IL MANOSCRITTO SMARRITO

(edito da Silarus n.272)

Per timidezza o insicurezza, quasi dimenticato. Ritrovato e riletto, dopo un trasferimento in una nuova città. Episodi concatenati fra loro a formare un romanzo. Se gli amici non avessero tanto insistito, sarebbe tornato a ingiallirsi nel cassetto. Che sia un editore di tutto rispetto, consigliarono. Così quelle pagine dattiloscritte misero ali e partirono.

Strano a dirsi, ebbi un contatto telefonico con un redattore che seguì passo passo l’iter del romanzo. Era stato dato in lettura a collaboratori esterni, consulenti di una casa editrice piuttosto nota e importante, segno di una certa considerazione iniziale. Da quei lettori fu promosso. Però la decisone finale spettava all’editore. Fu negativa. Autore sconosciuto, troppe pagine, commercialmente non conveniente. Un anno di attesa quasi fiduciosa per una conclusione deludente. I manoscritti inviati non saranno restituiti. Questa la precisazione generica per tutti. Quel mio manoscritto invece sì, era stato restituito per corriere, senza che lo avessi richiesto. Lo interpretai come un segno di rispetto e apprezzamento. Ma… come in molte storie ci fu un "ma," quindi un seguito imprevisto o imprevedibile.

Dopo un mese, il manoscritto non era ancora tornato. In pratica, può sembrare poco importante approfondire la questione. Avevo infatti il file del romanzo nel computer, inoltre salvato in un floppy disk, e una copia raccomandata spedita sigillata a me stessa. Fu forse una questione di principio, o di sospetto oltre che preoccupazione, per quel plico finito non si sa bene dove.

Il redattore della nota casa editrice, interpellato, mi rassicurò: << Le confermo che l’opera è stata spedita. Le do gli estremi della consegna e della ricevuta del corriere >>. E aggiunse il nome.

<< Si rivolga al corriere, interessa anche a me sapere >>.

Un episodio apparentemente insignificante prese forma, diventò un puntiglio, un rebus da risolvere. Fu come se quel manoscritto mi chiedesse ragione di quel suo viaggio senza ritorno.

L’impiegato del corriere di spedizioni rispose gentilmente: << Farò un verifica, mi richiami domani, le saprò dire>>.

Il giorno dopo, quasi infastidito, avrebbe precisato: << Noi abbiamo una bolla di consegna firmata da lei. E, del resto, anche il nostro incaricato alle consegne ricorda bene, quindi non ci sono dubbi>>.

<< Se io avessi ricevuto e firmato non sarei qui al telefono con lei >>.

<< Non so che dirle, noi siamo a posto. Ad ogni modo, le spedisco una copia della ricevuta da lei firmata >>.

E già, esisteva una ricevuta firmata. Da me. Nessun reclamo plausibile quindi. Chiesi di parlare con chi aveva fatto la consegna, per capire dove e a chi avesse consegnato per errore. Mi fu negato.

Dapprima considerai l’ipotesi di una mia amnesia, che subito respinsi. Poi diventò una sorta di ossessione. Non era stato rintracciato il rustico ristrutturato in campagna, dove abitavo da anni e un autista scorretto aveva eliminato l’oggetto del contendere. Il manoscritto diventò per me quasi un… familiare rapito, o peggio, destinato a perdersi per sempre, a macerarsi in qualche fossato o, gettato come spazzatura in un contenitore della nettezza urbana. Pagine in decomposizione. O triturate.

Ragionai e cominciai a domandarmi chi, visto che esisteva una bolla di consegna firmata, lo avesse ricevuto, per errore, al posto mio. Però… oltre al mio indirizzo preciso risultava, sulla busta e sulla prima pagina del manoscritto, anche il mio numero di telefono. Il destinatario sbagliato avrebbe potuto telefonarmi, al suo posto lo avrei fatto, soprattutto intuendo il contenuto del plico, restituito da una casa editrice.

Mi venne l’idea di scorrere, sull’elenco telefonico, tutti i nomi della località in cui era posta la frazione in cui abitavo, cercando un nome simile al mio.

Lavoro meticoloso, paziente e… paranoico. Trovai un nome, fra i tanti scorsi, di una signora, nazionalità svizzera, che aveva acquistato — lo appresi in seguito — una villetta non molto distante dalla mia abitazione. Nome identico e cognome molto somigliante, soltanto più breve il suo, come l’abbreviazione del mio, così come lo scarabocchio di firma sulla ricevuta dimostrava. Sigla non dissimile dalla mia. Stessa forma della M iniziale.

Non persi tempo e mi recai di persona. No, la proprietaria era in Svizzera da alcuni mesi, sarebbe tornata in estate per le vacanze. Il custode, al quale era stato affidato l’incarico della casa e dell’eventuale posta in arrivo, fu davvero molto gentile.

<< Se vuole entrare, signora, io la faccio entrare. Così può verificare di persona la posta ricevuta. Più bollette di pagamento che altro. Nessun plico, mi creda . Me ne ricorderei >>. In ogni caso, la persona, assente da mesi, non poteva aver firmato al posto mio.

***

Ero stata occupata in impegni familiari più immediati, messo in disparte quel pensiero, sdrammatizzando il tutto. Ma, alcune settimane dopo, fu di nuovo come se una voce risuonasse dentro di me, un’invocazione, come se mi si chiedesse di continuare a cercare. Follia?

Casualmente appresi che esisteva una località omonima, un piccolo paese, sempre in Toscana, unica variante la vocale finale: i invece che o.

Di nuovo tornai all’elenco telefonico, ormai diventato mio alleato. In casa mi guardavano con compatimento, magari un pochino preoccupati per certe mie esternazioni sintomo di un disturbo psicologico.

Per fortuna, non tanti nomi di residenti in quel paese collinare a più di cento chilometri dal mio.

Strano a dirsi, fra quei nomi, eccone uno che, come il precedente, era simile al mio: Maia e non Maria e un cognome identico per le prime quattro lettere. Il mio, come privato delle ultime tre. Una firma, anzi una sigla scritta in fretta, straordinariamente simile alla mia, nella ricevuta di consegna speditami dall’impiegato del corriere…

Digitai quel numero telefonico. Molti squilli a vuoto. Riprovai più tardi. Nessuna risposta. E allora, quasi fossi davvero invasata, ma pressata da un richiamo sempre più irresistibile, cominciai a comporre altri numeri simili al primo, con la sola variante dell’ultimo numero: quello di Maia un cinque, io insistetti con il sei, setto, otto finali. Per fortuna, furono squilli a vuoto, nessuna risposta, perciò, mi dissi, avevo evitato la figura della pazza. Al quarto tentativo, numero finale nove, mi rispose invece una voce maschile.

<< Sto cercando la signora Maia (e il cognome), ma dopo tanti tentativi al telefono, non ho avuto risposta>>

<< Non è in Italia. Ora si trova nella sua casa in Germania>>

<< Vedo che è informato…>>

<< Sono un suo amico. Ma lei chi è? E perché la sta cercando? >>. Mi ero presentata infatti con il solo nome di battesimo.

<< Mi chiamo Maria P…… – precisai – e sono sicura che la sua amica abbia ricevuto un plico al posto mio, due mesi fa, e lo abbia trattenuto. Suppongo che in quel momento si trovasse in Italia o che qualcun altro lo abbia preso, pensando fosse per lei>>.

Chi mi suggeriva tanta presuntuosa sicurezza?

Silenzio molto prolungato dall’altra parte. Come chi è sorpreso e cerca mentalmente le parole giuste prima di parlare.

<< Sì, è vero. Il plico è stato consegnato a Maia >>

Devo essere sincera. Non mi sarei mai aspettata quella risposta così categorica e, ora che era arrivata, ero sbalordita più di chiunque altro l’avesse ricevuta.

Seguitò: << L’ha portato con sé in Germania. Ma mi creda, Maia non è una persona cattiva… lo ha preso insieme ad altri plichi. Le dirò… è anche lei una scrittrice oltre che traduttrice di testi di autori molto noti…

Peggio di peggio, allora pensai. E perché mai quell’uomo stava rivelandomi quei particolari? Lo capii in seguito. Era convinto che io avessi avuto quell’indicazione dal corriere di spedizione. Così come sarebbe stato logico, se soltanto il responsabile dell’errore fosse stato corretto.

La conversazione si prolungò su vari argomenti, quasi per un ‘ora. Quel Tommaso, così si chiamava, mi raccontò di sé, della famiglia, dell’amicizia con Maia vicina di casa, dei figli con la prima moglie, della separazione, della compagna attuale, della sua professione, delle molteplici attività secondarie… Qualcuno afferma che io riesca a far parlare anche i sassi. Fu una conferma? Io ritengo che le domande giuste al momento giusto, con un tono garbato, possano indurre alla confidenza. Mio marito ricorda che proprio la mia voce al telefono, molti anni fa, fu il particolare che suscitò il suo primo interesse.

<< Potremmo darci del tu…>> suggerì Tommaso. Nel frattempo si era lasciato sfuggire alcuni riferimenti al contenuto del mio romanzo. Così capii che il plico era stato aperto e il testo letto. Magari in gruppo, durante una serata fra amici. E, paradossalmente, era stato anche apprezzato dall’esperta traduttrice di noti autori italiani, visto che lo aveva portato con sé in Germania.

Assecondai Tommaso nelle sue confidenze e pochi accenni alla mia vita. Ma era evidente che desiderava soltanto raccontarsi ed essere ascoltato. Soltanto dopo, quasi fosse una rivalsa, gli precisai di essere arrivata alla verità, componendo numeri a caso sulla tastiera telefonica. Lo sconvolsi. << Non è possibile>> quasi balbettò. Dispiaciuto di aver tradito Maia? Spaventato di trovarsi a dialogare con una specie di indovina?

<< È stato il libro a chiamarmi con insistenza e forse mi ha anche guidata nella direzione giusta>> precisai. Lo confusi ancora di più e allora sparai la mia richiesta come un ultimo colpo a centrare un bersaglio.

<< Tommaso, penso che adesso possiamo considerarci amici… so quasi tutto di te. E, se mi sei amico, ora dovresti dimostrarmelo, dandomi il numero di Maia a Berlino>>.

Nuova pausa di silenzio, poi decise: << Sì, è sulla mi agenda, vado a prenderla>>.

Temevo che potesse pentirsi, invece mantenne e mi dettò il numero. Lo ringraziai e non persi tempo. Prima che potesse farlo lui, chiamai quel numero decisa e seguitare, se fosse stato necessario, anche per ore. Intanto insistevo a fare congetture. Doveva esserle davvero piaciuto, il mio romanzo, se aveva ritenuto di portarselo via. Per che farne? Tradurlo? Presentarlo ad un suo editore tedesco? La storia era ambientata nell’ultima guerra, molti episodi si riferivano a soldati tedeschi… Un furto? Un progetto di plagio? Mi rifiutavo di crederlo, ma allora perché quella donna non mi aveva telefonato, quando s’era resa conto dell’errore? Capivo che, sul momento, quel plico, insieme ad altri, poteva esserle sfuggito. Era solita ricevere testi da tradurre dalla casa editrice con la quale collaborava… Magari la stessa che mi aveva restituito il romanzo. Ma dopo?

Fui di nuovo fortunata. Al terzo squillo rispose una voce femminile. Un lieve accento tedesco ma un perfetto italiano. Non persi tempo. Mi presentai e già al mio nome avvertii la sua sorpresa e il suo imbarazzo.

<<Mi risulta che lei abbia con sé un mio manoscritto>>. Ferma e decisa e la sua domanda per risposta fu molto esplicativa: << Glielo ha detto il corriere?>>. Già una conferma. Non precisai.

Il seguito, agli affetti di questo racconto, forse non è determinante. Maia imbastì un paio di giustificazioni senza senso. Ero ormai certa che, qualsiasi fossero state le sue intenzioni, ora si sarebbe fermata.

Mi rispedì il romanzo per via aera (come mai non prima di allora?), utilizzando la stessa scatola di cartone della casa editrice, il mio indirizzo già stampato sulla targhetta adesiva, numero telefonico compreso. Le pagine sgualcite tradivano la lettura sua e di altri in precedenza. Aveva aggiunto, nel plico, una cartolina che rappresentava una foto di personaggi esistiti all’epoca fascista. Un uomo e una donna. Una coppia dell’epoca. Lui nella divisa militare di un periodo doloroso, o meglio tragico e drammatico, lei con abiti anni 30-40. Dietro, poche parole, un augurio di successo per il libro e per me.

Fu così che decisi immediatamente di pubblicarlo con un piccolo editore. Uno dei soliti… Ma quale altra soluzione avrei potuto trovare a scanso di ripensamenti ed equivoci?

Il romanzo ebbe soddisfazione, prese vita. Il suo richiamo insistente era stato ascoltato. E fu libero finalmente di andare incontro al proprio destino.

Mariella (Marzia) Plumeri

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