Le orme del cane Nilo

(pubblicato sul n. 225 di Sėlarus)

La prima volta, vidi Nilo in un recinto abbastanza spazioso, ma che limitava la sua prepotente aspirazione alla libertà. Era bello, fiero, forte, col suo manto roano nero e con una muscolatura possente nonostante la giovane età. Un drahathar, ossia uno spinone tedesco, detto anche "barba di ferro". Era uno splendido esemplare della razza canina.

I nostri sguardi s'incontrarono e ci fu uno scambio di pensieri, indecifrabili sul momento, solo una sensazione, ma così chiari in seguito, precisi e forti ora che scrivo di lui.

Eravamo andati per acquistare un cucciolo di cane e nell'allevamento c'erano più razze: m'erano parsi animali gracili e timidi, disperatamente bisognosi di affetto e maltenuti, prigionieri in un piccolo box. Il proprietario di certo non li amava, semplicemente li allevava per venderli. A volte li "affittava" a cacciatori che venivano nella riserva vicina senza un cane proprio.

L'uomo ci parlava illustrando le varie caratteristiche di ciascun cane nei box, elogiandone soprattutto l'abilità a caccia.

Il mio sguardo però tornava al recinto più spazioso dove Nilo, ritto sulle zampe, si appoggiava alla rete e abbaiava la sua ansia di libertà. Era una richiamo prepotente e tornai sui miei passi. L'allevatore mi avvertì:

- Non si accosti troppo, è un ribelle, non si sa mai. E quella razza è piuttosto aggressiva -

Poi ci raccontò di come, quel cane, non si riuscisse a raddrizzarlo nemmeno a legnate e "cazzotti nella testa". Parlando agitava un sottile ramo flessibile che era solito usare come frustino. Bastava il gesto di alzarlo per spaventare i cani e farli indietreggiare: lo avevo subito notato appena entrata. Così come, prima di varcare il cancello della proprietà, avevo sentito la sua voce rabbiosa e insofferente sbraitare e insultare.

Nilo aveva una cicatrice sul petto. L'uomo ci spiegò che era stato caricato da un cinghiale e ne portava i segni. Nell'età più adulta, con i peli diventati folti e ispidi, la cicatrice si sarebbe nascosta. Scoprimmo che il cane aveva solo undici mesi di età. Così formato e atletico lo avevo supposto più adulto. Mi sembrò azzardato che fosse stato portato "al cinghiale" ancora cucciolo.

- E' indisciplinato - disse - vuol fare sempre di testa sua: è anche un incosciente e non capisce il pericolo -

Nemmeno lo considerava "merce in vendita", altrimenti avrebbe evitato di parlarne in termini così negativi.

Mentre mio marito e l'allevatore si attardavano ai box degli altri cani, per un'ipotetica scelta di acquisto, io restai indietro, al recinto di Nilo.

Gli parlai: - Vorresti uscire, ti senti in gabbia, lo capisco. Se "lo" convincessi a comprarti, ti farebbe piacere? Non amo la caccia, ma lui sì e forse preferisci un cacciatore come padrone. E' cacciatore, ma niente cazzotti sulla testa. E, intorno casa, c'è molto posto dove potresti stare libero e correre quanto vuoi..." Lo guardavo ammirata e letteralmente conquistata.

Però sapevo che Carlo preferiva un cucciolo di pochi mesi per allevarlo e allenarlo nel modo giusto e poi era più facile, diceva, che si affezionasse al padrone, quindi per me sarebbe stato complicato modificare la sua scelta.

Notai che Nilo aveva gli occhi di un color marrone scuro, meglio ancora, color dattero maturo, molto espressivi. Nel frattempo si era zittito: ci fissavamo e fluivano i pensieri.

" Cosa vorrà questa femmina umana che mi sta fissando. Non ha l'odore selvatico dell'uomo che mi porta a caccia. Nemmeno ho mai ascoltato un suono come quello che le esce dalle labbra. Non mi fido. Conosco la mano che si chiude a pugno e mi dà mazzate sulla testa e il sibilo del frustino sulle zampe e il dolore tagliente che vi imprime."

- Alla signora, 'sto cane, piace proprio... - . L'uomo mi stava di nuovo alle spalle, quasi temesse che il cane potesse svelarmi segreti innominabili.

Mio marito contestò: - E' già troppo grande e poi, se come ha detto lei, non sa obbedire... proprio non è il caso. E' un bell' animale, non c'è dubbio, ma...-

- Senta, quel cane lì mi ha fatto dannare, parlo contro il mio interesse, ma se me lo porta via, le faccio un prezzo buono. A caccia glielo garantisco perché ha un gran naso e "punta" che è un piacere, la disciplina la imparerà con un po' di frustino -

Seguirono altri discorsi, io evitai con cura di chiedere e tradire quel mio "innamoramento", solo qualche parola per indirizzare, come per caso, così che la scelta non sembrasse mia.

Un'ora dopo lasciammo il canile, con Nilo. L'allevatore ci aveva consigliato di tenerlo rinchiuso i primi tempi, perché "qual cane lì" era di quelli che, al primo spiraglio scappano, e riprenderlo sarebbe diventato un problema. E non dimenticare che era aggressivo e imprevedibile.

- Mi raccomando soprattutto alla signora, ci stia attenta e non gli dia troppa confidenza... -

*****

Il cane scese, nessun cenno di fuga, nemmeno di ribellione. Tremava, teneva la testa bassa e sfuggiva il nostro sguardo. Fu messo nel box che era stato di un cavallo.

-Almeno i primi giorni, per abituarlo a stare con noi e capire che non gli faremo del male - ci eravamo detti.

Però di notte lo sentii guaire di disperazione: rabbia e dolore nei suoi gemiti. Non riuscivo a dormire. Il lamento di Nilo mi fece un effetto simile al pianto di un neonato: a distanza di anni, sembra assurdo, dalla nascita delle figlie, il seno mi si inturgidiva e mi doleva.

Mi alzai, presi una torcia e uscii. Al cancelletto del box, illuminai l'interno. Nilo stava ritto sul ripiano della mangiatoia dove avevamo steso una stuoia su cui sdraiarsi e che aveva ignorata.

Si zittì vedendomi.

- Non piangere, stai tranquillo, non ci sono pericoli e nemmeno vogliamo tenerti prigioniero -

E' chiaro che non poteva capirmi, ma volevo che fosse il suono delle parole, più che il significato, a rassicurarlo.

- Adesso entro... Vedi.. di te mi fido -

Entrai e richiusi il cancelletto alle mie spalle. Se davvero avesse voluto scappare, con quell'opportunità ci sarebbe di certo riuscito. E se avesse voluto aggredirmi... niente di più facile. Seguitai a parlargli, avvicinandomi e Nilo indietreggiò. Così capii che aveva molta più paura di quanta ne avessi io. Aspettava le mazzate sulla testa, quelle cui era stato abituato. Tremava. Di freddo o di paura?

Gli posai sulla sua testa. Certo rischiai, se fosse stato un cane qualsiasi e non quello che in seguito chiamai cane-angelo, me l'avrebbe addentata prima di farsi toccare.

Seguitai a parlargli, accarezzandolo. Tremava in modo convulso. Alla fine lo abbracciai, proprio come fosse stato un bambino. Lo tenni contro di me, placandolo con carezze e suono di parole. Stava rigido, sulla difensiva, ma aveva smesso di tremare. Ad un tratto cedette, si appoggiò a me e abbandonò la testa al palmo della mano che lo stava accarezzando, vinto dalla dolcezza sconosciuta. Percepii i suoi pensieri.

Non so capire questa femmina d'uomo. Mi sento strano, ma è piacevole. E' bello ascoltare il suono della sua voce. Le sue mani sono morbide e calde e si muovono su di me senza colpire, è molto gradevole. Mi ricorda mia madre, anche se non ha il suo odore. Forse posso fidarmi di lei.

La comunicazione fra noi fu molto intensa. Seppi che, da quel momento in poi, saremmo stati amici.

Solo allora mi accorsi di Carlo che mi aveva seguita e mi stava osservando fuori del box. Mi sentii quasi colta...in flagrante.

- Non farne un rammollito - disse.

E, d'altra parte, le ragioni del cacciatore erano di tutto rispetto, ma niente impediva che fra Nilo e me ci fosse un rapporto speciale.

*****

Nilo era felice. Lo dimostrava in ogni espressione e comportamento. Oramai ci aveva dato fiducia. Solo che, dagli estranei, anche se nostri amici e visti più volte, non si faceva toccare. Forse all'inizio fu anche per paura, poi si capì faceva parte del suo carattere mantenere le distanze.

La nostra casa era in collina al centro di 12 ettari di terreno agricolo e boschivo. Nilo sfogò tutta la sua esuberanza e gustò l'ebbrezza della libertà. In pochi mesi si irrobustì, in parte per il cibo più sano, ma soprattutto per le sue corse quotidiane di chilometri nel terreno ripido. Era velocissimo. Saltava da una balza all'altra del territorio, con l'agilità di un camoscio, non correva: volava.

Proprio doveva forzare se stesso per mantenere il passo dei suoi amici umani. E quindi arrivò al compromesso di scendere a valle e risalire, chilometri di terreno sconnesso, ripetendo il percorso più volte, nel tempo che occorreva a noi per farlo un'unica volta.

A caccia dimostrò davvero un gran fiuto, sapeva snidare e puntare, restando immobile a lungo. Era molto generoso e non temeva il dolore fisico, si buttava nei rovi più fitti.

Carlo però si lamentava perché Nilo non rinunciava, dopo aver assecondato il padrone, a correre via da solo, a prendersi il suo spazio, rapido come il vento, o come se lui , il vento, lo cavalcasse. Inutile ogni richiamo. Poi tornava e si scusava, abbassando il muso in segno di deferenza, ammiccando con lo sguardo e reclinando un po' la testa. Le prime volte sembrò aspettare le mazzate che altri gli avevano profuso in passato per punirlo. Poi capì che, del suo amico cacciatore, bastava ascoltare i rimproveri, apparentemente condiscendente, sapendo già che ci avrebbe riprovato.

Amava il padrone, ma non rinunciava ad affermare la propria indipendenza oltre lo spazio disponibile: pretendeva maggiore libertà.

Il rapporto con me era diverso. Mi seguiva appena accennavo ad allontanarmi da sola per il sentiero che scendeva a valle attraverso il bosco. Mi precedeva e si permetteva qualche breve corsa per sgranchirsi le zampe, visto il mio passo non troppo veloce. Però girato l'angolo, appena lo avevo perduto di vista, subito lo vedevo riapparire a controllare se lo stavo seguendo. Aveva un atteggiamento protettivo.

A volte mi fermavo sul prato: probabilmente Nilo ne era poco entusiasta. Io stendevo il mio telo sull'erba, a volte mi sdraiavo al sole o mi mettevo a leggere. Non gli chiedevo di restare, ma il cane si fermava a pochi metri di distanza e, con pazienza, sopportava la sosta. Cercava l'ombra: soffriva terribilmente il caldo, forse per via del manto scuro, chi lo sa. E la sete. Se aveva sete sembrava impazzito. Magari risaliva a bere nel suo secchio d'acqua sotto il portico di casa, se non riusciva a trovare un rivolo o fosso nelle vicinanze. Oppure arrivava al lago proprio in fondo alla valle e si tuffava per rinfrescarsi e bere, ma tutto questo in un brevissimo spazio di tempo, volando, appunto. E tornava bagnato e... posso dire sorridente? Credo che Nilo avesse capito che gli uomini scoprono i denti per mostrare simpatia e affetto. E li imitava. Perché credetemi, quel suo gesto ammiccante, appariva anche al di fuori di una fatica o corsa.

Durante quelle mie passeggiate con sosta sul prato, si permetteva quelle brevi licenze, poi tornava e si accucciava di nuovo all'ombra di un pino, interrogandomi con lo sguardo. Non resistevo, mi alzavo e andavo ad accarezzarlo.

- Ti sei stufato? Via torniamo a casa -

***

Nilo viveva la stagione dell'amore con trasporto eccessivo, quasi maniacale. Fiutava la femmina a diversi chilometri, impossibile tenerlo. Ma bastava un mio richiamo, neanche tanto insistente, portato dal vento, per farlo tornare di corsa trafelato con l'aria di chi si scusa: la testa reclinata da una parte, il sorriso ( o la fatica della corsa), lo sguardo a indicare la direzione da cui proveniva e l'esigenza di tornare. A volte, in quei frangenti, andava al recipiente dell'acqua e beveva sorsi abbondanti, con quella sua sete mai soddisfatta del tutto, ma pronto alla scatto se avessimo osato trattenerlo. Io riflettevo che tornare al mio richiamo, come avesse capito che stavo in pena, era una prova di grande affetto: avrei potuto pretendere di più?

Lei è troppo apprensiva e io corro a tranquillizzarla, ma deve anche capire che sono adulto e, se una femmina mi chiama perché mi vuole, io non posso controllarmi. Impazzirei altrimenti.

Decidemmo di dargli una compagna. La trovammo a trecento km di distanza perché nessuno degli allevatori interpellati aveva femmine Drahathar disponibili.

Fu deciso tutto in fretta, la cucciola aveva solo quaranta giorni, troppo piccola, forse. Ma l'allevatore ci aveva messo alle strette, prendere o lasciare. Ci aveva anche consigliato di non tenere vicini, nello stesso spazio, la piccola col grande. Ci raccontò di un suo cliente che, il giorno dopo l'acquisto di un cucciolotto di due mesi, gli aveva telefonato disperato, il giorno dopo, perché il cane adulto aveva sbranato il piccolo nella notte. Ma di Nilo noi ci fidammo.

Gli affidammo Giorgia quasi subito. Anche il nome era stato scelto in fretta.

- Occorre un nome con la G - ci era stato detto

Nilo, per la cucciolotta, fu un fratello, un padre, una madre. La tenne al caldo contro di sé, la consolò ai guaiti iniziali, lambendola con linguate consolatorie efficacissime perché lei, tolta la prima notte di lamenti in casa con noi, accanto a Nilo, non pianse mai. Le fece da maestro e la protesse, almeno finché fu piccola. Giorgia crebbe molto diversa. Per quanto Nilo era riservato e attento a dare poca confidenza agli estranei, lei fu una vera "puttanella". Andava con tutti. Al minimo cenno, scodinzolava festosa e si avvicinava fiduciosa a chi le rivolgeva il minimo complimento. Chi ne fece le spese fu Nilo, quando lei imparò a correre veloce e lo seguì nelle sue scorribande per boschi. Il maschio era solito sconfinare nella riserva di caccia, movendosi rapido e quasi invisibile. In compagnia della femmina invece, fu notato. Giorgia, scondizolante, si fece sequestrare due volte dal guardiacaccia che pensò di usarla come richiamo per il maschio. Tentativo inutile, perché Nilo, nemmeno per amore di Giorgia, si sarebbe avvicinato troppo ad un uomo di cui fiutava l'odore della rabbia.

Avemmo delle noie, reclami, multe e anche minacce precise. Nilo intanto era diventato insofferente, lo spazio sembrava non bastargli più.

Ci chiesero di tenerlo legato.

- ... perché se me lo vedo ancora intorno a pestarmi i pomodori con quelle zampacce... ci sta che mi prendano i cinque minuti - disse una contadina.

Poi ci fu il guardiacaccia, a dire che il cane andava ad alzargli i fagiani, facendoli volare fuori della riserva, forse addirittura sospettò che fosse fatto di proposito, incitato da noi. Sapevano che Nilo sapeva seguire la traiettoria del volo e intuire dove il volatile si sarebbe buttato. Lo afferrava mentre planava, lo addentava quanto basta per dargli il colpo di grazia, poi lo portava la padrone. Il cane era più cacciatore del cacciatore - uomo. Che ne sapeva di divieti e date da rispettare? Una volta cacciò una Nutria , animale protetto. L'uomo come poteva rimediare? La scuoiò e mise la pelle sotto sale.

Fu deciso di recintare il porticato con uno steccato in legno molto rustico , ma elegante a vedersi e praticamente fece del nostro "patio" una specie di residence di lusso per cani. Non valsero le mie proteste. Sapevo che per Nilo era un'umiliazione e un dolore. Il primo steccato di legno, di un metro e venti, lo saltò da fermo, agile come una gazzella. Il secondo, più robusto e più alto, fu rosicchiato da Giorgia che non resse ai lamenti del maschio e cercò di aiutarlo. Una volta che, occasionalmente, il cane era stato legato con un guinzaglio di cuoio all'inferriata di una finestra, lei glielo aveva rosicchiato fino a tagliarlo. Io ricordavo le mie promesse, quella prima notte, al suo arrivo da noi. Mai cancelli né recinti né catene.

Il terzo recinto o cancellata, fu in ferro battuto, ancora più alto: impossibile saltarlo o abbatterlo. Ma quando i due cani uscivano in passeggiata col padrone, Nilo, come al solito, si allontanava e correva lontanissimo, veloce come il vento, come se non fosse più dovuto tornare. Ma tornava.

Gli accordammo spesso il privilegio di passare attraverso la casa per uscire, all'insaputa di Giorgia, perché proprio lei era stata la vera causa dei suoi guai.

E la femmina non protestò mai, riconoscendogli quel privilegio. Nemmeno abbaiò, per richiamare la nostra attenzione, quella notte che il compagno, sgusciato in casa, a nostra insaputa, passò la notte in cucina. E Nilo mai fu più silenzioso che in quell'occasione.

Spesso fui sua complice, quando mi si raccomandava con lo sguardo accorato, movendo la testa ad indicarmi l'esterno, ricordandomi la mia mancata promessa di completa libertà. Percependo intensamente il suo rimprovero, lo facevo uscire all'insaputa di Carlo.

Io non so perché mi abbiano fatto questo. Lei soprattutto. M'era parsa così sincera... Ora sono prigioniero dentro uno spazio chiuso.

***

Ritornò trafelato, ma anche affranto e come vergognoso, o incredulo per quanto gli era accaduto mentre abbaiava il suo richiamo ad una femmina in caldo. Il padrone della cagna gli aveva sparato, certo da vicino e con l'intenzione di ucciderlo. Forse era stato disturbato dal suo abbaiare, ma poteva essere un'attenuante? Ora il nostro Nilo era una maschera di sangue A vederlo, mi si torse il cuore. Sangue sul muso, sul petto, orecchie, occhi. Un occhio chiuso e gonfio. Oddio, povero Nilo, così forte e fiero... Sulla targhetta, al collare, avevamo fatto incidere il nostro cognome e numero di telefono. Chiunque avrebbe potuto reclamare, telefonandoci, invece che sparare. Il veterinario avrebbe detto che gli avevano scaricato addosso tanto di qual piombo che c'era da meravigliarsi che fosse ancora vivo. Fu medicato alla meglio e rimase con tutti quei pallini in corpo.

L'occhio, una volta sgonfiato, sembrò essere tornato normale, ma nel giro di un anno lentamente sarebbe diventato cieco.

Quasi non sarei riuscita a guardarlo, quell'occhio bianco e cieco. E la prigionia di Nilo sarebbe diventata molto più stretta nel timore che gli accadesse di peggio.

Fu in quel periodo che gli permettemmo di stare accanto a Giorgia durante il calore. Se si può dire di un cane, la loro passione fu travolgente e certo Nilo in quei giorni fu felice e ebbro di amore e di sesso con una femmina che era solo sua e senza dover contenderla a rivali. Si accoppiarono un' infinità di volte e, non so se per questo, al tempo stabilito, nacquero ben nove cuccioli.

Ne tenemmo uno, Congo. E Nilo non protestò di quella nuova presenza: restava il capo e l'altro gli doveva rispetto.

Nel frattempo l'occhio perdeva del tutto la vista e Nilo diventò sempre più triste. Quando entravo nel recinto per accarezzarlo era sempre Congo, il cucciolo, a farsi avanti e Nilo, dopo qualche tentativo, si ritraeva. Io mi sentivo in colpa e per questo alla fine evitavo perfino le carezze che arrivavano solo agli altri e non a lui.

Forse lei non mi ama più. Carezza gli altri e mi ignora. Io mi sento tradito e sempre più solo, nemmeno ho più voglia di correre fuori.

Giorgia era di nuovo in caldo e quella volta la dividemmo dai due maschi. Lei nel fienile chiuso anch'esso da un cancelletto di ferro e Nilo, in cima alla scala, come altre volte in passato aveva fatto, a fare la guarda alla sua femmina e a dannarsi per non riuscire ad prenderla attraverso le sbarre. In quel caso i suoi latrati straziavano, ma che altro si sarebbe potuto fare?

Non vedevo l'ora che i giorni critici passassero. Se mi affacciavo alla finestra , Nilo alzava il muso verso di me e mi si raccomandava, ma senza troppa convinzione, ormai di me non si fidava più. Quello era stato il suo posto di osservazione di ogni mattina, anche nei primi tempi felici, ma in passato mi aveva accolto molto diversamente: scodinzolandomi e sorridendomi, con complicità gioiosa e piena di aspettative.

Una mattina, affacciandomi, vidi che, al suo posto ad annusare la femmina, c'era Congo, il figlio.

Non so descrivere ciò che provai, di certo immediatamente capii che, se Nilo gli aveva ceduto il posto, voleva dire che stava davvero molto male.

- Ma no che dici... - avrebbe detto Carlo.

Ma non mi ero sbagliata. Quindi veterinario e analisi e diagnosi infausta.

Punture e flebo e di tutto. Lui sempre più magro e mai più un gesto di fiducia e di affetto per noi. Il padrone lo aveva messo in garage perché stesse più caldo e protetto e gli altri due non potessero infastidirlo, ma forse anche quella scelta gli sembrò un castigo.

Quando fu stabilito che bisognava aiutarlo a morire, non ressi all'idea. Non avrei mai immaginato si potesse soffrire e piangere tanto per un cane. Negli ultimi giorni, non ero più riuscita ad entrare nel garage. Ma, presa la decisione, terribile e pietosa, ebbi il desiderio e la forza di volerlo salutare, prima che fosse portato dal veterinario a morire.

Entrai: Nilo, che non vedevo da due giorni, era l'ombra di sé, ma se ne stava rigido e ritto sulle zampe. Di certo sentì che entravo, però anche l'unico occhio sano era semichiuso. Lo abbracciai: solo le costole, sotto la pelle. Tremava e respirava male, ma non voleva perdere la sua posizione eretta, capiva che, se si fosse sdraiato, non si sarebbe più rialzato. Non diede alcun segno di riconoscermi o gradire, non ressi e scappai fuori singhiozzando. Mi vergognai della mia viltà.

Rientrando in casa, abbassai lo sguardo al pavimento. Dalla porta di casa alle scale che portavano alla camera da letto, vidi le impronte fangose delle zampe, anche sopra i primi gradini: capii che il giorno prima aveva cercato di raggiungermi. Mai aveva tentato in vita sua di salire quelle scale che gli erano vietate. Forse aveva cercato di chiedermi ragione della sua sofferenza e del mio abbandono. O semplicemente di chiedermi aiuto. Al dolore si mischiò il rimorso.

L'indomani Carlo mosse l'auto portandola all'ingresso del garage, perché era giunto il momento di caricare il cane sulla macchina, per l'ultima volta, ancora vivo. Io avevo sempre nella mente quelle impronte. E allora corsi fuori, perché era l'ultima possibilità di farmi perdonare.

- Voglio salutarlo per l'ultima volta - dissi, mentre Carlo già apriva il portellone posteriore.

- No, non lo fare, l' hai già salutato ieri -

Non sentii ragione, il saluto del giorno prima era stato strozzato, non mi bastava.

Nilo adesso era accasciato sulla stuoia. Sentendomi entrare drizzò il collo e la testa. Gli occhi erano chiusi entrambi, ma sentii il suo disperato richiamo, stavolta molto forte. Mi accovacciai, gli presi la testa fra le mani e cominciai ad accarezzarlo piano, parlandogli con l' antica tenerezza e quell'amore che ritrovavo forte e dolente. La sue testa era rigida e come inconsapevole delle mie carezze. Quanto avrei voluto essere capita... Poi, a un tratto, lo sentii abbandonarsi, ammorbidirsi. Si affidò alla mia mano per appoggiare il muso, mentre riceveva le carezze dell'altra: prima di morire mi restituiva la fiducia.

Ecco adesso la riconosco, ora so che mi aiuterà, so che mi ama: è la stessa di quel primo giorno: le sue mani sono calde e morbide e mi consolano. Le gocce che mi cadono sugli occhi non sembrano pioggia o rugiada, ma hanno un tepore consolante.

Non lo avrei più rivisto. Sarebbe tornato avvolto in un telo. Il padrone lo avrebbe sepolto in un buca scavata nel terreno, a cento metri dalla casa, sopra avrebbe trapiantato un giovane leccio. Perché Nilo odiava stare al sole e cercava sempre l'ombra.

Ora spero che per i cani esistano speranze, o leggende, di vasti prati in fiore e boschi dove correre liberi per sempre. Lasciatemi immaginare che Nilo sia felice e senza più recinti. A me resteranno, indelebili nel cuore, le sue orme.

Marzia Plumeri

I nostri racconti