Pareggio
(già pubblicato sul n. 269-270 del periodico di cultura Silarus)
Sono ancora un po’ assonnata alle otto del mattino, l’indomani del giorno festivo. Il suono del colpo secco, violento, in strada, mi fa sussultare. Segue lo stridio di un’auto che fa una sterzata brusca e riprende la corsa. Dapprima, penso, o almeno cerco di pensare, all’urto contro il contenitore della nettezza urbana che si trova a pochi metri, verso destra, dalla vista della mia finestra. Per una frazione di secondo, penso al cocker dei vicini. Lo lasciano uscire, ogni mattina, incustodito, ma è un cane ben educato, va verso i campi e, obbediente, ritorna nel giro di un quarto d’ora. Evito di pensare ad altro. Ma altro è.
Sento voci concitate all’esterno. Riconosco prima quelle dei miei vicini di casa, padroni del cocker, poi quella del fruttivendolo che ha il negozio di fronte. Poco prima, aveva servito Francesca che era uscita in strada col sacchetto di plastica al braccio, dentro, la verdura e la frutta appena acquistate. Non è stato colpito il bidone della nettezza urbana, non hanno investito il cane dei miei vicini. Finora mi è mancato il coraggio di affacciarmi e guardare, poi devo decidermi. Il corpo, sbalzato a molti metri di distanza, sembrerebbe un fantoccio inanimato, se non fosse per la chiazza di sangue che gli si spande intorno. È quel che resta della mia amica e collega Francesca, insegnante di Italiano e Latino, nell’Istituto, dove io stessa insegno Storia e Filosofia, nella medesima sezione. Abbiamo chiesto lo stesso giorno libero e oggi, lunedì, lo è. Infatti, fra poco, sarebbe arrivata a casa mia, avremmo fatto colazione insieme e poi saremmo uscite.
Le voci inveiscono al pirata della strada che ha guidato a velocità proibitiva. Risuonano parole come "drogato" e anche "ubriaco".
- Guidano come pazzi, escono ubriachi dalle discoteche …
Ho nebbia nella mente e negli occhi. Le labbra serrate, non ne uscirebbe suono.
Nella foschia, quell’orribile pensiero: la droga, l’alcol, la discoteca, è vero, sono cause scatenanti, però… potrebbero essere un alibi perfetto ad una volontà omicida di un qualche scriteriato che serba rancore e si nasconde dietro l’attenuante dello stato alterato.
La moglie del fruttivendolo sta piangendo, all’arrivo dell’autoambulanza. Francesca sa, sapeva, farsi voler bene. Lei così gentile, così sommessa nella parole, così paziente e conciliante. Io sono di marmo.
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La nostra è una piccola città di provincia. Nel quartiere periferico, dove io abito, ci conosciamo più o meno tutti. Vi abito da vent’anni. Avevo conosciuto Francesca, appena ottenuta la cattedra, in quella scuola superiore, dieci anni prima. Più giovane di lei, ero un po’ spaesata. Mi aveva molto sostenuta, eravamo diventate amiche. Il Preside e alcuni colleghi mi avevano informata, già allora, che, fra i ragazzi, ve ne erano di turbolenti, richiedevano la massima attenzione. Francesca aveva subito ridimensionato: nessuno, nel profondo dell’anima, è malvagio. Con i ragazzi, bisogna avere tatto e comprensione e, se un’insegnante vale e sa dimostrarlo, guadagna la loro stima.
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Ci sono, però, allievi che, per loro ragioni nascoste, dietro le quali c’è anche molta sofferenza, si sono costruiti intorno un reticolato che respinge, a volte trafigge, qualsiasi mano si tenda ad aiutarli.
È il caso di Emanuele. È l’identificazione negativa dell’allievo moderno. Sfrontato, arrogante, irridente, con i compagni e con gl’insegnanti. Non conosce il concetto di rispetto. Si presenta senza libri o quaderni, sghignazza se glielo si fa notare. Tormenta, con scherzi pesanti, i compagni, a turno. Gli altri ridono nel timore di essere presi di mira. Ripetente per due volte, ha diciannove anni contro i sedici dei compagni, la struttura di un uomo alto e possente. Si sospetta che abbia a che fare a che fare con certi atti di bullismo, per i quali non si sa risalire ai colpevoli.
Durante il collegio dei docenti, i professori concordano che un tale elemento andrebbe allontanato, che fa danno e guasta anche gli altri. Solo Francesca lo difende.
- Non è colpa sua, se è vissuto sbandato. Genitori separati che si sono fatti una seconda famiglia con altri figli. Lui cresciuto in casa della nonna, una donna molto benestante, molto intenta a rendere il proprio aspetto meno datato. Il nipote ha troppi soldi in tasca, surrogato di un affetto che nessuno gli dà. Le bravate sono il modo di urlare il suo bisogno di amore.
Sono questi gl’interventi di Francesca che cerca di aiutarlo. Lo ha sempre fatto, dall’inizio dell’anno e un po’, forse, a volte, è riuscita a disorientarlo, con quel suo tono pacato e pacificatore. Io, invece, le ho spesso ricordato che una certa disciplina ci vuole, non come nei College britannici, dove si arriva, ancora oggi, alle punizioni corporali ma, insomma, autorità e fermezza.
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C’è stato quel giorno della settimana scorsa. Un certo trambusto in classe e qualche risatina. Stavolta Emanuele ha preso di mira la professoressa "buona" quella che cerca di difenderlo. Ha sparso sulla sedia, dietro la cattedra, una colla speciale, trasparente, di quelle che se ti attacchi, per alzarti, ti si strappano i vestiti. E’ uno scherzo neanche originale. Ai miei tempi si mettevano le puntine da disegno.
Emanuele aveva detto ai compagni: - Vi metto in mutande la professoressa Garbi -
Solo che Francesca non c’è cascata. Ha notato lo strato lucido del collante, sulla sedia, ha capito.
Improvvisa: - Oggi vorrei fare un esperimento. Uno scambio di ruoli -. E fissa Emanuele.
- Non ho capito - ironizza, il ragazzo, provocatorio.
- È semplice. Io faccio la parte dell’allieva e tu quella del professore. Vieni alla cattedra, e m’interroghi.
Un atteggiamento inconsueto per lei così conciliante. Emanuele, nessuno ne avrebbe dubitato, si è alzato e la raggiunge. Ha un’espressione sorniona e divertita.
- Siediti pure e interrogami -
- Sto bene in piedi -
- Se preferisci stare in piedi, fa lo stesso, ma mettiti alla cattedra.
Il ragazzo l’asseconda, dietro la cattedra c’è il muro, la sedia non può indietreggiare più di tanto.
- Aspetto la domanda - lo incalza.
- Da quanto tempo non scopa, professoressa? - . Lo sguardo spavaldo verso i compagni.
- Le pulizie le faccio almeno tre volte la settimana. Non sempre uso la scopa, più spesso l’aspirapolvere -. Non si altera, ma gli si avvicina. Lui di certo si è distratto, così che Francesca, con uno strattone, lo costringe a sedersi. Lei così esile e lui così possente.
- Seduto stai più comodo. Puoi farmi altre domande, se vuoi -
- Tu credi di essere meglio degli altri prof perché fingi di essere stupida? -
L’ira gli sprizza dagli occhi. Francesca ha chiamato un custode.
- Può accompagnare il ragazzo in Presidenza? Io lo raggiungo appena lei sarà di ritorno a guardarmi la classe.
Sono solita consigliarle maggior fermezza. E fermezza c’è stata.
Francesco, con la sedia incollata sul di dietro, mentre la sostiene con le mani ai braccioli, esce di classe. Meno spavaldo, curvo in avanti e piegato sulle gambe.
Reagisce in fretta: - Invece che legarmela al dito, vorrà dire che me la sono legata al… Non dimentico, prof, per adesso uno a zero, ma pareggerò alla svelta -
***
Hanno trovato l’auto di Emanuele, nel garage della casa di sua nonna con il parafango ammaccato. Tracce di sangue e una ciocca di capelli sul cruscotto. Qualcuno ha fatto in tempo a prendere la targa. Hanno detto che era ubriaco e fatto di anfetamine. Un ragazzo con tanti problemi di famiglia. Ha spiegato di non aver visto la donna che stava attraversando la strada, di non ricordare l’accaduto. Ha strabuzzato gli occhi fino a spillare qualche lacrima, quando lo hanno informato che s’era trattato della sua professoressa d’italiano. "Poveretta, mi dispiace moltissimo, un’insegnante così comprensiva, meno str… degli altri professori" .
Nessuno dei compagni di classe si è fatto avanti a testimoniargli contro. E un mio tentativo non è stato considerato. In effetti, non avevo direttamente ascoltato la frase incriminata che minacciava un pareggio. L’episodio della colla sulla sedia poteva avvalorare certi sospetti? In coscienza, si poteva escludere una disgraziata coincidenza? Francesca non l’avrebbe esclusa.. Lei, inoltre, s’era pentita. Sarebbe bastato, mi aveva detto, chiamare il custode e farsi cambiare la sedia, piuttosto che umiliare, a tal punto, quel povero ragazzo.
***
A Emanuele hanno sequestrato l’auto e bloccato la patente per un anno. A Francesca invece sono stati tolti, in un attimo, tutti gli anni che avrebbe potuto ancora illuminare con la sua dolcezza e il suo sorriso. Per me dolore e un malessere insostenibile che somiglia al rimorso.
M.Plumeri