L'UOMO NUDO
Si era ritrovato, senza sapere come, nel mezzo di una nebbiolina verdognola e luminescente, che gli dava un piacevole senso di leggerezza e di esultanza.
Intorno non riusciva a vedere nulla. Ma più che vedere o non vedere si accorse di percepire dentro di sé ciò che lo circondava.
Istintivamente provò ad osservare le proprie mani, ma non le trovò, eppure sentiva di possederle; anche i suoi piedi, e le gambe, non c'erano più. In un attimo si rese conto che quello che era stato tutto il suo corpo, era diventato altro da lui ed era sparito, come qualcosa di inutile.
Ma la scoperta non lo angosciò. Come se fosse preparato ad un evento simile.
Eppure lui era lì, esisteva, e si sentiva di esistere. Pensava. Rifletteva. Anzi era lui stesso il suo pensiero. Cercò di ordinare le idee. Di ricordare cosa fosse accaduto.
Gli venne alla memoria sua madre, quando gli raccontava di come i suoi strilli notturni di neonato avevano salvato l'intera famiglia dall'ossido di carbonio che si liberava da un braciere acceso.
Adesso ricordava.
I mandorli, quell'anno, avevano dato frutti abbondanti. Lui ne aveva raccolti in quantità ai piedi degli alberi, durante le sue passeggiate solitarie, nelle fresche albe estive.
I gusci vuoti, durante la stagione fredda, sarebbero diventi un'ottima brace.
Era assai intristito in quella piovosa giornata autunnale, mentre preparava il braciere di rame.
Aveva voglia di chiudere. Di smettere di cercare ciò che sapeva non avrebbe mai trovato. Era stanco di discutere, di parlare, di sforzarsi di apparire persuasivo, di comunicare con tutto quanto era fuori di lui.
Una promessa, udita molto tempo prima, di profonda comunione tra gli esseri umani, era stata disattesa. L'oggetto della sua fede, la sua Utopia, era crollato. Ed era stanco di aspettare ancora.
Aveva predisposto i gusci a formare un bel mucchio al centro del braciere; come in un rito propiziatorio, aveva versato qualche cucchiaio d'alcool nel mezzo e aveva acceso un fiammifero.
Nella penombra della camera una fiamma allegra e azzurrina guizzò all'improvviso, saltando qua e là nel mucchio, mentre un profumo acre si spandeva
attorno.
Lui osservava, accovacciato, la scena, sentendo il calore delle braci sul viso, e traendone come un senso di benessere.
Lentamente cominciò a respirare i vapori che provenivano dalla carbonella odorosa.
Sentiva la testa vuota, intorpidita, mentre una dolce sonnolenza lo avvolgeva delicatamente.
Si vide appisolato, con la testa china sul petto, respirare lievemente, poi più nulla...
Adesso udiva una voce in lontananza. Qualcuno lo chiamava; si rivolgeva a lui, quasi con un dolce tono di rimprovero.
"Non hai saputo attendere", gli diceva la voce, "hai avuto sempre fretta nelle tue cose. Fretta di finire per vedere cosa c'è dopo. Fretta di conoscere. Fretta di capire.
I tuoi tempi non sono i tempi dell'universo.
Ma adesso vieni. Acquietati. Riposati.
Per te il tempo si è fermato".
Ora si sentiva, come attratto, risucchiato dolcemente, verso un punto imprecisato di quell'orizzonte uniforme e indefinito.
Si rendeva conto di perdere gradualmente la sua individualità, e di diventare al tempo stesso parte di un Pensiero Totale, anzi di diventare lui stesso il Pensiero Totale, perché adesso non c'era più distinzione. Non c'erano più maschio e femmina, come ai tempi della Creazione, ma erano tutti in Tutto.
Henn Ross
(Grazie Henn per avermi permesso di mettere in rete il tuo racconto così intenso e struggente, intimo e vero.
Marzia)