Premessa
Rileggo alcuni fra i miei primi racconti pubblicati , ancora visibili nelle pagine di vecchi giornali di tanti anni fa. Questo che segue risale al tempo dei miei venticinque anni, già mamma di due bambini. Scrivevo di notte, quando tutti in casa dormivano, diversamente non avrei potuto. Ma la passione era davvero tanta. La curiosità di questa novella è che, quindici anni dopo (e dopo ancora, anche un’altra volta ) su un quotidiano, apparve un trafiletto di cronaca che sintetizzava in poche righe la "mia creazione". Mi sono sempre chiesta, e ancora mi chiedo, se davvero il ladro, o i due diversi ladri, si siano ispirati al mio racconto, o forse un redattore, trovando realistico e malinconicamente divertente l’episodio, lo abbia inserito per riempire un po’ di spazio vuoto nella cronaca nera, durante una carenza di notizie nel periodo estivo.
Sia come sia, vi ripropongo la giovanissima scrittrice di allora.
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Il ladro e la vecchia signora
(già edito su periodico Rizzoli)
L’anziana signora strappò le erbacce, ripulendo la tomba del marito. Come era sua abitudine, e spesso accade a chi vive solo, parlò fra sé, ma rivolgendosi al defunto.
"La settimana scorsa non sono venuta perché c’erano i ragazzi. Sai come sono i ragazzi… Mi ci sono voluti due giorni per rimettere a posto la casa. Non voglio dire che non mi faccia piacere avere la nostra Marilena, suo marito… quei quattro diavoli scatenati… sono tanto cari… Il più grande ti somiglia oh, come ti somiglia…"
Una spolveratina al ritratto del povero marito, così come avrebbe carezzato il viso di un bambino. Con tenerezza.
"Ti ho portato le ortensie, le ho raccolte in giardino, ne è tutto fiorito. Ti piacevano tanto… Sono riuscita quest’anno ad ottenere un colore così intenso, come non avrei mai sperato, da esposizione".
Prese il vaso, cioè non proprio un vaso, ma un barattolo di latta, perché i vasi che aveva portato da principio, non li aveva più ritrovati. Tolse quindi dal barattolo i fiori secchi e si avviò verso la fontana per cambiare l’acqua. Sulla tomba restarono il fascio di ortensie di un colore turchino mai visto, la borsetta, gli incredibili e antiquati guanti di pizzo. Come altre volte, il cimitero era deserto, sembrava deserto.
Quando tornò, vacillò un po’ sostenendo il peso del grosso barattolo arrugginito colmo d’acqua. Fece appena in tempo a posarlo sulla tomba prima di accorgersi del furto, altrimenti, è quasi certo, si sarebbe versata l’acqua addosso. Fu come una mazzata sulla testa, restò stordita. Girò intorno alla tomba, ancora incredula. Cercò con gli occhi in lontananza perché, tanto distante in pochi minuti, quel ladro non poteva essere andato.. Arrivò addirittura a prendersela col povero marito nella tomba.
" Non potevi avvertirmi in qualche modo?"
Si torse le mani disperata, ricordando che non le erano rimasti nemmeno i soldi per il biglietto dell’autobus e, dal cimitero fino a casa, c’erano almeno tre chilometri. Era così fuori di sé che sedette sulla tomba ad aspettare che le si calmasse l’affanno. Le mani le si agitavano nervosamente in grembo.
Si riprese alla meglio e dispose le ortensie nel barattolo. Il colore di quei fiori prediletti, adesso, le sembrava spento.
"Che delusione, la vita. Stai certo meglio tu, là dove sei, al di sopra di queste meschinità. Non è tanto per quei pochi soldi che avevo nel portamonete, magari giusti per arrivare in fondo al mese, quanto per i documenti, le fotografie di Marilena con i ragazzi, il portachiavi che mi regalasti tu… Le chiavi… Menomale che, dopo quella volta che rimasi chiusa fuori casa e dovetti fare scassinare la porta, tengo un’altra chiave fra le foglie dell’aspidistra sul pianerottolo…"
Sospirò e s’impose di non piangere perché, per l’appunto, senza la borsetta, non aveva nemmeno un fazzoletto.
***
La camminata l’aveva così stancata che dovette distendersi sul letto: diamine non era più una ragazzina e poi con quell’agitazione in corpo!
Pensò che doveva sporgere denuncia, ma l’idea di dover uscire di nuovo per raggiungere il commissariato e poi raccontare, spiegare e fare la figura della sprovveduta, la scoraggiò. Più tardi, o domani, si disse che tanto ormai, il ladro chissà dove era finito.
Lasciò la casa in disordine, non soltanto per la stanchezza, ma anche perché non riusciva a concentrarsi in niente. Sbocconcellò qualcosa e dopo tornò sul letto. Dovette rialzarsi perché squillava il telefono.
"La signora Martini?"
Era una voce d’uomo un po’ roca, come piuttosto lontana.
"Sono io, chi parla?"
"Non so come dirlo… mi vergogno…"
"Non capisco, chi parla" si agitò
"Per piacere, stia calma, non voglio spaventarla. Sono quel disgraziato che le ha rubato la borsa poche ore fa"
Questa volta la poveretta non trovò parole, attraverso il filo del telefono le parve quasi di poter acciuffare il ladro ma, più che ascoltare, non poteva. La voce, perché altro non era che una voce probabilmente contraffatta, stava dicendo: "Lei certo non mi crederà, ma voglio dirle tutto. E’ la prima volta che faccio una cosa simile. Non sono un ladro, almeno non lo ero mai stato fino ad oggi. Mi ci hanno portato le circostanze. La disperazione. Sono vedovo da due anni, ho un bambino di nove anni. Ho visto che lei ha foto di bambini, sa quanto sono importanti i bambini e quanto gli si vuol bene… Io sono disoccupato e ora il bambino si è ammalato, solo una bronchite, niente di grave, ma ha la febbre alta e gli ci vogliono gli antibiotici… Stamani ero andato alla tomba di mia moglie… è stato un attimo… la sua borsa stava là… Oh.. lo so bene che non mi può credere, ma… ho usato solo i soldi per le medicine, gli altri non li voglio, mi bruciano le mani, voglio restituirglieli subito con tutto il resto. Quelli spesi glieli farò avere appena potrò. Verrei a casa sua, ma ho paura d’essere visto… non tanto da lei quanto da altri. Certo avrà denunciato il furto…"
"No, stavo per farlo quando lei ha chiamata"
Finalmente aveva ritrovato la voce, incrinata dalla commozione e invece avrebbe voluto mostrarsi risoluta. Era una donna dal cuore tenero e sensibile, di quelle che piangono davanti alla Tv quando viene trasmesso un film vecchio di trent’anni.
"Non mi denunci, signora, per carità".
Doveva essere davvero sconvolto per dimostrarsi così spaventato.
"Se lei mi restituisce e mi dimostra quindi d’essere sincero…"
Ma chi poteva denunciare, se non l’aveva nemmeno visto in faccia? Un denuncia contro ignoti semmai, niente di più.
"Non posso portarle la borsa a casa, cerchi di capirmi… Gliela lascio dove l’ho trovata"
"Al cimitero?!"
"Sì, domattina, all’ora di stamani"
"Va bene. Aspetti… pronto"
E aggiunse, prima che lui riagganciasse: "I soldi già spesi li consideri un regalo per il suo bambino"
L’uomo con voce rotta: "Lei è troppo buona. Lei è una santa"
La signora Martini, finita la telefonata, pianse per la commozione e forse anche per lo sfinimento. Tuttavia si sentiva più serena, come appena uscita da una pagina del libro Cuore.
***
Mentre imboccava il vialetto fra le tombe, sentì passi affrettati verso l’uscita, di qualcuno che se ne era stato nascosto fino allora. Si voltò e riuscì solo a vedere un impermeabile inadatto alla stagione. Si diresse alla tomba del marito. Prima ancora di arrivare, vide la borsa. Avvertì una vampata di emozione.
"Signore, che cose possono accadere a questo mondo!"
Chiese mentalmente scusa all’anima del defunto, per averlo in un certo senso, ritenuto, sia pure indirettamente, responsabile dell’accaduto. Aprì la borsa, controllò, c’era il denaro residuo, il pover’uomo aveva sottratto solo quello che gli occorreva per il figlio.
Certo anche quanto era rimasto gli avrebbe fatto comodo… Dopo quella prova, sentiva comprensione più che compassione. Si sentì rasserenata al punto che le dispiacque non aver portato fiori freschi per il defunto, perché notò che le ortensie del giorno prima già cominciavano ad avvizzire.
Cambiò loro l’acqua e, per quanto fosse più scomodo, tenne la borsetta al braccio nel tragitto fra la tomba e la fontana e viceversa. Una volta va bene, due son troppe!
***
Dalla denuncia contro ignoti risultò che l’appartamento della signora Martini, vedova di settant’anni, era stato visitato dai ladri mentre la donna si trovava al cimitero a pregare sulla tomba del marito. Le avevano sottratto un milione di lire, in fogli da diecimila, che lei custodiva dentro una busta nel sottofondo di un cassetto, risparmi di due anni che non si era ancora decisa a versare sul libretto bancario, un anello, una collana, alcuni altri oggetti d’oro il cui valore complessivo raggiungeva circa due milioni, forse meno, forse più. Infine un servizio di posate in argento massiccio , caro ricordo di famiglia.. Nessun riferimento all’episodio che aveva preceduto il furto, solo un cenno al fatto che la serratura non era stata scassinata: i ladri dovevano essere entrati con la chiave.
Quale? Quella nascosta fra le foglie dell’aspidistra o la copia dell’altra, quella rimasta nelle mani del ladro per ventiquattro ore? La signora Martini rivolse questa domanda più volte, soltanto a se stessa. Con altri non si confidò. Ne aveva sofferto troppo e poi sarebbe stato inutile parlarne. Non si sarebbe mai perdonata l’ingenuità e la credulità. Non avrebbe mai perdonato al ladro, più che il furto, d’essersi preso gioco di lei. Per quei pochi anni che ancora le restavano da vivere, per lo meno in buona lucidità mentale, avrebbe tentato di convincere se stessa che in realtà i ladri erano stati due, sconosciuti l’uno all’altro, dando credito alla sincerità del primo e alla validità dei sentimenti umani.
Riuscì a crederci ad un certo punto, ma ahimè ci riuscì quando, ottantacinquenne, sorda e quasi cieca, non fu più in grado di mantenere un segreto. E sempre più spesso le accadeva di riparlare di quel fatto ormai vecchio di anni. E non capiva, non ammetteva che i nipoti, ormai uomini, potessero ridere di lei, senza rispetto.
E ne soffriva.
Marzia Plumeri