Le fotografie
Aprì un cassetto del tavolo. In un angolo c’era un pacco di
lettere. Ne prese una a caso, aprì con delicatezza la busta, ne estrasse il
foglio: una piccola foto dai colori sbiaditi scivolò sul tavolo. Riconobbe
l’immagine e la scrittura: piccola e nervosa, ma ordinata. Incominciò a
leggere. Ben presto sul suo volto si alternarono luci ed ombre: il sapore dolce
del passato risaliva alla sua memoria. Risentì il turbamento inaspettato e
profondo che l’aveva colto quel pomeriggio lontano in cui era andato a farle
visita. Era dagli anni di scuola che non si incontravano. Nel porgergli la mano
ella l’aveva trattenuta un attimo fra le sue, mentre gli diceva con tono
profondamente affettuoso: "Come sono felice di vederti". Le
incertezze, i timori dell’agire, l’ansia della risposta, i moti del desiderio e
soprattutto la sera in cui, tacendolo, le aveva rivelato il suo sentimento,
riaffiorarono alla mente di Nino nei minimi particolari. Come illuminate da un
lampo, ai ricordi si associavano le immagini di loro due in un flashback
serrato, a tratti quasi reale, corporeo. Anche allora era una sera di
primavera, pensò, ma allora, non gli rispondeva il vuoto della passione.
Dopo quella volta, si
erano ritrovati insieme ogni pomeriggio per preparare qualche esame
universitario. Seduti fianco a fianco alla scrivania, Nino discorreva di
glottologia, ma mentalmente si chiedeva come e quale approccio tentare,
eludendo la vigilanza di Rosaria, sua sorella, che era solita installarsi di
fronte a loro. Una sera, finalmente, ebbe a disposizione l'occasione cercata.
Rosaria fu chiamata dalla madre in cucina per il caffè.
Come dalla glottologia
il discorso fosse scivolato sull’invito ad andare a ballare insieme, ora l’aveva
dimenticato, ma la tensione che lo aveva colto mentre le parlava ripercorse
tutto il suo essere. Per acquistare sicurezza, si era alzato in piedi, ora
sbirciando la strada attraverso la finestra alle loro spalle, ora la porta
dalla quale temeva riapparisse sua sorella. Non gli era chiaro cosa sentisse,
né voleva assodarlo. Era soltanto cosciente di un senso di appagamento perché
poteva vederla, parlarle, e nello stesso tempo turbato da un’inquietudine
nervosa, finanche puerile, si rimproverò. Cercò di pensare ad altro, ma per
quanto facesse, tutto se stesso ritornava a lei. Sotto di lui intravedeva i
suoi splendidi capelli biondi, lunghi fino alla vita, ricoprirla come un manto.
Fu un attimo e il mondo non ebbe più suoni, né immagini se non lei.
Non resistette. Con una
mano sfiorò delicatamente una ciocca di quei fili dorati e le mormorò qualcosa
di banale, col fiato sospeso. Si attendeva un’occhiata severa. Sapeva che non
aveva mai permesso eccessi di familiarità, finanche verbale, ad alcuno della
classe, pur dimostrandosi sempre cordiale e socievole. Invece lei sollevò un
attimo il capo verso di lui, le guance una vampa di fuoco, per poi abbassarlo
mentre un sorriso d'una tenerezza infinita le illuminava il volto.
Tornò a sedersi ancor
più confuso e, dopo aver acceso una sigaretta, appoggiò i gomiti sul bordo
della scrivania. Restò così alquanto con aria apparentemente pensosa a seguire
le spirali di fumo, poi girò il volto verso di lei senza parlare. Dopo qualche
attimo, come alludendo a una questione già trattata che solo loro due
conoscevano, le domandò sottovoce esitando, staccando le parole:
"Allora, è sì?…
verrai?".
"Ah!… Penso di
sì", rispose ella, senza guardarlo, imitando in una sorta di complicità il
suo tono sommesso. "se riesco a convincere mia sorella ad accompagnarmi…
Se viene anche lei, i miei non si opporranno…". Un vago sorriso le
illuminò di nuovo il volto.
Così erano andati ad un
night con sua sorella e suo fratello.
Era bellissima quella
sera!
Sedettero tutti insieme
ad un tavolo in penombra scambiandosi frasi insignificanti, sbirciando
all’intorno quanti erano presenti nel locale con finto interesse, perché la
mente in realtà era attenta ad ogni gesto, ad ogni parola di loro due. Gli
sguardi s’incontravano rapidi, si sfuggivano, per poi tornare ad incontrarsi, a
percorrersi di nascosto, in un continuo vedersi senza guardare.
Ad un certo momento
nella sala si diffusero le note di "Tu sì na cosa grande". Sapeva che
ella amava quel brano.
"Balliamo? ".
Così dicendo, si alzò,
la prese per mano e la condusse verso la pista da ballo. Iniziò a danzare con
un po’ d’incertezza perché temeva una scenata della sorella, la quale,
frattanto, si accorse, non solo rifiutava gli inviti di suo fratello, ma
cercava di non perderli di vista. Per fortuna, le luci era attenuate ed il lato
dov'era il complesso musicale, era alquanto distante dal punto dov’era il loro
tavolo. Ballando la strinse un po’ a sé. Ella non cercò di sciogliersi, anzi
gli appoggiò il capo sulla spalla fremendo. Stordito cominciò a baciarle
teneramente gli splendidi capelli biondi. D’un tratto la sentì prorompere in un
pianto inaspettato a stento soffocato, mentre all'orecchio prese a dirgli fra i
singhiozzi: "Nino… Nino… non mi illudere… non mi illudere!…". Allora
le sfiorò con le labbra gli occhi pieni di lacrime, mentre il cuore gli batteva
a martello. "Vera!", le sussurrò con impulso improvviso. "Ti
voglio bene, Vera!...".
E senza badare più alle
altre coppie, che giravano attorno a loro, continuando a ballare, tenendole
stretta una mano, le confessò con un calore di cui egli stesso non si credeva
capace, tutto ciò che nascondeva, tutto ciò che a nessuno confidava! Parlava
rapido, senza fermarsi, sfiorandole con le labbra ora il viso, ora i capelli,
quasi scusandosi di aver tanto esitato.
Ella lo ascoltava
attenta, trepidante... Sulle prime, in silenzio... Ma ben presto questa
sensazione si dileguò, cedendo il posto ad altre emozioni: il sentimento
d’amore svelato le riempì l'anima. "Nino", gli ripeté incerta,
"Non mi ingannare… Ti prego, non mi ingannare…". Sollevò il volto
verso di lui, gli occhi le luccicavano...
Egli tacque, la guardò
smarrito, gli parve di vedere per la prima volta quel viso così conosciuto, che
ora gli era divenuto così caro... Le sfiorò le labbra in un rapido bacio.
"Oh! come ho fatto
bene a dirti tutto!", riuscì appena a sussurrare.
"Non mi ingannare,
ti supplico…", ripeté ella ancora una volta a bassa voce. Anche a lei
mancava il respiro. "Tu sai che anch’io aspettavo questo momento!…".
Ancora un'altra parola,
e le lacrime le sarebbero sgorgate di nuovo dagli occhi. Tutto il suo essere si
disfaceva come cera. Il cuore di Nino batteva come impazzito; immerse il volto
nei suoi capelli, chiudendo gli occhi per non contenere altro in sé. Rialzò la
testa, incontrò gli occhi di lei che lo fissavano...
Altrettanto bene,
rammentava l’eccitazione dell’attesa del primo incontro da soli. La notte
insonne, poi la mattinata che non passava mai, poi un’ora, poi un minuto, e
finalmente eccola davanti a lui, rossa in viso ma tranquilla, negli occhi una
luce viva, sulle labbra un sorriso tenue ma felice. Ambedue avevano taciuto per
qualche istante, ciascuno assaporando sul volto dell’altro la gioia di
ritrovarsi.
Si recarono al Lago di
Lucrino. Passeggiarono lentamente nel lungo viale di pini che conduce allo
specchio d’acqua, immersi nella tenerezza del sentimento che li univa. Una
brezza di vento scuoteva ogni tanto le ampie chiome dei pini attraverso le
quali la luce penetrava formando chiazze mobili di ombra e di sole che
sfioravano, saltellando, i loro vestiti in un continuo gioco rapido e mutevole.
Erano trascorse solo
poche ore da quando si erano visti, ma esse erano state sufficienti a rendere
il loro animo di nuovo inquieto; a far loro desiderare l’aria libera e la solitudine
per ripetersi le frasi che bastano a due che si amano, per abusare della parola
"sempre", altrimenti il loro fuoco si sarebbe mutato in veleno.
Le circondava la vita
con il braccio destro. Lei gli poggiava di tanto in tanto il capo sulla spalla,
sfiorandogli le labbra con la massa d'oro dei suoi capelli. A tratti stringeva
la sua mano fra le sue. Tacevano. Il loro sguardo pensoso accarezzava le loro
ombre allacciate.
Continuando a
stringerle la vita, si appoggiò al tronco d'un pino, e stette ad aspettare. Fu
lei per prima a rompere il silenzio. "Mi vuoi bene?…", dalla voce
trapelava un turbamento profondo, "per sempre?…". Restò a lungo senza
rispondere. In quel momento l’avrebbe seguita, senza rimpianto, dovunque ella
avesse voluto. Vera lo comprese, ed ebbe un sospiro di sollievo, di appagamento
pieno. Alzò il viso verso di lui e Nino la baciò.
Fu là che per la prima
volta si baciarono.
Qualche ora dopo
presero la via del ritorno pensosi, ma placati. Di tanto in tanto si fissavano
negli occhi, si sorridevano al ricordo delle parole che si erano scambiati,
perduti nel tepore dei loro corpi. L'erba si fletteva dolcemente sotto il loro
passo leggero; il fogliame risuonava sommesso al soffio fresco della brezza che
s’intrufolava fra i pini. Andavano, l'uno e l'altro godendo della tiepida aria
primaverile, dei giochi capricciosi della luce e delle ombre; entrambi sognando
di percorrere insieme, come quel sentiero, la strada dell’avvenire oscuro,
poiché avevano dato vita al loro desiderio.
"Fu così, proprio
così che ci accadde", mormorò Nino, sollevando il capo dal foglio e
portando lo sguardo sull’immagine che aveva davanti.
"Tu puoi far
felice una donna", gli aveva sussurrato un giorno per telefono la voce
trepida di Caterina, che, come altre, si era affacciata alla porta della sua
giovinezza. Ma se vi fosse riuscito Nino non sapeva giudicarlo. Di certo però,
era cosciente d’aver amato e d’essere stato riamato, d’aver sofferto e d’aver
inferto sofferenze. Ed avvertiva che, come aveva detto qualcuno, già il fatto
che una donna l’avesse accolto con gioia quand’era venuto al mondo, che
un’altra l’avesse stretto fremendo tra le sue braccia e che una terza l’avrebbe
forse pianto, costituivano delle gemme preziose.
Perché si fosse
allentato il suo legame con Vera, solo ora in parte lo capiva, ripercorrendo le
fasi di quell’amore. Aveva desiderato ed ottenuto un sogno. Aveva amato un
sogno. "Ma l’Amore vero non è forse un sogno?", si domandò, "E
come può un’essenza così fragile e impalpabile qual è un sogno vivere nella
banalità del quotidiano. Può sopravvivere - talora a lungo - nella concretezza,
ma finirà per trascinarsi appesantito, affievolito, sfiorito. Morire, però,
mai, poiché l’Amore conosce stanze segrete del cuore ove annidarsi per sempre.
"Fu così…", –
ancora una volta gli risuonarono dentro queste due parole che in quattro e
quattr’otto volevano risolvere tutt’un percorso di vita – fu così che nel suo
stentare era entrata Giuliana.
Due esseri così
diversi, pensò Nino, eppure tanto uguali nella profondità del loro sentimento.
La prima bionda, la seconda bruna. La prima di un’avvenenza smagliante, ma
serena, la seconda di una grazia carnale, tentatrice. L’una, limpida nel suo
procedere, sicura del suo essere donna, appassionata e ardente, ma casta per
forza di carattere. L’unione di due esseri era per lei qualcosa in più di
un’avventata mescolanza tiepida di umori. L’Amore aveva un valore da non
avvilire nel buio inquieto di un’auto o nel mercato d’una stanza ad ore, ma da
gridare al mondo lecitamente, orgogliosamente. L’altra, invece, si mostrava ora
chiusa e impenetrabile, tormentata da pulsioni e turbamenti improvvisi,
malamente mascherati da una condotta talvolta fin troppo disinvolta; ora invece
tenera all’eccesso, quasi che volesse offrire un tacito indennizzo, per le sue
stravaganze. "Ma io che conoscevo la vera natura del suo animo come i suoi
abbandoni sensuali, non me ne preoccupavo. Mi fidavo di lei", rifletté,
"perché sapevo che ero io a regnare nel suo cuore. Anzi, le frequenti liti
e riconciliazioni, mi sembravano la prova che non poteva stare senza di me. Non
ne ero innamorato, è vero, ma le portavo affetto".
Ad ogni modo
"Così, fu così", che un amore s’era logorato nella stanchezza del
quotidiano, l’altro nell’esuberanza della passione. Come si disfaceva nella
pace della sera il suono delle campane della sua infanzia.
E poi?
E poi fu la voce
esitante e inquieta di sua moglie che lo strappò bruscamente dalle sue visioni.
"Non vieni a riposare?… è tardi… sono le tre… Domani è giorno di lavoro!"
"Sì, un giorno
come tanti!…", ripeté Nino a se stesso, seppellendo con cura di nuovo nel
tiretto quei brandelli struggenti di passato. "…o forse domani è… come
diceva quell’attore in un vecchio film?… "Domani è un altro giorno!"
Gaetano Cuozzo