Madurai
Dato che il viaggio tra Trichy e Madurai dura solo tre ore, non sono previsti treni con l’aria condizionata, ma solo con una serie infinita di ventilatori attaccati al soffitto. I finestrini del treno non hanno i vetri, ma solo delle sbarre metalliche orizzontali. Nel nostro immaginario sono proprio i tipici treni indiani che spesso si vedono in TV, dove centinaia di persone viaggiano stipate. Qui invece i posti sono numerati, anche se poi ci siamo dovuti scambiare per evitare che Chinese sedesse vicino ad una signora indiana in viaggio col marito. Il vento, il caldo, il rumore, la polvere, l’odore di latrina che raggiunge gli scompartimenti ogni volta che qualcuno apre la porta del gabinetto rendono il viaggio piuttosto pesante. In una stazione il treno si ferma a lungo e Riki scende a sgranchirsi. È in piedi fuori dalle sbarre e guarda dentro. Una coppia scandinava in viaggio nel nostro stesso vagone evita qualunque tipo di comunicazione sia con noi che con gli indiani, cercando di rendere quell’ambiente asettico dal punto di vista umano.
A Madurai la stazione è in centro. Acquistiamo subito i biglietti per Thiruvananthapuram e a piedi ci dirigiamo verso il nostro hotel. Un paio di traverse dalla stazione e arriviamo. A parte i camerieri che trovano qualunque scusa per entrare in camera, fare dei servizi, come per esempio sintonizzare i canali della televisione, e aspettare una mancia, l’hotel Chentoor gode di una bella vista sui templi dal ristorante sul tetto. Nonostante la stanchezza, Chinese ed io facciamo una camminata in notturna nelle vie brulicanti dei gente del centro cittadino. I negozi sono aperti, i commercianti cercano di attrarre la nostra attenzione propagandando le loro merci. Un tipo offre di cucire un paio di pantaloni al Chinese uguali a quelli che indossa. Certi di non rincontrarlo, gli spieghiamo che siamo appena arrivati e che l’indomani si può parlare della faccenda. Ed eccolo, l’indomani, lungo la via che porta al Meenakshi temple. Ci riconosce ed insiste per i pantaloni, o una camicia o qualcos’altro. Allora, presa dalla curiosità, decido di farmi riprodurre una tuta di stoffa che porto in ogni mio viaggio, che mia madre mi aveva cucito quando avevo diciott’anni. Saliamo al primo piano di un edificio. Il sedicente sarto si dimostra essere un mediatore e si mette in cerca di un sarto vero. Poco dopo, scelta la stoffa tra una serie di pezze colorate e ben impilate, il sarto prende misure e modello della mia tuta e garantisce che in due ore sarà pronta.
Il Meenakshi temple è una spettacolare costruzione con dodici torri riccamente decorate con sculture di dei e personaggi della mitologia indiana. All’interno della prima cerchia di mura una guida ci aggancia e mostrando un cartellino con una foto e qualche scritta in caratteri locali insiste per accompagnarci. Accettiamo dopo un’adeguata contrattazione del prezzo e come primo passo vediamo le mucche sacre entrando scalzi nella stalla dove i fedeli impongono le mani sul loro posteriore portandosele poi al volto in segno di devozione. Qualcuno raccoglie gli escrementi. Il sole picchia forte e si cammina sotto lunghe tettoie che ricalcano il perimetro della seconda cerchia muraria, fino ad arrivare nell’atrio del laghetto dorato. Un grande porticato, ricco di sculture maestose, altari votivi e affreschi delimita la parte superiore di una grande vasca d’acqua che i fedeli raggiungono scendendo lungo gradini bianchi e rossi. Su uno dei quattro lati della vasca, si trova un altare, ricavato in una nicchia, su cui le offerte piovono più numerose: cesti di frutta, candele, fiori e burro fuso che presto irrancidisce con il caldo e quasi toglie il respiro. La visita al tempio prosegue verso un livello più interno. La parte più antica della struttura è poco luminosa ed ampi corridoi conducono alla sala delle mille colonne. Numerosi altari, dedicati a diverse divinità vedono i fedeli sfilare compostamente lasciando doni e chiedendo grazie. Due famiglie stanno celebrando il matrimonio dei loro figli. Un ragazzo ed una ragazza sono seduti vicini, a gambe incrociate, su dei cuscini. Lei indossa uno sgargiante shari rosso con ricami dorati, lui una camicia chiara e pantaloni. In fronte un segno di buona fortuna. I genitori degli sposi ci invitano a prendere parte alla loro festa. Ci offrono dei doni tipici delle cerimonie nuziali: un piccolo contenitore di ottone con dentro una polvere gialla, una ghirlanda di fiori bianchi che le donne mi attaccano ai capelli, una collana di spago arancione con appeso un piccolo lingam di polvere compressa da usare come cipria. Sono tutti molto entusiasti.
È il 15 agosto, festa nazionale, sessantesimo anniversario dell’indipendenza dell’India. Dovunque sventolano bandiere bianco-verde-arancio e quasi tutti portano appese ai vestiti delle piccole bandierine di carta. Anche noi ne portiamo una, regalataci dal gestore dell’albergo. Avviandosi verso l’uscita del tempio, gruppi di persone, adulti e bambini chiedono di essere fotografati e si mettono velocemente in posa assumendo automaticamente un’espressione seria.
Ed ecco che la guida, con la scusa di mostrarci una vista ravvicinata della torre del tempio, ci fa entrare in un negozio i cui dipendenti fanno di tutto per venderci qualcosa. Uno di loro ci accompagna su una terrazza sul tetto del palazzo, scattiamo qualche foto e prima di uscire acquistiamo dei batik con raffigurati elefanti. Nel frattempo la guida è scomparsa.
Il ritiro della mia tuta al negozio del sarto mi fa subito capire che le dimensioni non sono proprio quelle del modello, è più larga che lunga, ma solo l’esperienza merita il prezzo pagato.
A piedi tra le vie di Madurai ci dirigiamo verso il palazzo indo-saraceno, costruito dal sovrano Tirumalai Nayak nel 1636. All’ingresso, assillanti signore in sari coloratissimi ci vogliono vendere cavigliere d’argento, almeno così dicono, partendo da prezzi molto elevati e poi scendendo rapidamente pur di concludere l’affare. Il palazzo mostra ancora gli antichi sfarzi, soprattutto nel cortile principale circondato da un colonnato di grande altezza con decori e forme degli archi tipici dello stile saraceno. I piccioni che dimorano sulle travi delle arcate sono centinaia e se ne vedono i segni per terra. Uno sciame di api è appeso al soffitto. L’antica sala da ballo con il trono del sovrano è ancora ben conservata ed un cavallo di pietra, decorato con bassorilievi indù, sembra messo lì per farsi fotografare. Studenti più piccoli in comitive numerose e studenti più grandi visitano il palazzo e non perdono occasione per farsi fotografare e rivolgerci la parola. Seduta su una gradinata, fuori dal traffico delle scolaresche, una coppia di innamorati ammira la struttura architettonica e si tiene timidamente per mano fra le pieghe dell’abito nero che indossa la donna.
La notte è prevista una processione all’interno del Meenakshi temple. Il tempo è inclemente e fortissime raffiche di pioggia e fulmini fanno desistere Riki dal venire. Chinese ed io, dentro le nostre mantelline da montagna, raggiungiamo il tempio in autorisciò e poi, a piedi scalzi, seguiamo il perimetro delle mura del primo anello per andare verso l’ingresso principale. L’acqua corre veloce sulla pietra spesso scivolose, ma è calda e nel tempio l’odore acre del fumo dei lumini, del burro fuso, della moltitudine accorsa per l’evento si fa sentire. Giusto in tempo per il passaggio del corteo. Bramini nelle loro vesti bianche avvolte alla vita, con segni bianchi e colorati sulla faccia, trasportano una portantina d’argento con dentro la statua di un dio. Musicisti con tamburi e trombe seguono la portantina e quando il corteo raggiunge l’ingresso della dimora della statua, i bramini si fermano, ruotano intorno alla reliquia, alcuni le fanno vento con grandi ventagli di piume, battono i tamburi, si accende una fiamma in un bracere e la cerimonia si conclude. È il momento in cui vediamo il maggior numero di turisti occidentali, quasi assenti in tutte le tappe del nostro viaggio.
Il museo di Ghandi documenta con disegni, foto, oggetti e pannelli la storia dell’India dal periodo coloniale all’indipendenza. L’abito ancora sporco di sangue, che Ghandi indossava quando fu ucciso, chiude la vista e non lascia indifferenti. Il museo è caratterizzato da un grande silenzio all’inizio, poi una scolaresca dietro l’altra invadono le sale ed è difficile soffermarsi a leggere i pannelli illustrativi. Dai bambini delle elementari ai ragazzi delle secondarie, tutti si presentano, ci danno la mano, ci dicono i loro nomi, ci chiedono i nostri, si fanno fotografare e se ne vanno.
Il museo governativo invece è veramente triste. Al di là di una collezione di bronzi di dei danzanti e pochi reperti archeologici, una serie di vecchi animali imbalsamati e sotto formalina riempie le ultime stanze. La polvere ha ormai intriso quelle bestie il cui aspetto da vive doveva essere ben diverso. L’unica cosa che ci colpisce è la dimensione dei pipistrelli con apertura alare di almeno mezzo metro. Il custode del museo, che ha tanto insistito per farci da guida tra a quelle tristezze, insite per una mancia.
Roberta Ferri
6a tappa - il seguito a breve