L’INFINITO di Giacomo LEOPARDI.

Lettura di Mariano Fresta

 

 

I quindici versi dell’Infinito leopardiano sono stati letti e commentati da critici di diverso orientamento teorico, con esiti ovviamente diversi. Benedetto Croce, per esempio, vi vedeva la realizzazione della sua teoria estetica, secondo la quale la poesia è intuizione lirica e pura. La critica cattolica ha identificato nell’Infinito l’Assoluto, cioè Dio, e quindi ha creduto di rintracciare nel poeta, dichiaratamente ateo, una latente sensibilità religiosa tesa alla ricerca del divino. Per altri, l’infinito non è che l’aspirazione ad un ideale, ad un’utopia irraggiungibile; e così via di seguito, all’inseguimento di qualcosa che appartiene a chi cerca ma non al Leopardi. Ma se il brano leopardiano dà la possibilità di essere letto e interpretato in tanti e modi, vuol dire che si tratta di alta poesia che resiste al tempo e che soddisfa ogni tipo di lettore. Basterebbero questi quindici versi per inscrivere il Leopardi tra i massimi poeti del mondo.

 

Per comprendere meglio il significato del brano, sarà meglio, però, lasciar perdere le nostre convinzioni ideologiche e cercare di capire cosa il poeta ci ha voluto trasmettere. Sappiamo che il Leopardi compose la lirica tra la primavera e l’autunno del 1819, un periodo in cui, come lui stesso scrive nello Zibaldone, rifletteva sulle teorie sensistiche, secondo le quali la nostra conoscenza del mondo avviene solo per mezzo dei sensi; e precisamente ragionava sul fatto che il piacere che deriva dai sensi è finito, limitato e provvisorio. Se, per esempio, d’estate vogliamo un po’ di refrigerio, immergiamo i polsi in una bacinella d’acqua fresca. Subito proviamo piacere, ma dopo un po’ la temperatura dell’acqua e quella del nostro corpo trovano un equilibrio, così che noi non sentiamo più il piacere di prima. Allo stesso modo, guardando un paesaggio ameno, proviamo piacere; ma se volessimo provare un piacere maggiore, dovremmo ampliare le nostre facoltà visive in modo da vedere un paesaggio più grande. Ma i nostri occhi non possono vedere più lontano delle loro possibilità e, inoltre, colline montagne e la stessa rotondità della Terra ci impediscono di vedere un panorama più grande e quindi limitano il nostro piacere. Se, dunque, ci limitiamo ad usare i nostri cinque sensi per provare piacere, questo non può che essere finito. Se ne deduce allora, che non è possibile provare un piacere infinito. Ma se oltre ai sensi si usa l’intelletto, se si usa l’immaginazione è possibile provare un piacere infinito? Se invece di guardare un panorama, ci mettiamo dietro una siepe, chiudiamo gli occhi e cominciamo ad immaginare che quel panorama si ingrandisce sempre più fino a fondersi con lo spazio infinito, il nostro piacere si amplia anch’esso fino a diventare infinito.

 

E’ questa esperienza intellettuale che il Leopardi ci rappresenta nei suoi famosissimi quindici versi: come, rifiutandosi di guardare il panorama reale, se ne immagini uno tutto intellettuale che coincide con l’infinito stesso, provocando in lui un piacere infinito in cui gli piace annegare.

 

 

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,   1

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.   3

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quïete   6

io nel pensier mi fingo; ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello   9

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno

e le morti stagioni, e la presente   12

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e naufragar m’è dolce in questo mare.   15

 

 

 

Parafrasi: 

Questo solitario colle (è la collina chiamata monte Tabor che si raggiunge attraverso il parco di casa Leopardi) mi è stato sempre caro, insieme con questa siepe di alberi che nasconde allo sguardo una così grande parte dell’orizzonte più lontano. Ma sedendo (dietro la siepe) e immaginando col pensiero [mirando] io mi costruisco nella mia mente spazi illimitati, che vanno oltre la siepe, silenzi sconosciuti agli uomini e una quiete profondissima, tanto che, davanti a questo infinito provo sgomento. Non appena, però, sento il fruscio del vento che passa tra le piante, io paragono l’infinito silenzioso di prima a questo rumore: e così penso al tempo infinito, all’eternità che racchiude i tempi passati e la vita presente, di cui mi arrivano le voci e i rumori. Così, in questa immensità formata dall’infinito dello spazio e dall’infinito del tempo, si annega il mio pensiero. E il naufragare, l’annientarmi in questo mare, mi è dolce.

 

 

Commento

Per essere facilitati nella lettura del brano, ricordiamoci che nella lingua italiana i pronomi-aggettivi dimostrativi rispondono alla seguente regola: questo/a si usa quando si indica un oggetto vicino a chi parla e lontano da chi ascolta; quello/a si usa quando si indica un oggetto lontano da chi parla e da chi ascolta.

Il brano può essere ripartito in quattro sezioni, ognuna delle quali è marcata dalla presenza di uno o più dei pronomi-aggettivi dimostrativi

Nei versi 1-3 abbiamo la rappresentazione della realtà fisica: il poeta è sul colle (questo), accanto alla siepe (questa) che nasconde buona parte del panorama.

Nei versi 4-7 il poeta, sedendosi dietro la siepe, immagina nel suo pensiero un panorama così grande da poterlo identificare con l’infinito; egli, dunque, si trova nella irrealtà, tanto che, nonostante vi sia appoggiato, la siepe – realtà fisica - diventa "quella", cioè è lontana; o meglio, è il poeta che si è allontanato, trasferendosi con l’immaginazione nella irrealtà.

Nei versi 7-13, richiamato dallo stormire del vento fra le fronde degli alberi, il poeta torna nella realtà: il silenzio infinito di prima diventa quello e il rumore che fa il vento (la voce del tempo presente) è indicato con questo.

Nei versi 13-15 abbiamo un rovesciamento della situazione: l’irrealtà di prima (la somma di spazio infinito e tempo infinito) è così piacevole da poter essere considerata l’unica realtà possibile, tanto che essa non solo non è più quella, ma è quest’immensità; ed ancora: mentre prima spazio, silenzio, quiete avevano un aspetto di utopia, adesso si concretizzano e diventano mare, questo mare, diventano, cioè, una realtà tangibile e vicina al poeta. E’ la conclusione di un viaggio intellettuale che lo porta a sentire un piacere infinito, nel quale gli è dolce annientarsi.

 

 

Lessico e figure.

Nonostante la brevità, questo brano contiene tanti spunti di discussione; qui ci limitiamo a poche considerazioni essenziali.

 

Sul piano sintattico osserviamo che tutto è costruito sulla coordinazione: ben undici sono le volte in cui ricorre la congiunzione "e"; si tratta di una costruzione semplicissima dentro cui il pensiero fluisce con estrema facilità. Dei pronomi/aggettivi dimostrativi e della loro funzione primaria abbiamo già detto. Nel primo verso ci sono due termini rilevanti: ermo e fu; il primo è un arcaismo con il quale il Leopardi cerca di dare agli oggetti, ma anche ai sentimenti, un che di "lontano", un qualcosa che allontani dal mondo quotidiano; il suo linguaggio è quindi ricco di termini poco usati, come ermo, rimoto, ricordanza, donzelletta, garzoncello, ecc.; in questo modo vuole segnare il distacco che c’è (che ci deve essere) tra il linguaggio della prosa e quello della poesia. Se avesse detto "solitario" anziché "ermo", avrebbe banalizzato tutto.

 

Fu è usato come un tempo verbale che si riferisce non ad un passato già compiuto, ma ad un tempo che contiene passato presente e futuro; possiamo definirlo come "perfetto di eternità"; esso indica una frequentazione assidua del luogo.

 

Mirando; se il poeta sta seduto dietro la siepe, non può vedere, non può mirare, quindi se ne deduce che il suo "mirare" è tutto interiore, esso equivale a "immaginare con l’intelletto". Spazi e silenzi: il plurale serve ad amplificare i concetti.

 

Le morti stagioni: sono il passato, con la storia di tante civiltà scomparse; la presente e viva e il suon di lei: è il presente, di cui il Leopardi ode i suoni e le voci; forse si riferisce alla piazzuola in cui giocano i ragazzi, alla bottega del falegname che poi ritroveremo nel Sabato del villaggio.

 

Naufragar m’è dolce in questo mare: qui abbiamo un ossimoro, l’accostamento cioè di due concetti opposti. Morire e soprattutto morire affogati (naufragar) non è certamente piacevole, ma per il poeta è "dolce". Quest’immagine così dissonante serve ad indicare quei momenti di grande felicità in cui si accetta anche la morte, perché essa è come un sigillo che chiude quell’esperienza di sommo piacere e impedisce il sopravvenire di altre vicende certamente non dello stesso valore.

 

Ultima annotazione. Il brano si compone di 15 versi; per un poeta come il Leopardi, portarlo a 14 versi e a metterci le rime per fare un sonetto sarebbe stato un giochetto da nulla. Ma il Leopardi non volle mai comporre sonetti, perché il loro schema gli sembrava una gabbia in cui il suo estro non poteva librarsi liberamente. Per questa sua concezione delle forme poetiche, possiamo considerarlo come il "padre" della poesia moderna.

 

 

 

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