Libera anima

Racconto di un viaggio

di Roberto Amico

1° cap.

 

Trovo davvero piacevole, nelle lunghe serate estive dove l'oscurità sembra non avere mai il sopravvento sulla luce, cenare sull'ampia terrazza di casa.

Coperta da un tetto toscano addossato da un lato alla parete di cucina, dove si trova l'accesso, contornata per il restante perimetro da quattro archi edificati con mattoni faccia a vista, è il posto ideale per godersi quei dolci e freschi aliti di vento che prima di giungere alle membra accaldate dalla canicola, sfiorano le foglie delle querce, dei faggi, dei castagni che si trovano tutt'intorno.

Calma e tranquilla è quella campagna, soprattutto la sera, quando l'incedere della macchine agricole ha avuto fine e il riposo della terra sembra non coinvolgere solo i grilli e le cicale.

In questo lembo di toscana io e la mia compagna abbiamo deciso ormai di vivere da parecchi anni, senza rimpianti di sorta e con l'unico rammarico di non poter trascorrere il tempo desiderato nelle faccende domestiche ed agricole, a causa dei nostri lavori che ci tengono durante il giorno lontani da casa.

Quella sera, soddisfatto dalla gustosa cena a base di pesce, annaffiato dal buon vino bianco, estratto puro della mia fatica e del mio sudore, come consuetudine, passai direttamente dalla seggiola del tavolo al divano-letto, posizionato in un punto strategico della terrazza in modo da poter osservare l'unica nota stonata dell'ambiente: la televisione.

Cercavo così di neutralizzare lo stress che devo necessariamente ogni mattina sorbire in ufficio, statale, burocratico, pesante come una vecchia macchina da guerra sovietica, dal quale l'unica soddisfazione che ricevo, oltre diciamo percepire un quasi miserevole stipendio, è quella di avere diversi pomeriggi da godere, il cui piacere è di norma soddisfatto fra viti e pomodori.

Erano le 22,30 quando squillò il telefono. Elena mi suggerì di andare a rispondere, tanto, diceva, a quell'ora chiamavano sempre i miei. L'odio particolare che provo verso quello strumento, utile ma freddo, indispensabile ma spesso burocratico, come il mio ufficio, non consentì un veloce abbandono da quella comoda posizione agognata per tutto il giorno. Senza furia andai in soggiorno e con aria fra l'assonnato e lo scocciato alzai la cornetta:

"Pronto, lei è il signor Alessandro?" fece la voce al di là del filo.

I miei geni si rivoltarono, avrei riconosciuto quell'accento così marcato anche all'inferno ed è da lì che sicuramente proveniva, se così si può definire quella mia isola costruita con materiali di paradiso ora ridotti a poco più di rottami.

Quella tonalità, greve e pesante come la mole dell'Etna, mi rimbombò nell'orecchio; è vero si, l'accento era quello, ma non ne riconoscevo il timbro:

"Sì sono io, lei chi è ?" risposi con circospezione.

"Sono un autotrasportatore di Catania. Amici suoi mi hanno incaricato di portarle un regalo che adesso si trova nel mio Daily. Se le indicazioni che mi hanno fornito sono esatte dovrei trovami vicino casa sua, volevo la conferma .... "

Era infatti vicinissimo, gli spiegai la rimanente strada e sarebbe arrivato da lì a cinque minuti.

Rimasi perplesso, non sapevo cosa pensare e accesi una sigaretta.

Elena mi vide turbato e, venuta a conoscenza del colloquio, si dimostrò ancora più titubante di me.

"Certo" disse " non trovi un po' strano il fatto che questo sconosciuto venga a trovarti senza prima avvertire..."

"Qualcuno vorrà farmi un sorpresa" risposi per rassicurarla, ma senza convinzione.

Scesi comunque le scale e mi accorsi con la coda dell'occhio che verificava la funzionalità del telefono.

Decisi di aprire il recinto ai tre pastori maremmani la cui compagnia era un piacere ma il cui lavoro doveva essere quello di custodire la casa in nostra assenza e, nel caso si verificassero le condizioni, quello di difenderci da presenze indesiderate.

Non tenevo armi in casa, perché contrario al loro uso, tuttavia misi a portata di mano il pennato, non si sa mai, pensai ....

I cani iniziarono a sentire il rumore del Daily mentre percorreva la strada comunale adiacente alla nostra proprietà.

Il loro abbaiare mi dava coraggio, tre maremmani ringhiosi destano sempre un certo effetto.

Finalmente vidi i fari del mezzo che con sicurezza varcava il cancello e si immetteva lungo il viale che porta al piazzale di casa.

Non v'erano altre persone al di là del conducente, questo provocò un effetto tranquillizzante alle pulsazioni del mio eccitato cuore.

Osservai quell'uomo che adesso aveva tirato giù il finestrino, baffi e capelli neri; classico camionista, pensai, anche se il mezzo che aveva a disposizione era poco più di un furgone.

"Buonasera" disse a motore spento e guardando i cani di sott'occhio "mi scuso per l'orario ma questo è un lavoraccio. Avevo previsto di arrivare qualche ora prima, ma, sa com'è, il traffico ... posso scendere o rischio di essere morso?"

"Non si preoccupi, mordono solo in particolari condizioni" dissi con sicurezza, sapendo spudoratamente di mentire.

Adesso però il mio stato psicologico era cambiato. Doveva essere, almeno così mi pareva, lui ad avere paura.

Ma non ne ebbe affatto, scese con disinvoltura e non si curò del loro abbaiare, che vanamente tentavo di far cessare.

La caponaggine di questi cani è famosa, e sembrava che la conoscesse bene anche quell'individuo.

"Belle bestie i maremmani, con la testa un po' dura però ..."

Mi sentii smascherato, ma feci finta di non dare peso all'osservazione, d'altra parte, nessuno può immaginare la reazione dei cani ...

"Allora" gli dissi "mi renda partecipe della sua ambasciata ..."

"Un mio conoscente mi pregò di fare un favore ad un suo amico e di portare su da lei, visto che vengo spesso in Toscana, questo regalo, almeno così mi è stato riferito..." e fece per andare ad aprire il cassone.

Altro attimo di panico. Immaginavo che chiusi lì dentro potessero esserci degli uomini armati, pronti a balzare fuori appena il loro compare avesse aperto l'anta. Ma questo mio timore fu presto dissolto. Infatti, dentro il furgone non vi erano ferocissimi gangster, bensì un numero considerevole di scatole di cartone, tutte bene ordinate.

Addossato ad una parete intravidi la parte posteriore di un "vespino 50".

"Ecco" disse il conducente indicando il piccolo mezzo " è di questo che si tratta!"

Non credevo ai miei occhi. Chi mai avrebbe potuto avere un pensiero simile?

Erano passati quasi vent'anni dall'ultima volta che avevo poggiato il sedere sul sellino di una vespa. Certo, era stato il mio unico mezzo di trasporto per almeno sei-sette anni ed i ricordi che serbavo erano quasi sempre piacevoli e divertenti. Nei discorsi con gli amici ne parlavo sempre con una sorta di romantica nostalgia, come, insomma, si può parlare di un amore la cui fine è avvenuta non per colpa degli amanti, ma per un senso ineluttabile delle cose che determina, come una volontà misteriosa, la nostra vita.

Quando chiesi al conducente se sapesse indicarmi il nome o i nomi degli autori di ciò che non sapevo ancora definire come uno scherzo od un pensiero davvero unico, egli disse che si trattava semplicemente di una sorpresa.

"Comunque" continuò "mi hanno pure incaricato di consegnarle una busta. Lì troverà sicuramente le spiegazioni che cerca, intanto, per cortesia, mi aiuti a scaricare".

Una sarabanda di sensazioni ed emozioni percossero la mia mente quando mi accorsi che si trattava di un modello uguale a quello degli anni della mia gioventù e soprattutto mi colpì il fatto che come unico accessorio avesse un contachilometri simile, se non addirittura uguale, a quello installato sulla mia vespa.

"Guardi com'è bella" disse il conducente "tutta riverniciata, sembra nuova ed è perfettamente funzionante. Si faccia un giretto ..."

Aprì allora il rubinetto della benzina, tirò l'aria e diede un colpo secco al pedale. Partì all'istante.

Quel vecchio rumore di sano vespino era musica per le mie orecchie. Non pensai più allo strano evento, montai sopra e guidai per un centinaio di metri. Funzionava tutto, freni, luci, perfino il contachilometri, quello mio era stato sempre rotto.

Finita la breve estasi, mi accorsi che Elena si era affacciata dal terrazzo e guardava la scena con curiosità. Spensi il motore e le spiegai che era il regalo di un amico.

"Ma da parte di chi?" fece anche lei.

Il conducente aveva nel frattempo risistemato e richiuso il cassone e, sentendo la domanda, entrò in cabina, prese qualcosa e ridiscese.

"Questa è la busta di cui le parlavo" disse rivolto a me "e questo è il libretto di circolazione. Manca solo la targa, ma quella è personale ed occorre che se la faccia dare dalla Motorizzazione Civile. Io a questo punto ho completato il mio compito e vado via ..."

"Ma venga su almeno a prendere qualcosa ..." ribattei con il libretto e la busta in mano che rigirai notando un nome: Carlo La Spina.

Questa rivelazione fugò ogni mio timore, era lui, non poteva essere che lui, mio cugino, ma noi ci chiamavamo "fratelli".

Avevamo la stessa età, e da ragazzi, anche lo stesso tipo di vespa.

Spesso si parlava delle nostre scorribande e a volte avevo espresso il desiderio di poter ancora lasciarmi trasportare da quelle due piccole ruote che ci avevano guidato verso le grandi emozioni della gioventù.

"E' Carlo" dissi a Elena, mostrandole la busta che parve avere un effetto tranquillizzante anche per lei che riteneva mio cugino, dal carattere estroverso, esuberante ed imprevedibile, la persona adatta per questa ed altre stramberie, tant'è che ripeté al conducente, con vera cortesia, l'invito da me espresso precedentemente.

"No grazie" rispose "è davvero tardi. Ho l'albergo prenotato e ci vorrà almeno mezz'ora per arrivarci. Poi domattina devo ripartire presto. Vi ringrazio lo stesso, verrò a trovarvi un'altra volta. Mi piacerebbe venirci di giorno, devono essere posti stupendi. Comunque, eventualmente, prima di arrivare vi telefono; mi chiamo Antonio, ci vedremo presto allora, buonanotte e scusatemi ancora per l'orario ..."

"L'aspettiamo ..." disse Elena.

Fece un cenno di saluto verso il terrazzo, mi strinse la mano, salì sul Daily e ripartì.

Sul piazzale rimase la vespa ed i cani che finalmente si erano quietati, ma, sentendo un'altra volta il rumore del motore lungo la strada, ricominciarono ad abbaiare.

Li rinchiusi allora nel recinto e parcheggiai momentaneamente la vespa sotto una tettoia.

Ero ancora incredulo, ma da Carlo c'era davvero da aspettarsi di tutto. Già assaporavo il contenuto della lettera che sicuramente si trovava dentro la busta. La volevo gustare lentamente, per bene e con calma, come si fa con un buon liquore.

Rientrai così in casa e con Elena si discusse se fosse o no il caso di telefonargli.

Ci convincemmo che forse non era l'ora adatta sapendo che dopo la separazione con la moglie era andato a vivere dalla madre e non volevamo disturbare il riposo dell'anziana donna.

Mi accinsi allora ad aprire la busta, ma prima feci un rito preparatorio. Sistemai la mia poltrona preferita accanto al tavolino del salotto dove poggiai sigarette, posacenere, un bicchierino di whisky ed un tagliacarte. Trovata la giusta posizione, con trepidazione ed emozione, tagliai lentamente la busta ed estrassi la lettera.

Elena, forse per discrezione, era seduta distante da me, aspettava però con impazienza che ne leggessi il contenuto.

Dispiegai così il foglio, ma ebbi subito una spiacevole sensazione.

Conoscevo benissimo, data la nostra lunga corrispondenza epistolare, la grafia di Carlo, e questa sicuramente non gli apparteneva.

Ripresi la busta in mano. Lessi "X Alessandro Tuccari" dal lato dove di solito si scrive l'indirizzo del destinatario e Carlo La Spina nel lato opposto dove va messo le generalità del mittente.

Che sciocco a non averci pensato prima!

Carlo non avrebbe banalizzato così la sua missiva. Mai, infatti, nelle sue lettere vi era riportato il nome esatto del mittente. La sua dirompente fantasia gli impediva di seguire la normale prassi.

Le generalità variavano sempre, potevano essere ad esempio: Paperon Dé Paperoni via del Franco Svizzero 1325 Città del Vaticano, etc.

Comunque, per il momento, non dissi nulla a Elena, mentre una sorta di angoscia cominciava a prendere il mio animo iniziai la lettura in silenzio.

 

Caro Alessandro,

ti scrivo dopo diversi anni dalla cartolina che inviai in un periodo in cui ero in crisi nera.

Ti dissi che volevo andare via da Catania, non importava dove, a respirare un po' d'aria sana e pulita cosa che forse mi è capitata di fare l'ultima volta nella mia vita insieme a te.

Comunque, affrontiamo il discorso poco alla volta.

Sarai sicuramente meravigliato e stupito per "l'oggetto" da me spedito a tua insaputa.

Lo so che ti risulterà strano ma devo confessarti qualcosa di cui mi vergogno profondamente. Sappi che sono in contatto con degli amici buddisti che mi aiutano molto. Dicono che per iniziare l'evoluzione dello spirito bisogna innanzi tutto staccarsi dal passato ed esorcizzare gli eventuali sensi di colpa o annullare azioni di cui ci sentiamo responsabili, determinando effetti negativi su di noi e su gli altri.

Ciò che mi accingo a descrivere è forse il mio primo vero "peccato" commesso da adulta in maniera consapevole, poi di conseguenza ne vennero tanti altri, ma veniamo ai fatti.

Ricorderai sicuramente i nostri vent'anni quando scorrazzavamo sul tuo vespino ubriacandoci d'aria, di mare, di campagna. Era tutto un giuoco. Rincorrersi nei freschi castagneti dell'Etna, tuffarsi in mare da quei neri ed arroventati scogli, da dove ti vedevo partire per le tue quotidiane interminabili nuotate, fare l'amore sotto un cielo stellato o sotto il sol leone, in spiagge deserte o all'ombra di ventilati agrumeti.

Questa fu la mia estate con te. Mi leggevi le tue poesie, si parlava d'amore, d'anarchia. Le nostre idee erano simili, anche se in fondo non approfondivamo mai gli argomenti, eravamo presi dalla vita che ci esplodeva fra le mani.

Ma, con l'abbassarsi della temperatura estiva, iniziarono a "stiepidirsi" pure i nostri rapporti. Ci vedevamo di meno. Eri spesso impegnato con il calcio, gli allenamenti settimanali e le partite domenicali.

Io studiavo come una matta per costruirmi un avvenire, come solevano dire i miei genitori. Tu invece di studiare non avevi nessuna voglia, ma l'avvenire te lo sei sicuramente costruito meglio del mio.

Venivi all'Università ormai solo in occasioni di assemblee, dibattiti, o meglio ancora, di occupazioni.

Anch'io ero affascinata e presa da questa nuova aria che si respirava, e il nostro impegno politico crebbe sempre di più, come le nostre discussioni, che si fecero più aspre ed ideologiche.

Io, figlia di proletari che si privavano di un tozzo di pane per mantenere me e mia sorella agli studi, ti vedevo, come d'altra parte la maggior parte degli studenti, figli di buone e agiate famiglie, ribelli per moda, compagni per capriccio, anarchici per distinzione. Una volta terminata l'Università, pensavo, avrebbero fatto parte del nuovo esercito borghese con in più la pretesa, rispetto ai loro padri, di appartenere ad una "élite" intellettuale non meglio definita e quindi, secondo me, subdola.

Ed in questo non mi sbagliavo.

Tu invece eri più fiducioso, dicevi che le rivoluzioni sono tutte partite da intellettuali borghesi, però non credevi affatto che questa eventualità potesse verificarsi in Italia, paese controllato dagli americani.

Dicevi che le cose vanno cambiate poco alla volta e rifiutavi il ricorso alla violenza.

Pensavi che la classe dirigente futura potesse essere più illuminata di quella passata perché aveva vissuto il momento della speranza e della innovazione.

Io invece volevo tutto e subito. Volevo vedere il cambiamento sotto i miei occhi, volevo che quei fottutissimi democristiani scomparissero dalla faccia della terra e che quegli assassini dei fascisti fossero per sempre sepolti dentro le loro fogne.

Reputavo i discorsi tuoi e quelli dei tuoi amici sterili e senza nerbo, senza azioni, inutili ... Non è che credessi al buon esito della rivoluzione, però bisognava provare, cazzo ... Bisognava partire dal popolo, da gente bisognosa di lavoro e stanca dei soprusi della classe abbiente, guidati da intellettuali coraggiosi e disposti a molte cose.

Così mi avvicinai ai gruppi più estremisti della città, gente che aveva due palle, ma che pure, a pensarci oggi, le facevano venire con i loro discorsi pieni di citazioni, pesanti come macigni, lunghi ed articolati fino all'esasperazione, dove alla fine l'unica cosa chiara è che dovevamo servire la causa proletaria.

E lì conobbi Mario, un disoccupato della nostra età, figlio di operai, aveva una inesauribile voglia di fare; fare la rivoluzione, fare l'amore, lavorare qualora gliene fosse capitata l'occasione, cosa che, come vedrai, mai avvenne.

Io, comunque, mi trovai completamente invaghita di lui.

Era bellissimo, riccioli biondi ed occhi di un azzurro penetrante. Piccolo ed un po' tozzo ma robustissimo, sano e forte, aveva l'aspetto e il coraggio di un leone. La paura era una sensazione che non conosceva, parlava sognava ed agiva.

Certo, il suo linguaggio a volte era arcaico, ma questo lo nobilitava ai miei occhi; era l'uomo che combatteva per i propri diritti, che voleva migliorare la propria condizione sociale sempre sfruttata dai governi borghesi. Era insomma il mio Pancho Villa, il mio Chè Guevara, il mio vero eroe ....

Lui sapeva della nostra passata relazione, ti conosceva ma gli rimanevi indifferente.

Probabilmente pensava le mie stesse cose nei tuoi confronti e in quello dei tuoi amici; così, un giorno, quando trovai nella mia sacca il libretto di circolazione della tua vespa e lo feci vedere a Mario dicendogli che te lo avrei restituito al più presto, egli mi rispose che forse era il caso di aspettare e pensarci un po'. Quella vespa ci poteva essere utile, diceva, sprovvisti come eravamo di qualsiasi mezzo tanto, e questo era pure il mio pensiero, una vespa in più o in meno per te non aveva importanza, la potevi ricomprare ed in ogni caso avevi pure la macchina. Poi, continuava, poteva servire pure la nostra causa rivoluzionaria ...

Il ragionamento mi convinse, pertanto aspettammo il momento opportuno per compiere il furto o meglio, come si soleva dire, "l'esproprio proletario".

Una sera, alla Casa dello Studente, vi era una di quelle solite riunioni dove si parlava e basta, al massimo si decideva di programmare una di quelle inutili manifestazioni che facevano sorridere chi deteneva il potere, noi invece lo volevamo colpire nel "cuore" ed iniziammo così il nostro cammino rivoluzionario!

Quella sera, dicevo, vedemmo la tua vespa parcheggiata in una via non molto distante dalla Casa dello Studente ma pochissimo frequentata. Mentre io facevo il palo, per Mario fu uno scherzo divellere la catena. Poi mise in moto e andammo via. A dire il vero, mi sentivo in colpa nei tuoi confronti, ma mi confortava "l'ideologia".

L'unica azione "rivoluzionaria" che facemmo con i frutti di quel furto, che poi rimase la sola nel nostro breve curriculum estremista, fu quello di fare, un notte, una "visitina" ad una succursale FIAT dove, dopo aver rotto con un sasso il grosso vetro della sala esposizione, buttammo una bottiglia incendiaria danneggiando tre auto.

Per il resto la vespa servì più a lui che a me, per giunta per scopi poco edificanti, sarebbe a dire piccole rapine che Mario compiva con qualche suo amico.

Asseriva che il ricavato sarebbe servito a finanziare la lotta, in realtà veniva adoperato per i nostri piccoli bisogni quotidiani.

Io oramai avevo abbandonato l'Università per dedicarmi quasi esclusivamente a lui ed a queste piccole stronzate da lotta "semiclandestina" che servivano per trovare ancora un barlume di significato alla mia vita, inesorabilmente diretta verso quel porto delle nebbie, maleodorante e frequentato da individui loschi e tetri.

Dopo questi piccoli furti Mario passò direttamente in galera.

Erano i tempi della Legge Reale, furono messi dentro un sacco di compagni, tanti dei quali, naturalmente, non avevano partecipato a nessuna azione delittuosa.

Non riesco ancora a spiegarmi come non abbiano preso pure me, forse pura e semplice colpa del destino, non lo so, ma mi venne lo stesso una grande strizza.

Comunque, dopo sei mesi, lo rimisero in libertà, ma lo scenario politico era stravolto.

Quasi tutti i movimenti erano scomparsi, i compagni o erano andati via o erano in galera o preferivano rimanere nelle loro case dove a volte si riunivano, ma soltanto gli unti dal Signore, chi non si era sporcato le mani, la famosa élite intellettuale, insomma, la futura classe dirigente.

Con Mario decidemmo allora di vivere insieme e trovare un lavoro, cosa che, naturalmente, riuscì solo a me.

La nostra casa si trovava nel suo quartiere di origine, popolare e di dubbia fama, ricontattò i suoi vecchi amici e ricominciò con i furti e gli scippi, compiuti, naturalmente, col tuo vespino, che nel frattempo aveva fatto truccare.

Ben presto passò ad altro. Quando ogni mio mito fu definitivamente morto e mi resi conto in maniera lucida della strada intrapresa, decisi di andarmene da quella casa, da Catania e da tutto quel mondo di merda. Fu in quel periodo che spedii la cartolina, pensai perfino di venirti a trovare. ora ti vedevo con occhi diversi; la tua mitezza mi tranquillizzava, e avrei anche trovato il coraggio per la mia doverosa confessione.

Mario però non voleva saperne assolutamente di questa mia decisione. Dopo circa una settimana, resosi conto che non sarei più tornata, si piazzò davanti casa dei miei genitori, dove mi ero momentaneamente rifugiata. Aspettò che uscissi e, venendomi dietro, mi esortò a salire in macchina giurandomi che voleva parlarmi solo per l'ultima volta, che se non volevo tornare non mi avrebbe più importunata, ecc. ecc. ...

Acconsentii, non so perché, forse era debolezza, forse rimaneva ancora un briciolo d'amore. Mi portò comunque in un posto tranquillo, dove eravamo stati tante altre volte ad amoreggiare. Lui era stravolto, piangeva, diceva che mi comprendeva, ma che anche io dovevo comprenderlo, che quelle comunque erano scelte obbligate, non c'era lavoro, non c'erano soldi, l'unica cosa sicura era, invece, il nostro amore.

Assicurava che comunque avrebbe cambiato vita perché teneva troppo alla nostra unione, voleva sposarmi e avere dei bambini.

Quest'ultima sua frase mi ferì e mi offese nello stesso tempo e la mia reazione stavolta fu sprezzante nel ripetergli, per l'ennesima volta, il mio diniego.

Gli saltarono i nervi, iniziò a menarmi in macchina. Ebbi la forza di aprire lo sportello e correre fuori, ma mi raggiunse presto e quello che mi cascò addosso fu una tempesta di schiaffi e calci, fintanto quasi svenni. Allora si abbassò i pantaloni, mi strappò le mutandine e mi violentò con la stessa foga, urlando e piangendo.

Anch'io piansi stravolta e, quando ebbe termine il suo impeto, lo vidi a sedere accanto a me, inerme, assente. Io ero tutto un dolore. Mi sanguinava la bocca ed il naso, sentivo un gran vuoto dentro, ma avevo previsto qualcosa che credo sia impossibile descrivere, comunque avevo goduto fin dentro le viscere, lo stomaco, l'irrazionale. Un'energia nascosta era scattata in me, trovai la spiegazione nell'amore.

Così lo perdonai ma, naturalmente, fu una scelta tutt'altro che felice. Il mio precedente calvario non mi aveva portato in paradiso, bensì all'inferno.

Il suo nuovo lavoro fu lo spaccio dell'eroina ed il giro del racket. Il coraggio non gli mancava e, possedendo inoltre una buona dose di intelligenza e furbizia, fece presto carriera fra i ranghi dell'onorata società.

Adesso non eravamo più gli affittuari di una modesta casa ma i proprietari di un lussuoso villino alla scogliera. Io, naturalmente, smisi di lavorare.

Girava parecchia "robba" e non resistetti alla tentazione di provare. Mario non si opponeva, questo mi faceva star buona e, col passar del tempo, la sua presenza si rendeva necessaria, anche dal punto di vista economico, per approvvigionarmi delle quotidiane dosi.

Mi ritrovai senza volontà, senza forza, senza nulla, anzi, assistevo inerme all'azione del nulla che lentamente invadeva il mio corpo e la mia mente e l'unica prospettiva reale era l'incondizionata resa al nulla assoluto.

Poi incontrai un ex compagno che si era dato al buddismo, i tempi passano e le mode cambiano, riflettei. Comunque sia gli accennai i miei problemi e lui mi consigliò di frequentare i seminari che si tenevano nelle loro sedi. Lì, diceva, se vuoi potrai trovare fratelli che ti aiutano ad avere un'altra concezione della vita, permettendoti di staccarti dalle angosce fortificando lo spirito che finalmente diventerà consapevole dell'esistenza e si evolverà di conseguenza.

Sentii nell'intimo dei ruderi della mia anima una vocina che diceva: vai, vai ...

Dapprima pensai che fosse lo spirito della sopravvivenza che si ridestava al primo positivo stimolo esterno, poi mi convinsi che fu la mano di Dio a guidarmi verso quell'uomo ed a parlarmi nell'intimo del muto petto.

Andai, naturalmente all'insaputa di Mario. Avevo tanto tempo a disposizione ed in principio mi fu facile non suscitare i suoi sospetti.

Oltre ai seminari, mi consigliarono di frequentare corsi yoga, avrebbero aiutato la mente alla meditazione ed il corpo al dominio dei sensi.

Mi abbandonai ai loro consigli ed alle loro tecniche acquisendo una volontà maggiore ed una fortificazione dello spirito e dell'intelletto che mi permisero, col tempo, di abbandonare la via del buco.

Adesso le mie giornate erano piene e il cambiamento era così evidente da non poter più riuscire a nascondere la cosa a Mario, di cui ancora nutrivo, come nutro tuttora, una certa paura.

Cercai di trovare nello yoga il capro espiatorio. Dapprima se ne convinse, e non interferì per un po' di tempo. Alla fine trovava vantaggiosa anche questa mia nuova attività perché, aveva notato, che i corsi erano frequentati da donne della Catania bene, e questo era sicuramente un buon punto di contatto con gli ambienti che contano.

Andò invece su tutte le furie quando seppe dei miei seminari religiosi, promise di distruggere la sede dei buddisti, cosa che per fortuna ancora non ha attuato.

Ora comunque ho la coscienza più salda, la mia anima si è allargata al cosmo, sono sicura di qualcosa, andrò via da Catania, forse in India o in Tibet, andrò via senza riferire a nessuno la mia decisione. Certo, mi piacerebbe rivederti e osservarti con occhi diversi. In fondo il nostro è stato un amore vero, pulito, ma ho verso di te, come verso il mondo e Dio, delle colpe che adesso devo esorcizzare e rendere inerti per aprire la mia anima definitivamente all'Universo.

Per questo motivo ho deciso di raccontarti tutto prima di partire e restituirti quello che fu il peccato iniziale e segnò la parabola.

Lo faccio per me, come simbolo di purificazione e rinnovamento.

So che approverai questa mia scelta, ma non oso chiederti perdono per il male che involontariamente e volontariamente ti ho procurato in passato. Sarebbe inutile e pietistico, credo di avere già scontato le conseguenze del mio stolto operato.

Forse un giorno ci rivedremo e riusciremo a comunicare su altri piani, al di là della storia, delle nostre paure quotidiane, delle nostre percezioni razionali.

Un infinito abbraccio, Claudia

PS Scusami se mi sono permessa di mettere sul retro della busta il nome di tuo cugino. Conoscendovi mi sembrava una buona trovata per non correre il rischio di un tuo rifiuto nei riguardi di questo "dono" inaspettato.

Ho rimesso la vespa a nuovo ed ho sostituito il motore truccato con un 65 cc. come il tuo, pensando di farti cosa gradita.

Ti prego di usarmi un'ultima attenzione. Non fare cenno a nessuno né di questa missiva né della mia partenza, per motivi che trovo inutile sottolineare.

L'unico ad esserne a conoscenza è il monaco buddista mio maestro, consigliere e ambasciatore. Era lui infatti alla guida del furgone, ma non devi farti ingannare né dall'accento né dalle sembianze; è un uomo capace di assumere miriadi di inflessioni ed aspetti, perché, come dice, ha vissuto molte vite.

 

 Ero ancora inebetito quando porsi la lettera a Elena. Non vi era infatti più nessun motivo per custodire questa segreta missiva; Claudia era morta dieci anni prima.

 

Fine del 1° capitolo

 

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