Lo schiaffo
(edito da Silarus – n. 250 – anno 2007)
So che mia madre è bella. Lo capii fin dal tempo dell'elementari, quando una volta, invece dalla nonna influenzata, mi accompagnò a scuola e si presentò alla maestra che ancora non la conosceva. Lo capii dai sussurri ammirati, anzi estasiati delle mie compagne. Il commento fu: "E’ bella come un’attrice". Il massimo, come termine di confronto, nella mente infantile.
Oltre che bella è giovane, anche questo è innegabile. Io ora ho quindici anni, lei trentadue: aveva un anno più di me, quando rimase incinta. Non mi avrebbe voluto. Questo l’ho capito dai vari discorsi sfuggiti, fra mia madre e la nonna, quando io ero ancora molto piccola e pensavano che non potessi capire.
Io esisto solo perché la nonna era molto cattolica e si prese l’impegno di allevarmi.
E ancora starei con lei se non fosse morta, due anni fa. Ora vivo con mia madre, anzi dovrei dire che lei vive con me, nella casa dei nonni, dove sia io che lei siamo cresciute.
Mia madre, da cinque anni è separata dall’uomo che aveva sposato a vent’anni e che non è mio padre. Di mio padre so solo che era un suo compagno di liceo: non l’ho mai conosciuto. La famiglia di lui, dopo il fattaccio, si trasferì in un’altra città.
Io le voglio bene, non c’è dubbio, trepido per lei, per esempio, se tarda la sera a rincasare. Il nostro rapporto è strano, è come se io fossi la madre e lei la figlia. Lei va in discoteca, io no. La sera non esco, anche se le mie amiche, a volte, m'invitano ad uscire. Non che ne senta molto la mancanza. Mia madre non me lo permette, dice che non vorrebbe ritrovarsi anche lei con una figlia incinta a quindici, sedici, anni e che, fin da ora, è bene io sappia che mi farebbe abortire.
Pericolo inesistente, perché io non ho un ragazzo. Molte mie compagne invece sì. Non mi sono mai innamorata, non so perché e nessuno s’è mai innamorato di me. Non somiglio a mia madre, lei bionda, io bruna, insomma diverse. Lei è bellissima, io non so se sono carina, forse migliorerei se mi vestissi un po’ più alla moda, ma non abbiamo molti soldi, ora che la nonna non c’è più, non posso permettermi certe fantasie. Per esempio le calze velate. Mia madre dice… Scusate, ma io preferisco chiamarla col nome di battesimo, è un accordo fra noi, quindi: Patrizia dice che, portando sempre i pantaloni, vanno bene i calzini e le scarpe da tennis, del resto è un abbigliamento comune a molte ragazzine della mia età. Solo che le altre, a volte, portano la minigonna e i collant velati. Patrizia invece, spesso indossa la minigonna specie quando la sera va a ballare. Le sta bene, ha belle gambe slanciate.
Non ho mai usato un reggiseno, di quello, Patrizia dice che non ne ho ancora bisogno. Non ne sono molto convinta: durante gli esercizi di educazione fisica, il seno mi balla e mi dà fastidio. Così me ne sono comprata uno di nascosto ai grandi magazzini e lo uso il giorno che devo fare ginnastica. Non è un granché, costa poco, ma serve allo scopo.
Tutto scorre normalmente fino a quel certo giorno in cui sono uscita in anticipo da scuola: per lo sciopero dei mezzi pubblici, il preside ha dato il permesso di uscire prima. Arrivata a casa, sapendo di essere sola, m’è balenata l’idea d’indossare qualche indumento di Patrizia.
Lo so, è stata una stupida tentazione. Ho frugato nei suoi cassetti e vi ho trovato perfino una confezione di anticoncezionali. So cosa sono perché qualcosa hanno spiegato alla lezione di scienze, durante l’ora di educazione sessuale. Poi la mia amica Marisa, che ha il ragazzo ed è più informata, mi ha spiegato di più. Insomma, a parte questo, non mi scandalizzo nel trovare questa roba nel cassetto di Pat. So che, a trentadue anni, è legittimo avere storie e fare sesso, anzi, quando mi chiede di dormire da Marisa, tenendo conto che non mi fa mai uscire dopo cena, posso anche sospettare il motivo, insomma, che voglia far dormire qualcuno a casa nostra.
Marisa, che ha sedici anni, prende regolarmente la pillola e, a volte, si confida e mi spiega di lei e di Fabio, il fidanzato che ha diciannove anni. Penso che un po’ si diverta a raccontare perché capisce che sono proprio digiuna di tutto. Non potrei mai toccare tali argomenti con Patrizia. Non c’è confidenza, poi mi vergognerei e lei anche, o meglio, s’allarmerebbe senza ragione.
Sto ancora curiosando fra le sue cose. Solo per provarne l’effetto, indosso le sue calze, reggiseno, maglietta aderente, minigonna e le sue scarpe col tacco. Eccomi alla prova specchio. Oddio, non che mi piaccia tanto… Forse perché non sono bionda. Abituata all’altra immagine di me stessa, mi vedo un po’ grottesca con un seno sproporzionato sulla mia figura esile. Forse perché il reggiseno di Patrizia è imbottito e a me bene non sta.
E’ così che lei mi scopre, rincasando prima del tempo, sempre per via dello sciopero dei mezzi pubblici. Ma perché grida tanto?
- L’ho fatto solo per prova, Pat. Per curiosità -
Lo schiaffo mi fa quasi girare la testa, imprevedibile quanto esagerato.
- Non devi permetterti. Ma ti vedi? Sembri più vecchia di dieci anni, per non dire peggio -
Ma sì, lo vedo, nemmeno io mi piaccio, ma è proprio la sua reazione che sveglia in me l’istinto di ribellarmi.
- Le mie compagne si vestono anche così -
E tu invece no -
Mi cambio in fretta, penso che quando, prima o poi mi chiederà di dormire da Marisa, io ne approfitterò. Quello schiaffo mi brucia sul viso come un ferro rovente.
***
Per me riuscire bene a scuola è importante, almeno il diploma voglio prenderlo. Ho il timore che Pat mi chieda di smettere con la
scuola. Continua a ripetermi che un figlio, a scuola, costa. Infatti, non le chiedo mai soldi per quaderni, o simili oggetti di cancelleria. Nemmeno molti per vestirmi. Mi dà una piccola cifra ogni mese e me la faccio bastare. Dopo quel famoso schiaffo che seguita a bruciarmi nella mente e nell’anima, ho capito che la sincerità con Pat, non paga e ho deciso di mentire più spesso: non è poi così difficile e ci si abitua.
Finalmente arriva la famosa sera che Pat mi chiede di dormire da Marisa, mentre lei invece va, questa la scusa, da una sua ipotetica amica che soffre di depressione e a volte la chiama in soccorso. Io fingo di crederle e tutto fila al meglio.
Ma stavolta è sabato: è l’occasione che aspettavo e la sfrutterò.
Lo strano è che non ci tengo così tanto, è solo per… ma sì lo ammetto è una specie di vendetta, forse non proprio, ma un dispetto sì. I vestiti per cambiarmi, comprati di nascosto al mercato, me li tiene Marisa a casa sua, da usare solo in certe occasioni, se ce ne saranno altre.
Niente minigonna: mi fa sentire a disagio, non ci sono abituata. Indosso jeans elasticizzati con la cintura bassa che scopre l’ombelico e una maglietta aderente. Fabio, il ragazzo di Marisa ha la patente e una Golf, andrò con loro in discoteca e mi farò un’idea dopo che tanto ne sento parlare, soprattutto male.
***
Nel locale, il volume della musica è davvero esagerato, mi stordisce: sarà che non ci sono abituata. Le luci intermittenti seguono il ritmo frenetico, tutto questo non fa per me: mi sa che sono tutta sbagliata, non so vivere il mio tempo. Marisa e Fabio si sono allontanati, qualcosa mi hanno detto, ma non ho capito bene,
con tutto questo frastuono che mi scoppia in testa. Qualcosa come: - Torniamo a prenderti -
Spero proprio che non tardino. Qualcuno si avvicina e mi porge un bicchiere. - Ciao, sono Simone. Sei sola? -
- Sono con i miei amici -
- Li ho visti andarsene –
- Tornano fra poco –
Si mette a ridere: - Dipende.. C’è chi ha bisogno di tempo, chi meno-
Capisco che la frase nasconde, e nemmeno tanto, il doppio senso e non voglio fare la figura della stupida, così rido anch’io e mi sento più stupida che mai.
- Che roba è? -. Gli indico il bicchiere che mi porge.
- Una bibita innocente, nessuna bomba, fidati -
Lo osservo e capisco che è abbastanza adulto, almeno se lo confronto con Fabio.
- Quanti anni hai? –
- Ventisei e tu ? -
- Diciotto -. Mento. Così vestita dimostro di più.
- Sei giovane… anche molto carina, insomma… più che carina- Ride di nuovo: - Un fiore da cogliere. O arrivo in ritardo? -
Fiuto il pericolo, una specie di malessere. Ma dove diavolo sono andati Marisa e Fabio, per una volta, visto che siamo venuti insieme… potevano anche rimandare il loro momento di’intimità.
Bevo, per darmi un contegno, l’intruglio nel bicchiere e anche perché ho sete e non ho soldi con me.
Mi gira la testa, anzi mi viene perfino da vomitare.
-Vieni, balliamo
Mi muovo a caso, seguendo la musica, e poi ho osservato gli altri, non è difficile. Però, accidenti, la testa mi gira davvero troppo.
- Ti porto a prendere una boccata d’aria -
Sì, ha ragione è meglio, mi sento molto confusa. E, infatti, l’aria fresca mi dà come un sferzata sul viso infuocato.
- Ma perché in macchina, scusa? –
- Facciamo un giro, arriviamo al lago: c’è aria più pulita là -
***
Rientro nel locale, dove saranno spariti Marisa e Fabio?
Sono loro a trovarmi. - Ma dove sei stata? -
- Mi sentivo male, sono uscita a prendere un po’ d’aria… -.
Non so nemmeno quel che dico.
- Ma sono due ore che ti cerchiamo, mi hai fatto una paura, le ho pensate tutte-. E’ la voce di Marisa. Due ore, che cosa sta dicendo, è lei che se n’è andata! La testa mi scoppia. L’auto, le mani addosso, le luci sul lago… Menomale, mi ha riportata davanti alla discoteca.
Il giorno dopo, ancora non ricordo, eppure tutto mi è spaventosamente chiaro. Anche perché certi segni sul mio corpo, dopo, sono stati evidenti. Una doccia non basta a cancellarli. Cosa dovrei fare? Raccontare tutto? Nemmeno ricordo esattamente. Mettere nei guai anche Marisa? Ma come faccio? Denuncia, carabinieri, scandalo… Ma poi c’è stata violenza? Io sono uscita con lui, il buttafuori mi ha vista seguirlo e, dopo, scendere dalla sua macchina… Patrizia mi ammazza. Per niente mi ha dato quello schiaffo, cosa potrebbe arrivare a farmi adesso? Al diavolo, macché Patrizia: è mia madre, non può seguitare la commedia. Mia madre.
Marisa mi ha parlato della pillola del giorno dopo, dovrei andare subito dal medico di famiglia, ma mi vergogno, è anziano, conosceva la nonna. Oddio, meglio la vergogna che restare incinta. Sì, certo, oggi stesso ci vado. Poi è legato al segreto professionale, o no? Vorrei essere morta.
Mariella (Marzia) Plumeri