La goccia
Cadendo ritmiche nel lavello le gocce ricreavano un battito di cuore materno che accompagnava il sonno dell’uomo, intontito dall’alcol e dalla stanchezza, che poggiava gomiti, mani e testa sul ripiano di formica del tavolo di cucina. Un ritardo leggero, ogni tanto, nel formarsi della stilla, rendeva ancora più credibile quell’ovattata illusione di utero che lo ninnava spingendolo indietro fin dove il desiderio del sonno poteva portarlo.
Da sveglio non pensava mai a sua madre: insignificante e scialba figura anche nel miglior ricordo dell’infanzia e duro dovere di accudimento nella troppo lunga vecchiaia. Se un genitore ninnante aveva avuto era stato suo padre, che tornava dai viaggi di lavoro con la scatoletta dei topolini bianchi: esplosioni di gioia che duravano meno di una settimana ché qualcuno, sempre, finiva per pestare distrattamente gli sventurati, ma che si rinnovavano per la muta scelta di sacrificio che il padre ripeteva ogni volta per quel bambino così facile al pianto.
Era stato un padre silenzioso, educato con la frusta, che odiava le punizioni fisiche come le lunghe ramanzine: diceva due o tre parole, di fronte alla mancanza o all’errore, e bastavano. Solo una volta, al rientro dal lavoro, istigato dalla moglie resa isterica dall’impotenza di dominare la vivacità del figlio, lo aveva battuto una volta sola con la cinghia sulle cosce nude.
Il bambino si era fatto la pipì addosso, non per il dolore, ma per lo spavento di quella brutalità imprevedibile e inconsueta. Il padre era uscito di casa in silenzio e aveva poi pianto, anche lui, sulla spalla delle propria madre che cercava di contenere la sua vergogna e il suo dolore. Il ricordo di quella cinghiata si perse subito nel figlio, distratto dal gioco quotidiano con qualche animaletto amico; durò fino alla morte nel padre che per un istante aveva visto nel proprio il viso stravolto del suo, di padre, con la frusta in mano e la cecità di chi batte un bambino.
Talvolta i topolini erano agnelli, regalati perché allora le pecore sarde non erano produttive come le selezionate attuali e potevano mantenere solo uno dei figli in caso di parto gemellare. Le periferie si riempivano di belati e pastorelli con greggi di un solo capo. Tutti cercavano i cortili più rigogliosi d’erba per i loro pupilli. Nessuno li pestava per errore e duravano perciò diversi mesi. Poi, improvvisamente, sparivano durante le ore di scuola, ma solo qualche incauto genitore lasciava in vista la pelle con le cornette sporgenti. Allora erano drammi, ma a lui non capitò mai, ché suo padre vegliava a che il sacrificio dell’agnello avvenisse senza tracce: "è scappato", dicevano. Ma piangere un fuggiasco non è come piangere un morto.
Più tardi, verso la terza elementare, per quasi due anni il suo compagno fu un maialino nano, pezzato e coi bargigli, sbrigativamente battezzato Lino, che fu cane in tutto e per tutto, anzi meglio, salvo lo scodinzolare che mancava. La pentola non la scampò neanche Lino, ma non fu quella di famiglia: un ratto a fini culinari lo portò in pance estranee e certo affamate, come era d’uso. Fu pianto come fuggiasco anche lui, ma con minor convinzione, ché le durezze del mondo cominciavano implacabilmente a svelarsi.
Forse era il suo stesso ronfare a risuonare come il grugnito di Lino in quel dormiveglia amniotico dove si vedeva dietro i vetri di una portafinestra osservare le zampette anteriori ed il musetto amico appoggiati alla cornice per richiamarlo al dovere del gioco. Fece un movimento come d’aprire la porta ed un bicchiere cadde sul pavimento rimbalzando e risvegliandolo. Lo raccolse e lo ripulì con uno straccio per bere ancora, ma la bottiglia del vino era vuota e si avvicinò al lavello per riempirlo d’acqua. Vide quel fastidioso gocciolare e maledisse la sua stessa apatia. Poi in un soprassalto di iniziativa scovò la cassetta dei ferri da sotto l’armadio grande. Cacciaviti e chiavi a pappagallo aspettavano da tempo imprecisabile di agire. Pochi minuti e il gocciolio sparì.
L’uomo si risedette al tavolo, appoggiò gomiti, mani e testa sul ripiano di formica in attesa del sonno del giusto che ha riparato il rubinetto. Il sonno venne e con lui i sogni, ma stavolta quelli banali, che fanno tutti, di femmine e grandi imprese.
Con la goccia si era persa la chiave dello stipetto a sinistra, quello dove si tengono i tesori.
Roberto Virdis
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