MINESTRONE E BUDINO
Ho mal di testa, ma non è colpa mia. E’ il cielo pesante che mi si appoggia sulla testa e stringe e preme. Quando arriva il mal di testa io lo sento arrivare. A volte vedo anche delle macchie gialle. La pillola è amara. Di sapore, dico. E’ amara e posso prenderla. Ho lasciato sciogliere lo zucchero lucido e rosa in bocca e ho sentito che dopo lo zucchero la pillola è amara. Così serve solo a far passare per un po’ il mal di testa. A volte passa anche per un giorno. Il dottore dice che la mia è una cefalea essenziale. Sono quasi trent’anni che lo dice. La cefalea essenziale fa venire il mal di testa. Neanche le radiografie me l’hanno fatta passare la cefalea essenziale. E a me di radiografie ne hanno fatte un sacco. Quando ero giovane, quando ero più giovane, mi accompagnava Alfonso a fare le radiografie alla testa e al collo. Mi accompagnava quando aveva tempo e Alfonso non aveva quasi mai tempo. Io e Alfonso ci siamo sposati tardi perché non abbiamo trovato di meglio prima, diceva lui. Il mal di testa io ce l’avevo già quando ci siamo sposati. Lui il fegato ce l’aveva buono. Almeno credo. Lui non si ammalava mai. Figli non ne potevamo avere, ma non so se fosse davvero colpa mia. Io ce la mettevo tutta ma Alfonso era distratto. Sembra che la pioggia abbia sfondato il cielo, e stavolta la pillola ce ne mette del tempo a fare effetto. Ma, almeno, questa pillola la posso prendere. Il chiasso non mi dà tanto fastidio: tanto la notte io non dormo. Il dottore dice che è strano che il chiasso non mi dia fastidio. Non è che non mi dia proprio fastidio: mi dà meno fastidio di quello che pensa il dottore. Mino dice che dormo tutto il giorno, ma io non credo che sia vero. Lui è convinto che io dorma ma io sto solo zitta, perché è parlare che dà fastidio quando ho mal di testa. Prima di smettere di prendere la pillola per dormire, la pillola mi faceva dormire di notte. Non era proprio un bel sonno, però dormivo. Alfonso i figli non li voleva. Sono delle seccature, diceva. Perché cercarsi delle altre seccature dopo tutte quelle che ho già? Io non so bene che lavoro facesse Alfonso. Lavorava all’azienda dell’acqua, questo lo so. Si metteva la cravatta e usciva con una borsa di pelle piena di fogli perché all’azienda dell’acqua era uno importante. Seccature ne aveva, perché gli telefonavano a casa anche la domenica. Non so chi gli telefonasse. A volte si spazientiva. Questo è niente, diceva lui: le seccature vere sono altre. Quando avevo mal di testa lui sbuffava, apriva le braccia e pestava i piedi. Non era colpa mia, però: è la cefalea essenziale che fa venire un mal di testa molto forte e a volte si vedono anche le macchie gialle. Alfonso aveva dovuto prendere un pomeriggio di permesso. Era quasi Natale il pomeriggio in cui abbiamo portato a casa Mino, che allora si lasciava chiamare Mino anche perché non capiva ancora. Nelle carte si chiamava già Guglielmo anche se era così piccolo. Si sapeva quando era nato e dove e anche come si chiamava. Avevamo tutto: le firme, i corredini, l’albero di Natale. Alfonso non lo voleva. Tu sei sempre fuori, gli dicevo io: al bambino ci penso io. Alfonso andava a dormire da sua sorella, ma Mino non piangeva tanto. Alfonso, gli dicevo io, Mino non piange di notte, anche se un po’ piangeva. Però Alfonso aveva già tante seccature e così andava a dormire da sua sorella. Le valige sono pronte. Due sono e sono le valige grandi. Però non è che ci stia proprio tutto dentro. Non so se quando andremo Mino avrà preso la sua medicina. Non ha degli orari fissi, almeno mi pare. Da piccolo Mino era come tutti gli altri bambini. Quando si ammalava, Alfonso mi guardava, ma non credo che fosse colpa mia: anche gli altri bambini si ammalavano. Il bambino del macellaio è addirittura morto di non so quale malattia. Mino no, invece. Lui si ammalava e basta. Non ne avevamo già abbastanza di seccature, diceva, senza andarcene a prendere in casa un’altra? Perché io non mi ammalo mai? Era vero: Alfonso non si ammalava mai. Poi Mino è cresciuto, ma a me sembrava sempre quello nel fagottino di Natale. Lui e Alfonso non si parlavano. Non è che avessero litigato: non ce ne sarebbe stato motivo, perché Mino di notte non piangeva più da anni. Solo che non avevano niente da dirsi e a non parlarsi ci avevano preso l’abitudine. Così, anche quando sarebbe stato comodo parlarsi, non si dicevano niente e aspettavano che arrivassi io. Quella volta del fibroma, che è una malattia che il dottore dice che hanno solo le donne, e sono dovuta rimanere in ospedale perché mi hanno operata, Alfonso si è molto innervosito. E anche Mino non era contento. Ma non era colpa mia: il fibroma è arrivato e io non sapevo neanche che cosa fosse. E’ stato il dottore a dirmelo. A casa nostra era venuta sua sorella, non quella del dottore che, magari, di sorelle non ne ha, la sorella di Alfonso, mia cognata, e al mio ritorno lei mi disse che Mino era una seccatura. Già a tredici o quattordici anni Mino usciva senza dire dove andava e tornava molto tardi. Io lo aspettavo alzata e lui non mi diceva niente. Aveva quindici anni quando i carabinieri lo riportarono a casa la prima volta. Era stato fuori cinque giorni, l’aveva detto anche la radio, e non si sa dove fosse andato, che cosa abbia mangiato, dove abbia dormito, se abbia avuto freddo perché era novembre, dove abbia preso i soldi. Ma ce lo dovevano proprio riportare? diceva Alfonso. Io me lo ricordo bene: in quei giorni io non avevo mal di testa, anche se restavo sveglia tutta la notte ad aspettare una telefonata. Poi se n’è andato di casa tante altre volte. Qualcuna me la ricordo poco. A scuola non è che andasse bene. Non fa i compiti, non sta attento e spesso non viene nemmeno, diceva la professoressa che mi aveva accompagnata dal preside. Il preside non diceva niente. Disturbare, non disturba: lui non parla mai con nessuno. Sta là, nel suo banco e non si sa a che cosa pensa. Non si sa neanche se pensa. Il preside rideva che sembrava un topino. Alfonso non voleva. Non serve perderci del tempo, diceva. Io, invece, lo mandai alla scuola privata. I soldi li metto io, dissi, quelli che mi ha lasciato mio fratello. Però Mino a scuola non ci andava. Neanche alla scuola privata. Non diceva niente, ma a scuola non ci andava. Che lavori, almeno, diceva Alfonso. Senti Guglielmo, gli dissi io, tuo padre vorrebbe che tu andassi a lavorare. Lui stava zitto e mi guardava come se non esistessi. Dopo un mese Mino non aveva trovato nulla perché un lavoro adatto a lui non c’era e mi diede uno schiaffo. Io non me l’aspettavo perché non stavo parlando con lui e avevo mal di testa. Quando ho mal di testa non mi piace parlare, specialmente quando vedo le macchie. Anche se un po’ mi fece male, mi venne in mente che erano anni che Mino non mi toccava. Non trova lavoro perché non vuole trovarlo, perché non l’ha nemmeno cercato, diceva Alfonso e mi guardava male. Così una sera arrivò con un foglio su cui era scritto un indirizzo e lo mise sopra al piatto di Mino. Dopo due giorni andai dai carabinieri. Credevo che si fosse messo tranquillo, mi disse il maresciallo. Lo trovarono al mare, al mare che doveva essere febbraio o marzo, con degli altri che io non conoscevo. Non c’è bisogno che torni a casa, diceva Alfonso. E infatti Mino non tornò. Non possiamo farci niente, diceva il maresciallo: è maggiorenne e può fare quel che vuole. Non venne neanche durante la malattia di suo padre, di Alfonso. E non telefonò neppure. Io non sapevo dove cercarlo per dirglielo, e così, forse, lui non ne sapeva niente. Il dottore lo fece ricoverare all’ospedale, fece ricoverare Alfonso, non Mino, e Alfonso ci mise sì e no un mese e mezzo a morire. Cancro del fegato. Certo che Alfonso ne ha avute delle seccature nella sua vita. Io credo che Mino l’abbia saputo perché due giorni dopo il funerale arrivò e prese i soldi che Alfonso teneva nella cassettina di ferro. Prese tutta la cassettina, poi partì senza dirmi niente. Per qualche anno l’ho visto saltuariamente, quando mi dicevano che era in prigione. Non ci stava mai molto in prigione, perché non faceva delle cose gravi. Io preferivo che stesse in prigione, e l’ho detto al maresciallo: là, almeno, mangia regolarmente, si lava, dorme al coperto, c’è qualcuno che gli dà un’occhiata. Però il maresciallo diceva che non si può e che la prigione non è mica un albergo dove uno può andare e venire a suo piacimento. Per andarci bisogna meritarselo. Un giorno che vedevo le macchie gialle Mino arrivò con la sua amica, che io non avevo mai vista, e restarono in casa tutti e due, senza dirmi niente. E da allora non si sono mossi. Non so che mestiere facciano. A volte contano dei soldi accartocciati. Le due valige, quelle grandi, le ha messe lui nell’automobile. Nella mia stanza ci sono altri cinque letti. E’ solo quello alla mia sinistra che mi dà un po’ fastidio perché piange sempre. Non è che mi faccia aumentare il mal di testa: è che non mi piace il suo modo di piangere. Il letto che urla, invece, non mi dà molto fastidio perché ho sentito l’infermiera che diceva che non ha niente. Una seccatura, avrebbe detto Alfonso. Io sono abituata alle urla anche quando ho mal di testa. E’ parlare che mi dà fastidio. Quando ero ancora a casa l’amica di Mino mi veniva dietro, mi urlava improvvisamente qualcosa e poi rideva. Lo faceva per via della medicina che prendeva. Non so se lo facesse prima o dopo averla presa. Mino diceva che lui l’anello con la pietra non l’aveva visto. Come non l’hai visto? Ma se l’hai venduto, diceva la sua amica e poi rideva. E continuava a dire: ma se l’hai venduto, e a ridere. A dire la verità a me non piace come ride l’amica di Mino, ma ognuno ha il suo modo di ridere. Alfonso non rideva mai, così non so se il suo modo di ridere mi piacesse. Di pillole rosa, quelle per il mal di testa, posso prenderne quante voglio. Non più di un paio al giorno, dice il dottore, che è quello dell’istituto, non il mio. Ma io ne prendo anche cinque o sei o anche sette. Un giorno ne ho prese dieci, non perché avessi più mal di testa del solito ma perché volevo vedere che cosa succedesse. Quelle per dormire no: quelle non le prendo. Il dottore dell’istituto mi fa le ricette e me ne danno un tubetto al mese. Tenta compresse. Le ho assaggiate e non hanno nessun sapore. E’ strano: di solito le medicine sono amare, o sono dolci, oppure hanno un sapore qualunque di medicina. Io ne ho prese tante di medicine e lo so che sapore hanno. Ma quelle non sanno di niente. E’ per questo che non le prendo. La medicina di Mino e della sua amica, invece, non l’ho mai assaggiata. Mi pare sia una polvere e si fanno delle iniezioni dopo averla sciolta nell’acqua. Costa cara, però. Tutta la mia pensione va lì, nella medicina di Mino e della sua amica e loro dicono che non basta. Non so che malattia abbiano. Credo che lo stato, con tutte le tasse che Alfonso diceva che paghiamo, dovrebbe darla gratis quella medicina. Del resto, se uno ne ha bisogno, non può farci niente. Io non ho mai detto dei soldi di mio fratello, ma se ce ne sarà bisogno non si potrà fare altrimenti perché, se manca la medicina anche per poco, Mino e la sua amica diventano molto nervosi. Lui non mi picchia quasi mai: uno schiaffo, al massimo. Lei, invece, è più nervosa. Qui non si sta proprio bene come aveva detto Mino, ma forse a casa non è meglio. A me le infermiere non mi hanno mai legata perché io sto buona e non ho nemmeno mai sporcato nel letto. La direttrice ha detto che a Natale andremo tutte a casa per un giorno. Mino è venuto a trovarmi con le pastiglie per dormire, me le ha portate lui stavolta, e mi ha detto che è costretto a prendermi a casa per il giorno di Natale perché qui vogliono così e non c’è niente da fare. E’una seccatura, ha detto proprio così, una seccatura, ma chi ha una casa deve tornarci per Natale. Una seccatura che si è inventata la direttrice non si sa bene perché. Gli ho dato quattrocentomila lire. Non gli do mai la pensione tutta in una volta. A Natale gli farò il minestrone. Mino è sempre stato diverso dagli altri bambini, un bambino speciale: il minestrone, gli spinaci, il pesce, agli altri bambini non piacciono. Lui, invece, ne era goloso e ne è rimasto goloso. Spero che piaccia anche a lei, alla sua amica, il minestrone. Anche il budino farò, quello di cacao amaro. Manca meno di un mese a Natale, mi ha detto l’infermiera. Dopo dormirò. Non so se qui ho mal di testa più che a casa. Qui non dormo mai, però dopo Natale prenderò le pillole per dormire e starò a casa. Quando è arrivata l’amica di Mino io sono andata a dormire sulla poltrona. Tanto io non dormo mai. Prima di chiamare il maresciallo è meglio dare una ripulita e mettere in ordine. Non è che voglia parlare male, se va bene a lui va bene anche a me, ma una donna dovrebbe tenere in ordine la casa. Anche una spazzolata ai capelli di Mino bisogna dare, un po’ per pettinarli e un po’ per togliere la sporcizia. Quando mi hanno riportata a casa con il furgone avevo tutto. L’infermiera, quella buona, aveva fatto la spesa per me: le verdure, il pane, il latte, il cacao, tanti sacchetti: tutto. L’autista ha suonato un pezzo il campanello prima che aprissero, perché dormivano tutti e due. Loro dormono fino al pomeriggio perché la notte vanno fuori e si stancano. Continuate pure a dormire, ho detto: io preparo tutto per il pranzo di Natale e voi non dovete preoccuparvi di niente. Ho fatto comprare anche un pollo già arrostito perché non si sa mai. Hai portato i soldi? mi ha chiesto Mino. Un milione ho portato. Messo da parte piano piano. Dà qua, mi ha detto Mino. Lei non si è fatta vedere quando sono arrivata. Non l’ho neanche sentita ridere. Ho pulito le verdure, ho fatto un soffritto con la cipolla e ho messo il minestrone a cuocere. Intanto ho preparato il budino di cacao amaro, nero, nero come piace a Mino. Speriamo piaccia anche alla sua amica. Il maresciallo non è più quello che ci riportava Mino. Eh, quello, mi ha detto il carabiniere, quello l’hanno trasferito e poi è andato in pensione. Adesso ne abbiamo un altro, bravo anche quello. Otto tubetti interi e uno incominciato fanno duecentocinquantasei pastiglie, meno le due che ho tenuto da parte. Ce n’è da dormire finché si vuole. Io la tavola l’avevo apparecchiata anche con la candela, ma Mino ha mangiato il minestrone nella pentola e la sua amica ha mangiato il budino nel piattone. Quasi tutto. Il pollo, invece, non l’hanno nemmeno toccato. No, no, ho detto io al carabiniere, io non ho mangiato né minestrone né budino. Se voglio dormire mi basta una pillola e da stanotte posso ricominciare a prenderle perché ne ho tenute un paio da parte. Se gradisce un po’ di pollo, ho detto al carabiniere, nessuno l’ha toccato. Ma lui non ha voluto. Comunque credo di aver fatto bella figura, anche se devono essere stati sorpresi dal fatto che si facesse il pranzo di Natale a quell’ora del pomeriggio. Era tutto in ordine, la tavola apparecchiata con la tovaglia pulita, la candela, Mino pettinato… La sua amica avrebbe potuto essere meglio, però era abbastanza in ordine anche lei. Le avevo messe a posto le gambe prima che arrivassero perché così mi pareva un po’ sconveniente, anche se i carabinieri sono abituati a certe cose. Sembrava che dormissero tutti e due.
Stefano Montanari