La quercia
Cristina era fortemente legata alla grande quercia che si trovava a pochi passi da quella casa, ormai diroccata, che un tempo, durante gli anni più felici e spensierati della sua infanzia e della sua prima giovinezza, era stata la sua dimora. Quell'albero le era molto caro; ella era solita sedersi sull'erba e starsene così, per lunghe ore, con la schiena appoggiata al suo tronco, immersa nel silenzio ed assorta in profonde meditazioni.
Quando si sentiva triste e scoraggiata, la quercia era sempre lì, pronta ad accoglierla, a consolarla e ad infonderle nuovamente quell'energia, quella carica, quell'entusiasmo e quella forza vitale che ella non riusciva a trovare da nessun'altra parte.
Cristina era molto felice allora. Si considerava fortunata a poter vivere in campagna, a stretto contatto con la natura, lontana dal caos, dallo smog e dall'inquinamento delle città e di potersi svegliare tutte le mattine al canto del gallo che proveniva da una fattoria poco distante ed al cinguettio degli uccelli che giacevano appollaiati sui rami degli alberi, a quei tempi molto numerosi, che circondavano la casa o che volavano liberi nell'aria. Ogni primavera le rondini arrivavano, puntuali e sempre più numerose e nidificavano sul tetto della casa, rendendo l'atmosfera ancora più lieta.
Cristina amava molto quell'ambiente immerso nella natura incontaminata, dove gli unici rumori che si udivano erano il sibilo del vento, il fruscio delle foglie degli alberi, lo zampillare dell'acqua delle fontane, il dolce ticchettio della pioggia sulle finestre, sulle tegole e sul tetto ed il verso degli animali che popolavano le zone circostanti.
Durante la stagione primaverile ed estiva si alzava al sorgere del sole e faceva lunghe passeggiate per le colline circostanti insieme ai fratelli Alessandro e Marco ed a Katia, sua vicina, compagna di giochi ed amica del cuore. Cristina provava una gioia immensa mentre percorreva quei sentieri incontaminati. Tutto sembrava darle il benvenuto: il fruscio delle foglie e delle fronde degli alberi, lo scorrere dell'acqua dei ruscelli, il tiepido sole mattutino che le scaldava il viso, illuminandolo di gioia di vivere e la brezza del vento che, in quella stagione, si levava, leggera, sulla natura circostante, infondendole un'atmosfera ancora più incantata.
La sua meta preferita era un fiume che si trovava a poche centinaia di metri di distanza, al di là di una vasta valle. Quando giungeva a destinazione, si sedeva sulla sponda di questo fiume e dava il via al suo divertimento preferito: gettare sassi nell'acqua e godersi il suono che essi producevano quando cadevano nel fiume e gli schizzi che, in risposta, le giungevano sul viso e sul corpo. In piena estate, quando il caldo e l'afa erano insopportabili, Cristina si immergeva nell'acqua fresca, limpida e trasparente e si concedeva un piacevole bagno rinfrescante e rigenerante. Quell'acqua produceva in lei un effetto balsamico; ella si sentiva leggera ed in perfetta simbiosi con essa, si abbandonava completamente al flusso della sua corrente e si lasciava da essa cullare e massaggiare dolcemente.
Altre volte amava stare distesa per ore sull'erba fresca e profumata di un enorme prato fiorito antistante la casa e sognare ad occhi aperti, contemplando il cielo azzurro.
Durante la stagione autunnale ed invernale, quando non poteva concedersi di passeggiare, di giacere sull'erba e di fare il bagno nel fiume, andava, insieme a Katia, dalla sua amata quercia.
Quell'albero secolare (suo nonno le aveva raccontato una volta che, quando, da bambino, era venuto ad abitare lì, essa c'era già) sembrava volerle parlare, narrarle la sua storia e trasmetterle le sue emozioni. In quei momenti Cristina, così come avveniva quando si immergeva nel fiume, sembrava fondersi con l'albero, diventando un tutt'uno con esso ed anche tra loro si creava
una perfetta simbiosi.
Quella vita idilliaca fu però interrotta bruscamente quando, verso i trent'anni, Cristina fu costretta, a causa di un improvviso cambiamento di lavoro del padre, a lasciare per sempre
quell'ambiente e a trasferirsi in città. Era una buia, gelida ed umida mattina d'inverno, quando ella, disperata ed in preda alle lacrime, dovette abbandonare la sua casa, Katia e, soprattutto, la sua adorata quercia. Anche l'albero sembrava disperato; reso completamente fradicio dalla pioggia che cadeva, copiosa ed incessante, da diversi giorni, sembrava piangere insieme a lei.
L'acqua, che ne aveva ormai totalmente ricoperto ed impregnato il tronco ed i rami, ne dava un'immagine straziante e creava tutt'intorno un'atmosfera spettrale. Quando l'auto del padre si mosse, ella si voltò per dare un ultimo, doloroso sguardo all'albero, dal conforto e dal calore del quale ora
veniva brutalmente strappata contro la sua volontà.
Cristina non riuscì mai ad adattarsi al nuovo stile di vita. In città regnavano una confusione ed un
caos che la opprimevano.
Conobbe molte persone, ma nessuna di loro sembrava capirla, comprendere ciò che provava ed a cosa era dovuta la profonda nostalgia che la attanagliava. Tutti gli abitanti della città erano con lei sempre molto freddi, scostanti ed ostili. Sembrava che, la vita, sempre più frenetica e stressante, che essi conducevano, li avesse completamente deturpati di ogni sorta di cordialità e di calore umano, rendendoli sempre più prigionieri del loro stesso benessere. Lo smog e l'inquinamento di cui era impregnata l'aria ebbero effetti devastanti sulla sua salute, facendola ben presto ammalare gravemente d'asma. Ogni volta che Cristina usciva all'aperto, veniva colta, a causa dell'aria asfissiante e piena di veleni, da attacchi molto violenti che le provocavano un forte senso di soffocamento, rendendone sempre necessario il ricovero in ospedale. Finì col non uscire più di casa.
Qualche anno dopo Cristina si sposò con un ricco imprenditore. Ma neanche ciò
contribuì a farla stare meglio. Suo marito, uomo totalmente dipendente dagli affari e dal denaro, la lasciava quasi sempre da sola. Era troppo preso dai suoi, sempre più frequenti, viaggi ed impegni di lavoro, per aver tempo da dedicarle.
Gli anni passavano e Cristina perdeva sempre più il proprio entusiasmo e la propria
vitalità. Il suo viso, prima sempre roseo e radioso, stava adesso appassendo come le rose durante la stagione fredda ed ella si consumava a poco a poco come le candele.
Aveva circa quarant'anni, quando, durante un gelido e piovoso pomeriggio d'inverno, mentre ripensava mestamente e con nostalgia al suo passato e riviveva nella memoria, con le lacrime agli occhi, tutti quei momenti dolci, meravigliosi ed indimenticabili,
udì suonare il campanello. Corse ad aprire la porta e, con sua grande sorpresa mista a gioia, vide Katia comparire sulla soglia. Da allora non si erano
più riviste. Ma la felicità di Cristina fu di breve durata. Si rese immediatamente conto che l'amica non era venuta a farle una visita di piacere. Katia si precipitò dentro casa, trafelata. Seguirono alcuni interminabili minuti di silenzio.
- Demoliranno la nostra quercia! - disse infine l'amica, quando si fu un po' ripresa.
- Tutti gli altri alberi sono già stati abbattuti, sembra che le radici smuovano il terreno, danneggiando il manto
stradale. Hanno dovuto fermarsi a causa della pioggia degli ultimi giorni, ma domattina demoliranno anche la nostra quercia! Vieni! Ti porterò a vederla per l'ultima volta, prima che la taglino! Non preoccuparti, stanotte ti
ospiterò io! -
Quella notizia le lacerò il cuore. Cristina si vestì in fretta, salì sull'auto dell'amica e, insieme a lei,
partì alla volta della casa della sua infanzia. Giunta sul posto, rimase sconvolta. L'ambiente di una volta era profondamente e spaventosamente mutato. Gli alberi, che un tempo circondavano la sua casa, non c'erano più. Anche il prato era scomparso. Al posto della sua casa, diventata ormai un rudere in rovina, c'era un'altra nuova costruzione moderna a tre piani. Attorno, vi era solo asfalto. Cristina chiese a Katia di portarla a vedere il torrente dove da ragazze facevano il bagno. Ma si
sentì rispondere (ed anche questo fu per lei un vero tuffo al cuore) che esso non c'era
più. Tutta la zona era caduta in rovina a causa dell'inquinamento e dell'incuria. L'acqua del
torrente era diventata, col trascorrere degli anni, una melma sempre più piena di detriti galleggianti ed infestata da insetti maleodoranti, conferendo all'ambiente circostante un'aria sempre
più degradata. Agli abitanti del paese non era dunque rimasto
altro che provvedere a far ripulire a fondo e bonificare l'intera zona. Adesso nei pressi vi sorgeva un'enorme costruzione di mattoni, adibita a deposito di attrezzi agricoli.
Infine giunsero davanti alla quercia. Cristina scoppiò in
singhiozzi. Il suo corpo iniziò a tremare convulsamente e fu sul punto di svenire. Katia la trasse a
sé, la prese sottobraccio e, con molta fatica, la trascinò via e la condusse a casa propria.
- L'hanno deciso le Autorità. Purtroppo non possiamo farci niente
! - le disse, cercano invano di consolarla. All'ora di cena, Katia
tentò di convincerla a mangiare qualcosa, ma fu tutto inutile. Fece il possibile per cercare di calmare l'amica e persuaderla a mettersi l'anima in pace ed a
rassegnarsi, ma alla fine dovette arrendersi.
La notte trascorreva lenta. Le ore sembravano non passare mai. Cristina si rigirava continuamente nel letto in preda all'angoscia ed alla disperazione.
Restò così per un po' di tempo. Poi, preso atto del fatto che quella notte non avrebbe chiuso occhio, decise, nonostante fuori imperversasse un violento temporale, di andare a trovare la sua quercia e di rimanere a tenerle compagnia per tutta la notte, fino al momento della sua demolizione.
Uscì di casa in punta di piedi e si diresse verso l'albero.
Giunta davanti ad esso, avvolse le sue braccia intorno al tronco e lo strinse forte a
sé. Di nuovo scoppiò nei singhiozzi, creando, ancora una volta, una perfetta simbiosi con esso, fradicio di pioggia come il giorno in cui lei se n'era andata da quel luogo.
La mattina seguente, gli operai, cui era stato dato l'incarico di abbattere la quercia, giunsero sul posto con la motosega e altri attrezzi idonei e rimasero fortemente toccati dalla scena che si presentò ai loro occhi. Cristina giaceva ancora là, dura e gelida, abbracciata al suo amato albero. Il suo cuore non aveva retto al dolore e l'ennesimo, violento attacco d'asma le aveva risparmiato lo strazio di vederlo tagliare.
La pioggia era cessata. Un tiepido sole faceva capolino tra le nuvole. Adesso le condizioni del tempo non erano più proibitive. Era dunque arrivato il momento di procedere al taglio della quercia. Ma ogni azione in merito fu bloccata dall'Autorità in attesa degli sviluppi dell'inchiesta sulla morte della donna.
Ci fu una manifestazione di protesta da parte degli abitanti della zona che, sollecitati da Katia, raccolsero firme e coinvolsero tutto il paese. Alla fine le Autorità decisero di prendere tempo e il tempo, si sa, può prolungarsi a lungo, quando si tratta di decidere. La quercia è ancora al suo posto, grande e rigogliosa. Il corpo di Cristina, dopo gli accertamenti di routine, era stato sepolto nel cimitero locale, per volontà del marito , ma la sua anima era rimasta là, abbracciata alla quercia in perfetta simbiosi con essa.
Michela Castello