Dedicato a un bambino che non poteva correre.
Omaggio a Ribot
Nella notte oramai inoltrata non si sentiva più alcun rumore. Eppure non riusciva a dormire. L’ansia per il giorno dopo era troppo grande. La corsa. Era l’ultima della sua vita. La più importante. A nulla servivano gli anni di vittorie che aveva colto sui campi di tutto il mondo se domani avesse perso. E la paura si stava insinuando in lui. Le forze sentiva che stavano diminuendo, non reggeva più lo sforzo prolungato. Sì è vero riusciva a capire la corsa, sapeva su chi correre, capiva benissimo quando era il momento di andare in testa, sapeva dosare ogni sua più piccola risorsa, ma sarebbe bastato per battere i giovani rivali che, arroganti nella loro giovinezza, aveva visto nel pomeriggio sgambare allegri e pieni di vitalità?
Accanto a lui nel van, anche la capretta, era agitata. Quanti viaggi in aereo avevano fatto insieme. Era il suo portafortuna. Riuscivano a capirsi da piccoli movimenti, dal passo lieve, e lo aveva sempre aiutato dandogli la tranquillità, la sicurezza di poter vincere. Sì perché aveva sempre vinto, era il suo destino. Da quando giovane puledro correva felice nei prati della Dormello Olgiata, lo avevano chiamato Ribot, e lui così sgraziato e piccolo rispetto ai purosangue d’altri paesi, aveva da subito capito che era nato per vincere. Com’erano state facili le prime vittorie, aveva capito che gli bastava seguire il suo istinto e arrivare prima degli altri.
Ma adesso, dopo tanti anni, aveva paura. Aveva immaginato di terminare la sua vita da corridore imbattuto, e poi quando sarebbe giunto il momento avrebbe corso lungo i pascoli del cielo, dove la fatica non esisteva più, e la sabbia sotto gli zoccoli sarebbe state lieve, soffice, fresca. Non avrebbe più avuto l’ansia di arrivare primo, non esisteva più gara, ma solo una grande immensa prateria, senza confini, dove correre e fermarsi quando voleva.
Ma… c’era domani. Sì doveva ancora una volta vincere. Nessuno aveva capito il suo gran segreto. Nessuno sapeva che le sue vittorie nascevano il giorno prima. Si, nell’ultima sgambata, quella che precedeva la gara, studiava il percorso. Sapeva ogni piega del terreno, negli anni aveva imparato a capire la consistenza d’ogni piccola zolla, dove posare gli zoccoli al momento dello sforzo più importante, dove passare per avere quel piccolo vantaggio che gli avrebbe permesso di vincere anche per mezza incollatura.
Sapeva che doveva arrivare all’inizio dell’ultima curva in buona posizione e in rettilineo d’arrivo doveva sbucare in testa, anche per poco, ma sufficiente per resistere al ritorno degli altri cavalli. Non aveva più la forza per rimontare. Poteva solo resistere.
Ancora una volta rivide la pista. Tutta uguale, non riusciva a capire dove poteva trovare il momento magico per vincere. Ma gli venne in mente, all’improvviso, che gli era parso che stando in mezzo alla pista, il terreno pendeva verso l’ultima curva, lievemente, e lì c’era una piccola chiazza di terreno elastico che poteva aiutarlo a lanciarsi. Sì era così. Adesso sapeva. Doveva correre al centro e all’improvviso scattare all’interno proprio nella curva che immetteva al traguardo. Gli sarebbe bastato poco, e non lo avrebbero più ripreso. Era sicuro che nessuno aveva notato quel particolare, e adesso poteva dormire tranquillo. Domani avrebbe corso bene…
Lester