KÒKÈINKÒ

Hai mai visto qualcosa, non importa cosa, galleggiare a mezz’aria?

Hai mai visto qualcosa galleggiare a mezz’acqua?

Hai mai avuto paura del buio nella tua stessa casa, un giorno, così, per la prima volta?

Hai mai sentito degli strani rumori provenire dalla tua bottiglia d’acqua minerale?

No?! Davvero?

Io sì.

Cominciò così tutta la mia storia, quando un giorno vidi qualcosa nella tazza del water che non galleggiava e non stava a fondo, ma restava immobile e semisommersa.

Poi strani fumini bianchi, non più estesi di tre o quattro centimetri cubi, che vedevo sempre al lato del mio occhio sinistro.

Tutte le bottiglie cominciarono ad emettere strani suoni soffocati, e non si trattava di acqua gassata.

All’inizio avevo paura di uscire.

Quando ero per strada, in mezzo alla gente, accadevano cose anche più strane: la mia mente cominciava ad animarsi di voci e immagini irreali, che tutt’intorno a me formano un microcosmo perfettamente sovrapponibile alla realtà oggettiva. Camminare diventò impossibile, fare qualunque cosa diventò impossibile.

La gente mi guardava in modo strano.

Per la verità mi avevano sempre guardata in modo strano, con derisione e scherno direi, ma non era più lo stesso.

Loro sapevano, si erano accorti di quello che stava accadendo: gli spiriti, gli spiriti intorno a me.

Ogni volta che uscivo, venivo additata e squadrata da ogni passante. Col passare del tempo mi resi conto che la gente si scambiava strani segni di condiscendenza e anche gli sconosciuti cominciarono ad avere qualcosa di cui parlare tra loro e questo qualcosa ero io.

Organizzarono ronde di notte per tenere d’occhio la mia casa; si arrampicarono più volte lungo i condotti di scolo dell’acqua piovana fino al secondo piano della mia casa, per spiare dalle finestre della camera da letto. Quando poi alcuni di quei guardoni mi sorpresero mentre fluttuavo fino all’angolo sinistro del soffitto, sputando dalla bocca vento gelido che si espandeva in tutta la stanza, la comunità intera cominciò a promettermi la morte. Ma io non stavo facendo niente di male; stavo solo volando!

Dissero di me che io porto il male e che la terra lo grida.

Dissero che di notte la terra grida e geme per colpa mia. Dissero che sono la peggiore di tutti, che merito ogni male, che nessuno è perfido quanto me.

In realtà la mia unica colpa è di aver trovato degli amici, di non essere più sola, di avere una famiglia.

Ma la gente non voleva che io vivessi così. Loro mi preferivano sola e al fondo alla scala sociale, come ero un tempo, senza uno straccio di lavoro, senza amici, senza nessuno con cui parlare.

Le loro facce di gomma potevano distendersi in sagomati sorrisi quando incontravano me, nauseabonda creatura di Dio, la cui vita è talmente merdosa da fare apparire la loro un sogno. La loro vita fatta di appuntamenti, lavori del cazzo, cene e mogli del cazzo, ma:-……. che importa, se vuoi vedere la sofferenza guardala la Slavinskij, guarda quello scarabocchio vivente venuto male - e allora sì che ti sentirai un Dio!

Per il loro orgoglio io funzionavo meglio del Viagra, meglio di un clistere di anfetamina che ti fa la doccia allo scroto!

Potevano deridermi perché ero piccola e brutta e anche la ragazza col naso più grosso e storto del mondo, si sentiva una gran signora quando passava vicino a me,  alla mia spina dorsale deforme, alla mia gobba, al mio scarso metro e cinquanta di altezza, alla mia pronunciata calvizie, alla mia mano monca.

E poi, quando mi hanno vista per la prima volta girare per la strada ben dritta, con quindici centimetri in più, bionda, elegante e bellissima, allora sì che sono impazziti di rabbia!

Credono che il mio cambiamento d’aspetto sia il frutto di una qualche perversa stregoneria ma io non ho fatto niente del genere. È stato un regalo degli spiriti: mi dissero che la natura era stata quantomeno distratta nel fornire ad un animo così splendidamente puro (cito le loro esatte parole!) un corpo così indecente e osceno. Così una sera mi invitarono a coricarmi prima del solito, chiedendomi di dormire sotto al letto anziché sopra. La richiesta mi sembrò talmente strana che non obbiettai affatto. Stesi una coperta morbida sul pavimento e mi sdraiai sotto il letto. Mi addormentai all’istante e al mio risveglio ero bellissima. La particolarità era che io non ero cambiata, tutti i tratti somatici e caratterizzanti erano rimasti identici nell’essenza, solo la forma era stata come purificata, insaponata e liberata. Ero ancora io in ogni sfaccettatura.

Gli spiriti mi dissero che non dovevo meravigliarmi troppo di quel cambiamento, perché quello che ora c’era fuori era solo la bellezza che io avevo sempre avuto dentro.

E la gente mi odiava ancora di più. Per loro la felicità era un lusso che io non dovevo permettermi!

Si inventarono delle storie sul mio conto, dissero che io praticavo la stregoneria e che era quello il motivo del mio innegabile cambiamento d’aspetto e della mia acquisita capacità di volare. Dissero che ero devota al Diavolo e che praticavo il Woodoh.

Così un giorno vennero a prendermi.

La folla che si raccolse sotto casa mia e che affluiva nelle strade adiacenti mi ricordavo il popolo di Mosè.

In pieno giorno e sotto gli occhi spietati dei network più importanti, mi condussero in una piazza piuttosto grande e sgombra, sul cui mattonato era stata disegnata una gigantesca ellisse con del gesso giallo. Mi misero a sedere su uno sgabello posizionato in una dei due fuochi dell’ellisse, di modo che potessi rivestire il ruolo della pedina nel famigerato " Gioco dei Lanci ", un passatempo da trogloditi con un risvolto innegabilmente comico e torbido al contempo, che mi ridusse in un cadaverico ammasso di ematomi e ossa rotte.

Perché il gioco potesse svolgersi, era necessario che qualcun altro presenziasse nell’altro fuoco dell’ellisse, un altro povero malcapitato, ma poiché al momento non c’era nessun criminale i cui misfatti potessero eguagliare ai miei, si decise di sostituire l’uomo con un cammello di pezza.

Il gioco consisteva nello scagliare pietre e massi di varia grandezza, ai due fuochi viventi che, reggendosi alle estremità della corda che li univa, venivano fatti girare vorticosamente descrivendo appunto un’orbita ellittica. La velocità di rotazione aveva la capacità di far staccare dalle ossa i muscoli martoriati dalle pietre con un effetto che ricorda molto la centrifuga di una lavatrice, o meglio ancora la gittata di un frullatore pieno di shake a cui non è stato messo il coperchio.

Il tutto fu organizzato e seguito fin nei minimi particolari da un manipolo di canaglie, dieci assassini scadenti e cinque macellai monchi, con la passione per la letteratura, che mi aizzavano contro gli invertebrati sassaioli, ogni volta che chiedevo: - Ti ho colpito?-.

Questo per :- …. zittire la mia ugola infernale -, apostrofavano quei vigliacchi pisciatori d’inchiostro!

E la rabbia mi fece dire molto di più: - Ho una puttana. Una troia da suicidio -. Ogni pietra maledetta mi colpì, tutti i lanci andarono a segno, tuttavia non m’importava.

Sapevo che era proibito ma io dovevo parlare fino alla morte, che comunque non sarebbe per me mai arrivata.

                                                                                                Emi

 

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