MIO PADRE
(estate 1995)
Una sera, mentre mi trovavo a cena a casa di mia zia Emma, ad un certo punto abbiamo iniziato a parlare dei miei genitori. Discutevamo del mio carattere e cercavamo di stabilire se io assomiglio di più a mia madre o a mio padre. Non so con certezza da chi ho preso maggiormente.
Forse sono, per così dire, una via di mezzo, più simile probabilmente a mio padre.
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So molto poco dei primi anni di vita di mio padre. Era nato in provincia di Padova nel dicembre del 1935. Era il secondo di cinque figli, quattro maschi e una femmina.
Sembra che tra lui e i suoi genitori non vi fosse un buon rapporto; suo padre era alcolista e anche sua madre, da quello che ho sempre sentito dire, non era mai stata uno stinco di santa. Mio padre, secondo quanto mi hanno raccontato, fu allevato non
ricordo bene se da un capitano o da un colonnello dell'esercito. Quest'ultimo gli voleva molto bene e lo crebbe come se fosse un figlio. Con lui mio padre rimase in buoni rapporti e, per diversi anni, fino alla morte di questo ufficiale, i due corrisposero per lettera.
Nel 1958 mio padre si trasferì in Toscana e venne ad abitare nel paese dove era nata e dove risiedeva mia madre ed iniziò a lavorare come garzone. Sembra che in gioventù egli sia andato anche a lavorare per cinque anni in Francia, nelle piantagioni di barbabietola. Ma non ho mai approfondito questo particolare. Sembra, sempre secondo quanto mi hanno raccontato, che lui abbia corteggiato e infine conquistato mia madre, grazie a una canzoncina che parlava di un usignolo, che era solito fischiettarle dall’altra parte della valle.
- S’è innamorata del fischio! -, diceva bonariamente e scherzosamente mia nonna Berta, alludendo a come mia madre era stata conquistata da lui. Dopo il matrimonio, nel 1960, lui e mia madre si trasferirono in Piemonte, in provincia di Asti (dove nacque mio fratello Fabrizio) per motivi di lavoro, ma non ricordo per quanto tempo vi rimasero.
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Mio padre era un uomo molto chiuso e schivo. Non era dolce, anzi era piuttosto freddo, acido e cupo. Aveva l'abitudine, cosa nella quale purtroppo ho preso da lui in tutto e per tutto, di ripetere le cose migliaia di volte, fino al punto di stancare e di indurre all'esasperazione coloro che lo ascoltavano.
Era sempre triste e nervoso. Rideva molto raramente e si apriva difficilmente con la gente. Di sé non diceva mai niente: si teneva tutto dentro e non parlava mai con nessuno del suo stato d'animo e delle sue sofferenze.
Con mia cognata Letizia parlava spesso, anche se solo del più e del meno. Se non altro, almeno con lei e con i suoi genitori andava d'accordo. Con Fabrizio invece era una guerra continua. Quando mio fratello era a casa, il più delle volte li udivo litigare e bestemmiare come turchi. Una volta mio padre (mia madre era già morta), essendo una notte Fabrizio rientrato molto tardi, non gli permise di entrare in casa, costringendolo così a dormire in macchina in garage. Da quando Fabrizio si era fidanzato con Mara, raramente dormiva a casa e si faceva vedere solo per portare i panni da lavare. Questo mio padre non poteva sopportarlo e ce l'aveva a morte con lui e con Mara.
L'anno in cui morì mia madre lui, Fabrizio e Mara andarono insieme in vacanza in Piemonte. Da quello che mi ha raccontato più volte mia zia Emma, anche quando erano in Piemonte, Fabrizio stava fisso appiccicato a Mara e non faceva altro che sbaciucchiarsi con lei, cosa che mio padre non sopportava e lo faceva incazzare. Non gli andava giù poi il fatto che tutto il peso della famiglia ricadesse su Davide (l’altro mio fratello) e che Fabrizio, invece di stare più a casa ad aiutare noi, se ne andasse spesso e volentieri a dormire dalla fidanzata. Questa cosa si era leggermente attenuata solo dopo il matrimonio di Fabrizio. Dopo di esso sembrava infatti che padre e figlio si fossero riappacificati.
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Mia zia Emma, parlandomi di mio padre, mi ha detto più volte che lui era un uomo che aveva bisogno di essere sempre guidato da qualcuno. Sembra che (anche se questo episodio non me lo ricordo), dopo la morte di mia madre, una mattina Davide abbia telefonato a mia zia. Era disperato perché mio padre non voleva più alzarsi dal letto. Mia zia si precipitò a casa nostra e riuscì, nonostante mio padre non volesse saperne di alzarsi perché diceva che al mondo non ci stava più a far niente, a tranquillizzarlo.
Durante l’ultimo inverno che egli trascorse da vivo, fu ricoverato all’ospedale per accertamenti cardiaci. In quei giorni doveva stare fermo a letto perché gli avevano messo il monitor. Lui non curava molto la pulizia personale e, da quando era morta mia madre, per farlo lavare, bisognava stargli alle costole. Una mattina, quando egli era ancora in ospedale, mia zia Emma si armò di tanta buona pazienza e andò a trovarlo. Piano piano, immergendo la spugna nella bacinella piena d’acqua e dandogliela (lui si toglieva un indumento alla volta sotto le lenzuola e si strusciava nelle parti più intime), mia zia riuscì a farlo lavare e cambiare. Mi ha raccontato che il pigiama, la camiciola e le mutande che egli aveva indosso erano in uno stato pietoso e che, proprio perché era tanto che non se li cambiava, puzzavano terribilmente. Dopo quella mattina mia zia Emma aveva preso l’abitudine di andarlo a trovare tutti i giorni per aiutarlo a lavarsi e gli portava la colazione. Credo che agisse così perché, essendo la sorella minore di mia madre, si sentiva in dovere di accudire anche suo cognato.
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Mio padre era un uomo di mentalità piuttosto all’antica e non condivideva ad esempio il fatto che io d’estate andassi a letto con indosso solo le mutande e la camiciola. Secondo lui dovevo mettermi un paio di pantaloni del pigiama, non importava se corti, perché, altrimenti, sarei stata scandalosa. Arrivati poi ad una certa ora della sera, cominciava a stressarmi, dicendomi che dovevo andare a letto e si incazzava e brontolava continuamente perché io e Davide ci coricavamo tardi. Io ero completamente succube di lui e mi sentivo spesso sopraffatta dalla sua persona. Mi capitava frequentemente di cercare rifugio nella casa della famiglia che abita accanto a noi, cosa che Davide non condivideva affatto. Ai miei vicini, ovviamente, non dicevo quale era il vero motivo della mia visita. Davo ad intendere loro che andavo a trovarli per fare quattro chiacchiere con la loro figlia primogenita, più grande di me di circa tre anni.
Ricordo una sera (mia madre era già morta) in cui, stupidamente ed ingenuamente, mi sfogai con Letizia. La sorte volle che mio fratello Davide avesse ascoltato e, presami a parte, mi disse seccamente:
- Guarda, falla finita! E poi smettila di scaricare la colpa addosso agli altri! Sei te che sei nervosa! –
Quelle parole mi sono sempre rimaste impresse e non me le cancellerò mai dalla mente. Per me quella frase fu come una coltellata e mi sentii giudicata colpevole di una cosa di cui non credo di aver avuto invece alcuna colpa. In fin dei conti si era trattato solo di uno sfogo, anche se avrei fatto meglio a tenermi tutto dentro. Mio fratello poteva quindi benissimo risparmiarsi quel rimprovero!
Ricordo un altro episodio, accaduto anch’esso dopo la morte di mia madre (domenica 18 agosto 1985 per l’esattezza). In quei giorni Davide si trovava in montagna, in un paesino dell’Appennino pistoiese, dove i suoi futuri suoceri avevano preso una casa in affitto per tutto il mese. Quella mattina alcuni nostri parenti del Piemonte, che erano venuti a trovarci ed erano arrivati la vigilia di Ferragosto, avevano preso la via del ritorno ed io e mio padre eravamo rimasti soli. Non ricordo bene perché, fatto sta che quella mattina lui era incazzato come una belva. Bestemmiava come un turco (cosa che, del resto, faceva d’abitudine tutti i giorni, anche per motivi futili) e diceva cose insensate. Parlava del fatto che i figli dovrebbero essere educati più rigidamente e presi addirittura a bastonate perché non rispettano più nessuno. Un’altra cosa che diceva frequentemente, alludendo forse al fatto che i giovani oggi sono più liberi ed emancipati, era che "più una persona studia, più diventa ignorante". Quella mattina dovevo andare con Fabrizio e Mara in montagna a trovare Davide e Letizia. Ma, credendo che mio padre fosse arrabbiato perché non voleva restare da solo, quando Fabrizio mi telefonò, gli dissi che sarei rimasta a casa con lui. Non appena però mio padre seppe che io avevo rinunciato ad andare in montagna, si imbestialì ancora di più. Insomma, tanto per farla in breve, quando Fabrizio e Mara passarono da casa mia, presa dall’esasperazione, siccome non mi andava assolutamente di restare tutto il giorno sola con mio padre, mi unii a loro e andai a trovare Davide e Letizia. Tutti i tentativi di convincerlo a venire con noi furono vani. Egli non volle infatti saperne di unirsi a noi. Quando la sera tornai a casa, lui mi chiese se avevamo detto agli altri che non era venuto perché si sentiva stanco. Io non potei esimermi dal dire la verità e gli confessai che, quando ce l’avevano chiesto, noi avevamo risposto che avevamo tentato in tutti i modi di convincerlo a venire con noi, ma che era stato tutto inutile.
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Mio padre brontolava sempre quando ci compravamo dei nuovi indumenti e diceva che consumavamo troppi soldi. Per lui, spendere danaro per i vestiti, era insensato e si incazzava e brontolava quando qualcuno indossava qualcosa di nuovo. Ricordo ancora come io e Davide, tornando a casa dopo aver comprato qualcosa, correvamo subito a nasconderla nell’armadio per impedire che lui se ne accorgesse e si incazzasse. Ricordo una volta in cui egli, avendo sentito dire che dovevamo andare dalla sarta, mi chiese perché ed io gli risposi in modo freddo e sfuggente che dovevo disfare un vecchio mantello. In realtà, una volta scucito quel mantello, mi ci feci una giacca. Ma questo, naturalmente, non glielo dissi. Gli avevo risposto così bruscamente perché ero fortemente imbarazzata da quella sua domanda, piombatami addosso all’improvviso, quando meno me lo aspettavo.
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Dopo la morte di mia madre mio padre divenne ancora più chiuso, triste e cupo. A quei tempi ero ancora troppo immatura per rendermi pienamente conto di quanto egli soffrisse. Il rimorso per non essergli stata accanto e per non averlo capito, me lo porterò nella tomba. Probabilmente questa sua acidità, questa sua freddezza e l’essere così chiuso e cupo con tutti, non erano altro che una maschera, una forma di difesa, un modo di manifestare il suo profondo malessere e la sua sofferenza per aver perduto la moglie.
Non usciva mai di casa, se non per andare la mattina al lavoro (da quando mia madre era rimasta allettata lavorava infatti solo mezza giornata) e il pomeriggio in garage o in cantina, al cimitero, a trovare un suo zio che aveva le terre vicino a casa nostra, o alla vigna (a fare visita a mio zio Alfio, uno dei fratelli di mia madre). Spesso andava a trovare mia zia Emma, si sedeva vicino al caminetto e si sfogava un po’ con lei. Ma la maggior parte del tempo la passava davanti alla televisione.
Capitava anche frequentemente che, dopo i suoi soliti sfoghi a base di bestemmie, invettive contro tutti (soprattutto lo disturbava il fatto che Davide andasse spesso in chiesa o a giro con il prete) e botte e calci al comodino, emettesse dei lunghi e profondi sospiri. Lo udivo poi spesso agitare il quadretto con la foto di mia madre (che a quei tempi si trovava sul cassettone della sua camera appoggiato alla parete) e piangere a bassa voce, chiamare la moglie ed invocare il suo aiuto. Lui non piangeva mai in presenza di qualcuno. Probabilmente, quando agitava il quadretto con la foto di mia madre, lo faceva perché era convinto (ciò avveniva infatti di solito quando io ero in casa sola con lui) che io non lo udissi. Le uniche due volte in cui l’ho sentito piangere in presenza di qualcuno furono la sera che mio zio Alfio venne a casa nostra a comunicarci che mia madre stava morendo e la mattina in cui vennero i volontari della Misericordia a chiudere la cassa.
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Mio padre non sopportava che noi andassimo a cena oltre una determinata ora. Una sera si incazzò a tal punto, che, preso dall’ira, andò fuori a fare una girata per i campi e tornò qualche ora dopo. Quella sera si rifiutò di cenare. Spesso, quando i genitori di Letizia ci invitavano a cena a casa loro, lui non voleva saperne di venire con noi e il più delle volte finiva che Davide andava dai futuri suoceri da solo ed io rimanevo a casa a fare compagnia a mio padre. Lui era abbastanza bravo a cucinare. Anche se gli dava fastidio il fatto che noi cenassimo tardi, ciò nonostante non mangiava mai da solo. Aspettava sempre noi. Molto spesso si incazzava con noi senza motivo e minacciava di andarsene di casa.
Quando rimanevo a casa da sola con lui, io mi rinchiudevo in camera alla televisione e ad ascoltare la musica. Lui stava in cucina o in sala, chiuso nella sua solitudine e nel suo dolore. Con lui parlavo di rado e di cose di poca importanza, quali ad esempio come avevo svolto un compito in classe, degli uccellini (a quei tempi avevamo infatti alcuni canarini ed un merlo indiano) o cosa avrei regalato a Claudia (la mia migliore amica) per il suo compleanno. Sono sicura però che egli, anche se a modo suo, mi volesse comunque un gran bene. Peccato che me ne sia resa conto quando ormai non c’era più niente da fare! Soltanto ora, riflettendo a mente fredda a ciò che succedeva allora, mi rendo conto di quanti sbagli io abbia fatto. Il rimorso per non aver mai avuto un rapporto aperto con lui e per non averlo saputo capire ed aiutare, rimarrà indelebilmente impresso nella mia mente per il resto dei miei giorni.
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Dopo la morte di mia madre mio padre aveva preso il vizio del bere. Lo udivo spesso aprire lo sportello di un mobile che a quei tempi si trovava nell’ingresso ed attaccarsi alla bottiglia. Lui, quando gli chiedevo cosa bevesse, diceva l’acqua di Uliveto. Io, benché sapessi perfettamente che mentiva, nella mia ingenuità infantile, invece di cercare di fargli capire che sbagliava, fingevo di crederci. Le bottiglie di cognac, di sambooka, di birra e di vino (egli beveva infatti anche quando era in cantina o in garage) sparivano a vista d’occhio. Ma io allora, benché Fabrizio cercasse di responsabilizzarmi da questo punto di vista, dicendomi che mio padre beveva troppo e che rischiava seriamente, a lungo andare, di diventare un alcolizzato, non mi rendevo pienamente conto della gravità del problema. Soltanto adesso, ripensando a quei giorni, tutto mi è più chiaro. Quasi sicuramente lui beveva per cercare in qualche modo di lenire e di esorcizzare il dolore provocatogli dalla solitudine nella quale si era venuto a trovare dopo aver perso la moglie. Più volte il suo medico di base aveva cercato di fargli capire che, visto che lui soffriva di cuore e di fegato, l’alcool non era certo un toccasana. Ma mio padre, nella sua infinita testardaggine (altro tratto negativo del suo carattere che ho ereditato da lui), non gli dette mai ascolto. Fino al 1982 egli era anche stato un accanito fumatore. Ma, a causa dei suoi problemi cardiaci, era stato costretto a smettere. Almeno il fumo l’aveva abbandonato!
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Ricordo un episodio in cui mio padre si fece seriamente male. Ciò accadde esattamente la notte tra il sedici e il diciassette dicembre del 1985. Erano circa le 24 meno 20. Lui dormiva profondamente sulla poltrona di sala. Davide andò a svegliarlo per dirgli di andare a letto, ma lui (come accadeva sempre del resto), si alzò dopo un bel po’ di tempo. Io, Davide e Letizia eravamo tranquilli in cucina, quando all’improvviso udimmo una botta forte. Ci precipitammo nel bagno, dove trovammo nostro padre disteso per terra, con un grosso trincio sulla testa. Aveva battuto violentemente il capo contro il tubo sottostante il lavandino e giaceva in una pozza di sangue. Parlava in modo molto confuso, con la voce impastata di sonno, e diceva frasi sconnesse e senza senso. Le uniche parole che mi ricordo sono: - Lasciatemi stare! -, - Non voglio nessuno! - e - Non ho bisogno di nessuno! -. Lo portarono all’ospedale. Lì volevano ricoverarlo, ma lui non volle saperne e Davide (cosa di cui però in seguito si pentì) firmò e lo riportarono a casa poche ore dopo. La notte lo tenemmo a dormire in camera con noi, nel timore che vomitasse. Ci avevano infatti detto che, quando uno batte la testa, se rimette, è un segno negativo (anche se non so bene perché). Io rimasi sveglia tutta la notte, parte per lo shock, parte perché lui russava forte. Lui non si ricordò mai come si fosse fatto quel trincio. Dopo quasi dieci anni da quell’episodio, riflettendo a mente fredda sull’accaduto, mi rendo finalmente conto che non era stato solo il sonno a farlo cadere ed a procurargli quell’infortunio. Quasi certamente anche l’alcool aveva contribuito in modo rilevante.
La morte di mia madre, oltre che lui, aveva scosso enormemente anche me. Tante volte, quando mio padre il pomeriggio dormiva (egli aveva infatti l’abitudine di addormentarsi sempre in sala sulla poltrona o in cucina con la testa appoggiata sul tavolo, mentre guardava la televisione), mi avvicinavo a lui e lo toccavo per essere certa che egli fosse ancora caldo, quindi vivo. Non so bene perché io facessi una cosa del genere. Quando non lo udivo russare, non potevo farne a meno e dovevo accertarmi che egli fosse ancora vivo. Avevo come il terrore che, nel toccarlo, qualche volta lo avrei trovato freddo, quindi morto. Non sono mai riuscita a trovare una spiegazione razionale a questo mio gesto. Era una cosa istintiva che io facevo perché avevo bisogno di accertarmi che mio padre fosse vivo. Forse agivo così perché, dopo la morte di mia madre, avevo il terrore di perdere presto anche lui.
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A mio padre ho fatto tante stronzate, delle quali tre mi rimarranno impresse nella mente per il resto dei miei giorni e niente potrà mai lenire il rimorso che provo per avergliele fatte. Il giovedì e il martedì grasso del 1987 io, i miei fratelli e le mie cognate andammo in discoteca con le maschere di carnevale. Naturalmente nostro padre venne a saperlo in seguito. Quando, la mattina dopo il giovedì grasso, egli mi chiese se la sera prima fossimo stati dal prete, io gli mentii e gli dissi un sì freddo ed evasivo. Quella domanda mi aveva messa in imbarazzo (anche se avrei dovuto aspettarmela perché è più che lecito che un genitore chieda dove è stato un figlio che è rientrato tardi) e non sapevo assolutamente come togliere le castagne dal fuoco. La cosa più semplice, più naturale e più giusta da fare sarebbe stata, ovviamente, raccontare la verità. Ma le cose si imparano sempre quando è troppo tardi per porvi rimedio. Il giorno successivo al martedì grasso il problema non si pose perché non andai a scuola.
Ma la stronzata peggiore che gli feci (e questa non me la cancellerò mai più dalla mente) risale all’ultimo dell’anno del 1986. Il trentuno dicembre era il compleanno di mia madre e quell’anno noi facemmo a nostro padre la carognata di lasciarlo a casa solo come un cane. Io andai con i miei fratelli, le mie cognate e altri due amici di Fabrizio in discoteca. Per me era molto eccitante l’idea di andare a trascorrere una notte di San Silvestro in un locale (gli anni addietro eravamo sempre stati a casa) e, nella mia immensa stupidità e nel mio cieco egoismo, non pensai assolutamente di fare un terribile torto a mio padre, lasciandolo a casa da solo. Il primo gennaio dell’anno 1987 i genitori di Letizia erano a pranzo da noi. Lui fu cupo tutto il giorno e non rivolse mai la parola a nessuno. Quello fu l’ultimo Capodanno che egli trascorse con noi. Non potrò mai perdonarmelo! Io almeno sarei dovuta restare a casa con lui. I miei fratelli erano l’uno fidanzato e l’altro sposato ed era quindi giusto che andassero a divertirsi! Ma io… Io no! Non dovevo lasciare mio padre solo! Non avrei mai dovuto abbandonarlo a se stesso proprio la sera dell’ultimo dell’anno, giorno in cui ricorreva il compleanno di mia madre e di quella moglie che gli era venuta a mancare dopo ventiquattro anni di serena e felice convivenza.
Ma questo non è tutto. Più di una volta mi capitò di rimanere a dormire qualche notte da sola con mio padre perché Davide era a dormire in montagna da Letizia e dai futuri suoceri. In quelle occasioni lui, per non ritrovarsi l’indomani a dover rifare due camere, diceva di voler venire a dormire nella nostra, nel letto di Fabrizio. Io però, non sopportando le persone che russano, gli preparavo di proposito il letto in camera sua, cosicché egli era costretto a dormire nel suo. Credo che, a spingermi a comportarmi così, fosse soprattutto l’egoismo. Capitava poi sempre che, quando lui si coricava, io e Davide aspettavamo che si addormentasse e poi, per non sentirlo russare, andavamo ad accostare la porta della sua camera. Com’ero stupida allora!
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Mio padre se ne andò all’improvviso una mattina alla fine di marzo del 1987, il giorno dopo il mio diciassettesimo compleanno. Aveva già avuto diversi infarti (quando io ero piccola, sembra addirittura che egli sia stato per circa un mese tra la vita e la morte) e quello che lo colse quella mattina ce lo portò via per sempre. La sera prima avevamo festeggiato il mio compleanno ed avevamo avuto diversa gente a cena. Mio padre era più giù del solito ed aveva mal di stomaco. Noi non ci avevamo badato più di tanto, anche perché gli capitava spesso di soffrire di simili disturbi a causa del sistema nervoso. Altro errore madornale! E mio padre se ne andò, quando meno ce lo aspettavamo. Solo il giorno dopo, quando lui era ormai morto da diverse ore, mia zia Emma fece riferimento al fatto che egli la sera prima avesse avuto il mal di stomaco e ammise che ciò non era normale. Ma, come al solito, ce ne eravamo resi conto troppo tardi! Se avessimo attribuito a quel disturbo più importanza e avessimo portato nostro padre all’ospedale, chissà, forse lo avremmo salvato!
Ricordo ancora molto bene la mattina in cui lui morì. Erano circa le cinque, quando mi svegliai, udendolo lamentarsi. Davide mi disse di andare a letto e di dormire perché non si trattava, secondo lui, di niente di importante. Nostro padre aveva solo un po’ di mal di stomaco. Ma io non sono il tipo che si lascia convincere troppo facilmente. Sentivo che c’era qualcosa che non andava. Mi sarei tranquillizzata solo quando lo avessi nuovamente udito russare. Cosa che però non avvenne né quella mattina, né mai più. Mio padre respirava affannosamente. Davide gli chiese se doveva chiamare il dottore. Lui gli rispose di no perché altrimenti lo avrebbero ricoverato all’ospedale e lui non voleva andarci. Chissà, forse egli aveva capito che si stava avvicinando l’ora della sua fine e voleva morire a casa sua, nel suo letto, così come era accaduto a mia madre. Chiese poi a Davide di fargli un po’ di tè. Quando mio fratello tornò in camera col tè, mio padre gli disse di metterglielo sul comodino perché bruciava e, prima di berlo, preferiva aspettare che si raffreddasse un po’. Quelle furono le sue ultime parole. Lo udii poi lamentarsi ancora e respirare affannosamente, poi tossire. Poi più niente. Quando Davide, pochi minuti dopo, tornò in camera, lui stava forse già esalando l’ultimo respiro. Davide provò a chiamarlo ed a scuoterlo più volte, ma invano. Mio padre non rispondeva, né si muoveva più. Mio fratello allora si precipitò al telefono e chiamò la guardia medica. Ma fu tutto inutile. Tutti i tentativi per cercare di rianimarlo e di strapparlo alla morte furono vani. Ricordo ancora la voce della guardia medica, quando, rivolgendosi a me, disse:
- Bimba, dammi il fonendo, dammi il fonendo! –
Io cercai la sua borsa per un po’ (anche se non sapevo che cosa fosse il fonendo). Quando finalmente riuscii a trovarla, tentai invano di aprirla. A quel punto però la guardia medica mi disse che non importava più. Ci chiese poi una tavola per tentargli il massaggio cardiaco. Ma ormai era troppo tardi. Quando il medico ci disse che era tutto inutile perché nostro padre era ormai morto, fui colta da un blocco alla gola ed alla bocca dello stomaco. Rimasi in quello stato per molte ore (così come quando, due anni prima, era morta mia madre). Soltanto nelle prime ore del pomeriggio riuscii finalmente a sbloccarmi e a piangere. Sembra che mio padre sia stato stroncato, secondo il referto medico, da un infarto fulminante.
Credo, comunque, che alla sua morte abbia contribuito anche un’altra cosa. Circa tre settimane prima la salma di mia madre era stata riesumata perché, quando era morta, era stata messa provvisoriamente dentro al forno spettante a mia nonna Berta, deceduta circa otto mesi dopo di lei e collocata a sua volta in quello di un’altra parente. Tre settimane prima della morte di mio padre la cassa contenente le spoglie di mia madre era stata dissotterrata per essere collocata nel forno nuovo che nel frattempo avevamo comprato appositamente per lei. Lui in quell’occasione aveva ovviamente assistito alla traslazione dei resti della moglie e credo che anche questo abbia contribuito ad accelerarne la morte.
Alcune sere prima che mio padre morisse, inoltre, era successa una cosa, alla quale lì per lì non avevo dato molta importanza, ma che invece era anch’essa piuttosto strana. In quei giorni soffrivo di mal di denti (avevo un’infiammazione alle gengive) e chiesi a mio padre se poteva accompagnarmi dal dentista. Lui però mi rispose che si sentiva stanco e che preferiva rimandare a un altro giorno. Andò nei campi, mi colse delle foglie di malva e mi curai le gengive con quelle. Ripensandoci bene, non era da lui dirmi di no. Quando dovevo andare dal dentista, non si era mai tirato indietro e quindi quel rifiuto era alquanto strano.
Dopo la sua morte un nostro vicino ci disse poi che alcune sere prima aveva visto nostro padre in garage che dormiva disteso su una sdraia (altra cosa strana). Mio zio Alfio mi aveva anche detto che la morte di mia nonna Berta aveva inferto un altro durissimo colpo a mio padre in quanto quest’ultimo le era molto attaccato. Mia nonna gli voleva molto bene e lo considerava quasi come un figlio.
Soltanto quando una persona se ne è andata per sempre, e non si può quindi fare più niente, tutti gli elementi e i particolari, anche quelli apparentemente più insignificanti, vengono in mente, acquistano valore e diventano importanti.
Elettra K.