Io e l’altro  (edito da Silarus n.259)

Chissà come era cominciato quel gioco, di certo molto tempo prima, negli anni dell’infanzia. Ero stato un bambino triste, figlio di genitori separati, affidato ai nonni paterni.

Io, Claudio, bambino di cinque anni, seduto sullo scalino della casa dei nonni, osservavo la fila delle formiche che si muovevano frenetiche.

Immaginavo che, incontrandosi, si scambiassero effusioni rapide, un bacio e via, pensando ad altro. Cominciai a chiedermi quali fossero i pensieri delle formiche su di me, quando trovavano il mio piede nella scarpa a intralciare il loro percorso e, arrestandosi, erano costrette a cambiare il tracciato previsto. Cercai di mettermi al posto delle formiche e di osservarmi dal di fuori, io formica.

***

Le scarpe a carro armato erano più grandi dei piedi del bambino. Ma lui aveva i polpacci e le cosce cicciute di chi assume troppe calorie. La mancanza di affetto esaspera la ghiottoneria, ma l’intento illusorio della nonna di colmare i suoi vuoti d’amore con torte e crostate era altrettanto grave quanto la privazione dell’affetto. Forse la donna, in cucina, consolava se stessa di qualche indefinito senso di inadeguatezza, se non di colpa.

Io, formica, vedevo un bambino brutto e grasso e davo ragione a quelli dell’asilo che dicevano: - Con quel ciccione non voglio giocarci –

 ***

Avevo trentacinque anni, ero scapolo e non ero più grasso. Anzi, alto e dinoccolato: così mi vedevo e mi ero indifferente. Vivevo da solo, almeno quell’atto di volontà ero riuscito a imporlo: staccarmi da mia madre. Avevo quindici anni quando si era ricordata di me, riprendendomi nella sua vita, dopo la fine di uno dei suoi ultimi e difficili amori. Da quel momento, mi si era appoggiata completamente, fino a che, a cinquantacinque anni, si era risposata con un vedovo senza figli.

Ero grato a quell’uomo che l’aveva convinta ad allontanarmi da casa. E, comunque, senza voler cercare colpe o ragioni, a trentacinque anni ero solo e, salvo qualche episodio di pochi mesi, non avevo una donna fissa. Quindi storie brevi e senza storia. E nemmeno rimpianti. Ecco, il sentimento, predominante in me, era l’indifferenza. La vita mi scorreva davanti come un film di scarsa presa.

E il gioco di osservarmi dall’esterno con senso critico era seguitato fino all'età adulta. Mi vedevo dal di fuori, o almeno mi suggestionavo fino a credere di trovarmi veramente fuori dal corpo.

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Io guardavo quell’altro ancora a letto con i capelli scomposti il viso un po’ gonfio per il troppo dormire, pallido, aria malaticcia. Alla fine lo scuotevo e lo costringevo ad osservarsi nello specchio, perché trovasse un minimo di decente reazione.

Ma Claudio davvero si guardava senza vedersi, ancora assonnato, assente. Mi faceva pena e rabbia insieme, alla fine mi passava la voglia di scuoterlo dal torpore, erano almeno trent’anni che provavo a mettere dentro di lui un barlume di vitalità e gioia di vivere. L’unico mio successo era stato quello di allontanarlo dall’influenza negativa di sua madre, donna con un bagaglio di sofferenze alle spalle, scaricate tutte sul figlio, facendo di lui un infelice permanente.

Mi pesava anche, ogni mattina, trovarmi con Claudio nel tragitto in auto fino in ufficio. Era indifferente al traffico ingolfato, mai uno scatto d’impazienza, nemmeno un minimo d’umorismo o d’ironia.

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Ecco, di nuovo in ufficio: stanza con tre tavoli pieni di scartoffie di un Ente pubblico, due colleghi, una donna e un uomo, passavano più tempo a chiacchierare che a lavorare.

Io, Claudio, impiegato parastatale, mi estraniavo dai loro discorsi: niente mi trasmettevano se non grandi sbadigli che strozzavo in gola a rischio di soffocare. Avevano, con mio sollievo, rinunciato a rivolgermi domande o tentativi di socializzazione che si identificavano in cene collettive, almeno due volte al mese, fra colleghi. Il mio lavoro si svolgeva totalmente al terminale del settore informatico, occhi incollati al video, impegno monotono. A volte, con noncuranza, mi connettevo ad un sito di chat, chiacchiere elettroniche, dicono che qualcuno, in tal modo, faccia amicizie e perfino s’innamori, hanno girato dei film sul tema.

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Succedeva, a Claudio, di staccare la mente, di estraniarsi, una specie di catalessi temporanea, dicono che avvenga nel "piccolo male", una forma di epilessia, ma Claudio non era epilettico.

A volte gli accadeva di osservarsi le dita sopra la tastiera del computer. Socchiudendo gli occhi, intravedeva una scia luminosa fra polpastrelli e tasti. Certe sue letture del passato gli avevano riempito la mente di concetti confusi: energia, aura, corpo astrale…

Ecco, Claudio aveva simili tentazioni di pensiero.

Lo guardavo adesso, davanti al computer, lo sguardo vitreo sullo schermo, entrato in quella che chiamano chat, luogo di incontri superficiali, relazioni virtuali on line. Parole ripetitive, nella maggior parte semplici saluti, tutti avevano nick o pseudonimi impossibili, fingevano di essere improbabili altri personaggi, per dimenticare se stessi.

Ad un certo momento, nella stanza entrò una ragazza che aveva sbagliato ufficio, aveva l’aria un po’ smarrita come trasognata. Si rivolse a Claudio, lui alzò a malapena gli occhi a guardarla. Ebbi la tentazione di procurargli del dolore fisico, magari un banale pizzicotto, ma di quelli convinti.

" Ma guardala, benedetto ragazzo, è carina, nel suo impaccio, perfino ti somiglia. Dalle un’informazione decente, anzi offriti di accompagnarla, trova una scusa, attacca discorso...".

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La ragazza si era piantata davanti alla mia scrivania, si curvava su di me con invadenza. Le indicai il tavolo del collega, senza nemmeno parlare.

Il nick Stellamarina mi stava domandando se ero sposato e se avevo figli, tentando l’approccio on-line. A volte, mi lanciavano un indirizzo di corrispondenza elettronica, ma non lo prendevo in considerazione: una lettera avrebbe richiesto una concentrazione troppo impegnativa per quel mio periodo di abulia. Lo sapevo, erano sintomi di depressione, sarei dovuto andare in analisi da uno specialista, ma già pensarlo mi dava sudorazione ed ansia. Mia madre aveva sofferto per anni di depressione.

 ***

La ragazza era uscita accompagnata dal collega, io osservavo Claudio e pensavo che, prima o poi, l’avrei abbandonato al suo destino, disinteressandomi di lui. Le mani gli andavano sulla tastiera e lui le osservava muoversi come se fossero estranee alla sua persona.

 ***

Alla fine, avevo deciso di rivolgermi ad uno psichiatra per certi fenomeni che sempre più spesso mi accadevano. Il più grave: quello di sentirmi fuori dal corpo, perdendo a volte la cognizione della mia identità.

Adesso, nella saletta d’attesa del noto professionista, mi sentivo sul punto di fuggire e riflettevo che, con l’importo della parcella, mi sarei potuto permettere un week-end di tutto rispetto.

C’erano altre due persone, in attesa. Eravamo tutti in anticipo sull’orario della visita, io quasi un’ora, gli altri non so. Uno dei due era un uomo sulla settantina; mi domandai se, arrivato alla sua età, mi sarei ritrovato, come lui, a torcermi le mani, in attesa di una visita psichiatrica. L’altro potenziale paziente era una donna giovane, dall’aria stranamente familiare: dovevo averla già vista da qualche parte.

 ***

Se ne stava seduto con un’aria semi ebete, le mani abbandonate sui braccioli, sembrava osservare gli altri due, ma aveva lo sguardo assente. Non si era nemmeno ricordato di avere già incontrato la ragazza, pochi giorni prima, in ufficio, quella che aveva sbagliato stanza e gli aveva chiesto inutilmente informazioni.

Davvero non lo sopportavo più.

C’era una vetrata che si apriva su di un terrazzo e quindi si affacciava in un ampio giardino. Preferii allontanarmi da Claudio e uscire a godermi l’ultimo sole di autunno. I colori dell’autunno sono incantevoli e degradanti: marrone bruciato e colore dell’oro. È la stagione più romantica dell’anno.

Quei due "derelitti" nella sala d’attesa, li avrei volentieri visti seduti su quella panchina vicino al platano a parlarsi di amore.

Alla fine, il corpo era riuscito a contagiare l’anima, mi sentivo triste e demotivato. Percepii, quindi, con un certo ritardo, l’altra presenza accanto a me sul terrazzo ad osservare l’autunno.

"Anche tu qui?…  guarda…  mi hai proprio colto di sorpresa..."

"Ti ho visto uscire e ti ho seguito, lei comincia davvero a togliermi energia"

"Invece hai un bellissimo chiarore, con sfumature di azzurro e di viola"

"Sei davvero gentile..."

Comunicare col pensiero è intenso e struggente: si innamorano i corpi astrali? Io ero innamorato di lei da sempre.

Decidemmo di lasciare quei due nella stanza, nella loro illusoria attesa e uscimmo nel rosso dorato dell’autunno.

 ***

Si aprì una porta e fu chiamato dentro l’uomo anziano.

La ragazza, improvvisamente, parlò: - Ho sbagliato orario, ricordavo le quattro ed invece ho appuntamento alle sei -

- Io, alle cinque, sono molto distratto: ho il difetto di arrivare in anticipo -

- E’ l’ansia... io arrivo sempre in anticipo -

- Io sono qui più per scrupolo che per altro, credo di essere un malato immaginario -

Lei si mise a ridere. Poi spiegò che anche lei si riteneva una malata immaginaria.

- C’è un bel sole fuori: l’autunno è la stagione che preferisco - disse.

Guardai oltre il terrazzo e mi accorsi che, sì, era autunno, davvero già autunno, l’estate era volata, senza che me ne fossi reso conto. Avrei voluto alzarmi, ma avevo le membra pesantissime, di piombo e non ci riuscivo.

- Sono come inchiodato alle poltrona - balbettai, rivolto alla ragazza.

- Anch’io - constatò lei. Mi sento un peso morto. Chi lo sa, forse sono già morta, a volte ne sono quasi convinta, mi sento come un corpo senza anima -.

Un barlume di interesse in me, le chiesi il nome. Mi rispose "Ilaria". Entrambi ripiombammo nel nostro silenzio assente.

 ***

Camminavamo accanto, leggeri e fluttuanti. Immensamente felici di esserci ritrovati e riconosciuti, avevamo memoria di una storia diversa fra noi in tempi lontani. Erano rimasti, quei due      fantocci, abbandonati a se stessi, nell’ambulatorio del medico. Fu lei, dolcissima, ad averne compassione.

Io invece temevo egoisticamente che, se fossimo tornati, quei due esseri, specie di amebe, ci avrebbero nuovamente separati. E non volevo.  Ma Ilaria sapeva insistere senza essere invadente. Tornammo.

 ***

La ragazza si alzò. - Ho ancora tempo, un’ora e più... Io me ne vado, semmai ritorno... -

- Aspetta...- azzardò Claudio.

 Io sussultai

- Quasi quasi... vengo con te... se ti fa piacere -

Fu un attimo: il tempo di un sorriso.

E ci ritrovammo fuori, nel parco, tutti e quattro, a godere dei colori dell’autunno.

M. Plumeri Caterini

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