K. S. Malevic: un "samorodok".
Non è un mestiere diventare artisti, ma lo si è, ci si nasce. Artista non è solo un individuo che studia, che apprende le tecniche (ad esempio) di una determinata arte, ma è chi si sente tale nell’animo. Ciò non vuole essere un’esaltazione della persona, ma è un vivere la vita in maniera piena, con amore, passione, in tutti i singoli attimi, quelli belli, ma anche quelli brutti, penosi; è un apprezzare "tutto", dalle piccole, ma tanto significative gioie quotidiane, alle più terribili "catastrofi" del mondo, della nostra esistenza, fino ad arrivare anche a toccare le vette dei nostri sogni.L’artista si sente creato, ogni atto impegna tutto il suo essere ed ogni sua fatica bene amata lo fortifica.
Jean-Claude Marcadé, traduttore degli scritti di Malevic in francese, è uno dei rari studiosi dell’avanguardia russa capace di spiegare un lavoro pittorico, architettonico, teorico e filosofico ed è ancora colui che ha dominato il movimento creativo del XX secolo e, ancora oggi, continua a istillare la verità del "pittorico in quanto tale". Dice che Malevic era quello che in russo si definisce un "samorodok", termine che significa "pepita", ovvero, in senso figurativo, un uomo eccezionale, "artefice della propria nascita". "Il ‘samorodok’ vede inaspettatamente la luce in un ambiente dove nulla lascia presumere che egli vi possa svolgere un ruolo importante. A differenza dell’"autodidatta", che non supera il frutto di studi fatti a caso, il "samorodok" si trova innalzato a livelli che i semplici mortali non raggiungeranno mai, nonostante il loro valore, intelligenza, sforzi, studi universitari o ricchezza. Malevic è un tipico "samorodok", il contrario di un intellettuale ( ciò che è Kandinskij, per esempio). L’amore di Malevic per la "libertà", per la fantasia, che come diceva Longanesi è la figlia diletta proprio della libertà, è presente anche agli inizi della sua carriera artistica. K. S. Malevic è di origini polacche, anche se appartiene fondamentalmente alla cultura russa. La sua nascita a Kiev, nel 1878, ne fa, tuttavia, un ucraino, influenza di cui sottolineerà sempre l’importanza, ogni qualvolta parlerà della propria formazione; a volte gli piaceva farsi passare per polacco, per gioco, o diplomazia, e scriveva il proprio nome polacco in caratteri latini: Kazimierz Malewicz.
Tra il mondo operaio, quello della fabbrica di barbabietole da zucchero, dove lavorava il padre, e quello rurale della bella campagna ucraina con i colori dell’arte, egli preferiva la verità di sentirsi contadino, non schiavo di una macchina che sostituisce la tua fatica, in un certo senso la tua arte. Malevic definiva le macchine: "animali carnivori". I contadini, tanto amati da Malevic, rappresentavano l’umanità, quella vera, ed è proprio a questi contadini che l’artista deve i suoi primi contatti con il disegno e la pittura: "Fattore essenziale attraverso cui distinguevo gli operai dai contadini: il disegno". Gli operai non disegnavano, non erano capaci di decorare le loro case e non erano proprio interessati all’arte. I contadini, invece, sì, erano profondamente interessati all’arte, fabbricavano oggetti, raffiguravano galli, piccoli cavalli e fiori.
Malevic toccò diversi movimenti pittorici; naturalismo, simbolismo, primitivismo, impressionismo, cubismo e futurismo, ma è grazie a questi ultimi due "sforzi" che l’artista è potuto giungere al Suprematismo della pittura, al trionfo visivo riportato dall’essenzialità delle forme prodotte dalla ragione creatrice. Il Cubismo, attraverso l’annientamento dell’oggetto, va verso la pittura pura; infatti i cubisti, grazie all’atomizzazione e alla polverizzazione dell’oggetto, sono andati oltre il campo figurativo e a partire da quel momento è iniziata una cultura puramente pittorica. "Analizzando il movimento pittorico cubista ho riscontrato che la cultura pittorica deve passare per la non-figurazione ed è ciò che ho pubblicato nel 1915 nel mio opuscolo: "Dal Suprematismo come nuovo realismo pittorico-non figurativo". Il Futurismo, invece, attraverso l’accadimento delle forme, va verso il dinamismo della pittura.
Il pittore può considerarsi creativo quando le forme del suo quadro non hanno niente in comune con la natura. Ciò che ha valore in sé nella creazione pittorica è il colore e la redazione pittorica, ma questa essenza è stata uccisa dal soggetto. La pittura sono i colori, è il colore, esso è inerente al nostro organismo. I suoi schiarimenti possono essere violenti e esigenti. Le forme del Suprematismo, del nuovo realismo pittorico, sono già la prova della costruzione delle forme a partire dal niente, forme trovate ed assunte dalla Ragione Intuitiva. Nel futurismo la pittura non è nient’altro che il vestito degli oggetti, i quadri futuristi e tutti quelli del passato possono essere ridotti da 20 colori a uno solo, senza perdere il proprio effetto. Ad es:. Il quadro di Riépine: "Ivan il terribile" può essere privato del colore, ma ci donerà la stessa impressione d’orrore, come a colori. Il soggetto ucciderà sempre il colore. Il suprematismo è un’arte di colori puramente pittorica. I pittori devono rigettare il soggetto e gli oggetti se vogliono essere dei pittori puri. Il bisogno di ottenere il dinamismo della materia pittorica indica il desiderio di far uscire la masse pittoriche dall’oggetto per andare verso l’autonomia del colore, verso il suprematismo non figurativo, il nuovo realismo pittorico, la creazione assoluta; un inizio di una nuova cultura. Le forme del suprematismo, del nuovo realismo pittorico sono già la prova della costruzione delle forme a partire da riscontri concettuali e non oggettivi, quindi da forme trovate dalla Ragione Intuitiva.
Malevic nell’opuscolo litografato di 32 pagine che fece uscire nel 1919 a Vitebsk, sotto il titolo: "Dei nuovi sistemi nell’arte. Statistica e velocità del 1919", sottolinea: "Noi dobbiamo indirizzare lo sguardo su ciò che è pittorico e non sul samovar, la cattedrale, la zucca, la Gioconda. E quando l’artista dipinge e ‘pianta’ la pittura mentre l’oggetto fa da piattabanda, deve seminare la pittura in modo tale che l’oggetto sparisca perché serva da terreno alla pittura visibile per dipingerlo…"
Anche Mallarmé segnalerà: "Dare un nome a un oggetto è togliere i tre quarti del godimento di un poema; suggerirlo, ecco il sogno". Esplicativa e davvero bella, pertanto, una frase di Malevic, presente sempre nel suo saggio del 1919, "I nuovi sistemi nell’arte": "Si pretende sempre che l’arte sia comprensibile e non ci si costringe mai ad adattare il proprio spirito alla comprensione". I dirigenti socialisti, a quel tempo, ce l’avevano con "i degenerati dell’arte" e chiedevano all’arte ciò che un commerciante esige da un pittore d’insegne e cioè che raffiguri in modo comprensibile la mercanzia che ha nel negozio. Malevic sosteneva fermamente che a nessun costo si deve dipingere come vede l’occhio del buon senso e ciò è giustissimo perché l’arte è prima di tutto libera espressione di ciò che si pensa, di ciò che si ha dentro. Anche Gauguin che, già prima della partenza per Tahiti, venne dichiarato da Charles Morice il più interessante pittore simbolista francese, diceva che se un pittore vede il mare rosso, deve dipingerlo rosso. "L’immagine che il pittore ha dentro di sé sovrasta l’immagine reale, quella fuori da sé" [Gauguin].
Malevic preferì comunque Cézanne a Gauguin e ciò lo spiega nel suo saggio del 1920, "Da Cézanne al Suprematismo": "Notiamo nell’arte un’aspirazione al primitivo, alla semplificazione del visibile e chiamiamo un tale movimento primitivismo, anche quando si compie nel mondo contemporaneo. Molti attribuiscono a Gauguin questo slancio primitivista originale, ma non è esatto… L’apparente carattere primitivo di numerosi pittori contemporanei è l’aspirazione alla riduzione delle forme a un corpo geometrico, ed è a questa geometrizzazione che si è richiamato Cézanne, che egli ha indicato, riducendo la natura al cono, al cubo e alla sfera".
Cézanne diceva: "Io costruisco la natura sul geometrismo e la riduco alla geometrizzazione, non in quanto semplicità, ma in quanto chiarezza d’espressione della superficie, del volume, delle linee dritte e curve considerate come sezioni delle espressioni pittorico-plastiche". Così, dunque Cézanne ha gettato le basi salienti e importanti della corrente cubista che è fiorita in Francia con Braque, Picasso, Léger, Metzinger e Gleizes e ha conquistato la Russia con la tendenza nuova dell’alogismo che è in un certo senso una nuova metamorfosi della "transmentalità" o "transrazionale" (zaum) con cui Malevic aveva definito le opere del 1912-1913. La zaum (transementalità o transrazionalità) era il linguaggio poetico "al di là della ragione", utilizzato dai poeti cubo-futuristi Velimir Chlebnikov e Alexandr Krucenyc intorno al 1913. Chlebnikov prendeva in giro Kant che, a suo piacere, definendo i limiti della ragione, era solo riuscito a definire i limiti della ragione tedesca… Lo zaum ancora, come ‘ponte’ che menava al suprematismo in tutte le sue manifestazioni estetiche: e veniva ragionando quindi di uno ‘zaum’ degli strumenti musicali, di uno ‘zaum’ poetico e di uno ‘zaum’ pittorico. Musica, poesia e pittura erano inestricabilmente unite in Vittoria sul sole, (1913) opera che segna una data importante nell’evoluzione dell’arte del XX secolo. Fu un primo tentativo di spettacolo "totale", in rottura con le abituali concezioni teatrali, e una rappresentazione che oggi definiremmo un happening (accadimento, evento), alla maniera delle numerose manifestazioni organizzate e realizzate negli Stati Uniti e all’estero, dal 1958 da Allan Kaprow, teorizzatore e capofila dell’happening. In Vittoria sul sole c’era accordo e complementarità tra Krucenyc (libretto), Chlebnikov (prologo), Matjusin (musica) e Malevic (scenografia e costumi).
Malevic in una lettera dell’inizio del 1913 al compositore Michail Matjusin, scriveva: "Abbiamo rifiutato la ragione e ci basiamo sul fatto che un’altra ragione è cresciuta in noi; rispetto a quella rifiutata la possiamo chiamare ‘l’al di là della ragione’, anche lei è retta da una legge, una costruzione, un senso; solo capendola potremo ottenere un’opera fondata sulla legge di questo al di là della ragione veramente nuovo. Ed è attraverso il cubismo che questa ragione può trasmettere ciò che è l’oggetto". Malevic vuole veramente andare oltre il cubismo e il futurismo, oltre la ragione…
Quindi nel 1913-15, quando la pittura di Malevic aderirà all’alogismo, l’artista toglierà molto semplicemente al quadro il suo statuto di rappresentazione del mondo visibile e vi introdurrà l’assurdo. In Mucca e violino del 1912-13, mette sullo stesso piano, ma su scala differente il violino, caro ai cubisti parigini, e una mucca, un gesto assurdo che distrugge l’immagine dell’oggetto figurativo e fa pensare alla celebre frase di Lautréamont (un misterioso poeta contemporaneo di Rimbaud) ripresa in seguito dai surrealisti: "Bello come l’incontro fortuito, su un tavolo anatomico, di una macchina da cucire e di un ombrello". Per confondere ironicamente (l’ironia è sempre in Malevic) l’oggetto d’uso materiale con la cosa dipinta, sul cappello di Un inglese a Mosca, 1914, ha incollato un vero cucchiaio di legno. In fondo ha introdotto il ready-made di M. Duchamp nel quadro cubista di Picasso, un modo per mettere in dubbio la loro importanza relativa.
Malevic vuole arrivare ad un’arte ‘leggera’, libera da raffigurazioni concrete, cinetica e forse, in definitiva, invisibile. "Solo quando rimuoveremo dalla coscienza l’abitudine di vedere nei dipinti cantucci di natura, Madonne e Veneri, potremo fare l’esperienza di un mondo puramente pittorico. Io ho trasformato me stesso nello zero della forma, mi sono tirato fuori dalla fetida palude dell’arte accademica". Con queste parole K. Malevic, pittore, poeta e teorico, apriva il suo Manifesto Suprematista del 1915. Il suprematismo veniva diviso, in sostanza, in tre fasi o periodi: "Il suprematismo nel suo sviluppo storico ebbe tre stadi, nero, colorato e bianco", scriveva il pittore nel libro: "Suprematismo. 34 disegni" (Vitebsk, 1920). La fase "nera" cominciava con tre forme: quadrato, croce e cerchio. Il quadrato nero divenne l’immagine primigenia e da questo attraverso scissioni e trasformazioni si formavano le successive composizioni. Dal quadrato, quindi, attraverso slittamenti e spostamenti, si formava la croce; poi quello stesso quadrato, ruotando intorno al proprio centro geometrico, diventava un cerchio. Le tre figure divenivano le "tre balene" sulle quali si basava la teoria del suprematismo in pittura. Nel 1916 alla mostra del Fante di Quadri a Mosca, il pittore espose con il numero 1 il Quadrato nero, con il 2, Croce Nera, e con il 3, Cerchio Nero.
Il Quadrato nero fu definito da Malevic come lo zero delle forme, l’elemento base del mondo e dell’esistenza. Diventa, così, il simbolo di un’esistenza diversa, non-oggettiva, completamente libera dalla materialità dell’esistenza terrena.
Per Suprematismo, Malevic intende quindi, la supremazia della sensibilità pura: un’arte non-oggettiva, non descrittiva, puramente spirituale e contemplativa delle ragioni del colore.
Sonia Oloferni