IL NASTRO
Ormai mancavano pochi giorni. L’evento era nell’aria, ma in ogni caso le circostanze non lasciavano dubbi. La casa era totalmente “inquinata” dalle prove. La cosa non poteva assolutamente essere nascosta. E, del resto, nessuno voleva nascondere niente, tale era la gioia.
Dopo dodici anni di matrimonio, i coniugi Visconti stavano per aggiungere la fatidica ciliegina al loro amore. Quanta attesa. Quante speranze. Quanti pianti per questo figlio che non voleva saperne di essere concepito. E poi cliniche, visite, analisi, professori illustri. Ma una sola diagnosi. Nessuna patologia che potesse spiegare il mancato concepimento. Un caso. Ma a volte la sorte va aiutata e quindi ancora cliniche, visite, analisi e professori illustri per portare avanti tutta quella serie di complicate manovre che tutti oggi conoscono col nome di “fecondazione assistita”.Ancora 3, forse 4 giorni e Ludovico Visconti sarebbe stato finalmente padre.
Sua moglie Lucrezia era stata messa a riposo assoluto fin dai primi mesi. Niente doveva compromettere la gravidanza. Le rispettive famiglie si erano strette attorno ai coniugi con tanto amore. Forse “troppo” amore.
Lucrezia, una donna minuta e colta, non era il tipo da dare segni di insofferenza, ma quella morsa le era subito sembrata troppo stretta. Sorrideva sempre, ma il suo stato di forzata immobilità e l’ambiente claustrofobico che le si era creato intorno, aveva creato, in quei nove mesi di gestazione, alcuni momenti di isteria con l’unica valvola di sfogo che aveva: il marito.
Ludovico Visconti, amministratore delegato di una nota azienda milanese, aveva fatto buon viso a cattivo gioco. Disponeva di notevoli capacità comunicative, e sapeva bene che in quei momenti la cosa migliore da fare era lasciare che la moglie si sfogasse. Trovare motivi di contrasto sarebbe stato non solo inutile, ma avrebbe anche potuto avere conseguenze sulla gravidanza in corso. E lui ci teneva proprio a quel figlio. Maschio o femmina che fosse. Già. Maschio o femmina?!? Loro non lo sapevano. E avrebbero continuato a non saperlo fino a quando il bambino non fosse venuto al mondo.
Tutte le ecografie fatte non avevano svelato il suo sesso. La sua posizione era tale che il mistero non poteva essere ancora rivelato, e ormai i giochi erano fatti. Restava così il dubbio sul colore che avrebbe avuto il nastro da appendere alla porta. Azzurro o rosa?!? I coniugi Visconti avevano attese diverse.
Ludovico avrebbe preferito avere un maschio, sul quale avrebbe riversato tutti i desideri mai realizzati. Il teatro, la musica, la pittura. Suo figlio avrebbe alimentato la vena artistica che in lui non aveva avuto modo di esprimersi. La moglie era viceversa orientata per una bambina. Anche qui i desideri sopiti venivano proiettati attraverso la danza, nella quale lei, pur avendone molta passione, non aveva mai brillato.
Ma chissà cosa avrebbe detto questo bambino che, non ancora nato, si vedeva già programmata buona parte della propria vita. Forse che i pugni stretti con i quali veniamo tutti al mondo altro non sono che l’incosciente voglia di punire chi vuol vivere la nostra vita al nostro posto?!? Non possiamo saperlo. Ma su questo rifletteva Ludovico Visconti, quando sentì che dalla camera da letto provenivano grida di dolore.
Erano le due del mattino e lui stava controllando alcune stime, ma piantò in asso tutto e si precipitò in camera. Lei stava sul letto, madida in volto. Si era tirata su a sedere appoggiandosi alla spalliera del letto. Le gambe erano divaricate e le lenzuola erano bagnate, segno che aveva già rotto le acque. La respirazione era affannosa. Lucrezia stava provando a respirare così come le avevano insegnato per il momento del parto. Ludovico trasalì.
L’emergenza era scattata in anticipo. I medici gli avevano detto che il bambino sarebbe potuto nascere con qualche giorno di anticipo, ma quella ipotesi, chissà perché, non era mai stata presa in seria considerazione. In questo momento, comunque, non c’era tempo per simili considerazioni. Bisognava correre in clinica. Tirò fuori il fazzoletto che teneva nella tasca della giacca da camera che indossava e asciugò il sudore sul volto della moglie. Cercò di tranquillizzarla un po’ e si affrettò al telefono per chiamare un’ambulanza. Si precipitò nuovamente al capezzale della moglie non appena ebbe posata la cornetta. Asciugò ancora il sudore che era tornato ad imperlarle il viso e attesero.
L’ambulanza arrivò presto e altrettanto presto arrivarono in clinica. Lucrezia fu portata di corsa in sala parto: ormai era ora. Ludovico rimase fuori. Ne avevano parlato già da tempo. Lui non se la sentiva di assistere e la moglie aveva compreso. Prese il telefonino e fece un primo giro di telefonate. I parenti arrivarono presto e numerosi, ma nessuna notizia trapelava dalla sala parto. Erano le 5.30 e la luce del sole cominciava a cacciare via il buio, quando dall’altra parte della porta udì i primi vagiti di suo figlio. Era padre.
Salvo Genna