NATALE

(Il racconto si impernia su tradizioni e usanze natalizie di un villaggio siciliano situato sulle pendici orientali dell’Etna)

Una sera illuminata dalla luna. L’abete addobbato di lampadine multicolori al centro della piazza, accanto ad un enorme ceppo, che brucia lentamente.

Un vento freddo, fine, che s’infila in tutti i pori, solleva miriade di scintille che spegne nei suoi vorticosi moti.

Tutti aspettano mezzanotte: chi intorno al ceppo che brucia in piazza, chi in casa seduto ad un grande tavolo, su cui le cartelle della tombola aspettano di essere riempite con ceci o lenticchie da mani sonnacchiose e fredde.

E’ Natale.

La gente è piena di gioia, per tradizione. Lo sono stati i padri, lo sono i figli; così, senza sapere perché, per il solo motivo che è festa, per il motivo che è Natale. Lo sono anche per Pasqua, per la festa del patrono, le Domeniche.

«Perché - penso, mentre lentamente attraverso la piazza - perché si deve essere felici nel giorno di Natale, di Pasqua, nelle Domeniche? I giorni sono sempre uguali, con il sole, il cielo, il mare, la luna, gli stessi visi, le stesse azioni...».

Entro in chiesa. I "picciotti" sono tutti affaccendati. Chi aiuta il pittore-scenografo, chi gli addobbatori, chi spazza, chi avvita lampade. Sono tutti amici miei.

- Ragazzi, se posso aiutarvi in qualche cosa...

- Oh, sei qui? Aiutarci? Tu? Vestito così?

- No, ragazzi, parlo sul serio...

- Lascia perdere, stiamo quasi per finire. Hai ‘na sigaretta?

- Fumiamo in chiesa, eh!

- Fumare soltanto? Dovresti sentire le parolacce ed anche i moccoli!

- E allora mi sapete dire perché state addobbando la chiesa? Perché ci sono stati tutti quegli spari oggi?

La lampada ad olio davanti al Sacramento sta quasi per spegnersi. Tremola un poco. Riprende a bruciare, azzurrognola.

Esco. Il ceppo adesso arde vigoroso in mezzo alla piazza tra un cerchio di ragazzi, urlanti.

Una zaffata d’aria calda mista ad un fumo di sigarette denso mi investe e mi toglie il respiro nell’entrare in un caffè.

Ramino, briscola, sette e mezzo. Questo è il Natale... Mi affretto ad uscire da quella bolgia puzzolente.

Mi dirigo al Circolo. Non è che qui l’ambiente, sebbene più tranquillo, sia molto diverso da quello di prima. Il fumo è spesso, da far venire le lagrime.

Qui sono più fini, giocano a poker: cip... tris... scala...

Il tempo scorre lentamente, poi, verso mezzanotte, tutti vanno via. Chi in chiesa per le funzioni, chi a casa a dormire.

Anch’io decido di andare a letto.

La luna si specchia sull’asfalto deserto e muto della strada. La gente fra poco andrà in chiesa, pregherà, si sentirà felice di vivere queste ore. Io, invece, mi rifugerò nel freddo delle lenzuola e cercherò di addormentarmi... indifferente alla gioia degli altri, che fu anche la mia... ma allora era l’infanzia, la fanciullezza...

Ma perché andare a letto? Non si può sciupare così una notte come questa che invita a ricordare momenti felici della nostra infanzia. Ritorno in piazza. La gente si è ormai avviata in chiesa, ed io resto solo col ceppo acceso.

Le faville che s’innalzano verso il cielo cominciano a prendere consistenza: persone e cose che sfumano nel tempo o che ancora si conservano nella memoria indimenticabili.

La mia vecchia casa... La prima stanza, molto grande, serviva da vestibolo, salotto e camera da letto. Il pavimento era di cemento; alle pareti l’umidità appendeva quadri in cui campeggiavano immagini mostruose dalla pelle verde. In un angolo vi era uno scaffale dal quale una radio, per diverse ore al giorno, spandeva musichette e comunicati commerciali. Sul secondo ripiano dello scaffale ogni anno si costruiva il presepe.

La festa cominciava il giorno dell’Immacolata: Come in tutte le novene, la messa veniva celebrata alle cinque del mattino, per permettere ai fedeli di poter andare a tempo a lavorare; e tutti, imbacuccati, aspettavano con ansia che il sacerdote alla fine delle funzioni pronunziasse i nomi di coloro che dovevano organizzare le novene di Natale: i galantuomini, le maestranze, i bordonari, i bottegai, le maritate, le vergini, i picciotti...

Iniziava allora la gara a chi facesse il miglior presepe. Tutti noi ragazzi ci riversavamo nei torrenti e nei boschi vicini a raccogliere musco e rami di asparago selvatico: l’uno per rappresentare la terra con i cespugli e gli alberi; gli altri per costruire quello che ancora non sono riuscito a capire cosa significasse: poteva essere la volta del cielo, perché vi era attaccata la stella con la coda; ma poi veniva ricoperta, come un tetto di una qualsiasi dimora, da batuffoli di cotone messi lì a fare la neve; oppure poteva essere la volta della grotta, ma al suo interno veniva costruita una grotta di sassi o di cartone, abbastanza grande da ospitarvi la stalla col bue, l’asino e la sacra famiglia.

Io toglievo da quello scaffale i giornali che vi si trovavano, preparavo quella volta di asparago, mi procuravo mattoni e pietre per fare le montagne, la ghiaia per le strade, la crusca per il deserto, pezzi di vetro e di stagnola per il lago e il fiume. Cosparso, poi, tutto di batuffoli di cotone e di farina, andavo a pescare la scatola di cartone dove, avvolte in carta di giornale, si trovavano i "pastori", le statuine cioè del presepe.

Giuseppe, Maria, il Bambino, l’asino, il bue, il pastore, le pecore, il pescivendolo, la lavandaia, il cacciatore con lo schioppo, il venditore di cocomeri e tutto quello che serve a formare le poetiche contraddizioni del presepe.

Quanti sacrifici per comprare le statuette! Il mio padrino di cresima, nell’approssimarsi del Natale, mi regalava ogni settimana una cinquantina di lire per comprare una pecora, uno zampognaro, un pescatore; e tutte le mance del mese di dicembre andavano a finire nelle tasche del venditore di statuette.

La stalla veniva sistemata al centro; il pastore, lo zampognaro e le pecore sempre in procinto di scendere dalla montagna; in un angolo, il freddoloso Gennaio si scaldava nel suo tugurio, accovacciato su di un braciere ed aveva per vicino di casa il venditore di cocomeri; il pescatore teneva perennemente l’amo nell’acqua e mai, a mia memoria, riuscì a pescare un pesce. Poi, la Notte santa, un pupattolo di cera veniva a posarsi sulla mangiatoia scendendo dall’alto per mezzo di un filo di seta e, per sette giorni, aspettava nella medesima posizione l’arrivo dei Magi.

Mozziconi di candela illuminavano la scena e, talora, appiccavano il fuoco all’infiammabilissimo asparago. Una volta vidi il mio capolavoro andare in fumo, mentre mia madre invano tentava di soffocare le fiamme. Annerite e bruciacchiate, le statuette passarono un Natale rigido e senza tetto.

Finiva sempre così, col guardare superficialmente e ironicamente il presepe. La mia gioia consisteva nel costruirmelo, nell’inventare nuovi paesaggi, nella ricerca di esotici motivi ornamentali.

Tuttavia il Natale aveva per me qualcosa di fascinoso, di misterioso, che mi teneva avvinto per un mese, che mi faceva partecipare della gioia comune. Ricordo le novene alle cinque del mattino, quando si usciva di casa avvolti in sciarpe e cappotti, silenziosi come tanti cospiratori; mi pareva di partecipare a delle avventure notturne e, sebbene queste si svolgessero sempre allo stesso modo, io vi trovavo ogni volta motivi nuovi. Il tramonto della luna e il sorgere del sole erano una meravigliosa esperienza che facevo tutte le mattine. Poi, la chiesa, addobbata secondo le condizioni di chi doveva pagare le spese di quella novena; quell’odore di fiori freschi e di incensi che mi portavano verso lidi orientali; i giochi d’ombra fra le arcate, le navate, le cappelle; lo schiarirsi continuo dei finestroni; i vecchi con le mani sulle ginocchia, la corona del rosario intrecciata con le dita, la testa reclinata, che s’addormentavano al suono dell’organo sognando forse di essere in paradiso neniati dal coro degli angeli.

Uno sparo, poi, facendo sobbalzare tutti, ci annunciava che le funzioni erano finite, mentre la voce delle campane si confondeva con il canto dei galli e l’abbaiare dei cani.

E’ costume trascorrere senza andare a letto la notte del ventiquattro dicembre; nel pomeriggio, intanto, altri spari ci avevano avvertito dell’arrivo del ceppo in piazza. Un autocarro, sovraccarico di ragazzini, bandiere tricolori, fasci di legna, due o tre abeti e di alcuni enormi ceppi, attraversava le strade principali del paese e faceva il suo ingresso trionfale in piazza. Un fisarmonicista spesso accompagnava, con allegri motivetti, il dissonante vociare dei ragazzi vestiti a festa.

La sera mi rifugiavo in casa, con le cartelle della tombola davanti, sbucciando mandarini e ruminando nocciole.

Diventato più grandicello, ebbi il permesso di trascorrere tutta la notte fuori di casa. Così ebbi modo di assistere ad interminabili partite di scala quaranta e di vedere svolazzare fogli da diecimila lire sul grande tavolo del baccarat, come se fossero stati carta straccia.

Spesso andavo a visitare i "picciotti" in chiesa, concentrati nei loro febbrili preparativi della Nascita.

Una volta, però, lasciai tutto questo e mi avventurai nelle strade assonnate del paese. Accompagnavo quattro suonatori che, con i loro strumenti moderni, dovevano imitare le ciaramelle. Le nenie natalizie ben s’accordavano alla serenità silenziosa del paesaggio notturno. Le note scure del clarinetto basso sottolineavano le ombre delle case prostrate sul selciato, come macchie d’inchiostro; la luna sorrideva con me alle stonature del flicornino, mentre si cominciavano ad aprire gli usci ed accendersi le luci delle case. Mezzanotte era ormai passata, le campane e le pseudo ciaramelle avevano dato la sveglia e tutti si intabarravano per andare ad assistere alla messa.

Prima di arrivare in piazza, i suonatori rimisero gli strumenti nelle valigette e partirono per andare a fare gli zampognari in un altro paese. Io restai solo per un poco, poi andai in chiesa.

Un paio di lampade rischiaravano appena qualche angolo; per tradizione, gli addobbi e le scene, usati da chissà quanti anni e conosciuti da tutti, si tenevano al buio per nascondere la sorpresa.

Le persone entravano sempre più numerose, portandosi dietro sedie e bambini piagnucolanti.

Brividi di freddo percorrevano la navata centrale. Aspettai che la messa iniziasse e che al presepe costruito sull’altare maggiore venisse tolto il sipario che lo nascondeva, e che la neve di carta tagliuzzata cadesse sulle teste dei devoti e suonassero le campane...

Il ceppo si è ridotto a metà e comincia a fumare. Ho il davanti caldo e la schiena gelata. Meglio andare a letto prima che mi vengano i reumatismi. Fra poco la gente si riverserà in chiesa, le campane squilleranno, e diecine di grossi petardi scoppieranno cupamente...

Do una pedata al ceppo e mille scintille si sollevano rincorrendosi e spegnendosi una dietro l’altra...

Mariano Fresta

(1960-61)

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