La mandria va
(pubblicato su Silarus, rassegna bimestrale di cultura)
Giorno dopo giorno, stesso rituale: sveglia alle 6,30 per me, per Marco, mio marito, mezz'ora dopo. Questa mattina sono in ritardo, quindi tutto si fa più nervoso. Alle sette sveglio i bambini, ogni volta cerco di avere la massima delicatezza, ma si rinnova il mio senso di colpa. Troppo piccoli, penso. Eppure, negli occhi appena stropicciati dalle piccole mani, riconosco quello sguardo adulto e consapevole che impedisce loro di infastidirsi e protestare. Ciò accade per Martina, cinque anni, per Brunello, tre, quindi sempre, dopo i mesi di congedo per maternità.
Marco, che ha il percorso in auto più facile o disinvolto, li porta con sé e li lascia da sua madre, mia suocera. Sarà lei ad accompagnarli alla scuola materna e a riprenderli all'uscita, li rivedrò alle diciotto, a volte più tardi. E sarò troppo stanca per divertirmi davvero mentre gioco con loro che cercheranno quasi di compiacermi, perché in effetti all'asilo hanno giocato con i compagni e le maestre e non capiscono perché ora anche con me. Però mi assecondano, forse pensano che io abbia bisogno di farlo. E così, per via del lavoro, non mi godo i figli, se non nel fine settimana sempre troppo rapido e pieno di impegni trascurati.
Lo stesso vale per Marco: torna all'ora di cena, molto stanco. Più tardi, dopo che ho messo a letto i bambini, lo trovo addormentato davanti alla TV. Rifletto che abbiamo anche perso l'abitudine di salutarci con un bacio la mattina prima di uscire di casa e la sera al ritorno. Eppure ci amiamo, su questo non ho dubbi, anche se facciamo all'amore solo il sabato sera e a volte nemmeno.
Questi i miei pensieri mentre in auto imbocco la tangenziale che mi porta al posto di lavoro, per carità, mansioni di responsabilità e di tutto rispetto e molta considerazione da parte dei superiori, ma chissà se può bastare.
***
Roberto, entra in cucina già pronto per uscire, vestito di grigio, giacca e cravatta: l'aroma del caffè appena preparato da Cecilia, sua moglie, gli stuzzica l'olfatto. Tante volte ha detto a Cecilia " non alzarti, resta a letto, ci penso da solo", ma lei mai ha interrotto quel rito del caffè insieme la mattina.
Non nega che gli faccia piacere: specialmente ora che i figli sono sposati e abitano in altra città, s'è creata fra loro una sorta di ritrovata complicità. Sessant'anni lui, cinquantotto lei.
Lo sguardo va al viso sfiorito della moglie, ai capelli arruffati del primo mattino e la mente ogni volta ripropone il ricordo della passata bellezza di lei e di quanto l'abbia amata. Ora non più? Che c'entra, ora la ama in modo diverso. A volte gli prendono i rimorsi, per qualche distrazione di percorso negli anni, che lei aveva finto di ignorare, sempre puntuale e attenta a non contrariarlo, sempre dolcissima. Sì, l'ama anche adesso, di un amore più pacato ma insieme più profondo, con tenerezza e gratitudine. Promette a se stesso che, appena andato in pensione, realizzerà il sogno di lei, alcune volte espresso, di un viaggio in Islanda, dove Cecilia ha amici, una ex compagna di scuola che ha sposato un ingegnere islandese.
Succede in un attimo, senza il tempo di prevedere. La tazzina di caffè si rovescia sul tavolo, qualche schizzo sulla giacca di lui, Cecilia accasciata sulla sedia, il viso sulle braccia conserte..
- Cecilia.. -. Voce strozzata dallo spavento.
Lei respira debolmente, lui cerca di aiutarla, sostenendola, le asciuga la fronte sudata.
- Cosa ti senti, che cos'hai, t'era mai capitato… - . Sì, le era capitato.
- Ma poi passa, non preoccuparti… -
- Chiamo un medico… no anzi, ti porto direttamente al Pronto Soccorso, mi viene di strada, perdiamo meno tempo… anzi telefono in ufficio e chiedo un giorno di permesso… io proprio non ti lascio in questo stato -
***
Il traffico stamani è più caotico del solito, lentissimo e in più ci sono i miei dieci minuti di ritardo sulla tabella di marcia. Di solito mi occorrono 40 minuti per raggiungere il posto di lavoro, oggi non basteranno. Chiamo l'ufficio col cellulare, menomale che la tecnologia mi aiuta.
-Sì, siamo informati. Anche altri sono bloccati per strada -
Secondo me il caos nelle strade, l'aria irrespirabile che ne deriva, il danno alla salute, e lo stress correlato, sono lo specchio del nostro sistema malato: disordine e mancanza di organizzazione. Anche la nostra stessa vita personale è alterata: la fretta, l'automatismo, la trascuratezza, la mancanza di rispetto degli altri… perfino l'ossigeno per la nostra anima.
Così seguo il filo delle mie considerazioni, pensieri che lasciano il tempo che trovano. Accendo la radio, quasi subito la spengo: è un rumore nel rumore insopportabile per via dei motori accessi delle molte auto, una specie di mandria meccanica che si avvia al pascolo.
Adesso stiamo esagerando, ma da quanto siamo fermi? Qualcuno fa il furbo e cerca di farsi strada, viaggiamo ignobilmente su tre corsie di una via a senso unico. E' un'indecenza. Poi ho il dubbio di un qualche grave incidente che abbia bloccato il flusso delle auto, per fortuna Marco e i bambini hanno fatto un altro percorso. Magari è solo un semaforo guasto e c'è un vigile che organizza il traffico. Ci manca solo quello, sanno creare più casino che altro.
Ora siamo proprio fermi. Qualcuno insiste a suonare il clacson: niente di più stupido e incivile. Alla fine mi rassegno, arriverò in ritardo, che posso farci, penso solo che, ad averlo previsto, sarei uscita di casa meno in fretta: ho dimenticato di salutare i bambini.
Riaccendo la radio, una stazione locale. Il notiziario. Informa di una dimostrazione di protesta già prevista da ieri, forse sul giornale c'era l'avviso, ma chi ha avuto il tempo di leggere il giornale… ad averlo saputo, o sarei partita un'ora prima o avrei preso l'autobus. Già, che scema, anche l'autobus sarà fermo. Infatti. Guardo dal lunotto posteriore e ne riconosco la sagoma gialla duecento metri dietro di me.
Ma che fa quello? L'uomo al volante si agita, suona il clacson, si sbraccia dal finestrino, cerca di insinuarsi fra un'auto e l'altra. Mi ha affiancata sulla destra, mi viene voglia di dirgliene quattro. Ne vale la pena?
***
Sono scesi con l'ascensore, Cecilia appoggiata al suo braccio, ancora a schermirsi.
Roberto pensa che forse ha sbagliato, troppo sforzo per lei: sul sedile al suo fianco Cecilia letteralmente si accascia.
E quindi la corsa a clacson spiegato, ma entrato nella via principale si accorge troppo tardi dell'ingorgo, altri dietro di lui appena sopravvenuti gli impediscono di tornare indietro.
E allora avanti, a passo d'uomo, con la sua utilitaria, pigiando sul clacson, insinuandosi fra un auto e l'altra, ogni tanto aprendo il finestrino a spiegare: - Vado al pronto soccorso, mia moglie sta male -
Spiegazione che affoga nell'indifferente incredulità di sguardi estranei.
Anche la giovane donna nell'auto affiancata alla sua gli lancia uno sguardo di fastidio e, nel movimento senza suono delle labbra di lei, legge l'insulto.
Gli viene in mente di chiamare il 113, chiedere se è possibile mandargli qualcuno incontro. Cecilia sempre più pallida, grigiastra, la testa reclinata su una spalla.
Automaticamente la mano fruga nella tasca per prendere il cellulare.
" Nell'agitazione l'ho lasciato a casa, accidenti a me".
***
L'uomo nell'auto accanto si sbraccia, mi fa segnali, abbassa il finestrino, ma che vuole?
A mia volta premo il tasto di discesa del vetro, pronta a cantargliene quattro.
- Mia moglie sta male, forse un infarto. Ascolti, io ora scendo e la porto a braccia… ma ho lasciato il cellulare a casa… per piacere mi chiami lei il 113 e chieda se possono venirmi incontro, magari con una barella, a piedi lungo il marciapiedi… saranno 200 metri, non so se ce la faccio… -
Con lo sguardo penetro dentro l'abitacolo della sua auto e vedo quel corpo di donna accartocciato, sembra un fantoccio. Penso che potrebbe essere stata una buona strategia per fare aprire un varco nel traffico. Ma l'uomo, a smentirmi, è già sceso e apre lo sportello opposto al suo, prende fra le braccia quella specie di fagotto che è una donna e si porta sull'estrema destra della strada, fino al marciapiedi.
"Ha lasciato lo sportello dell'auto aperto " penso. "E la macchina ferma e aperta in mezzo alla strada intralcia più che mai. Ma tutti gli sguardi sul momento sono intenti a seguirli, lui un po' barcollante sotto il peso, è un uomo anziano, non ce la farà. Arriverà stremato o stramazzerà a terra insieme a lei",
Prendo il cellulare e chiamo il 113. Cerco di spiegare, la mia voce è confusa fra i mille rumori della mandria meccanica che arranca.
"Spero che gli vadano incontro, spero che lo aiutino, spero che lei si salvi "
E proseguo di metro in metro nel percorso lento che però ad un tratto accelera; il movimento avanza fino al punto che, dopo 50 metri, mi trovo parallela all'uomo che paonazzo cerca di avanzare col suo carico. Quanta indifferenza , Gesummio, nessuno che si presti ad aiutarlo. Avrebbe fatto prima in auto, se solo avesse pazientato. Sono marito e moglie e lui ancora deve amarla molto. " Marco lo farebbe per me fra vent'anni? Di portarmi fra le braccia a piedi a rischio di schiantare lui? Noi che già adesso viviamo insieme ma è come se fossimo separati, noi che dopo 10 anni di matrimonio nemmeno facciamo più l'amore come si deve e, se lo facciamo, è quasi per dovere…"
Di nuovo premo il tasto sull'ultima chiamata del cellulare, di nuovo spiego, di nuovo sollecito che qualcuno gli vada incontro… ma poco dopo sono presa dal movimento che si velocizza, io nella mia auto avanzo, io, uno dei tanti esemplari umani malati di egoismo nella transumanza meccanica quotidiana della mandria che va.
Marzia Plumeri
Luglio 2003