La rondine e lo struzzo

(edito sul periodico -rassegna di cultura- "Silarus")

 

So bene come la pensi, mio caro Sigmund, riguardo ai sogni. Tu leggi quasi tutto in chiave sessuale e quel quasi è superfluo. Del resto, qualcuno lo deduce anche dallo scambio epistolare fra te e tua moglie che è stato definito in odor di perversione. Non condivido tanta severità, non fosse altro che per il maggior senso di fastidio che mi procura la violazione della riservatezza personale. Un po’ come le intercettazioni telefoniche attuali, che tanto scandalizzano o, morbosamente, incuriosiscono. D’altra parte, nel tuo caso, l’indelicatezza si è verificata post mortem e, allora come oggi, è lo scotto da pagare alla popolarità. Solo che, ora, è diventata consuetudine, talmente banale da colpire perfino le persone più insignificanti. Mio caro padre della psicanalisi, ti mortificherebbe identificarti fra gli esempi di una cattiva consuetudine, so quale alta considerazione tu abbia di te stesso, nonostante tale presunzione, non sempre, sia condivisibile.

Sai cosa ti rende meno credibile? Parlo per me stessa. Quella tua assurda interpretazione della morte, nel sogno. Forse ho frainteso, molto tempo è passato da quella lettura, nella quale affermi che il sogno nasconde un desiderio inconscio di eliminazione. Ricordo il mio risveglio, palpitante d’ansia tachicardica, ogni qualvolta sognavo la perdita di uno dei miei figli. A turno, senza discriminazione. Quasi da infarto. E quanto il risveglio mi suggerisse un’attenzione protettiva, esasperata, perfino morbosa. Raccomandazioni a scuola, a insegnanti e custodi: mai affidare ad altri, i bambini, senza la mia autorizzazione. Sospettosa nei confronti di tutti. Acrobazie e adattamento di orario per essere sempre presente. Realtà responsabile dei sogni e sogni responsabili della realtà. Terrore di un qualsiasi inconveniente o casualità nefasta e tensione intenta ad evitarli.

Perdona, Segmund, continuo a contestarti, anche ora che i figli sono adulti, a loro volta genitori, ma ci tengo a precisarti: per quanto mi riguarda, non condivido quella tua interpretazione. Sognare la morte dei figli, o di altra persona cara, non è un desiderio inconscio di liberarsi di loro, ma, al contrario, la paura di perderli, conseguenza di un’ansia eccessiva, forse una sorta di gelosia o insicurezza, eccesso di protezionismo, opposti alla tua analisi. Mi dispiace, sarai pure stato il maestro della psicoanalisi, ma, come si sa, ci sono anche pessimi insegnanti.

Ma torno al tema che mi sta a cuore: stanotte ho sognato di volare.

Tu affermi che un tale sogno nasca da un forte impulso sessuale che, represso, si libera in forma onirica e, aggiungo io, accade specialmente in periodo d'astinenza o esigenza che, legittimamente, si manifesta e cerca gratificazione.

C’è stato un tempo che ho sorriso di questa tua interpretazione. Il sogno di volare era ricorrente quando ero bambina e non mi riferisco all’età adolescenziale, ma ad un’età precedente, al di sopra di ogni sospetto, quindi cristallina. Avevo tre anni, la prima volta di quel sogno. Riuscivo ad alzarmi in volo, nell’imminenza di un pericolo: spesso era un assassino che, armato di coltello, stava per aggredirmi, o un leone inferocito che m’inseguiva fino a sentirne l’alito caldo e pesante sulla nuca. Ne ho scritto nel mio unico romanzo. Avevo imparato a riconoscere, dormendo, l’irrealtà del sogno e non è di poco conto. Di conseguenza, fui in grado, per difendermi, di modificarne gli eventi a mio favore: il volo era la soluzione ideale e suggestiva, anche la più immediata, di difesa o di fuga. Effetto grandioso… di rondine in volo, staccarsi da terra, elevarsi al massimo, azzardare limiti estremi, osservare dall’alto le inoffensive formiche umane, la loro capocchia nera alzata, gli occhi sorpresi a nascondere malamente l’invidia; le mie braccia libranti e protese, nel movimento alare placido o veloce, ogni tanto intento a planare, quasi a sfiorare terra per incontrare, superbo, sguardi sgranati d’inferiorità impotente.

Ritieni che, fin d’allora, il mio volo si legasse alla sessualità? Vero che, a due anni, c’era stato quel sogno inspiegabile, privo d'immagini, ma denso di sensazioni fisiche e mentali, riconoscibili solo nell’età più adulta, nell’esplosione esaltante di un primo approfondito incontro fisico d’amore. Perfino, in seguito, mi convinsi che fosse la prova di un’esistenza precedente. Affascinante teoria, accarezzata a lungo nel percorso della mia vita attuale, poi abbandonata. L’uomo, da sempre, cerca risposte consolatorie, diverse a seconda dell’ispirazione filosofica, ma alla fine così simili fra loro.

Perdona se divago, torniamo in tema.

Nel sogno, ancora una volta, individui pericolosi che m’inseguono, criminali, di quelli che non si contentano di derubarti, ma, sadicamente, godono nell’uccidere. Effetto di una certa cronaca? Ancora la memoria a suggerire il volo, come nell’infanzia, e un tentativo c’è, sia pure abbozzato, di levitazione. Pochi metri da terra, le braccia a cercare faticosamente un decollo. Ali che sono troppo deboli per un corpo troppo pesante. Perché mai così pesante? Dopotutto si tratta di un sogno. Pochi metri appena, impossibili da mantenere. Sotto, ad aspettare una caduta, presenze minacciose, che proprio non si lasciano ingannare, occhi attenti e gelidi, sguardo irridente.

Non più un volo di rondine, né liberatorio né esaltante, soltanto il goffo tentativo di uno struzzo che ha le ali ma non può volare.

Marzia (Mariella) Plumeri

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