Inganni

Lui era un recente ottuagenario. Nel senso che solo da poco aveva svoltato il paletto fatidico. E neanche era tra i più fortunati. I capelli c’erano tutti, una questione ereditaria, anche se radi, sottili e ormai canuti. I denti, salvo quattro anteriori sopravvissuti e gialli di nicotina, dormivano, la notte, nel bicchiere sul comodino. Quel che ostacolava veramente il suo vivere era una pancia maestosa e imponente che lo costringeva, alla pennichella pomeridiana, a dormire vestito pur di non togliersi scarpe e calze, operazione assai affannosa. Il resto era conforme.

Aveva solo gli occhi a ricordare a tutti chi era stato. Due globi verdi e dolcissimi da gatto su cui aveva costruito la sua fortuna di conquistatore di femmine e la sua fama di scombinatore di matrimoni. A parte i soliti acciacchi dell’età non stava malaccio. Ancora beveva il suo vino, meno che in gioventù, ma lo beveva. Ancora mangiava di gusto e, in via eccezionale, lanciava anche uno sguardo da intenditore ad una sottana sollevata dal vento. Sguardo platonico, ma non triste o rancoroso contro il destino. Aveva avuto e sapeva essere vecchio con serenità e sapienza.

Un nipote ridanciano, forse per provocarlo, forse per dargli occasione di riempire il suo ultimo tempo, lo aveva iniziato alla rete e alle chat.

L’ottuagenario passava ore con gli occhialetti sul naso a decifrare sul monitor quelle righette che correvano per lui sempre troppo veloci. Aveva un nick anonimo e un profilo che corrispondeva alla sua vita passata. Solo nell’età aveva mentito, su consiglio e istigazione del nipote scafato. Nel profilo aveva meno di cinquanta anni. Via, che male c’è: trenta anni rubati alla morte in arrivo.

In rete era benvoluto da molte (non chattava coi maschi, i principi sopravvivono all’età) e non gli dispiaceva giocare, almeno a parole, gli antichi ritornelli del sesso. In genere ridacchiava contento nel ritrovare in queste giovani femmine le antiche frasi che sempre ritornano.

Poi incontrò lei, metà dei suoi anni e meno di metà del suo peso: acuta e pazza, dolce e aggressiva. Per mesi si studiarono attenti e guardinghi. Lei sempre ritrosa al gioco sporcaccione, lui via via preso dal sogno della sua intelligente dolcezza e dalla sua giovinezza. Inventarono anche un gioco. Scriversi racconti d’amore di cui loro stessi erano i protagonisti. Lei li riempiva di sogni e di ciò che avrebbe vissuto. Lui metodicamente rovistava nei suoi ottanta anni come in un vecchio baule e le regalava i ricordi più belli, lucidando vecchi ori o creandone nuovi.

Continuarono a lungo così: tenere mail antelucane accoglievano il risveglio del vecchio, dolcissime lettere d’amore aspettavano di essere lette da lei, avvertita da un messaggio sul cellulare. La fortuna aveva voluto lasciare al vecchio una voce credibile per l’inganno, per cui anche il telefono era una palestra di contentezza reciproca.

Mesi e mesi di gioia per l’ottuagenario imbroglione. No, non imbroglione con lei, chè con lei era sincero, imbroglione con la vita che credeva di aver ucciso in lui la capacità di amare e di credere al sogno.

Avrebbero potuto continuare in eterno in questo amore grandissimo e lieve, dolce e delicato come le piume di un pulcino. Ma i nodi vengono, si sa, al pettine. Lui era sulla sua panchina al sole quando lo squillo del cellulare lo destò dalla sonnolenza. "Sono all’aeroporto di Alghero, sto per arrivare!". Il vecchio non si mosse. Sfregò metodico le scarpe contro il retro dei pantaloni, ché fossero lucide. La mano andò alla testa per una grattatina di riflessione, come sempre, nelle occasioni serie. Controllò che la maglia non fosse macchiata o le bretelle ritorte. E attese il suo destino. Come sempre aveva fatto attendendo una donna, si lisciò le sopracciglia, tossì forte e sputò lontano.

Avrebbe potuto pettinarsi o rinfrescarsi il viso, ma era immune da queste frivolezze. E attese. I suoi verdi occhi di felino guardavano la svolta della strada che avrebbe portato il taxi e lei vicino al suo albero preferito. Attese e sognò. Sognò di avere davvero solo cinquanta anni. Di avere denti per mordere e braccia per stringere. Labbra per baciare e cuore per fare l’amore. Sognò. E molto prima che lei arrivasse l’aveva ricoperta di baci e delle sue carezze migliori. Molto prima che lei arrivasse l’amò per l’ultima volta prima che cadesse la maschera e la vergogna dell’inganno lo investisse. Chiese al destino di farlo morire, adesso che era al colmo della felicità. Ma il destino, al solito, fu sordo. Attese. Sognò.

Il tempo scivolava sui suoi capelli bianchissimi come il maestrale sulle onde del mare. I suoi occhi si chiusero, come chiedendo un sonno pietoso. Gli occhi verdi da gatto si preparavano a piangere.

Sentì una frenata leggera. Ecco, il taxi era arrivato. Sentì che lei scendeva leggera e salutava l’autista. Gli occhi non volevano aprirsi. Non ancora. Ancora un secondo di sogno, ti prego.

Poi sentì la sua mano che lo scuoteva piano e lei che lo chiamava per nome. Il tempo è scaduto, pensò. E aprì gli occhi. Mentre le labbra di un’imbrogliona ottuagenaria gli davano il loro primo vero bacio.

Roberto Virdis

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