LA FUGA

"Il mio cuore e' come nube,

vuole vagare in mezzo al cielo.

Aperti gli occhi verso la terra

vuol sorridere come l'alba.

Il sorriso s'unisce alle nubi

il sorriso vaga per l'aria:

sorriso d'amore

sorriso di fiore

si spande per il giardino.

Il mio cuore s'innalza in cielo

vuol fiorire come l'aurora."

Rabindranath Tagore

 

 

La  fine dell'anno si approssimava sempre di più e Martina, ormai trentacinquenne, aveva da tempo iniziato a mettere insieme i cocci ed i tasselli che formavano il puzzle della sua  vita, a fare un bilancio di quella che era stata la propria  esistenza fino a quel momento. Il quadro che ne emergeva era sconcertante. Martina si sentiva profondamente insoddisfatta,  amareggiata e sfiduciata nei confronti di tutto e di tutti,  sola, completamente vuota dentro e priva ormai di quel nobile  sentimento chiamato amore, senza il quale nessun essere umano e' degno di questo nome.

"L'amore e' l'unica cosa che non si puo' distruggere",  aveva sentito dire Martina una volta durante una trasmissione televisiva,  non  ricordava da chi. Nell'udire  quella  frase,  ella, stizzita, aveva spento immediatamente la televisione.  "L'amore e'  l'unica  cosa che non si puo' distruggere!".  Quale  amore? Quello per tutto cio' in cui credeva, che per lei era importante e che adorava, ma che tutti gli altri avevano sempre deriso, disprezzato e calpestato, portandoglielo via e strappandoglielo ogni  volta dalle braccia e dal cuore, con INGANNI,  derisioni, menzogne, tradimenti, sotterfugi e promesse mai mantenute?  Ma, soprattutto, amore per chi? Per tutti coloro che le avevano nascosto che sua madre doveva morire, cosicche' lei aveva  dovuto scoprirlo da sola, circa un'ora prima che quest'ultima esalasse  l'ultimo  respiro, sentendo singhiozzare suo padre?  O  per quella  parente che, la notte stessa in cui cio' era  avvenuto, aveva voluto a tutti i costi portarla a dormire a casa propria, abbandonandola pero' a se stessa fino all'indomani mattina, soa come un cane, a cuocere nel suo brodo, con la scusa che  era stanca?

"L'amore e' l'unica cosa che non si puo' distruggere!" Quando aveva  udito quelle parole, la mente di Martina si era messa  a divagare a ritroso, riacutizzando nella sua memoria la  rabbia, il risentimento, il rancore e la sofferenza per eventi dolorosi che avevano caratterizzato e segnato la sua vita e facendo nuovamente sanguinare vecchie ferite mai cicatrizzate. Tutti i ricordi  dolorosi  del suo passato erano  allora  improvvisamente riaffiorati e riesplosi con violenza dentro di lei,  gettandola nello sconforto e nella disperazione piu' profondi.

Un  tempo, fino all'eta' di venticinque anni,  Martina  aveva una  camera per conto proprio, nella quale poteva  starsene  in  pace e godersi quel silenzio e quella quiete, beni per lei preziosissimi ed indispensabili all'equilibrio di una persona.  Ma due bambini pozzi senza fondo di televisione e di videogiochi, viziati ed isterici, di cui avrebbe fatto piu' che volentieri a meno, ma che sarebbe stata costretta e condannata, suo  malgrado, ad avere tra i piedi ed a sopportare per il resto dei  suoi giorni,  avevano, prima l'uno poi anche l'altro, invaso il  suo piccolo  eremo, opprimendola ed esasperandola sempre  di  piu', anche fino a tarda notte, con le loro urla, la loro confusione, i  loro tic ed i loro continui schiamazzi. Quella perdita  era stata  per lei un trauma dal quale non si sarebbe mai piu'  ripresa. Col passare degli anni, all'iniziale promessa di  andare tutti  un giorno ad abitare in una casa piu' grande, erano  seguite scuse sempre piu' numerose ed assurde ed ella si era sempre  piu' dolorosamente resa conto che l'unico scopo  dei  suoi familiari  era quello di farsi la loro camera e di  accasare  i propri  figli, incuranti del bisogno di spazio e di privacy  di Martina. Una volta raggiunto il loro obiettivo e  sistemati  i due principini, la prospettiva di cercare un'altra sistemazione era di conseguenza prontamente decaduta. I primi tempi  Martina aveva tentato di esternare in ogni modo e in piu' occasioni  il suo profondo e totale disappunto a tale riguardo. Ma poi pero', resasi  amaramente conto di essere circondata solo  da  persone per le quali i bambini, oltre che un obbligo anche per chi  non li vuole, sono i padroni del mondo ed hanno pertanto sempre  la predominanza ed il monopolio assoluti su tutto e su tutti, aveva desistito dal suo intento. Le parole avevano ben presto  lasciato il posto al silenzio, all'insofferenza, alla chiusura in se  stessa, alla rabbia contro il mondo e ad un  disprezzo,  ad una  nausea e ad una repulsione sempre piu' forti, profondi  ed insanabili  nei confronti dei bimbi. Aveva iniziato a  maledire sempre  piu' spesso ed intensamente i bambini e per molti  anni aveva  provato un fortissimo desiderio, che non le fu mai  permesso  di realizzare, di trovarsi un compagno, di andarsene  da quel  manicomio (dove, tra tutti, facevano a gara a chi  urlava piu' forte, a chi produceva piu' confusione ed a chi teneva  la radio e la televisione con il volume piu' alto) e di costruirsi una vita propria.

Un tempo Martina aveva un merlo indiano che amava moltissimo. Quel caro uccello nero con il becco arancione (cosi' glielo  avevano  descritto)  era  un  ricordo  prezioso  di  suo  padre; quest'ultimo  glielo aveva regalato quando lei  aveva  quindici anni, tre mesi dopo la morte di sua madre. Martina, amante  degli uccelli, aveva sempre desiderato un merlo parlante. Ed  aveva provato una grandissima gioia ed una indicibile  tenerezza quando, la sera del solstizio d'estate, rincasando dopo una visita a degli amici, era andata sul terrazzo e vi aveva  trovato a gabbia con dentro il suo piccolo tesoro. Si era subito affezionata  a Pippo (questo era il nome che gli aveva dato).  Sentirlo cantare, fischiare e parlare, era per lei motivo di felicita' e l'uccello le teneva molta compagnia. Anche i vicini volevano  molto bene a Pippo e si divertivano sempre a  chiamarlo ed a parlargli.

Ma Pippo aveva, evidentemente, una grandissima colpa:  quella di essere un animale. E, in quanto tale, ai suoi familiari dava noia. Per molti anni lo avevano sopportato, non perdendo  pero' occasione di maledirlo, di ribadire il loro odio nei suoi  confronti  e  di invocarne la morte, incuranti di cio'  che  Pippo rappresentava  per Martina. Quando lei aveva venticinque  anni, lo  avevano  espulso dal terrazzo ed esiliato in  garage.  Poi, quattro anni dopo, un giorno in cui lei era da sua zia,  approfittando della sua assenza, lo avevano portato via senza  dirle niente. Finalmente avevano ottenuto quello che volevano!  Pippo era stato tolto dai piedi! Sicuramente, se invece di un  animale, fosse stato un bimbo, tutti lo avrebbero amato, osannato  e venerato e le cose sarebbero andate diversamente. Ma Pippo  era soltanto  un  merlo ed aveva dovuto pagare  quest'onta  a  caro prezzo. Martina allora, per non essere derisa, aveva dovuto reprimere  e soffocare con violenza le lacrime, iniziando  però, anche in questo caso, a covare dentro di sé un odio ed un risentimento che non si sarebbero mai sopiti.

Ma  la batosta piu' grossa gliel'aveva inflitta  Alberto,  un ragazzo piu' grande di lei di circa due anni, di cui Martina si era innamorata, che l'aveva fatta soffrire enormemente. Spaventato  quasi  certamente dal fatto che, ad innamorarsi  di  lui, fosse  stata una ragazza non vedente, aveva scelto un modo  alquanto singolare e rocambolesco per uscire dalla sua vita; aveva lasciato il gruppo che entrambi frequentavano, trincerandosi dietro la scusa di avere problemi con un paio di persone che ne facevano parte, rientrandovi pero' poi poco piu' di un anno dopo,  quando lei, sgomenta ed amareggiata, ne era uscita  a  sua volta.

"L'amore  e'  l'unica  cosa che non  si  puo'  distruggere"!" 

<<Smettiamola una buona volta di prenderci in giro e di  ingannare  gli altri!>>, Martina aveva gridato  indispettita  quando aveva  udito quelle parole. Il suo cuore aveva sofferto  troppo ed era stato lacerato, offeso, pugnalato e trafitto troppe volte, perche' ella avesse ancora la ben che minima voglia o capacita' di provare amore per qualcosa o di voler bene a qualcuno. 

Il  suo  cuore, stanco di tutto e di tutti, si era  dunque  per sempre chiuso ermeticamente ad ogni forma di amore terreno.

Nei primi trentacinque anni della sua vita Martina aveva  dovuto affrontare prove molto dure e dolorose che, se da un  lato avevano  contribuito in modo determinante a rafforzare  enormemente il suo carattere, dall'altro l'avevano pero' indurita, inacidita e resa insensibile, cattiva, egoista, cinica, arrogante, intollerante e razzista.

Era  un  freddo pomeriggio d'inverno, quando Martina,  dopo  un lungo  periodo di riflessione, decise che, all'inizio  del  nuovo anno, avrebbe dato una svolta radicale alla sua vita. Negli ultimi  tempi era maturato in lei il desiderio di ritirarsi  in  un convento. Trascorrere il resto dei suoi giorni al sicuro tra le spesse mura di un convento immerso nel silenzio e nella  quiete della  natura  incontaminata, lontana da quel  mondo  grigio  e squallido  nel quale non aveva chiesto di nascere e  dal  quale non si era mai sentita amata, compresa, accettata e rispettata, forse, almeno cosi' Martina sperava, avrebbe lenito la sua profonda inquietudine e le avrebbe dato finalmente un po' di serenita'  e di pace interiore. Quella "liberta'", che per lei  non era altro che una perenne e dolorosissima prigionia, la attanagliava sempre piu' serratamente nella sua morsa ed ella si sentiva  soffocare. Cosi' non avrebbe potuto continuare a  lungo. 

Aveva dunque deciso di intraprendere la via della rinuncia  totale,  di affidare la sua anima e la sua vita a Colui che  rappresentava  per lei l'unica vera forma e sorgente di gioia,  di amore, di giustizia, di bonta' e di purezza.

Venne  il trentuno dicembre. L'indomani Martina sarebbe  partita alla volta del convento. In quei giorni poteva godere di un'insperata solitudine. I suoi familiari erano partiti la vigilia di  Natale per andare a trovare dei parenti e non sarebbero tornati prima dell'Epifania. Lei, prossima ormai alla partenza, era rimasta a casa  con  una scusa, a crogiolarsi un po' nel  silenzio  e  nella quiete.

Martina  aveva trovato su internet l'indirizzo ed il  numero  di telefono  del convento nel quale si accingeva ad entrare ed  aveva preso segretamente contatto con le suore che vi abitavano. Non  aveva messo nessuno al corrente della sua decisione. Non le  andava di dover dare delle spiegazioni a persone che, le poche volte  che lei aveva tentato di esternare loro le sue esigenze, le sue sofferenze e le sue angosce, non l'avevano mai presa sul serio, forse perche' la consideravano la solita bambina stupida, immatura ed handicappata, alla quale imporre le loro idee ed il loro modo  di vita, incuranti del fatto che anche lei aveva  un'anima, dei  bisogni e, soprattutto, dei diritti come tutti gli  altri. 

Se avesse osato dirlo a qualcuno, sicuramente sarebbe stata pesantemente derisa e giudicata. Ed era altresi' sicura che,  anche se lo avesse confidato solo ad una persona, non solo  questa avrebbe "affisso manifesti dappertutto", ma si sarebbe coalizzata  con  tutti gli altri per impedirle di  partire.  Aveva dunque deciso di agire da sola, a modo suo. Se ne sarebbe andata di nascosto, senza dire niente a nessuno, custodendo gelosamente dentro di se' il segreto della sua improvvisa scomparsa.

Accese  il grande camino che si trovava nella sala dove  troneggiava, alto ed imponente, l'albero di Natale, finemente decorato ed illuminato ad intermittenza da molte lucine colorate.  Si mise a contemplare la fiamma del caminetto. L'esigua percezione luminosa del suo occhio destro le conferiva una buona spazialita'  e le permetteva di percepire la differenza tra la luce  ed il  buio e di distinguere i colori di forte intensita'. Il  bagliore  ed il calore della fiamma l'avevano sempre attratta  ed affascinata  ed  ella, nelle fredde giornate  d'inverno,  amava starsene ad ore, concentrata sul fuoco del camino acceso.

Ma quella sera Martina non accese il camino per contemplarne ed ammirarne la fiamma. Il fuoco le serviva per fare ben altro. Prima  di iniziare la nuova vita, avrebbe fatto piazza  pulita  di tutto cio' che le ricordava il suo passato doloroso.

Prese in mano le due cartelline rosse contenenti il lungo diario epistolare  che aveva dedicato ad Alberto. Gli  aveva  scritto piu' di trecento lettere, nell'arco di cinque anni per lei molto  travagliati. Il giorno in cui Martina gli aveva  confessato il suo amore, Alberto, pur non ricambiandola, le aveva promesso che  un giorno avrebbe preso e letto quelle lettere.  Ma  erano bastati  sette mesi a fargli cambiare completamente idea  ed  a farlo  svanire  nel nulla, provocando in lei una  ferita  molto profonda ed insanabile. 
Diverse persone, nel tentativo forse di consolarla e di  confortarla (o, cosa ben piu' probabile, per non volerle  sbattere apertamente  in faccia che, in quanto non vedente, non  avrebbe

mai  potuto  sperare nell'amore di un uomo), le  avevano  detto piu' volte: <<Lascialo perdere! Lui non ti merita!>>. Ma quelle parole  non avevano fatto altro che creare in lei  ancora  piu' sofferenza e confusione. Era Alberto a non meritare lei, o  viceversa? Avrebbe mai trovato, se esisteva, un uomo che la meritasse? O era lei a non meritarsi l'amore di nessuno? Questi interrogativi la corrodevano come la soda caustica.

Martina  getto' il primo mucchio di lettere nelle  fauci  del camino. Le pagine iniziarono a bruciare. Il sentimento che provava per Alberto si stava ormai spegnendo e sciogliendo in  lei come neve al sole. Adesso provava per lui solo rabbia, disprezzo e desiderio di fargliela pagare. Si augurava di non rivederlo  mai piu' perche' sapeva fin troppo bene che, se cio'  fosse avvenuto,  gli avrebbe, come minimo, sputato  addosso,  rinfacciandogli il suo comportamento vile e meschino e gridandogli in faccia  in cagnesco tutto il suo odio e quello che era il  suo piu' grande desiderio: che un giorno una donna, di cui egli  si fosse innamorato, si comportasse con lui nello stesso  identico modo in cui lui si era comportato con lei, facendogli provare e scontare  con gli interessi cio' che lei aveva provato a  causa sua,  facendolo soffrire quanto e piu' di lei e spingendolo  al suicidio  per i sensi di colpa ed i rimorsi di  coscienza.  Che tutte  quelle lettere bruciassero pure, dunque, insieme al ricordo  di  quel bastardo per cui le aveva scritte e  che  aveva soffocato in lei ogni desiderio e bisogno di amore, di affetto, di  dolcezza, di tenerezza e di calore umano! Martina  prendeva mucchi sempre piu' consistenti di fogli e li scaraventava  sempre piu' violentemente ed astiosamente nel camino, godendosi lo spettacolo  del fumo che si alzava ed impregnava la  stanza  di vapore.  Assisteva a tutto cio' con gli occhi pieni di  lacrime di rabbia, di amarezza, di rassegnazione e di disperazione.

Il  contenuto  della prima cartellina fu  distrutto.  Poi  anche quello della seconda.

Rimaneva pero' ancora qualcos'altro da dare alle fiamme. Martina aveva un'altra cartellina, di colore blu, nella quale  teneva alcuni scritti di Alberto, la sua carta del cielo, una copia delle due lettere che lei gli aveva mandato, quella che lui le aveva scritto in risposta alla prima ed un uccellino di carta  che egli aveva fatto con la tecnica degli origami, arte  di cui era appassionato. Quando Martina aveva scoperto che Alberto aveva quell'hobby, gli aveva portato a far vedere e quindi  regalato un libro di origami che aveva a casa, ma che giaceva dimenticato da anni in un cassetto perche' lei non lo usava. Martina ripensava tristemente al piacere che Alberto aveva provato allora, quando lei gli aveva donato quel libro. Era stato  proprio  quella sera che Martina aveva cominciato a  percepire  in Alberto qualcosa di diverso rispetto agli altri ragazzi che conosceva. Ed era stato proprio allora che qualcosa di strano, in seguito  avrebbe capito che si trattava di amore, aveva  cominciato a fluire dentro di lei. Ella stringeva l'uccellino tra le mani,  con gli occhi pieni di lacrime. Rimase cosi' per  alcuni minuti. Poi inizio' a distruggere anche il contenuto dell'ultima cartellina. Man mano che quei fogli bruciavano, Martina sentiva  che le lacrime lasciavano sempre piu' il posto alla  rabbia,  al  cinismo ed alla rassegnazione forzata.  Quando  anche quelle pagine furono incenerite, venne il turno  dell'uccellino di  carta.  Martina  esito' alcuni  istanti.  Poi  prese  anche quest'ultimo ricordo di Alberto, lo getto' rabbiosamente e  con disprezzo nel fuoco e rimase a contemplare la fiamma.

Adesso aveva portato a termine la sua opera. Aspetto' la fine dell'anno  seduta vicino al fuoco, contemplando ora  la  fiamma del caminetto, ora le luci dell'albero di Natale. Infine,  poco dopo la mezzanotte, si corico'. L'indomani doveva alzarsi  presto.

La mattina dopo Martina si sveglio' di buon'ora. Il taxi  sarebbe  arrivato di li' a non molto. Doveva fare in fretta,  altrimenti avrebbe perso il treno. Quando udi' suonare il  campanello, afferro' freneticamente le valigie, chiuse la porta e si precipito'  giu' per le scale. Giunse alla stazione  appena  in tempo  per salire sul treno. Il viaggio duro' alcune  ore,  che per lei sembravano non trascorrere mai. Anche alla stazione dove arrivo' c'era un taxi ad attenderla. Le suore del  convento, avvertite alcuni giorni prima del suo arrivo imminente,  l'avevano mandata a prendere. Il taxi la lascio' davanti al  portone del  convento. Martina tasto' alcuni momenti, alla ricerca  del campanello. Quando infine lo ebbe trovato, suono'. La porta del convento si spalanco' ed ella la varco' e la oltrepasso'  velocemente e freddamente, lasciando che essa si richiudesse pesantemente alle sue spalle.

Martina  aveva  lottato duramente per trentacinque  anni,  nella speranza  di trovare anche lei il suo giusto equilibrio.  Ma  quel mondo  per lei era sempre stato fatto solo di competizioni,  di privazioni, di sofferenze, di sacrifici, di soprusi, di indicibili cattiverie e, soprattutto, di amore negato. Fino ad allora aveva  sopportato tutto questo, riducendosi ad un certo  punto, per amore del quieto vivere e per non dover discutere e litigare dalla mattina alla sera, pur sapendo benissimo che cio'  era sleale, scorretto ed incoerente con i suoi principi, a dare  agli altri "il contentino", facendo dire loro cio' che  volevano senza  replicare, ma imprecando loro dietro e mandandoli tra  i denti a quel paese. Adesso pero' ne aveva abbastanza di tutto e di tutti.

Era stanca di stare in mezzo ad individui che, pur non condividendo  certe cose, forse per paura di essere giudicati ed  emarginati,  amavano assoggettarsi ai soprusi ed alle  ingiustizie,  senza  cercare di ribellarsi e lottare per far  valere  i propri  diritti. Costoro usavano come paravento la  scusa  che tanto, qualunque cosa avessero fatto, le cose non si  sarebbero mai potute cambiare. Ed agivano di conseguenza, sottomettendosi ai voleri altrui.

Era stanca di dover avere a che fare con persone che  rimanevano fermamente ancorate alla loro solita vecchia immagine stereotipata del non vedente, senza mai mostrare cenni di apertura o di cambiamento. Per loro i ciechi erano solo quegli individui che si vedevano viaggiare da soli su un mezzo pubblico,  camminare  su una strada o su un marciapiede, brandendo  un  bastone bianco  o affiancati da un cane guida, o che  apparivano  sugli  schermi televisivi come campioni sportivi o cantanti di successo. Costoro usavano tutto cio' come unico parametro di  valutazione, senza considerare il fatto che i non vedenti erano  sempre e comunque esseri umani come tutti gli altri, fatti di carne  ed ossa, con un cuore, un'anima, i propri  sentimenti,  le proprie emozioni ed i propri problemi e bisogni affettivi. Molte persone le facevano continuamente pesare il fatto che  Tizio faceva  questo e Caio quest'altro e lei invece no.  Ogni  volta che  doveva frequentare un corso di qualsiasi genere,  era  costretta,  per recarvisi, a ricorrere ad  associazioni  private, spendendo  molti soldi di tasca propria perche', essendo i  non vedenti letteralmente obbligati ad uscire ed a prendere i mezzi pubblici da soli, tutti si rifiutavano, in una sorta di perversa  coalizione, di mandare qualcuno a prenderla a casa per  accompagnarla sul posto.

Lei,  secondo il loro concetto di integrazione, per essere  e sentirsi a tutti gli effetti inserita ed integrata nella societa', avrebbe sempre dovuto, necessariamente, sfidare il prossimo, dimostrare agli altri di essere non uguali, ma migliori  di loro  e fare cose (come ad esempio uscire di casa ed andare  in giro  da sola) che molti individui cosiddetti normodotati,  pur avendo  tutte le carte in regola, non facevano mai.  A  scuola doveva essere sempre una studentessa modello. Guai se  prendeva un cattivo voto! Per non parlare poi di tutte le volte che l'avevano  pesantemente rimproverata, umiliata e mortificata  perche', a causa del suo carattere chiuso e timido, all'orale faceva scena muta! Avevano gridato e sbandierato ai quattro venti il  voto con il quale aveva conseguito la  maturita',  sessanta sessantesimi,  facendone  motivo  di vanto e  di  orgoglio  per l'U.I.C.,  senza considerare minimamente il fatto che quel  risultato  era  stato per lei il frutto di enormi  sacrifici,  di nottate quasi insonni, di intere mattinate spese ciucciando caramelle per non addormentarsi durante le ore di lezione, di domeniche  trascorse in casa a sbobinare cassette e di  quadrimestri interi passati senza avere nemmeno un libro trascritto  in braille.  E non le avevano perdonato il fatto che,  pur  avendo superato l'esame di ammissione all'unica scuola di Interpreti e Traduttori italiana statale riconosciuta a livello europeo,  avesse  deciso infine di non andarvi. Quando cio' era  avvenuto, Martina aveva solo diciannove anni ed era rimasta da poco tempo orfana anche del padre. Non se l'era sentita di lasciare  tutto,  per andare ad abitare in un'altra citta', distante  centinaia  di chilometri, dove non conosceva nessuno e  nella  quale avrebbe dovuto vivere da reclusa e nutrirsi solo di studio, rinunciando a tutto il resto. Aveva dunque deciso, suscitando  la collera  e l'incredulita' di molti, di non partire e si era  iscritta  all'Universita'. Gli anni successivi le avevano  fatto comprendere che quella, comunque, non era la sua strada e  Martina non si era quindi mai pentita di aver fatto quella scelta. 

Ma come spiegare tutto questo a chi aveva trasformato i non vedenti  in veri e propri fenomeni da baraccone? Il fatto di  doversi  sempre porre e sentire in competizione con quello e  con quell'altro  la opprimeva, la disturbava, la amareggiava  e  la esasperava enormemente e contribuiva a rendere il muro che  lei aveva  eretto tra se' ed il resto del mondo sempre piu'  spesso ed  inespugnabile e ad indurire sempre piu' la corazza  che  si era costruita attorno, come un bozzolo, per proteggersi dall'esterno. Dove stava scritto che, essere non vedente, significava solo ed esclusivamente "indossare abiti eleganti" (con  l'unico scopo,  ne era certa, di voler nascondere la propria  disabilita',  di non voler ammettere che, volenti o nolenti, i non  vedenti  erano  sempre  e comunque mancanti  di  uno  dei  cinque sensi), trascurando completamente cio' che giaceva al loro  interno? Perche' anche lei non poteva essere libera di agire  secondo  il proprio modo di essere e di pensare, di vivere  e  di comportarsi a tutti gli effetti come gli altri, senza dover per forza  strafare e, soprattutto, di desiderare, anche lei,  come tutti,  di  trovarsi un compagno e di farsi una  famiglia?  Era forse un burattino da addobbare e da abbellire come gli  alberi di Natale perche', il fatto, per un non vedente, di riconoscere di avere, per certe cose, dei limiti superiori agli altri,  era un  disonore o una cosa di cui doversi vergognare? Tante  volte aveva cercato di spiegare e di far capire agli altri che  anche ei  era un essere umano fatto di carne e ossa come  loro,  con nel petto un cuore che batteva e pulsava, un'anima, le  proprie emozioni ed i propri sentimenti ed innamoramenti come tutti gli altri  e che, pertanto, un pezzo di carta chiamato laurea o  un lavoro ben retribuito non avrebbe mai potuto darle la serenita' o ripagarla di una vita che umanamente ed affettivamente le  aveva tolto tutto. Ma si era sempre trovata di fronte a dei muri di granito ed aveva dovuto ripiegare su se stessa e  barricarsi nell'amara  consapevolezza che, solo chi era nelle  sue  stesse condizioni e viveva sulla propria pelle e nel proprio animo  le sue  stesse sofferenze, forse era veramente in grado di  capire fino in fondo cio' che lei provava. Pensare di riuscire a farlo comprendere anche agli altri era pura follia. Una sua amica che abitava in campagna, anch'ella non vedente, le aveva raccontato una volta, scandalizzandola alquanto e facendole cascare letteralmente le braccia, che un'assistente sociale le aveva  detto: "Cosa  pensi di fare in campagna? Il granturco? Devi  venire  a stare  in citta'!" Oltre a dover uscire di casa e spostarsi  da soli e a dover arrangiarsi sempre da soli nei momenti di  bisogno, dovevano anche traslocare ed andare ad abitare dove pareva agli altri, sradicandosi completamente dal loro contesto sociale (come se per i non vedenti fosse facile averne o  costruirne uno!). E poi? Cos'altro avrebbero chiesto, o voluto, o  preteso ancora? Che andassero tutti a quel paese!

Ed  era  infine stanca di domandarsi continuamente  che  cosa tutte  quelle donne prostitute,  tossicodipendenti,  alcoliste, anoressiche o con problemi psichici, nervosi o mentali avessero in piu' rispetto a lei, dato che a loro era concesso di trovarsi  un compagno, di convolare a nozze, di accasarsi, o,  comunque,  di avere almeno una storia con un uomo, mentre  a  lei tutto cio' era e sarebbe per sempre stato precluso. Perche', ogni  volta che una donna non vedente si innamorava di un  uomo, tutto il mondo le si scagliava contro, cosicche' ella, trovando ostacoli  da tutte le parti, doveva di conseguenza  gettare  la spugna, arrendersi ai soprusi, all'insensibilita' ed alle  cattiverie e rassegnarsi alla solitudine? Che cosa rendeva le donne non vedenti meno affidabili (e quindi meno degne di sposarsi e di farsi una famiglia) di coloro che, pur non avendo  disabiita' fisiche, soffrivano di problemi di altro genere e riuscivano a tirare avanti solo grazie agli psicofarmaci? Queste  domande  le avevano martellato il cervello per molti anni,  senza che ella fosse mai riuscita a darsi una risposta. Cominciava  a dubitare sempre piu' spesso e seriamente (ed i fatti non  facevano che darle ragione ed avallare i suoi timori in modo sempre piu' inconfutabile) che la propria disabilita' fisica, in quanto  esteriormente ben piu' eclatante rispetto a chi  aveva  dei problemi o dei disagi interiori, non fosse un elemento  discriminante a tale riguardo.

Martina era sempre stata molto ribelle e combattiva e non  si era  mai assoggettata ad alcun tipo di compromesso che  non  le andasse a genio. Aveva sempre cercato in ogni modo di difendere il proprio spazio, la propria liberta' ed il proprio diritto di fare cio' che voleva della sua vita, senza dover soggiacere alle  coercizioni altrui. Ma adesso non ne poteva piu' di  incazzarsi con i muri e di parlare ad un popolo di sordi. Dopo  aver percorso migliaia di strade e di sentieri tortuosi e di  salite ripide, aveva dunque scelto l'unica via per lei facile e  priva di  ostacoli, la stessa intrapresa a suo tempo da  Alberto  nei suoi  confronti: la fuga. Adesso, lontana da tutto cio' che  la faceva soffrire, da cio' che non avrebbe mai potuto avere e  da cio' che la opprimeva, si sentiva finalmente al sicuro e pronta ad iniziare una nuova vita.

Elettra K.

 

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