, tartarughe sottosopra, serpenti irrequieti in scatole di vetro o di plastica. Riprendiamo fiato all’aria aperta e per toglierci quelle immagini dagli occhi ci lanciamo nell’acquisto di qualche chilo di rambutan da mangiare in pullman durante il viaggio di ritorno. Alla fermata, una simpatica signora anziana, con una maglietta gialla, ci si rivolge in francese. Vuole una foto con noi e ci lascia il suo indirizzo per spedirgliela.

Il viaggio verso Saigon dura un paio d’ore. Attraversiamo vari rami del Mekong su ponti lunghi e alti e poi diversi paesi lungo il percorso. Il monsone continua a scarica fiumi d’acqua sulla terra e certe zone sembrano quasi non farcela a smaltirli nell’oscurità che sta calando.

 

Shanghai - Cina

Non c’è ordine nella fila per l’immigrazione all’aeroporto di Guanzhou (Canton) e solo dopo una lunga attesa riusciamo a spedire i bagagli ed ottenere il timbro d’ingresso in Cina per tornare a Shanghai. Prima e ultima tappa del viaggio, Shanghai è la città che di notte si illumina. Un brulichio di gente nelle strade del centro tra i grattacieli altissimi di vetro-cemento. Enormi manifesti pubblicitari raffiguranti famosi atleti cinesi che hanno partecipato alle olimpiadi e manifesti di fotomodelli cinesi, che abbiano facce più simili possibile a quelle degli occidentali. Le vie centrali sono a traffico limitato e la principale, Nanging Road, collega People Square al Bund. Il Bund è l’isola al di là del fiume Huangpu, simbolo della Shanghai moderna, della Shanghai che traina l’economia cinese, che lavora senza sosta per rincorrere obiettivi economici impensabili per i paesi occidentali. Vetrine scintillanti e moderni centri commerciali a più piani contrastano con gli ambulanti che, su fazzoletti di stoffa, vendono piccoli e coloratissimi oggetti come topi e maiali gelatinosi che, scaraventati al suolo, si spiaccicano e si ricompongono nella forma originale. Il percorso pedonale rialzato lungo il fiume è il miglior punto d’osservazione dei grattacieli del Bund, di giorno e di notte. Tutto sembra essere in movimento e di notte le altissime pareti dei grattacieli si illuminano di insegne che velocemente si trasformano. La torre della televisione, con le sue sfere sostenute a livelli diversi da colossali montanti d’acciaio, sagomati a dare un senso di leggerezza, di notte assume colori pastello che sfumano dal rosa al verde in modo continuo e graduale. Un tunnel al di sotto del fiume congiunge le due sponde e dall’interno di una cabina del tipo funivia su rotaia, si assiste ad uno spettacolo di luci e oscurità che in qualche modo richiama l’universo ed il brodo primordiale. Pupazzi tenuti in piedi con l’aria compressa, allungano le braccia verso i visitatori come a dare il benvenuto. La sponda del fiume sul Bund è molto più tranquilla di quella che dà sulla città e le barche da crociera avanzano come draghi infuocati con centinaia di persone a bordo. Altre barche pubblicitarie portano avanti e indietro colossali insegne luminose che dall’acqua fanno eco a quelle sui grattacieli. Di notte anche le merci degli ambulanti s’illuminano: trottole che ruotando producono cerchi luminosi, pattini che, indossati da abili ragazzi, emettono luci ad intermittenza. Un grosso tabellone indica il tempo che manca all’inizio dell’Expo di Shanghai del 2010. Il Peace Hotel è ancora chiuso, in attesa di restauro o di trasformazione. Locali nuovissimi di gioielli, oggetti d’artigianato, leccornie, tè, borse e abbigliamento sono fioriti nella zona del giardino del Mandarino Liu, in un complesso ristrutturato in stile classico cinese e adornato di grosse lanterne di carta rossa che rendono l’atmosfera suggestiva. Ragazze giovani e carine cercano di fare entrare i turisti all’interno dei negozi mentre ambulanti con bancarelle al seguito danno dimostrazioni pratiche di come si realizza un nodo in una coda di capelli, semplicemente usando un cappio di filo di nylon.

Il movimento, la corsa agli acquisti, i giovani vestiti esattamente come gli europei e gli americani danno l’idea che non ci sia più quella distanza di una volta tra Cina ed Europa. La realtà è diversa. In pochi, anche tra i giovani, parlano l’inglese e, dall’interesse di alcune cameriere in diversi ristoranti nei confronti della nostra guida della Cina, sembra proprio che il loro mondo finisca lì. Per accedere ad un Internet Point c’è da registrarsi con tanto di fotocopia del passaporto e compilazione di una scheda personale in modo che tutto sia sotto controllo. Gli accessi ai siti considerati pericolosi o sovversivi o strategici da parte del governo sono tutti registrati ed è facile risalire a chi si è connesso. I giovani, purtroppo, distratti dalla corsa ai consumi e all’esteriorità delle mode, sembrano non rendersi conto che questa non è libertà.

Il Maglev raggiunge i 432 km/h nel viaggio tra l’aeroporto internazionale di Shanghai e la fermata Lonyang della linea 2 della metropolitana. Nato come prototipo dimostrativo, è un treno a levitazione magnetica su monorotaia che consente di raggiungere l’aeroporto in soli otto minuti. Il massimo della modernità prima del ritorno nella vecchia Europa.

 

Roberta Ferri

giugno 2009

 

I nostri racconti