LE FESTE TERRIBILI
Quando si avvicinano le feste di fine anno avverto la sensazione di malessere, ricorrente ogni anno, ancora più pesante proprio perché illogica, senza una ragione apparente, né giustificazioni. Vita serena, matrimonio consolidato da lunghi anni di convivenza, figli ormai indipendenti, laureati, con lavoro, con una vita sentimentale più o meno regolare.
La tavola è già apparecchiata, il pranzo è praticamente pronto, i "ragazzi" stanno per arrivare: continuo a chiamarli: i ragazzi.
Il caminetto è acceso e mette allegria, la casa è accogliente, molto grande, nata per una famiglia numerosa, ma è arrivata in ritardo, con i figli già adulti: ora ci viviamo in due.
Ma non è questa la ragione della tristezza, anche se è vero che la solitudine a Natale, per alcuni diventa disperazione e forse anche rabbia nei confronti degli altri che sembrano più fortunati. Per questo
motivo, dedico particolare attenzione e rispetto alle tradizioni natalizie, anche se con spirito critico nei confronti degli abusi consumistici.Per questo, anche stanotte, c’è stato, come ogni anno, il rito della confezione dei pacchetti con i regali, bene incartati e legati col fiocco rosso o dorato. Tutti gli anni a Natale si ripete e si rinnova, fin da quando i ragazzi erano davvero molto piccoli e si alzavano in anticipo per andare a curiosare sotto l’albero. Eppure...
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La nonna le chiamava "feste terribili". Mi convinsi, nella prima infanzia, che fosse il nome normalmente attribuito al periodo che va dalla vigilia di Natale all’Epifania compresa.
E doveva essere un periodo davvero terribile se mio padre, rincasando dal lavoro nei giorni precedenti la festa, o perfino nel giorno di Natale, neanche salutava e andava a rinchiudersi in camera sua e la mamma e la nonna si scambiavano un’occhiata d’intesa, sospirando. A me dicevano:- A papà, fa male la testa - .
Quando avevo quattro anni, una bambina più grande di me, mentre giocavamo insieme nel cortile sotto casa, mi chiese candidamente:
- Lo hai già fatto l’albero di Natale? -.
Scossi la testa un po’ mortificata: - Qual è l’albero di Natale? -
- Non lo sai? Lo sanno tutti...E’ quello che ha tutte le luci e le palle colorate e Babbo Natale ci mette sotto i regali. Vieni in casa mia che te lo faccio vedere -.
La seguii, senza riuscire a capire il senso delle sue parole.
Poi lo vidi, l’albero scintillante e mi sembrò qualcosa al di sopra delle mie aspettative. Scappai di corsa in casa ed assalii la nonna. Volevo che mi spiegasse perché gli altri, nelle feste terribili, facessero l’albero di Natale, avessero i regali e noi niente.
Un altro dei sospiri della nonna, sguardo alzato al cielo ad invocare un improbabile aiuto e la povera donna tentò di spiegarmi che, quando papà era bambino, aveva perso la mamma alla vigilia di Natale, una disgrazia "terribile". Riuscii a collegare i due riferimenti, non mi meravigliai più quando, in quel periodo festivo, papà si rinchiudeva in camera col mal di testa e venivo zittita se parlavo a voce troppo alta o mi azzardavo ad accendere la radio. Il ricordo di una madre, morta quando il suo bambino aveva solo tre anni di età, fu per me un’attenuante di tutto rispetto.
Alla scuola elementare fu diverso. Prima della vigilia era tutto un fermento: l’albero allestito nell’atrio della scuola, i disegni da applicare al vetro delle finestra perché si vedessero da fuori nella strada, la pigna da colorare in oro o in argento come regalo per i genitori. E la lettera, con i buoni propositi, da mettere sotto il piatto della mamma o del papà.
- Per fortuna che me ne sono accorta...- avrebbe detto la mamma, facendo sparire sia la lettera che la pigna dorata.
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I ragazzi sono arrivati. Ho fatto appena in tempo a rinfrescarmi ed a cambiarmi d’abito. Lo specchio mi rimanda un’immagine gradevole e serena. Riesco anche a distogliere l’attenzione dalla sensazione di fastidio che mi si forma, proprio sotto lo sterno e mi procura un dolore sordo, indecifrabile. Deve trattarsi di eredità genetica. Per fortuna sono sempre riuscita a nascondere, a simulare. E poi, con la maturità, diventa più facile neutralizzare i fantasmi.
Vado incontro ai ragazzi, sorrido e, dentro, mio malgrado, sono triste.
Siamo già intorno all’albero, appena il tempo di un abbraccio veloce.
Si scartano i pacchetti. Da parte nostra, per i figli, sono piccoli regali simbolici, ma insieme uniamo una busta con dentro denaro che si possa spendere a seconda del gusto e delle preferenze. Quando erano bambini mettevano da parte quel piccolo capitale, in attesa di altre ricorrenze, per realizzare desideri più consistenti.
Da parte della figlia, c’è una busta da corrispondenza abbastanza consistente ed è piuttosto inconsueto e anche gli altri intorno sono sorpresi e incuriositi: non è più il tempo della lettera con i buoni propositi, da mettere sotto il piatto di un genitore.
Apro: alcune frasi su di un biglietto bianco e insieme quella che mi sembra una stampa di fotografia... Leggo.
"Pensi di essere libera durante il periodo tra fine giugno e i primi di luglio? E’ in arrivo..." Capisco che si tratta della stampa di un’ecografia...
Mi prende una commozione che forse può sembrare eccessiva: non sono il tipo che piange facilmente, forse ho vecchie lacrime murate dentro di me.
E piangere di gioia è dolcissimo: ora è davvero festa.
Marzia Plumeri