NELLA PENOMBRA

 (Tratto dal romanzo Istantanee con Bambina ed.Baroni)

 

La zia non aveva volto, solo una voce lieve che raccontava storie inventate sul momento. Venendo dalla luce, distinguevo a malapena, nella penombra, i contorni delle cose. A tentoni raggiungevo la cassapanca che stava contro la parete di fianco al letto, verso l’angolo opposto.

 

Ero cosciente di disobbedire: mi vietavano quella stanza per ragioni che non mi erano ben chiare. Mi offendevano le risposte evasive, le non - risposte. C’era forse il timore del contagio, non so quanto giustificato. Ma nessuno  controllava che rispettassi quel divieto.

 

La mamma provvisoriamente impiegata, mentre sarebbe stata insegnante, rientrava soltanto all’ora dei pasti. La nonna era così indaffarata dietro mia sorella Giuliana di un anno, la cucina ed in parte la casa  che poteva non notare la mia assenza. E poi mi considerava grande.

 

Nella stanza della zia Maria, salivo sulla cassapanca. Mi ci accoccolavo, incrociando le gambe, in una posizione che mi veniva istintiva, stranamente familiare. Mi contentavo di restare in quell’atteggiamento, silenziosamente, fantasticando.

 

La zia, malata ed immobile nel letto, misteriosamente percepiva la mia presenza, sentivo che se ne rallegrava: lei non sapeva del divieto. Non mi chiedeva di avvicinarmi, ma non osava mandarmi via, tanto le era di conforto avermi presente. Stavo bene con lei, anche perché non mi poneva domande oziose, quelle che gli adulti rivolgono ai bambini, eppure, anche in silenzio, riusciva a comunicare magicamente con me, trasmettendomi immagini, sensazioni.

Altre volte, la sollecitavo: - Raccontami una storia -

- Quale? -

- Inventala -

 

Nella penombra, il viso della zia formava un’unica macchia bianca sul cuscino. Anche i capelli non avevano un colore definito. Ma la zia possedeva una voce limpida e miracolosamente sana nel corpo malato che si consumava. S’interrompeva a tratti per tossire, ma poi riusciva a riprendere fiato. Dopo un sospiro profondo, la voce usciva limpida e serena, come se l’episodio non l’avesse riguardata, soltanto un po’ più lieve e tremula.  Io, attenta, non perdevo una sillaba.

 

Le storie della zia erano fantastiche e non avevano un preciso filo conduttore: erano le immagini delle lunghe ore di solitudine che prendevano parola e dimensione, diventavano personaggi che, nella penombra, si deformavano, assumevano a volte aspetti allucinanti.

Sgranavo gli occhi e trattenevo il respiro, mi rannicchiavo sulla cassapanca in cerca di protezione. Dietro di me, sulla parete, un arazzo ricamato rappresentava una Madonna col Bambino. Vi aderivo come a voler entrare, in quello stesso abbraccio col Bambino. Mi convincevo di esserci riuscita. Nel tepore rassicurante, mi addormentavo.

 

Nel sogno modificavo e concludevo a mio piacere il racconto interrotto dal sonno. O forse era la voce sommessa della zia che mi raggiungeva in sogno e, per rasserenarmi, mi regalava un lieto fine.

 

***

 

Entrando nella penombra della stanza, a tentoni, trovai la cassapanca.

Accovacciata come un piccolo Buddha, me ne stetti silenziosa, a lungo; carezzai con la mente immagini fantastiche. Poi, presa ad un tratto dal timore di un mistero che mi era sconosciuto, mi strinsi contro l’arazzo alla parete, cercai il tepore di un abbraccio. Mi addormentai.

 

Fui svegliata da una luce improvvisa e inopportuna. Solo in quel momento la nonna si accorse di me. Ebbe un sussulto, si affannò: - E’ tanto che ti cerco! Che cosa ci fai qui? Che idea venire a rinchiuderti qui dentro -.

Ora la finestra era spalancata, la luce era accecante.

- Bisogna dare aria a questa stanza - si agitò la nonna.

Sulla rete metallica del letto, c’era soltanto un materasso arrotolato. La nonna lo sollevò fra le braccia e lo aprì sul davanzale.

- Il sole disinfetta - disse.

 

Se avessi saputo dare suono ai miei pensieri, avrei domandato quando, e come, e perché, la zia Maria se era andata. O se mai c’era stata. O se di lei fosse esistita e ancora esisteva, soltanto quella voce lieve e cristallina che dava vita alle ombre che ora s’erano dissolte nella luce irriverente.

 Fiduciosa sarei tornata di nascosto, disobbedendo alla nonna. E, in seguito, la suggestione m’avrebbe portato a credere che una voce provenisse dall’arazzo alla parete e uscisse dalle labbra della Donna con Bambino, mutandosi in dolcissima cantilena che avrebbe placato l’ansia e sopito i dubbi.

 

La nonna seguitava a rimbrottare: - Mi domando perché mai una bambina di tre anni viene a rinchiudersi al buio, in una stanza dove non c’è nessuno -.

Parlava a scatti e un po’ gesticolava, presa da una sorta di malessere fatto soprattutto di disagio e simile al rimorso. Anche se Maria, sua sorella, era morta in ospedale, un mese prima, e non in quella stanza, anche se si erano volute bene e fra loro non erano mai corsi dissapori, sentiva fra quelle pareti, una presenza che rimproverava, ammoniva e la escludeva.

Mi esortò: - Vai, corri a giocare in giardino. E che non debba ripetertelo un’altra volta -

 

                                                                                            Mariella (Marzia) Plumeri

 

 

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