Il pellerossa

(già edito su periodico)

Lessi il nome sull’agenda degli appuntamenti. Non era fra i mie pazienti abituali.

Chiesi alla segretaria: - Che voce ha? -. Mi interessa molto il timbro della voce, il tono, il ritmo. Gloria lo sa bene perché lavora con me da alcuni anni e quindi mi asseconda, prestando molta attenzione alle voci al telefono.

- Voce giovane, ansiosa, timorosa, un po’ infantile. Ho segnato il numero di telefono, come al solito.

Prassi normale anche quella, chiedere il recapito telefonico a chi fissava un appuntamento.

La nuova paziente stava aspettando nella saletta d’attesa.

- Falla passare - sollecitai.

La ragazza entrò, era bionda, chiarissima, lunare, oserei dire. La invitai a sedere. Sedette sul bordo della poltrona, le mani intrecciate in grembo, in segno di chiusura: lo fanno in molti, la prima volta che si trovano davanti ad uno psicologo.

Cominciò a parlare, precisando di non avere grandi problemi, si riteneva equilibrata, esattamente, disse "sana di mente".

Era venuta da me soltanto perché qualcuno l’aveva informata che conoscevo la tecnica ipnotica.

- Applico l’ipnosi soltanto in rari casi, non sempre si rende necessaria -

- Io sono qui soltanto perché desidero fare una regressione -

Trattenni un sorriso, la ragazza stava praticamente partendo dalla fine piuttosto che dal principio.

- Per quale motivo? -

- Per episodi strani che mi capitano, sensazioni, ricordi di emozioni...Io credo che risalgano ad una vita precedente -

Trattenni un sorriso divertito.

- Mi dispiace, non credo alla metempsicosi e, anche se ci credessi, non farei pratiche del genere, le ritengo "non professionali". Forse ha sbagliato, rivolgendosi a me -

Si mise a piangere, del tutto inaspettatamente. In contrasto con le affermazioni di salute precedente.

- Ho bisogno di capire - spiegò, mentre le lacrime le scendevano lungo il viso - la mia incapacità ad adattarmi al mondo di oggi. Mi basta di sapere se c’è una ragione. C’è un sogno che faccio molto spesso. Sogno di essere un aquila e volare molto in alto e nel sogno sono molto felice. Per contrasto, al risveglio, provo un grande dolore, per essere quella che sono, a combattere con le banalità quotidiane -

- Da quanto tempo le ricorre quel sogno? -

- La prima volta che sognai l’aquila, ero una bambina molto piccola, forse tre anni, forse meno. Ricordo che allora, quando mia nonna mi portava nel parco, allargavo le braccia e correvo, cercando di rivivere le sensazioni del sogno. Ora sogno quel volo d’aquila soltanto casualmente, e la razionalità prevale su certe mie supposizioni, ma il dolore del risveglio è intenso e reale anche adesso, così che la mia ragione non può ignorarlo -

- E pensa che questo abbia a che fare con una vita precedente? Pensa di essere stata un’aquila? 

Il mio tono era professionale, ma fra me ironizzavo e già consideravo che l’avrei congedata senza farle pagare la parcella. Era un pomeriggio con pochi appuntamenti: potevo anche prendermi uno spazio disinteressato.

- Io non penso, sono qui proprio per essere aiutata a capire. Ho sempre dentro di me il volo di quell’aquila -

- Potrebbe significare desiderio di spazio, di libertà, di affermazione del sé, tutto riferito alla sua condizione attuale -

Mi guardò smarrita: - Certo è possibile, la mia vita si svolge dentro quattro mura, piatta e banale. Genitori anziani, un fidanzamento andato male, studi interrotti, lavoro di impiegata, sempre la stessa routine...-

A volte, per fare parlare una paziente occorrono diverse sedute. Sara, contrariamente al primo approccio di chiusura e diffidenza, parlava senza imbarazzo. E non teneva più le mai intrecciate, ma abbandonate sui braccioli della poltrona.

- C’è stato un episodio di alcuni anni fa... Non so darmene spiegazione. Mi trovavo in vacanza con i miei genitori. In Corsica. Eravamo alloggiati in una pensione a Porto. Facemmo una gita in montagna. Andammo a vedere i famosi Calanchi di Piana . Sono dirupi di granito rosso, scolpiti dall’erosione atmosferica. Hanno forme incredibili: uccelli, animali, mostri mitici. Un’atmosfera irreale, colori magici... Cominciai a tremare di emozione, il rumore del mare contro la scogliera mi sembrò lo scorrere dell’acqua di un fiume fra i sassi. Provai la tentazione di aprire le braccia e volare sopra il dirupo... Svenni. Mi ripresi dopo un quarto d’ora. Con grande spavento, i miei genitori mi spiegarono che era sembrato volessi gettarmi nel vuoto : mi avevano trattenuta a stento. Mi sentivo molto debole. Io ricordavo soltanto che, durante lo svenimento avevo di nuovo sognato, o vissuto: le mie ali spiegate nel volo, sotto di me le montagne rocciose. 

Sara aveva una voce dolce e suggestiva, in qualche modo ne fui preso. Sbagliatissimo nella mia professione.

Ancora non capivo se, pur negandolo, desiderasse sottoporsi ad analisi. O se le fosse d’aiuto uno psichiatra piuttosto che uno psicologo, o semplicemente fosse perfettamente sana, ma infelice e cercasse nella fantasia una compensazione, o un modo di evadere dalla piattezza della realtà. Il volo dell’aquila rappresentava per lei tutto questo.

Cercai di spiegarle il mio punto di vista, evitando di urtare la sua suscettibilità.. Invece s’impermalì.

- Posso pagarla - disse. - E comunque, potrei anche rivolgermi a qualcun altro, se lei ritiene di... non essere all’altezza -. Aveva frainteso, m’ero mosso maldestramente, e lei reagiva aggredendomi e provocandomi.

- No - dissi - Sono disposto ad aiutarla, se non altro perché si levi dalla mente l’idea di una vita precedente. Troveremo insieme la spiegazione del suo sogno -

- Mi sottoporrà ad ipnosi?

- Sì, se prima accetterà alcune sedute di analisi preliminari, si farà conoscere e imparerà ad avere fiducia in me -

Pensavo che, alla fine, aiutandola a capire le ragioni nascoste nel suo inconscio, avrebbe lei stessa sorriso di quella sua fantasia.

Fu la prima volta che incontrai Sara. Altre volte ci saremmo incontrati. Per la prima volta mi dispiacque fare pagare la parcella ad un paziente. Era tale il piacere di averla seduta sulla poltrona davanti a me che facevo sempre in modo di raddoppiare il tempo delle sue sedute. Gloria, la mia segretaria, mi lanciava strane occhiate quando accompagnavo la ragazza all’uscita dello studio.

Io non osavo dire, nemmeno a me stesso, che mi ero innamorato di Sara a prima vista.

Adesso, di le, sapevo quasi tutto. Figlia unica di genitori anziani, aveva rinunciato all’Università sia per accudirli che per motivi economici. Dopo il Liceo aveva trovato subito un lavoro che le permetteva di incrementare la pensione insufficiente del padre. Le avevo spiegato, mentendo, che un’eventuale ipnosi regressiva, mi interessava dal punto di vista della sperimentazione e quindi, traendone un vantaggio di studio, la esoneravo dal pagare il mio onorario. Giustificavo il prolungarsi dei nostri incontri, spiegandole che volevo essere sicuro che lei non avrebbe subito traumi nel caso avessimo tentato l’esperimento.

Fui costretto a telefonare ad una mia insegnante e amica, Clara Landi, molto ligia nell’osservare le regole, oltre che molto capace nella professione. Le chiesi consiglio sulla mia crisi deontologica. Mi ero innamorato di una paziente, che fare?

- Glielo dici e la affidi ad un collega. Se poi vorrai seguitare a frequentarla, potrai farlo al di fuori del tuo studio e al di fuori della competenza professionale. Però stai attento, il tuo è un caso di transfert, in situazione inversa a quella che avviene di solito. E d’altra parte sarebbe scorretto, approfittare della tua influenza, dalla quale, purtroppo, a sua volta, la ragazza potrebbe essere stata condizionata.

- Mi stai dicendo che devo rinunciare a lei, per la probabilità di un doppio transfert? Io non mi sento di affidarla ad un collega, a meno che non sia tu stessa... Però vorrei prima accontentare Sara per quella sua fantasia sulla reincarnazione. Sono convinto che, dopo, potrebbe lei stessa desistere e interrompere le sedute -

- Rischi di metterti nei guai -

- Posso chiederti almeno di assistere all’esperimento? -

Riuscii a convincerla.

***

Sara si era abbandonata alla trans ipnotica molto facilmente, partendo da una suggestione rasserenante e rilassante. Aveva anche accettato la presenza della dottoressa Landi senza difficoltà, considerandolo, anzi, un mio eccesso di protezione e scrupolo nei suoi confronti. In effetti, vederla così abbandonata con un accenno di sorriso sulle labbra e gli occhi chiusi, mi inondava di tenerezza e desiderio insieme. Era stato bene aver chiesto la presenza della collega.

- Se guardi davanti a te, Sara, puoi vedere che hai di fronte una specie di grande pallone, o navicella spaziale...- suggerii.

- E’ una navicella spaziale - mi precisò, sicura.

- Bene. Ora tu entrerai nella navicella -

Le suggerii che, premendo alcuni pulsanti, avrebbe potuto viaggiare a ritroso, a sua scelta, nel tempo. Lasciandosi guidare dall’inconscio . Volutamente desideravo intervenire il meno possibile per non influenzarla.

Ma Sara parlava e descriveva tutte le sue operazione e le sue scelte, senza alcuna esitazione.

- Quando ti sembrerà di essere arrivata, potrai planare a terra -

Ad un tratto disse: - Sono uscita dalla navicella. Io sono un’aquila, sto volando. Non ho bisogno di farmi portare, so volare -

Mi feci attento ad ogni minimo segnale di difficoltà. Il suo viso era estatico. Allargò le braccia e le mosse in un leggero movimento di volo.

- L’aquila sa dove fermarsi e sostare - le suggerii.

Scosse la testa. - Non voglio fermarmi, non so fermarmi...-

Dopo poco, la sua espressione cambiò, si fece spaventata. - Voglio scendere - disse - Aiutami a scendere -

- Vuoi che ti aiuti a svegliarti? -. Ero già pronto a ricondurla allo stato di veglia.

- No, non svegliarmi. Voglio scendere a terra -

Allora intervenni con le parole e, con il tono di voce suadente, la placai. E l’aquila toccò terra. Le suggerii che adesso era di nuovo un essere umano.

- Sì, lo so - ammise. Già aveva modificato la sua identità, precedendomi.

Poi esclamò: - Ma come diavolo cammino! -

Spiegò, spaventata e divertita, che camminava muovendo le gambe e i piedi in modo insolito e anche l’uomo che le camminava davanti aveva lo stesso passo.

Le chiesi di descrivermi quell’uomo, mi spiegò che lo vedeva solo di spalle. Aveva i capelli neri e lucidi, lunghi, legati dietro la nuca.

- E’... un pellerossa - spiegò. E, subito dopo, diede segnali di grande emozione: il respiro le si era fatto affannoso. Allora, con uno scambio di sguardi con la mia collega, le suggerii ancora una volta il risveglio. Accettò.

La ricondussi alla realtà con precauzione, dolcemente, di nuovo rasserenandola e inducendola a sensazioni di benessere. Le suggerii, prima del risveglio, di ricordare l’esperienza vissuta, in modo di poterla analizzare, appena sveglia. In alcuni casi, infatti, uscendo da una trans ipnotica, specialmente se molto profonda, il soggetto può aver dimenticato ciò che ha visualizzato nel suo stato di "coscienza alterata".

Al risveglio, sul viso di Sara, c’era smarrimento. Avrebbe voluto, spiegò, restare più a lungo, verificare. Ma l’emozione l’aveva sconvolta. Soprattutto quell’incedere, che pure aveva sentito familiare. Mettere i piedi dritti davanti a sé, dopo una sorta di semicerchio, come se fosse stata un aquila con sembianze umane, che camminava a terra come avrebbe potuto un’aquila.

Più tardi mi sbalordì il commento della mia collega: - Quel passo, sai, mi colpisce molto. C’era una tribù pellerossa che era solita camminare in quella maniera, la ragazza non poteva conoscere quel particolare. Non ricordo quale tribù, e comunque non ha importanza il nome, l’ho letto su un libro di storia dei nativi d’America, diversi anni fa. E poi, l’aquila, lo sai, rappresentava la loro divinità -

- Che cosa stai cercando di dirmi, che siamo davanti ad un caso di memoria prenatale? –

- Niente, sto cercando di dirti. Solo che quel passo, quel modo di muovere e mettere i piedi, ha un riferimento preciso, legato alle consuetudini dei nativi d’America. Può darsi che la ragazza abbia visto qualche documentario, o qualche film molto preciso nei dettagli -

Quella notte dormii male, sognai anch’io l’aquila e i pellerossa. Al risveglio risi di me stesso. Stavo davvero facendomi suggestionare: Sara era più forte di me?

***

Nuova seduta, dopo una settimana. La dottoressa Landi aveva chiesto lei stessa di essere presente, non so se per proteggere me da possibili critiche o difficoltà future o per suo proprio interesse. Del resto, io avevo l’abitudine di registrare tutte le sedute dei pazienti. Anche se, per nessuna ragione al mondo, avrei voluto o potuto violare il segreto professionale. Rappresentava pur sempre una precauzione di difesa, se non altro, verso la mia stessa coscienza. E, spesso, il riascoltarle, mi aiutava a capire meglio motivazioni e problematiche dei miei pazienti.

Accesi il registratore che stava su di uno scaffale delle libreria alle spalle di Sara, la mia collega si mise in disparte, a fianco della ragazza, ma a portata di sguardo del suo viso e del mio. Io sedetti al lato opposto, sempre di fianco. Ma Sara si girò verso di me incrociando il suo sguardo col mio. Avevo già cominciato a parlare, con quel tono di voce, sia tecnico che partecipe, quando Sara, molto decisamente, anche se con la voce sommessa, mi incitò: - Dammi la tua mano, per piacere -

Nella prima seduta, anche per conciliare meglio l’induzione ipnotica, ci eravamo dati del tu.

Scambiai uno sguardo rapido con la Landi: mi fece un cenno di assenso. Diedi la mia mano a Sara che intrecciò le dita con le mie e questo mi sembrò insolito per la circostanza. Ripresi a parlare e Sara seguitò a sorridermi. La sua mano, dapprima fredda, si fece calda, o era stata la mia a darle calore? Non mi resi conto di cadere in una sorta di stupore estatico assecondato dalla voce di lei e dal suo sguardo che non si era più staccato dal mio.

***

Il ragazzo stava sulla riva del fiume, davanti c’erano le montagne rocciose, scavate dalle intemperie in strane forme scultoree.

Sul viso di Sara, nel mio studio, cominciarono a scorrere lacrime, capii che erano di commozione.

- Ecco - disse sommessa - qui volevo tornare, sulla riva del fiume, davanti alle mie montagne -

La mia voce chiese: - Mi puoi dire chi sei?-

- Penna d’Aquila - rispose

- Puoi descriverti ? -

- Non so - rispose.

Io "lo" vedevo perfettamente, ma volevo che fosse "lui" a vedersi.

. Guardati nell’acqua del fiume – suggerii.

L’acqua era limpidissima, osservai. Perché la mia mente era là, con il ragazzo pellerossa, sulla riva del fiume.

Sembrò molto meravigliata: non si aspettava di vedersi di sesso maschile. Però mi spiegò che il suo nome derivava dal fatto che, alla sua nascita, l’Aquila avesse volato bassa, sopra la tenda dove sua madre lo stava partorendo, e avesse lasciato cadere una penna, come segnale di scelta. Fu impossibile avere altri elementi o precisazioni. Allora "gli" suggerii (suggerii al ragazzo), di muoversi in quel tempo, di arrivare ai suo venticinque, trent’anni. E, intanto, nel mio studio, continuavo a tenere la mano di Sara nella mia, anzi, la mia nella sua. Mi sentivo sdoppiato, ero con lei nello studio e, nello stesso tempo, dentro la sua visione ipnotica.

- Ho un piccolo bambino - disse - Un giorno sarà un grande guerriero: è figlio di un capo, scelto dall’Aquila -

- E … la madre del piccolo? -

- Profumo del Mattino, la mia squaw -

- E’ la donna che ami? -

- E’ la mia compagna e la madre di mio figlio -

Feci fatica a staccare lo sguardo dal volto largo e come scolpito di Penna d’Aquila e portarlo sul viso di Sara. Era come trasformato: si era allargato e gli zigomi apparivano pronunciati ed era strano vederle i capelli biondi con quel viso squadrato.

Non feci commenti , pensai che il pellerossa dall’aspetto di capo, non capisse nemmeno il senso dell’amore di un uomo per una donna, così come potevo intenderlo io, nel mio modo tradizionale.

Nella suggestione dell’ipnosi, ci furono tre tappe nella vita del pellerossa Penna d’Aquila. L’ultima, nella sua vecchiaia.

Stava seduto con le gambe incrociate, davanti alla sua tenda.

- Voglio morire qui fuori, all’aperto - mi disse - davanti alle mie montagne. Poi si guardò le mani: - Non mi ero mai accorto di avere mani così grandi, dammi la tua mano, ragazzo. Non permettere che mi portino dentro la tenda, quando sarà arrivato il mio momento di morire -

No, non lo avrei permesso. Guardavo le mani dell’uomo che era mio nonno, mi sembravano enormi e nodose, la mia si perdeva nella sua grande mano.

Era stato un grande capo, era ancora un grande capo.

- Sai, ragazzo mio, non m’importa di morire, perché il tempo adesso è giusto, ma provo un grande dolore al pensiero che non rivedrò più questi luoghi: i miei monti, il mio fiume... Mi mancheranno -

Sentivo la sua sofferenza, avrei dato la mia vita per lenirla.

- Promettimi che mi aiuterai a tornare... un giorno, quando il richiamo e il ricordo renderanno la mia sofferenza insopportabile -

Promisi, ero molto turbato.

La dottoressa Landi, mi toccò la fronte e poi mi diede dei colpetti alle tempie, così come avevamo pattuito prima della seduta.

- Per emergenza - mi aveva spiegato - è un comando, nel caso venissi coinvolto anche tu. Perché possa venirti in... soccorso io, se ce ne fosse bisogno - . Lei aveva capito quanto Sara potesse essere forte e trascinarmi con sé.

Sara adesso si era addormentata, la testa appoggiata allo schienale della poltrona. Aveva il viso sereno, estatico, appagato, ma stringeva ancora la mia mano nella sua e, fino a poco prima, aveva tenuto lo sguardo fisso nei miei occhi, così che le sue immagini ad un tratto mi erano parse le mie, tanto ero stato coinvolto nella sua suggestione, o avevo immaginato di esserlo.

La svegliai dolcemente, non le chiesi di ricordare. Fu una dimenticanza o fu voluto? Io invece ricordavo perfettamente.

Si sgranchì, stendendo le braccia e si stropicciò gli occhi. - Che è successo? - chiese - Mi sono addormentata? Non ricordo niente -

Non risposi, aspettando che traesse da sola delle conclusioni. Se avesse insistito, avrei potuto farle ascoltare la registrazione della seduta .

- Ma forse non c’era niente da ricordare. Sa, dottore, che mi sento meglio, come improvvisamente liberata da un’ossessione - . Parlava con tono sicuro e tranquillo, adesso.

Aveva dimenticato perfino il tu e io mi sentivo come avessi dimenticato di essermi innamorato di lei. Sapevo che avrei per sempre rivisto, al posto del suo viso diafano, quello rugoso e cotto dal sole di un vecchio pellerossa con due grandi mani, dure come il cuoio, nodose e forti. E, dentro la sua mano, la mia che ci spariva. E adesso sapevo che Sara era una ragazza forte che aveva avuto bisogno di capirlo. Sicuramente, ora se ne sarebbe resa conto perché, anche se la sua mente non ricordava, il suo inconscio, sì, avrebbe conservato la consapevolezza di quel pellerossa dentro l’anima.

Con la dottoressa Landi, avremmo parlato, dopo, di quella esperienza, ma non più di tanto, come se entrambi avessimo voluto evitare di approfondire. Il nostro scetticismo si smarriva in quella strana e incredibile storia e di sicuro c’era da dire che la tecnica ipnotica non mi si confaceva perché correvo il rischio di passare dalla parte attiva a quella passiva.

Di Sara, avrei saputo in seguito, che s’era iscritta all’Università, nonostante le difficoltà familiari. Avrebbe lavorato e studiato, con una volontà solida come una roccia. Sarei perfino andato, perché invitato, alla discussione della sua tesi sui Nativi d’America, i pellerossa.

Chi avrebbe mai potuto dubitare della scelta di quell’argomento?

E poi, nonostante le nostre strade adesso si siano divise, ogni tanto cerco di informarmi con certi suoi parenti che ho avuto occasione di conoscere. So che, dopo la laurea, è andata a specializzarsi presso un’università dell’Arizona, che là ha trovato l’uomo della sua vita, proprietario di una grande fattoria e allevatore di cavalli. Forse Sara ha realizzato il sogno del grande capo Penna d’Aquila, tornando nei luoghi cari al suo cuore.

Ma queste sono fantasie poco professionali. E, se mi capita di citare ai colleghi, questa mia passata esperienza agli inizi della mia professione, del resto mai più ripetuta, è solo per metterli in guardia dal pericolo di certe suggestioni e fantasie.

Marzia Plumeri

I nostri racconti