LAURA, LA MITE
(edito su periodico Mondatori)
Era generosa e mite. Soprattutto debole. Lo era sempre stata, prima con il povero marito, poi con il figlio. Il povero marito, pace all’anima sua, finché aveva avuto salute, non s’era privato di amanti meno docili e umili di lei, certo più varie. Non s’era nemmeno dato troppa pena di nascondergliele. Lei aveva saputo comprendere, perdonare e, qualche volta, perfino consolare le delusioni. Poi la malattia inesorabile e la pietà. Lo aveva assistito fino alla fine, con dedizione assoluta, così che le ultime parole del marito erano state: << Laura mia, sei una santa…>>.
Aveva accettato la morte di lui con dignità e rassegnazione e aveva continuato a vivere con l’unico figlio, nato otto anni prima, quando già non lo aspettava più.
Quarant’anni e un figlio di otto anni. Non era stato facile, da sola, educare quel figlio, farlo studiare, aiutarlo a diventare uomo. Difficile anche resistere alle lusinghe di chi la considerava ancora una donna piacente. Non aveva mai ceduto a tentazioni, nemmeno a quella di risposarsi, quando glielo avevano proposto. Le era sembrato, allora, che, risposandosi, oltre a tradire la memoria del marito, avrebbe tradito il figlio.
Adesso Luciano, suo figlio, era un uomo. Non si era laureato, come a lei sarebbe piaciuto, a costo di altri sacrifici: dopo il diploma, aveva trovato lavoro presso una fabbrica di elettrodomestici. Laura si diceva che, l’importante era saperlo contento.
Però, negli ultimi tempi, Luciano sembrava agitato. A scoppi improvvisi di allegria, alternava momenti di nervosismo e mutismo. Non ci volle molto per capirne la causa: era innamorato.
Una sera glielo confessò lui stesso. Laura avvertì un accenno di gelosia, un’impressione appena, subito vinta, quindi sorrise. Disse semplicemente: - << Parlami di lei >>.
Le parlò di Anna a lungo, con l’entusiasmo e l’euforia di chi s’innamora per la prima volta. Si preoccupò per lui perché non voleva che potesse soffrire, quel suo eterno bambino. Lo vedeva ingenuo e indifeso, le pareva che, con le donne, non avesse dimestichezza, che, alla prima, dovesse soccombere.
Anna diventò l’unico argomento di conversazione fra loro. Anzi, il più delle volte, era solo un monologo smanioso ed eccitato. Luciano, più che di essere ascoltato, chiedeva di ascoltarsi, si compiaceva di udire la propria voce pronunciare il nome di lei.
Anna venne un pomeriggio. Portò dei fiori, un fascio di rose che, enorme, le nascose il viso, entrando. Si può dire che la vide soltanto quando ebbe sistemato i fiori in un vaso. Attraverso i discorsi di suo figlio, l’aveva immaginata bella, le aveva voluto bene. Ora le sembrò un’estranea che bisognava imparare a conoscere.
<< Luciano mi ha tanto parlato di te >> le disse abbracciandola.
<< Anche a me di lei con tale ammirazione che quasi ne sono stata gelosa >>.
La sua voce aveva un timbro infantile, acuto, finiva per sovrastare la voce di suo figlio. Non era bella. Era piccola, minuta e scialba, ma era disinvolta, quasi autoritaria e suo figlio la guardava estatico. Luciano era pallido ed emozionato, Anna molto tranquilla e controllata. Ciò la deluse e le sembrò motivo di apprensione. Lo dominerà si disse.
Anna tornò altre volte. Prese dimestichezza con la casa. Rigirava le stanze, carezzava i mobili con lo sguardo: le piacevano.
<< L’appartamento, completamente arredato, fu un regalo di mio padre >> le spiegò Laura. << Mio padre amava le cose belle e aveva un gusto squisito >>.
Avrebbe voluto aggiungere: << C’intendevamo molto, mio padre ed io, ci volevamo bene. Ogni oggetto qui dentro mi è caro perché me lo ricorda >>.
Non lo disse perché aveva sempre avuto pudore dei propri sentimenti e perché, nell’altra, presupponeva l’ironia.
Vennero, da Anna, i sospiri e la frasi lasciate in sospeso, come a voler lasciare a lei la facoltà di concluderle a suo piacimento.
<< I fidanzamenti troppo lunghi…>>
<< Vorremmo tanto sposarci, ma… >>.
Capì che volevano farle intendere che, sotto quel "ma" c’erano soltanto ragioni economiche, che, se lei avesse voluto aiutarli, avrebbero anticipato il matrimonio. Prese tempo con se stessa, non sapeva decidersi. Le sembrò troppo pesante rinunciare a quel bene prezioso che è l’intimità nella propria casa. Luciano intento smaniava. Così, prima che fosse lui a chiedere, Laura gli propose: << Se pensate di potervi adattare… Per i primi anni… Intanto che ti fai una posizione e Anna trova un lavoro, potreste venire a vivere con me >>.
Luciano non aspettava altro. << Sai, non avevo il coraggio di chiedertelo, sapendo quanto sei legata alla casa >>.
<< È piena dei miei ricordi. Ma ce n’è una buona parte anche dei tuoi >>.
La baciò sul viso rumorosamente, da quel bambinone che era rimasto. Gli sorrise.
Anna, una sera, le spense invece il sorriso sulle labbra,
<< Luciano era molto preoccupato di doverla lasciare sola, per questo rimandava il matrimonio. Adesso che abbiamo deciso di venire ad abitare con lei, tutto s’aggiusta>>.
Loro, i giovani, si sacrificavano. Se era stato Luciano a voler mettere la questione in questi termini con Anna, doveva aver avuto le sue buone ragioni. Paura che Anna rifiutasse la convivenza?
Si sposarono in un giorno di dicembre, come se non ci fosse stato il tempo di aspettare la primavera. Laura aveva freddo in chiesa. Fra gl’invitati, colleghi di Luciano e amici di Anna, si sentiva sperduta. Era grata però a Luciano di avere seguito il suo consiglio: chiedere all’avvocato Galloni di fargli da testimone alle nozze. Galliani era stato un buon amico di suo marito, era ancora un buon amico per loro. Le dava fiducia vederlo accanto a Luciano davanti all’altare.
Il viaggio di nozze coincise con le "feste terribili", come Laura era solita chiamarle. Fu il primo Natale che la trovò sola. Però, il venticinque mattina, le telefonarono per farle gli auguri da Cortina. E così pure il trentuno a mezzanotte. Ne fu così felice che stappò una bottiglia di spumante e se la portò sul comodino in camera sua, cioè nella stanza che era stata di Luciano: la sua l’aveva ceduta agli sposi. Oh, Dio… certo con qualche rimpianto: vi aveva vissuto ore giovani e felici. Mah, tant’è, non si può vivere di soli ricordi.
I ragazzi tornarono, abbronzati ed euforici, persi l’uno nello sguardo dell’altra, dimentichi di ogni altra presenza, cioè della sua. Finse d’ignorare quelle che riteneva smancerie come, per esempio imboccarsi a vicenda, baciarsi dietro le sue spalle come ladri d’amore, ridacchiare se li sorprendeva, così che prese l’abitudine di tossicchiare prima di entrare in una stanza dove li aveva lasciati soli. Arrivò ad accusarsi di egoismo e gelosia. Poi Luciano riprese il suo lavoro in fabbrica e quella vita in comune s’incamminò per la strada dell’abitudine.
Non ci furono grandi cambiamenti. Laura seguitò ad occuparsi della casa, della cucina, del figlio, esattamente come prima. Anna, in casa di sua madre, era abituata ad alzarsi tardi e seguitò a farlo. Poi anche Anna trovò lavoro e Laura cercò di negare a se stessa che provava sollievo a starsene in cucina, senza la nuora che le girava intorno, in vestaglia.
Un piccolo bambino, figlio di Luciano. Ecco, la ricompensava d tutto. Anche se era faticoso correre dietro ai suoi primi incerti passi, le dava una gioia struggente sentirlo sillabare "nonna".
Avevano discusso sulla possibilità di prendere una domestica. Magari ad ore. Mettendo una quota ciascuno. Bontà loro.
<< Sono ancora abbastanza forte per fare da sola: un’estranea, in casa, mi darebbe fastidio >>.
Così per tre anni, poi di nuovo i sospiri, le frasi mozze, le allusioni.<< Il bambino cresce. È un bambino sensibile. Dio mio, ha un sonno così leggero… >>.
Comprarono quella "comodissima poltrona letto".
<< Volete mettere il bambino in salotto? >>.
<< Mah.. forse… potrebbe essere un’idea. L’abbiamo comprata perché era una buona occasione. Ha una bella linea, in salotto non ci sta male. Potrebbe anche servire. Per un ospite >>.
Nemmeno un mese dopo, Laura aveva ceduto la propria stanza al bambino. Aveva bisogno di un suo spazio, il bambino. Un ambiente che fosse proprio suo dove giocare e sentirsi indipendente. Valorizzato, responsabilizzato. Sapeva dire molte cose, Anna, forte d’un’infarinatura di psicologia, acquisita leggendo articoli su settimanali femminili.
Il bambino fu contento e, per Laura, era già tanto. Soltanto divenne silenziosa, si estraniò. Raramente interveniva nelle loro conversazioni. I ragazzi (così ancora continuava a chiamarli dentro di sé), del resto, non parevano rendersene conto, occupati com’erano a programmare, analizzare, risolvere. Dio, l’abilità di Anna, nel trovare soluzioni logiche ai problemi semplici, o gravi!
La sera, Laura aspettava che fossero andati a dormire per prepararsi la poltrona letto in salotto, le sarebbe sembrato altrimenti di spogliarsi in pubblico. C’erano però le sere in cui avevano ospiti. Ad Anna piaceva ricevere gli amici, dopo cena. Anche a Luciano. Dopo il matrimonio, era cambiato. A volte facevano tardi. Laura sferruzzava in cucina. Pensava. Dialogava in silenzio con se stessa. Una sera, era passata la mezzanotte, le accadde di addormentarsi con la testa appoggiata sul tavolo di cucina.
La domenica delle Palme, alla Messa in parrocchia, vide l’avvocato Galloni. Era così strano trovarlo in quel luogo che ne sorrise. Ci sono persone che si ricordano di Dio solo in prossimità della Pasqua. Come per assicurarsi una scappatoia, al momento della resa dei conti. All’uscita si salutarono. Laura lasciò un’offerta per due rametti di ulivo argentati. Ne offrì uno all’avvocato. S’incamminarono insieme, ora che avevano i capelli bianchi, potevano permetterselo. Vent’anni prima, invece, le era sembrata una mostruosità provare emozione nell’incontrarlo per strada.
<< Come sta? La trovo dimagrita, forse affaticata >>.
<< L’insonnia, caro avvocato >>.
<< Credevo che l’insonnia fosse un male della solitudine. Io, per esempio leggo fino a notte inoltrata, prima di trovare sonno. Sono diventato un uomo di cultura a furia di leggere. Ma io sono un uomo solo. Lei invece… i figli, il nipotino Cresce, eh… il piccolo?>>.
Laura si trovò a parlare di sé, senza rendersene conto. Era come riscoprire la gioia della parola. L’avvocato l’ascoltava. Era così grande il piacere di parlare con lui che si permise di accettare un caffè nel bar più vicino.
<< Che peccato >> commentò infine il Garrani << che io non abbia saputo insistere vent’anni fa >>.
<< Non era destino, avvocato, che noi dovessimo sposarci >>.
Anna aveva messo a soqquadro lo stanzino che fungeva da ripostiglio. S’era bardata per le grandi pulizie. Fazzoletto in testa e grembiule alla vita, come se non avesse fatto altro in vita sua.
<< Una stanza sprecata >> disse a Laura. << La scarpiera, per esempio, potrebbe stare nello spazio fra le due porte delle camere da letto. Per le bottiglie, un bel mobile a muro in cucina, nella parte vuota non starebbe male. Anzi. È vero che non ci sono finestre ma, lasciando la porta aperta, l’aria circola lo stesso. Con un arredamento moderno, ben studiato… Vedi, il fatto è che, a dormire in salotto, ti vedo troppo sacrificata. Anche stasera, per esempio, abbiamo invitato degli amici….>>.
Laura non aprì bocca. La nuora aveva il potere di congelarle le parole. Le labbra le si contrassero appena, le diedero un’espressione dura che non le era abituale. Poi, divenne semplicemente indifferente.
Un mese dopo, si trasferì nel nuovo domicilio, tutto scaffali. Da uno, usciva il letto, la sera. Bisognava entrarci carponi, salendo dalla parte inferiore. Dai lati non si poteva, c’era il rischio di picchiare la testa contro qualche spigolo. Un esercizio fisico inadatto a quell’età.
La casa era trascurata, se ne rendeva conto, ma era come se avesse perso per lei ogni interesse. Preferiva uscire più spesso. I giardini pubblici non erano lontani. Andava a sedersi su una panchina al sole e guardava i bambini giocare. Le erano sempre piaciuti, i bambini. Il nipotino, invece, lo vedeva poco. La mattina a scuola, il pomeriggio fuori con la madre. La casa le sembrava spesso vuota, sempre più estranea.
Vicino ai giardini, abitava l’avvocato Galloni. Le era venuta, qualche volta, la tentazione di andare a trovarlo per scambiare un parola. Era un uomo così arguto e saggio! Sapeva che era stato ammalato e piuttosto gravemente: chissà, poveretto… così solo, senza un familiare accanto… Però, quel testone, s’era tenuto quell’appartamento al quinto piano, senza ascensore. Laura aveva adesso il cuore malandato e le gambe arrugginite dall’artrosi, non se la sentiva di affrontare quell’impresa, tutte quelle scale! Si contentava di pensare: " Farei volentieri quattro chiacchiere con lui".
Questo pensiero la rasserenava, l’idea di una possibilità era già molto. Se ne restava invece ferma, seduta al sole, fino a quando la panchina non entrava in ombra. Allora si alzava e tornava a casa. Era diventata una vecchia lucertola che neanche il sole riesce a riscaldare.
Anna preparava i panini imbottiti per il "picnic". Da un po’ di tempo, tutte le domeniche, partivano all’alba per una scampagnata. Laura aspettava che fossero usciti, poi andava nella loro camera e spalancava la finestra esposta a mezzogiorno. Purificava l’aria, così era solita pensare. Più tardi, si sdraiava su quel letto non più suo e passava ore a fissare il lampadario di cristallo, scelto da suo padre, cent’anni prima. Si dimenticava perfino di mangiare.
Quella domenica, invece, invitarono anche lei. Insistettero molto, così si lasciò convincere. Erano diretti in collina. Anna voleva andare a salutare la mamma di una sua amica, ospite, pare, di una certa pensione Sorriso.
Era una bella giornata, odorava di primavera. Laura sedeva nel posto accanto al figlio. Anna aveva insistito per cederglielo. Si sentiva leggera, libera finalmente dal rancore e dai sospetti. Forse aveva sbagliato tutto. S’era troppo rinchiusa in se stessa. Aveva tolto a quei ragazzi ogni possibilità di comunicare. Forse sarebbe bastato un minimo di buona volontà. È importante il dialogo. Dicono. Chiarire fin dall’inizio i malintesi. Lei aveva lasciato chele parole le si prosciugassero in gola.
Il bambino, dietro, chiacchierava allegrissimo. Nonna… nonna… Era contento che ci fosse anche lei, era, comunque, una novità.
Il paesetto, in collina, fra il verde, dava allegria a guardarlo. Fecero colazione presso un boschetto di abeti. Anna era gentile e premurosa. La osservò con attenzione e le sembrò perfino imbellita. Aveva begli occhi, qualche chilo in più le aveva addolcito la figura. L’aveva mai veramente guardata?
Le faceva bene sentirsi colpevole nei riguardi della nuora, una sensazione che la predisponeva ad una maggior comprensione verso di difetti dell’altra.
Dopo colazione, andarono alla pensione Sorriso. Era come una grossa villa rustica, circondata da un giardino. Anna usciva in esclamazioni compiaciute. La mamma dell’amica aveva ottant’anni, era arteriosclerotica.
<< Bel bambino… quanti anni hai? >> chiese almeno dieci volte.
Anna però ammirò l’ordine di quella stanza, la vista dalla finestra sul parco, il salottino attiguo. Una comodità. Volle poi visitare la cucina, il giardino. Si trascinò dietro la suocera che non capiva tutta la bramosia di vedere quella che, alla fine, era risultata una casa di riposo, per pensione anziane benestanti… Poi capì.
Si accusò mentalmente. " Sei diventata una vecchia pazza e cattiva. E maligna. Ingiusta. Non è possibile che Luciano… Magari Anna è di un diplomazia perversa. Ma Luciano no!
In auto, durante il viaggio di ritorno, Anna, fra una divagazione e l’altra, trovò modo di dire: << Quando saremo vecchi, Luciano mio, ci ritroveremo nella pensione Sorriso, o un posto simile. Un incanto. Serviti e riveriti. Curati. Ospiti di riguardo. A respirare aria pura ci si allunga la vita. Che ne pensi, mamma? >>.
<< Che ne penso di che cosa? Ero distratta… >>.
<< Dicevo della pensione Sorriso. Dicevo che, a settant’anni, mi troverò una sistemazione simile >>.
Laura che ai settanta quasi ci arrivava, non rispose.
<< Lo so che pensi. Ai figli. Ma i figli, se sono buoni figli, possono venirmi a trovare tutte le domeniche, col tempo buono >>.
La valigia era già pronta. Pochi effetti personali, alcuni libri che le erano particolarmente cari e si era proposta di rileggerli, il ritratto del povero marito, di Luciano bambino, di Giorgio in braccio al papà
<< Non capisco perché non hai voluto che ti accompagnassimo >> disse Luciano.
>> Preferisco il taxi >>. Categorica.
<< Tua madre ha ragione. Tanto andremo su, domenica prossima, a vedere come si è sistemata >>.
<< Però, ricordati >> si preoccupò Luciano << che, se non ti dovessi trovar bene, così come sei andata puoi tornare. Prendi un taxi, o mi telefono e vengo a prenderti subito>>.
<< Certo. Che sono, infatti, sessanta chilometri e altrettanti al ritorno?>>.
Un mollusco, ecco cos’era diventato, povero figlio, nelle mani della moglie.
Arrivò il taxi. Uscirono in strada per accompagnarla e portarle la valigia. Si lasciò baciare, rigida. Legnosa. Salì sul taxi e, soltanto quando si fu mosso, si decise.
<< Fermi un attimo, per piacere, ho dimenticato di dire una cosa importante a mio figlio.>>.
Aprì il finestrino e si sporse. Suo figlio e sua nuora accorsero.
<< Devo dirvi una cosa importante: ho venduto la casa, Il nuovo proprietario entrerà fra un mese e deve trovarla libera. Sì, magari avrei dovuto informarvi prima, ma la casa è mia, dopotutto, me ne ero quasi dimenticata. Era di mio padre. Ora che non ci abito più, mi fa più comodo il denaro, voi mi capite: anche il personale della pensione Sorriso ha un debole per le mance generose. Suppongo. Ha pensato a tutto l’avvocato Galloni, anzi è proprio lui che mi ha consigliata, che brava persona. Lo sapevate che vent’anni fa mi aveva chiesto di sposarlo? Vent’anni fa o trenta? Ho perso il conto degli anni >>.
Rise. Anna aveva una faccia di gesso, una maschera.
<< Vada pure >> disse Laura al tassista. E, a loro: << Rivolgetevi all’avvocato, vi spiegherà tutto >> gridò dal finestrino. Agitò la mano per salutarli. Luciano rispose al saluto. Soltanto Luciano. Era suo figlio, dopotutto. Avrebbe capito. Forse.
M.Plumeri (Barbara Antonelli)