Karma

Bisognava spostare la vecchia cassapanca, si presentava così il problema di aprirla, svuotarla. Erano anni. Come la riesumazione di una salma. Il pericolo di scoprire, fra le cose riposte con l’improbabilità di riutilizzarle, memorie cancellate. Tutte quelle agende con gli appuntamenti di lavoro... Nomi ed indirizzi che, mi ero detta, per un’ipotetica ragione, avrei potuto riconsiderare. Ma non corrispondevano al ricordo di un’immagine, completamente sterili. Conservare. Fermare. L’inconsapevole paura del passare del tempo, il timore di perderne la memoria, una porta lasciata aperta nel ripostiglio polveroso della mente. O del cuore?

Sfogliai alcune agende automaticamente, malinconiche pagine ingiallite e polverose. Per la polvere non ci sono barriere, odio la polvere.

Avevo trent'anni anni, sposata da dieci, un figlio di sette anni. Con "quell’agenda", fra le mani chiarivo il mistero delle altre: fra tante, "quella" si nascondeva, o avrebbe voluto.

Sapevo, c’è poca polvere nella memoria, di avervi scritto sopra una poesia, ma non riuscivo a ricordare la data e quindi sarebbe stato difficile ritrovare la pagina. Di solito, non avevo la velleità di scrivere poesie. Forse proprio per questo, quella poesia era importante, anche se poco degna di figurare sopra un’antologia. La poesia ferma l’attimo, quello che mentre lo riconosci è già passato, e poco dopo hai l’impressione che non sia stato tuo. Pochi attimi del genere nella mia vita.

***

Dei miei anni adolescenti in India, ho molti oggetti in casa a ricordarmela, ma nessuno di essi sa ridarmi i colori, gli odori, i suoni, la voce di Jasmine. Frequentavamo una scuola media superiore gestita da suore, frequentata anche da ragazzine indiane, di buona famiglia, alcune già convertite al cristianesimo.

Ma Jasmine, mi insegnava l’India dei "mantra", della metempsicosi e del "Karma". Mi incantava. Scoprivamo affinità e confluenze. Che senso ha sradicare tradizioni, reinterpretarle: l’anima, l’essenza, non cambia. Ci scambiavamo leggende. Discorsi importanti fra noi. Karma, o libero arbitrio? La verità sta sempre nel mezzo e non altera il fascino di una leggenda.

Mi parlava, Jasmine, di causa ed effetto, di cicli e di ritorni.

- Ma, tornando, si ritrovano le persone incontrate nella vita precedente? - le chiedevo, in quel caso scettica.

- Sì. Ma non uguali nell’aspetto, o nella condizione, o nel rapporto fra loro. E’ il Karma: le identità possono essere scambiate, ricollocandosi in situazioni opposte, per completare il ciclo, prima di raggiungere il "Nirvana".

- E quanto tempo ci vuole Jasmine, quante vite? -

- Dipende da come riesci a vivere la vita del momento, in che misura riesci ad accettare il Karma -.

- E riconosci gli incontri importanti delle vite precedenti? -

- A volte ci sono sprazzi di memoria, sensazioni...Qualche rara volta percepisci un incontro karmico, specialmente se ti trovi in uno stadio abbastanza avanzato dell’evoluzione, quando il legame precedente è stato molto forte... -

- E come dimostri, o capisci che lo sia...-

- E’ il cuore che lo riconosce. L’emozione è intensa, il battito si accelera senza un’apparente ragione, ti senti quasi svenire...-

- Come per un colpo di fulmine? Ma dai Jasmine, può succedere che due persone, specialmente se di sesso diverso, si incontrino e si piacciano e si sentano attratte irresistibilmente, senza essersi mai viste prima! -.

- Anche il "colpo di fulmine" può definirsi un incontro karmico, ma non è dimostrabile che lo sia ed è un concetto inaccettabile per un occidentale. Invece non ci sono altre spiegazioni, quando l’emozione avviene prima dell’incontro, cioè prima dell’impatto visivo...In poche parole lo "percepisci" prima -.

- Che bello Jasmine, sembra una favola...-.

***

Aspettavo, fuori della scuola elementare, l’uscita di mio figlio. Sempre presente a quell’appuntamento, cercavo anche di esserlo in ogni circostanza, conciliando lavoro e famiglia, senza penalizzare quest’ultima.

Avevo parcheggiato l’auto poco distante. Stavo in piedi, vicino al cancello ancora chiuso, quel giorno ero eccezionalmente in anticipo, non c’erano altri genitori in attesa. La strada era vuota, nel freddo del mese di gennaio, potevo scorrerla con lo sguardo per tutta la sua lunghezza.

La sensazione fu improvvisa, disorientante. Accelerazione del battito cardiaco, più che tachicardia fu come lo scandire sordo e ritmico di una mano antica sulla pelle di un tamburo. Ritmo incalzante, gola secca, tremore. "No, Jasmine, non come sul punto di svenire..."

Fu come perdere il contatto con la terra. Però la strada era ancora vuota, ero forse un po’ spaventata, non accettavo, ma i discorsi "indiani" m’erano tornati in mente.

Qualcuno apparve, dall’angolo più lontano. Trenta, quaranta metri? Troppi per mettere bene a fuoco, anche con una vista normale. Erano una figura più alta di sesso indefinito, con due più piccole a fianco. Per quale delle tre provavo quell’emozione che si intensificava man mano che avanzavano?

Poi l’uomo, con i due bambini, si avvicinò ad un’auto in sosta, non distinguevo i loro lineamenti. L’uomo aprì uno sportello e fece salire i bambini sull’auto.

Pensai: " Per fortuna se ne vanno". Perché adesso sì, mi sembrava realmente di svenire.

Ma l’uomo non salì, sull’auto, con i bambini. Li lasciò e si diresse verso di me.

Man mano che si avvicinava, mettevo a fuoco il suo viso. Diventa impossibile descrivere le mie sensazioni da quel momento in poi, esse erano il crescere di una sinfonia: commozione e violenza nello stesso tempo.

Altri genitori, nel frattempo, erano arrivati, naturalmente li conoscevo quasi tutti, in due anni scolastici di attese. Ci furono saluti, corpi estranei, dietro i quali mi rifugiai, sperai di non manifestare anche all’esterno i sentimenti che stavo vivendo.

L’uomo si appoggiò alla recinzione, c’erano molti genitori fra di noi. Con piccoli spostamenti della testa, tentavo di evitare il suo sguardo. Ma non staccava i suoi occhi dal mio viso e riusciva a calamitare il mio sguardo. Era molto attraente, ma questo è davvero marginale e sapevo di esserlo anch’io, attraente; e questo, forse,

poteva aver provocato l’interessamento di lui. Reazione chimica, dicono gli esperti. Spoetizzante spiegazione.

Ci guardavamo quindi, anche se tentavo di evitarlo. Però notai il suo impallidire, il tremore delle sue labbra, mentre sentivo anche le mie tremare. Ero sconvolta e furibonda con me stessa. Amavo mio marito, mi sentivo realizzata, senza alcuna frustrazione in alcun senso. E allora?

Solo Jasmine avrebbe saputo rispondermi, con la semplicità del suo conoscere, oltre la logica.

Se avessi potuto raccontarle e descriverle, mi avrebbe detto che l’uomo ed io avevamo già vissuto un rapporto d’amore molto intenso ed anche molto fisico, non si sa in che veste e singolarmente in quale sesso, ma così importante che era stato impossibile non riconoscersi, con lo sconvolgimento che ne era derivato. E Jasmine mi avrebbe fatto notare che il riconoscimento era avvenuto "prima" dell’impatto visivo.

***

Fu un sollievo l’uscita di mio figlio, il suo abbraccio che mi fece da scudo protettivo. Non conoscevo quell’uomo, non lo avevo mai visto, speravo di non rivederlo.

Però pensai molto a quell’incontro nei giorni che seguirono, con sofferenza e nostalgia struggente. I primi giorni, coscientemente o meno, sperai di rivederlo all’uscita della scuola, poi la ragione prevalse, la razionalità.

E fu proprio quando ebbi ridimensionato il tutto che riapparve.

Riuscii a controllare l’emozione, quando lo riconobbi e capii che mi veniva incontro.

Mi tese la mano, presentandosi. Tremai all’idea di stringergli la mano, oppure quante strette di mano nell’arco della vita e della mia stessa professione: presentazione, saluto, commiato, consolazione, carezza...

Si dimostrava troppo ben educato e signore, nella correttezza del suo gesto, per rispondere senza cortesia.

Fu difficile fingere indifferenza, alla stretta delle nostre mani. Pelle e calore, vibrazioni intense di energia, le nostre anime si servivano delle nostre mani per ritrovare il contatto perduto.

- La prego di non fraintendere - mi disse - non ho quest’abitudine...-

- Quale abitudine? -. Tentai la carta della disinvoltura.

- Di importunare una signora per strada. E spero comunque che lei abbia capito che sono tornato qui, in questa strada, davanti a questa scuola, per incontrare lei, perché lei, se può, possa aiutarmi a capire -.

Il tono deciso serviva a nascondere la sua emozione? Quanto tempo sprechiamo a nasconderci, noi umanità ?

- Se mi spiega meglio, forse capisco -.

"Ho ripreso il controllo, menomale."

- Io non vivo in questa città, mi trovavo qui casualmente per motivi familiari, quindici giorni fa. Ho fatto cinquecento chilometri di autostrada per tornare, a rischio di non ritrovarla qui, oggi, all’uscita della scuola. Ma non avrei potuto fare a meno di tornare. Non sono un visionario, nemmeno pazzo: bisogna che io trovi una spiegazione razionale e, d’altra parte, non mi sembra razionale quanto è accaduto fra di noi. Vorrei sapere se anche lei ha vissuto le mie stesse sensazioni, l’altro giorno -.

Le nostre mani si erano staccate, ma era come se fossero rimaste ancora unite.

- Non riesco a capire...- cominciai. Ma lui mi interruppe e si mise a spiegare, a descrivere. E, mentre parlava, ritrovavo il tremito e l’emozione delle sue labbra sulle mie. Lui spiegava e descriveva quello che anch’io avevo vissuto, quel famoso giorno, ancora prima di svoltare l’angolo, prima dell’impatto visivo. E’ probabile che lui non sapesse di Karma o di anime che si riconoscono.

"Jasmine, sapresti spiegargli molto meglio di me. Dolcissima Jasmine. L’ultima volta, in India, percepii la tua anima librarsi al di sopra delle fiamme che lambivano il tuo corpo senza vita."

- La prego soltanto di dirmi se anche lei quel giorno ha provato quello che ho provato io - insisteva l’uomo davanti a me.

Avevo il suo sguardo dentro, proveniva da memorie lontane, ricordavo la sua pelle sulla mia.

" E’ difficile Jasmine, è difficile."

Sentii la mia voce dire. - Mi dispiace, davvero mi dispiace...Devo deluderla: niente di tutto questo...

Era mortificato, incredulo. Intanto io pensavo alla poesia che avevo scritto pochi giorni prima, sulla mia agenda, ispirandomi al nostro incontro. Si sarebbe sentito appagato, se l’avesse letta.

Mi guardò tristissimo: - Non so quanto sia sincera, però è giusto così, che lei neghi. Anch'io come lei ho famiglia, affetti, una vita totalmente serena. Eppure niente mi leva dalla testa che noi, quindici giorni fa, su questa strada, abbiamo fatto all’amore, soltanto guardandoci... Stia tranquilla, cinquecento chilometri sono contro ogni tentazione -.

"Com’è possibile, Jasmine, che io riesca a mentire, tanto sfacciatamente? E’ giusto che lo faccia, Jasmine?"

Di nuovo la mano di lui tesa verso di me. Le anime non soffrono, nemmeno gioiscono, sono al di sopra dei sentimenti, ma si servono del corpo per vivere le sensazioni. Il mio corpo soffriva.

***

Stavo ancora sfogliando l’agenda, polverosa più di anni che di polvere. Finalmente ritrovai la pagina dove avevo scritto la poesia che descriveva quel lontano incontro. Le parole erano del tutto scolorite, direi illeggibili. Però stranamente mi ritornarono alla memoria, senza bisogno di rileggerle: l’inconscio era felice di lasciarle andare, dopo averle per tanto tempo trattenute. Erano versi ingenui, forse non era poesia...

"Come sarebbe stata la mia vita, Jasmine, se avessi scelto diversamente?"

Conoscevo la risposta: la scelta fa parte del Karma.

"Ma il libero arbitrio, Jasmine, dove lo metti il libero arbitrio"

Marzia (Mariella) Plumeri

 

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